Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Sermone su Ezechiele 2,1-3,3

Il sermone inizia con un piccolo audio della canzone “By the rivers of Babylon” dei Boney M

tutti voi conoscete questa canzone. Nel 1978 i Boney M la pubblicarono e conquistarono le classifiche. Ancora oggi il brano è molto ascoltato e cantato. Quello che non tutti sanno è che il testo di questa canzone si ispira al Salmo 137. Siamo nel tempo della deportazione a Babilonia, nel VI secolo avanti Cristo.

Dopo la sua vittoria, nel 598 a.C., Nabucodonosor II deportò a Babilonia l’élite di Gerusalemme e la fece stabilire in Mesopotamia, lungo il fiume Chebar.

È qui che nascono le parole del salmo che i Boney M cantano:

«Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo, ricordandoci di Sion. Quando quelli che ci avevano deportati ci chiedevano parole di canto, come potremmo cantare il canto del Signore in terra straniera?»

Queste parole esprimono tutta la tragedia dei deportati. Strappati alla loro terra e lontani da casa, si sentono davvero abbandonati da Dio. Per loro era chiaro: Dio abitava con la sua gloria nel tempio di Gerusalemme. Lì lo si poteva adorare. Lì egli ascoltava le preghiere. Lì gli si poteva cantare e offrire sacrifici. Ora però, in Babilonia, si trovavano lontanissimi da Dio e dalla sua gloria. Proprio nel momento in cui avevano più bisogno di lui e del suo aiuto, Dio sembrava così lontano: non li sentiva, non poteva aiutarli. Si sentivano lasciati soli. Abbandonati, nel senso più profondo, da Dio. Ed ecco perché siedono lungo i fiumi di Babilonia, pensano a Sion e piangono.

Cinque anni dopo la deportazione, un trentenne, Ezechiele, figlio di sacerdote e anch’egli deportato, ha improvvisamente delle visioni e viene chiamato da Dio a essere profeta per gli Israeliti in esilio. All’inizio del suo libro, Ezechiele descrive con immagini impressionanti il carro-trono di Dio e la sua gloria che si muove dal tempio di Gerusalemme fino a Babilonia. Qui accade qualcosa di impensabile: Dio lascia Gerusalemme e va in terra straniera, presso il suo popolo deportato. Dio va incontro a coloro che si sentivano abbandonati da lui. E chiama Ezechiele, affidandogli il compito di trasmettere le sue parole agli esuli.

Ezechiele viene chiamato a un incarico molto difficile. Per quanto sia meravigliosa l’idea che Dio vada dai suoi in terra straniera, altrettanto dure e disilludenti sono le sue parole. Dio non viene come il Dio amorevole e consolante, ma come colui che “legge la lezione” al suo popolo. Come portavoce di Dio, Ezechiele deve dire la verità a un popolo ribelle e metterlo di fronte alla propria colpa. Deve mostrare dove non hanno vissuto e creduto secondo la volontà di Dio. Ezechiele riceve un rotolo scritto su entrambi i lati: una vera e propria scrittura di accusa, così piena di lamento, dolore e gemiti, che non resta nemmeno un angolo bianco. È un incarico incredibilmente pesante. Come membro del gruppo dei deportati, che in terra straniera dovrebbe restare unito, Ezechiele deve ora mettersi contro di loro, diventando accusatore nel nome di Dio.

Non sappiamo se Ezechiele avrebbe preferito rifiutare questo compito. Sappiamo però che viene sottoposto a una procedura molto particolare. «Figlio dell’uomo, mangia ciò che hai davanti», gli viene detto. «Devi mangiare questo rotolo e riempirne il tuo ventre». Ezechiele mangia il rotolo e così interiorizza, con ogni cellula del suo corpo, il messaggio e la missione. In questo modo viene posto dalla parte di Dio e reso capace di svolgere il suo ministero. Stranamente, il messaggio non ha il sapore amaro che ci si aspetterebbe, ma è dolce come il miele.

