Ascolta Israele

Sermone su Deuteronomio 6, 4-9

Nella Bibbia ebraica lo Sh’ma Israel inizia e finisce con due lettere più grandi del normale. È come se la Parola ci gridasse: “Fate attenzione! Qui c’è il centro di tutto.” Sono le prime parole insegnate a un bambino ebreo, le parole che un credente ripete ogni giorno e che desidera sulle labbra all’ultimo respiro.

Gesù di Nazaret le chiama “il grande e il primo comandamento”. Prima di leggi, racconti, inni e profeti, viene questo: amare Lui, l’Uno e l’Unico. Non un’idea, ma uno stile di vita; non un dettaglio, ma il punto di partenza e l’ultimo respiro.

L’Uno e l’Unico

Lo Sh’ma si può tradurre in due modi, entrambi veri e complementari: – “Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, il Signore è l’unico!” – “Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, il Signore è uno solo!”

Unicità e unità. Due accenti, un’unica melodia. Come dirà Paolo: “Da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose” (Romani 11,36). Dio è l’Uno e l’Unico: troppo grande per stare in un cassetto, troppo ricco per un solo nome. La Scrittura gli dà molti nomi proprio perché nessuno basta da solo.

Chiesa: molte differenze, un solo desiderio

Se Dio è uno, la Chiesa… non sempre lo sembra. La storia ce lo ricorda: la Riforma del XVI secolo ha moltiplicato le tradizioni e, col tempo, si sono aggiunte nuove sfumature. Del resto, anche l’ebraismo ha conosciuto pluralità fin dall’inizio.

Questa varietà può essere una grazia, a una condizione: che resti vivo in noi il desiderio dell’unità. Quando questo desiderio si spegne, cresce l’autosufficienza. E l’autosufficienza chiude. Allora nascono criteri esclusivi, “noi sì, gli altri no”, ri-battezzarsi per “entrare” altrove, frasi come “solo da noi c’è salvezza”. È una china pericolosa: il passo verso il settarismo è breve, e l’Ecumene si spegne.

Oltre il semplice rispetto: l’incontro che scalda il cuore

Nella società abbiamo bisogno di più rispetto, è vero. Ma per noi cristiani il rispetto è solo l’antipasto. Il Vangelo ci chiama a qualcosa di più: l’incontro. L’incontro è quando apriamo la porta e lasciamo entrare il calore dell’altro. È quando permettiamo che il nostro cuore sia toccato da un modo diverso di pensare, da un colore diverso, da una voce che non è la nostra, da un ritmo a cui non siamo abituati.

Eppure anche noi cristiani, per paura o incertezza, ci chiudiamo in gruppi “sicuri”, con etichette rassicuranti e maschere di “ortodossia perfetta”. Ma la verità del Vangelo ci libera: un vero incontro chiede che molliamo gli ormeggi, come una nave che lascia il molo. Che ci fidiamo dell’amore e della fedeltà dell’Uno che vuole essere anche il nostro Dio. Allora nasce il desiderio di restare con Lui: cantare, volare, danzare; vivere senza paura dell’altro, senza avversione per le sue domande.

L’altro è necessario alla mia fede

Credere nell’Unico Signore non è sopportare le differenze: è amarle, perché attraverso l’altro Dio allarga il nostro sguardo. E qui, con semplicità, riconosciamo il cammino che abbiamo fatto:

Per questo l’altro non è un ostacolo alla mia fede: è la strada su cui la mia fede matura. L’Uno, con i suoi molti nomi, è così bello e vasto che, per rendergli un po’ di giustizia, ho bisogno dell’altro—non di un altro uguale a me, ma di un altro davvero altro. Così la Chiesa diventa un’anticipazione credibile di ciò che sarà: uno spazio dove il Nome dell’Unico trova casa. Nella sua casa ci sono molte dimore. Non siamo qui per noi stessi. Dio ha tanto amato il mondo — questo mondo variegato, colorato, multiforme. Lui, il Signore, l’Unico e l’Uno.

Invito finale

Allora, oggi, ripartiamo dallo Sh’ma: – Ascoltiamo davvero, senza parlare addosso. – Lasciamo il dibattito sterile e scegliamo il dialogo che unisce orizzonti. – Amiamo con i fatti, incontriamo senza paura, camminiamo insieme.

E mentre ascoltiamo, che la nostra vita dica con semplicità e forza: “Il Signore è uno solo. Il Signore è l’unico.”

Pubblico qui anche il saluto dell'Arcivescovo Mons. Riccardo Lamba

Jens Hansen Mastodon

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