Allora gli Israeliti non amavano ascoltare l’accusa di Dio. E anche noi oggi, come figli della Riforma, troviamo molto più piacevole sentirci dire: «Siamo amati e accolti da Dio». A nessuno piace la critica, tanto meno se viene dalla bocca di Dio. Eppure, allora come oggi, è importante riconoscere che Dio non è solo un Dio che ama, ma anche un Dio che chiede, che esige. La nostra fede sarebbe una fede a buon mercato e innocua se Dio fosse solo colui che ama e che deve esaudire ogni nostro desiderio. Fa parte dell’amore – anzi, è un’espressione dell’amore – prendere le distanze da ciò che non va, esercitare la critica. Amore e critica sono come due facce della stessa medaglia. Il vero contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. In Dio, attraverso la critica e il giudizio, le relazioni vengono guarite. A Dio non interessa punire singole azioni, ma produrre cambiamento. Mostrando agli Israeliti la verità sulla loro vita e sulla loro fede, egli vuole trasformarli. Il discorso di giudizio di Ezechiele è, per così dire, un processo terapeutico. Dio non si mette in cammino verso di loro per distruggerli, ma per cambiarli e per sanare la relazione tra lui e il suo popolo. «Darò loro un cuore nuovo, metterò dentro di loro uno spirito nuovo; toglierò dal loro corpo il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne», dice Dio. Poiché lo scopo è la guarigione della relazione, il rotolo del giudizio che Ezechiele mangia può davvero avere un sapore dolce come il miele.

Per noi cristiani è importante essere ricordati, attraverso profeti come Ezechiele, che come figli di Dio abbiamo un compito in questo mondo. Pace, giustizia e custodia del creato: per questo siamo chiamati a impegnarci. Dio vuole operare nel mondo attraverso di noi. Egli ama il mondo e le persone che lo abitano, ma vuole la nostra collaborazione Così anche la canzone dei Boney M si conclude con una preghiera: «Siano gradite davanti a te le parole della nostra bocca e il canto dei nostri cuori».

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Ezechiele ci ricorda che il mondo non ha bisogno di più slogan, ma di donne e uomini in cui la Parola è scesa nel profondo

Riflessione scritta per il sito www.chiesavaldese.org

“Figlio d’uomo, nùtriti il ventre e riempiti le viscere di questo rotolo che ti do”. Ez 3,3

Ezechiele non vive una chiamata rassicurante: visioni che lo atterrano, un popolo ribelle, un messaggio di «lamentazioni, gemiti e guai». Dio lo rialza e lo manda sapendo che spesso non sarà ascoltato. Non promette successo, ma fedeltà alla Parola ricevuta.

I profeti come Ezechiele hanno denunciato ingiustizie molto concrete: oppressione dei deboli, culto del potere e del denaro, idoli nazionali eretti al posto di Dio. Dopo millenni, le loro parole restano scomode e attuali. Anche oggi tante voci parlano, anzi urlano per essere più forti delle altre, e si contraddicono: discernere ciò che è davvero volontà di Dio non è affatto semplice.

Per questo è decisivo il gesto del rotolo mangiato. Dio non consegna solo un testo da ripetere o da imparare a memoria, ma chiede al profeta di far entrare quella Parola nelle viscere, di lasciarsene plasmare. Quel rotolo pieno di guai risulta però in bocca dolce come il miele: la verità di Dio può far male, ma alla fine guarisce e dà sapore nuovo alla vita.

Anche noi possiamo “mangiare” la Scrittura: ascoltarla, meditarla, confrontarla con la nostra storia e con il grido dei poveri. Non ci darà sempre le risposte che vorremmo, ma ci indicherà dove stare, quali scelte sostenere, da quali falsi dèi prendere le distanze.

In un tempo di parole gridate e certezze urlate, Ezechiele ci ricorda che il mondo non ha bisogno di più slogan, ma di donne e uomini in cui la Parola è scesa nel profondo. Così, anche in mezzo ai problemi del nostro mondo, potremo sperimentare che la voce di Dio è ancora dolce come il miele ed è capace di trasformare il nostro cuore e il mondo intero.

Jens Hansen Mastodon

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Predicazione su Apocalisse 1,9-18


Versione italiana

Versione in Twi


Vi ricordate ancora che cosa avete sognato stanotte? O avete dormito senza sogni?

Noi, a casa cerchiamo di raccontarci i nostri sogni la mattina. Spesso sono sogni confusi; molti sogni non li ricordiamo appena ci svegliamo. Io cerco di ricostruire, ma non è facile, cerco di ricordare ciò che ho visto, una casa, una strada, un bosco, persone dal mio passato o anche persone del presente e tutto ciò mescolato bene.

Quando mi sveglio però spesso succede che le immagini del sogno che poco prima occupavano ancora il mio cervello sembrano scivolare via e tutti gli sforzi di farli ritornare non servono a niente: preparo la colazione, prendo il latte e più cerco di ricordare i miei sogni, meno ci riesco.

I sogni sono come le nostre fantasie, possono essere belli e confortanti, ma possono anche far paura. Freud ci ha insegnato che i sogni li possiamo interpretare e che ciò che sogniamo dice molto di noi, sono delle ombre notturne che non possiamo gestire attivamente. Parlano delle nostre ansie, dei desideri, delle preoccupazioni e delle domande.

Conosciamo anche altri tipi di sogni, quelli che riappaiono quando apriamo vecchi album con delle foto del nostro passato.

I sogni che avevamo da bambini o da ragazzi. Ve li ricordate? Cosa sognavate a 7, 12, 15 o 25 anni? Pace, felicità, un matrimonio felice, bambini, fare il giro del mondo in una barca a vela?

Forse anche dei sogni più coraggiosi: emigrare, fare una cosa fuori dal comune. E poi i sogni politici, ve li ricordate? Creare la pace senza le armi, il sogno di giustizia per tutto il mondo, il sogno dell'emancipazione delle donne, il sogno di poter vivere senza la cappa pesante del moralismo cattolico, sogno diventato realtà nei famosi referendum sull'aborto e sul divorzio. Il sogno della fine dell'apartheid in Sudafrica.

E poi i sogni riguardanti la chiesa: di essere in tanti, di essere una chiesa vivace che vive la fede in modo trasparente, una chiesa lievito della società in cui si trova.

Il nostro brano è un sogno. Giovanni, sognando a occhi aperti, vede, sente e sperimenta cose incredibili. Egli si ricorda il sogno e lo scrive: 7 candelabri d'oro, in mezzo un uomo con un vestito lungo fino ai piedi tenuto da una cintura d'oro. La testa e i cappelli sono chiari e gli occhi come fuoco, i piedi come rame e la voce come una cascata.

L'uomo tiene 7 stelle nella sua mano, dalla sua bocca esce una spada a doppio taglio. Giovanni cade a terra, sente la mano di quest'uomo sulle sue spalle e la voce che dice: io sono il primo e l'ultimo, il vivente con la V maiuscola.

Che sogno!

Giovanni sogna Gesù Cristo, colui che ha sempre rinunciato a usare il potere alla maniera umana ora è il Signore del mondo, sempre rinunciando alla violenza. Lui sta al di sopra di tutti i governi, lui è con i vivi ed i morti, lui ha vinto la morte, colei che a noi rende così difficile la vita.

Il sogno di Giovanni è come un raggio di sole a novembre, come la luce di Natale che ci raggiunge in questa ultima domenica del periodo di Natale. Il sogno di Giovanni è pieno di energie e di speranze. Un sogno che si deve misurare con la realtà come anche i nostri sogni, quelli da giovani, si devono confrontare con la vita.

Alcuni sogni si sono avverati: bambini, una casa, l'apartheid abolita, l'emancipazione...

Altre cose sono diverse dai nostri sogni e oggi sembra difficile sognare, avere delle fantasie positive per il futuro. Spesso ci confrontiamo solo con dei sogni pessimistici. Non c'è speranza, c'è un aspettare senza avere un obiettivo chiaro.

Come far entrare la luce del sogno di Giovanni nella nostra quotidianità? Come rinforzare le nostre speranze?

Giovanni vuole consolare le chiese a cui si rivolge. Egli vuole trasmettere alle sue chiese un messaggio che renda viva la luce del Signore che ha vinto la morte in mezzo a un mondo che è tutt'altro che roseo. Giovanni vuole consolare, ma noi abbiamo bisogno di questo tipo di consolazione? Se si, che cosa ci rende tristi? Il fatto che invecchiamo, il fatto che anche i sentimenti cambiano con la nostra età? Forse abbiamo bisogno di essere consolati per i sogni persi?

O siamo tristi per il mondo pieno di ingiustizie, siamo spaventati dalle notizie che ci raggiungono? Paura di non ricevere più una pensione, paura di disoccupazione, paura della crisi energetica?

Forse abbiamo paura dei grandi cambiamenti, cambiamenti che vediamo anche all'interno delle nostre chiese.

Il sogno di Giovanni ci offre una visione positiva della vita. Giovanni ci dice: al centro della nostra esistenza c'è colui che era che è e che verrà. Lui c'è indipendentemente dalla direzione che il mondo prenderà. Il primo e l'ultimo che governa il mondo non invita a fuggire dal mondo, a diventare monaci, solitari, lui vuole invitare ad avere il coraggio per affrontare il presente.

Giovanni non scrive un libro di fantascienza, lui scrive un libro del Vivente, del Cristo che è più forte di tutte le potenze negative di questo mondo. Lui scrive contro la paura, perché egli ha fatto l'esperienza del Signore che gli dice: io condivido la tua tristezza, ti sono vicino.

Questo si che è un sogno che ci può rimettere in piedi, un sogno che ci può riempire con quella linfa vitale di cui abbiamo bisogno per vivere concretamente la nostra fede, la nostra testimonianza, il nostro amore in questo mondo, in questo paese così allo sbando e preda di una classe governante al di fuori di ogni canone etico-morale.

Questo sogno vuole metterci in cammino, tende a creare delle realizzazioni, vuole farci sperimentare: l'amore di Dio in Cristo è più forte della morte e di tutte le potenze negative. Ringraziato sia Dio per questo sogno che ci vuole accompagnare oggi, domani, ogni giorno della nostra vita.

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La fede ci libera dalla paura e ci rende liberi di impegnarci per la vita degli altri

Meditazione scritta per il sito www.chiesavaldese.org

“Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente.” Apocalisse 1,17–18

Giovanni scrive l’Apocalisse dall’isola di Patmos, dove è stato confinato per aver testimoniato la fede in Cristo. L’Impero romano voleva ridurre al silenzio la chiesa, ma non poteva mettere a tacere Dio. Proprio lì, nell’isolamento, nel vero senso della parola, e nella tribolazione, Giovanni vede il Cristo risorto: non più il bambino di Betlemme o il Crocifisso del Golgota, ma il Signore dell’universo, luminoso, potente, con le stelle — le chiese — nelle sue mani.

Per quelle chiese povere e perseguitate Giovanni ha un messaggio liberante: il vero potere non appartiene all’Imperatore, ma a Cristo, «il Primo e l’Ultimo, il Vivente… che ha le chiavi della morte» (Ap 1,17–18). Per questo l’Apocalisse non è un libro di paura, ma di consolazione, perché è “il libro del mondo rinnovato” (Giampiero Comolli).

Anche oggi affrontiamo la pressione, il dolore, l’incertezza: malattie, lutti, perdita del lavoro, futuro fragile. A noi, come a Giovanni, Cristo dice: “Non temere”. È una parola che solleva, come la mano di un padre sulla spalla di un figlio impaurito o un abbraccio silenzioso della madre.

Questa consolazione ci rende capaci di guardare il mondo con occhi nuovi. Di fronte alla sofferenza dei profughi, alle crisi umanitarie, ai venti di guerra e alle ingiustizie che gridano al cielo, la fede ci libera dalla paura e ci rende liberi di impegnarci per la vita degli altri.

Il Signore crocifisso e risorto regna. E proprio per questo possiamo essere, oggi, portatori e portatrici di speranza.

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Sermone narrativo su Atti 10,21-35

Io sono Cornelio. Non il centurione di cui avete sentito parlare nel Vangelo, quello di Cafarnao. No, io sono l'altro. Quello di Cesarea. Quello che ha fatto tremare un po' la storia, senza volerlo.

Vi racconto com'è andata, perché forse la mia storia vi può essere utile. Perché mi sembra di capire che anche da voi, duemila anni dopo, le barriere che ho incontrato io siano ancora lì, magari con altri nomi, ma sempre pronte a dividerci.

Ero un centurione. Centurione della coorte italica. Un ufficiale di Roma, insomma. Venivo da una famiglia di pagani, come si dice da voi. Ma da anni vivevo a Cesarea, e qui ho imparato una cosa: c'è una sola via per governare una terra che non è la tua, e non è la forza. È il rispetto. Ho visto i miei commilitoni umiliare gente per strada, confiscare beni, fare del male con la scusa dell'ordine. Io ho scelto un'altra strada. Ho scelto di ascoltare.

Ascoltavo i Giudei. C'era qualcosa nella loro fede che mi toccava. Non so se era la passione per la giustizia, o quel modo di parlare con Dio come se fosse una persone, o la loro cura per i poveri. Ho cominciato a dare elemosine. Molte. E a pregare, tre volte al giorno, come facevano loro. Mi hanno chiamato timoroso di Dio. È un bel nome. Non è facile da portare, però. Ti mette una specie di peso addosso: la responsabilità di essere giusto, anche quando nessuno ti guarda.

Poi, un giorno, è successo.

Era l'ora nona, il momento della preghiera. Mi ero chiuso in casa. Casa mia... pensate, una casa romana, con i servi, le stanze per gli ospiti, cortili e portici. Ma anche una casa aperta, perché la religione dei Giudei mi aveva insegnato che la giustizia si fa con le porte spalancate, non con le serrature. Ero lì, in preghiera, quando all'improvviso – e dico davvero all'improvviso, non c'erano preavvisi – un uomo è apparso nel mio studio. No, non un uomo. Un essere di luce. Un angelo. Non ho paura ad ammetterlo: sono caduto per terra. Non ho mai tremato così, nemmeno in battaglia. Ma lui mi ha chiamato per nome: “Cornelio”. Come faceva a conoscermi?

E ha detto:

«Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, come una ricordanza, davanti a Dio. 5 E ora manda degli uomini a Ioppe e fa' venire un certo Simone, detto anche Pietro. 6 Egli è ospite di un tal Simone, conciatore di pelli, la cui casa è vicino al mare».

Non mi ha dato il tempo di chiedere perché. Se n'è andato. E io, senza capire, ho obbedito. Ho scelto tre dei miei uomini più fidati, dei devoti. Gli ho detto: “Andate. Trovate questo Simone. Portatelo qui”. Non sapevo cosa sarebbe successo. Ma avevo imparato che la vera fedeltà a Dio è obbedire senza avere le risposte pronte.

Tre giorni dopo, mentre aspettavo, i miei uomini sono tornati. Con loro, c'era Pietro. E con Pietro, altri sei. Ebrei. Cristiani. Non lo sapevo ancora, ma erano già fratelli di una strada nuova.

Quando ho visto Pietro, ho fatto qualcosa che non avevo programmato. Sono caduto ai suoi piedi. Non era una strategia diplomatica, vi giuro. Era un'emozione che mi ha travolto: avevo di fronte un uomo che portava dentro qualcosa di divino. Lui mi ha alzato subito. “Alzati” ha detto, “anch'io sono un uomo”. Due frasi, e già capii che stava succedendo qualcosa di enorme. Lui, un ebreo, mi toccava. Mi guardava negli occhi. Non c'era distanza.

Mi ha guardato intorno. In casa mia c'era una folla. Avevo radunato parenti e amici cari. Amici veri, non quelli di convenienza. Gente che sapeva che stavo cambiando. Gente che voleva vedere.

Pietro ha parlato. Ha detto: “Voi sapete che a noi ebrei è proibito frequentare i pagani. Ma Dio mi ha mostrato che non devo considerare nessun uomo comune o impuro”. Poi si è fermato. Ha guardato me. E ha chiesto: “Perché mi avete mandato a chiamare?”.

Ecco, qui è il punto. Perché io, un ufficiale romano, avevo mandato a chiamare un ebreo? Perché un angelo mi aveva detto di farlo. Ma c'era dell'altro. C'era il bisogno di non essere più solo nel mio cammino. Di avere un maestro. Di avere qualcuno che mi desse parole per quello che già sentivo nel cuore.

Gli ho raccontato tutto. L'angelo, le parole, l'invito. E ho concluso: “Ora siamo tutti qui, davanti a Dio, per ascoltare tutto quello che il Signore ti ha ordinato di dire”.

E lui ha aperto la bocca. Quelle parole... le ricordo ancora, una per una. “In verità comprendo che Dio non ha riguardi personali, 35 ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito.”. In ogni popolo. Ascoltate bene. Non solo in Israele. Non solo a Roma. In ogni popolo. E la misura non è la legge che hai studiato, o la circoncisione, o la lingua che parli. La misura è il timore di Dio – non la paura che spaventa, ma quella che riverisce – e la giustizia. Fare giustizia. Come facevo io con le elemosine. Come cercavo di fare nel mio servizio.

Mentre parlava, ho pensato a Rut, la moabita che aveva seguito la suocera in una terra straniera. Ho pensato a Naaman, il siriano guarito da Eliseo. Storie di confini superati. Di Dio che non si ferma alle frontiere che noi costruiamo.

E poi è successo. Mentre Pietro ancora parlava del Nazareno, del suo martirio, della sua resurrezione, lo Spirito è sceso. Non solo su di me. Su tutti. Su mia moglie, su miei figli, sui miei schiavi, sui miei amici. Su tutti. Abbiamo parlato in altre lingue, come avevano fatto quelli a Gerusalemme durante la Pentecoste. Pietro è rimasto di sasso. I suoi compagni ebrei pure. E hanno detto: “Chi può impedire che questi siano battezzati? Anche loro hanno ricevuto lo Spirito come noi”.

Ci hanno battezzati. In nome di Gesù. E io, che ero il rappresentante dell'impero che opprimeva, sono diventato fratello di quelli che opponevo. Non so se capite la svolta. Non è solo una conversione religiosa. È un terremoto politico. È la fine delle certezze. È l'inizio di uno spazio nuovo.

A Gerusalemme qualcuno ha protestato. Hanno detto a Pietro: “Ma come, sei entrato in casa di un pagano? Hai mangiato con lui?”. E lui ha raccontato. Ha raccontato la sua visione, con quella tela che scendeva dal cielo piena di animali impuri. Ha raccontato che Dio gli aveva detto: “Ciò che io ho purificato, tu non chiamarlo impuro”. E alla fine quelli di Gerusalemme hanno capito. Hanno detto: “Allora anche ai pagani Dio ha dato il pentimento per la vita”.

Questa è la mia storia. Ma non è solo mia. È la storia di ogni volta che un confine crolla. Di ogni volta che la paura cede alla fiducia. Di ogni volta che un romano scopre che la sua forza non è nulla di fronte alla forza di un Dio che guarda il cuore. Di ogni volta che un ebreo scopre che la sua elezione non è una esclusione, ma una benedizione da condividere.

Oggi voi siete qui, nel tempo dopo Epifania. Avete visto i Magi, i saggi da Oriente, che hanno attraversato confini per adorare un bambino ebreo. La mia storia è la continuazione di quella. La stessa corrente. Lo stesso fiume che unisce i popoli.

E ora, duemila anni dopo, mi dicono che ci sono ancora muri. Muri tra religioni, muri tra culture, muri tra ricchi e poveri, muri tra chi ha diritto a Dio e chi no. Mi dicono che c'è chi vuole usare la religione per dividere, non per unire. Che c'è chi ha paura dell'altro, del diverso, dello straniero. Ma io vi dico: la mia storia vi insegna una cosa. Dio non fa distinzioni. E la vera fede è quella che ti fa entrare nella casa dell'altro, non con la presunzione di chi possiede la verità, ma con l'umiltà di chi cerca. È quella che ti fa cadere ai piedi di chiunque porti una parola di vita, e che ti fa alzare subito, perché sai che siete entrambi uomini, entrambi creature amate.

E c'è un'altra cosa. Mi dicono che oggi c'è chi parla di “sostenibilità”. Di un mondo dove nessuno è escluso. Di obiettivi condivisi per ridurre le disuguaglianze. Be', la mia storia è la più sostenibile che ci sia. Perché non c'è sviluppo vero senza inclusione. Non c'è pace senza giustizia. Non c'è futuro se continuiamo a chiamare “impuro” ciò che Dio ha purificato. Non c'è futuro se continuiamo a dividere il mondo in “noi” e “voi.

La mia storia finisce qui. Ma la vostra, forse, comincia oggi. Amen.

Jens Hansen Mastodon

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Efesini 4,1-13

questa sera ascoltiamo un brano che sembra scritto proprio per un culto ecumenico: Efesini 4. Esso è proprio una scuola di ecumenismo, anzi potremmo quasi dire che in queste poche righe c’è già una piccola “professione di fede ecumenica”.

Ben sette volte utilizza la parola uno/una:

«Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati;uno solo è il Signore, una sola è la fede, uno solo è il battesimo,uno solo è Dio e Padre di tutti»

Con queste parola l'Apostolo ci ricorda anzitutto il fondamento che già ci unisce:

  • invochiamo lo stesso Signore Gesù. Non abbiamo signori diversi: tutti guardiamo a Lui, al suo Vangelo, alla sua croce, alla sua risurrezione.
  • Una sola è la fede: anche se la esprimiamo con accenti e forme diverse, è la stessa fiducia nel Dio di Gesù Cristo, nel suo amore, nella sua misericordia.
  • Uno solo è il battesimo: Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. come scrive Paolo ai Romani
  • Uno solo è lo Spirito: non ci sono “Spiriti diversi” per le diverse Chiese; è lo stesso Spirito Santo che agisce, consola, converte, arde nei cuori dei credenti, ovunque essi si trovino.

Se ci fermiamo un momento su questo, possiamo lasciarci sorprendere:forse nella vita quotidiana pensiamo prima a ciò che ci separa, ai nodi non ancora sciolti, alle differenze dottrinali, liturgiche, disciplinari…Ma la Parola ci chiede di partire da ciò che già è comune, da ciò che Dio ha già compiuto.

Siamo davvero, in profondità, più vicini di quanto sembri.Anche se talvolta non ci conosciamo abbastanza, anche se la storia ci ha lasciato ferite, incomprensioni, diffidenze, lo Spirito Santo non ha mai smesso di lavorare nelle nostre comunità.

Questa è la nostra roccia, il nostro terreno solido:non un sentimento vago di simpatia reciproca, non un generico “vogliamoci bene”,ma un’opera di Dio che ci precede e ci sostiene.


Su questo fondamento, Paolo descrive anche lo stile con cui vivere questa unità seconda lezione:
«Siate sempre umili, cordiali e pazienti; sopportatevi a vicenda nell’amore».

L’ecumenismo, allora, non comincia solo nei documenti, nei dialoghi teologici, nei grandi incontri internazionali – che sono preziosissimi –,ma comincia nel modo in cui, nelle nostre città e nei nostri paesi,ci guardiamo, parliamo gli uni degli altri, pensiamo gli uni agli altri.

L’umiltà ci ricorda che nessuna Chiesa possiede Cristo, nessuna può dire: “Il Vangelo è solo mio, la verità è solo qui”. Possiamo piuttosto dire: Cristo ci è stato donato, e noi stiamo ancora imparando a conoscerlo e a seguirlo, anche grazie a ciò che vediamo di bello negli altri.

La mitezza ci chiama a rinunciare a parole dure, a giudizi rapidi, a semplificazioni che feriscono.Non è debolezza, ma forza evangelica: è scegliere consapevolmente uno stile che assomigli a quello di Gesù, “mite e umile di cuore”.

La pazienza ci invita a non avere fretta di “forzare” l’unità, come se fosse solo un nostro progetto da realizzare subito. L’unità dei cristiani è un cammino: richiede tempo, richiede ascolto, richiede anche la capacità di portare con pazienza le lentezze, le resistenze, le paure.

E poi quell’espressione: “sopportandovi a vicenda nell’amore”. Non è molto romantica, ma è molto realistica: vuol dire riconoscere che l’altro, a volte, mi pesa, non lo capisco, mi mette in crisi. Eppure scelgo di non allontanarlo, scelgo di non chiudermi, ma di rimanere in relazione, di continuare a cercare il suo bene.

Anche tra le Chiese questo vale: ci sono differenze che non comprendiamo pienamente, pratiche che non condivideremmo, accenti che ci sembrano sbilanciati. Eppure, proprio lì, lo Spirito ci chiede di amarci, di sopportarci, di custodire il legame della pace.

L’ecumenismo, allora, è anche una scuola di conversione personale: ci invita a cambiare il nostro sguardo,a passare, dal “voi” al “noi”.
Non più: “Voi protestanti, voi cattolici, voi ortodossi…”,ma: “Noi cristiani, noi discepoli di Gesù, noi battezzati nel suo nome”.


Terza lezione Dopo aver parlato del fondamento e dello stile, Paolo fa un passo ulteriore:ci parla dei doni.

Cristo risorto, dice l’apostolo, «ha dato a ciascuno la grazia secondo la misura del suo dono» e ha posto nella Chiesa diversi ministeri, diversi servizi, perché il corpo cresca.

Noi, oggi, possiamo ascoltare queste parole anche così:lo stesso Signore ha donato alle diverse Chiese e comunità cristiane dei carismi particolari, delle accentuazioni, dei modi di vivere il Vangelo che non sono identici, ma che possono completarsi.

L’unità di cui parla Paolo non è uniformità. Non è essere tutti uguali, con le stesse forme e gli stessi accenti. È piuttosto una sola fede vissuta in una molteplicità di doni.

Se mettiamo al centro Cristo, allora le differenze non sono più una minaccia, ma una ricchezza da condividere.

Possiamo allora imparare gli uni dagli altri:

– la profondità biblica di alcune tradizioni,
– la ricchezza liturgica e sacramentale di altre,
– l’attenzione ai poveri,
– la vita comunitaria,
– la cura del dialogo, della pace, del creato…

Tutto questo non è “mio” o “tuo”: è dono dello Spirito alla Chiesa di Cristo, più grande dei nostri confini visibili.


Paolo conclude dicendo che così si edifica il corpo di Cristo, «finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio».

Siamo in cammino verso una pienezza che ancora non vediamo, ma che già pregustiamo ogni volta che, come stasera, stiamo davanti a Dio insieme.

Chiediamo allora al Signore in questa preghiera ecumenica

che ci faccia custodire con amore ciò che già ci unisce – uno Spirito, una fede, un battesimo – e ci insegni a vivere con gratitudine e rispetto la diversità dei doni, perché il mondo possa riconoscere, anche attraverso di noi, che Cristo è uno e il suo amore è per tutti. Amen.

Jens Hansen Mastodon

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Efesini 4,1-13

questa sera ascoltiamo un brano che sembra scritto proprio per un vespro ecumenico: Efesini 4.

Paolo ci ricorda anzitutto il fondamento che già ci unisce invitandoci a riconoscere ciò che è già comune:

  • abbiamo ricevuto lo stesso battesimo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo;
  • invochiamo lo stesso Signore Gesù; – siamo guidati dallo stesso Spirito, che abita in noi.

Questo è il nostro terreno solido: non un’idea, non un sentimento vago, ma un’opera di Dio già presente in noi. Siamo più uniti di quanto pensiamo, perché è Cristo stesso la nostra unità.

Su questo fondamento, Paolo descrive anche lo stile con cui vivere questa unità:

«Siate sempre umili, cordiali e pazienti; sopportatevi a vicenda nell’amore».

L’unità non si costruisce a colpi di organizzazione o di strategia, ma con la piccola fedeltà quotidiana all’umiltà, alla mitezza, alla pazienza.

L’ecumenismo comincia lì: nel modo in cui pensiamo e parliamo gli uni degli altri, nel passaggio dal “voi” al “noi”.

Poi il testo fa un passo ulteriore e parla dei doni:

Possiamo leggerlo oggi così: lo stesso Signore ha donato diverse Chiese, diverse tradizioni, diversi carismi. Non per dividerci, ma perché, nella diversità dei doni, il suo corpo cresca.

L’unità di cui parla Paolo non è uniformità. Non è essere tutti uguali, con le stesse forme e gli stessi accenti. È piuttosto una sola fede vissuta in una molteplicità di doni.

Se mettiamo al centro Cristo, allora le differenze non sono più una minaccia, ma una ricchezza da condividere.

Possiamo allora imparare gli uni dagli altri:

– la profondità biblica, – la ricchezza liturgica e sacramentale, – l’attenzione ai poveri, – la vita comunitaria, – la cura del dialogo, della pace, del creato…

Tutto questo non è “mio” o “tuo”: è dono dello Spirito alla Chiesa di Cristo, più grande dei nostri confini visibili.

Paolo conclude dicendo che siamo in cammino verso una pienezza che ancora non vediamo, ma che già pregustiamo ogni volta che, come stasera, stiamo davanti a Dio insieme.

Chiediamo allora al Signore in questo vespro: che ci faccia custodire con amore ciò che già ci unisce – uno Spirito, una fede, un battesimo – e ci insegni a vivere con gratitudine e rispetto la diversità dei doni, perché il mondo possa riconoscere, anche attraverso di noi, che Cristo è uno e il suo amore è per tutti. Amen.

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Predicazione su Geremia 14,1-9

Ascoltiamo le parole del profeta Geremia proposte per la predicazione di oggi:

1 La parola del SIGNORE che fu rivolta a Geremia in occasione della siccità. 2 «Giuda è in lutto, le porte delle sue città languiscono, giacciono per terra a lutto; il grido di Gerusalemme sale al cielo. 3 I nobili fra di loro mandano i piccoli a cercare acqua; questi vanno alle cisterne, non trovano acqua, e tornano con i loro vasi vuoti; sono pieni di vergogna, di confusione, e si coprono il capo. 4 Il suolo è costernato perché non c'è stata pioggia nel paese; i lavoratori sono pieni di confusione e si coprono il capo. 5 Persino la cerva che figlia nella campagna abbandona il suo parto, perché non c'è erba; 6 gli onagri si fermano sulle alture, soffiano aria come gli sciacalli; i loro occhi sono spenti, perché non c'è verdura». 7 SIGNORE, se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, opera per amor del tuo nome; poiché le nostre infedeltà sono molte; noi abbiamo peccato contro di te. 8 Speranza d'Israele, suo salvatore in tempo di angoscia, perché saresti nel paese come un forestiero, come un viandante che si ferma per passarvi la notte? 9 Perché saresti come un uomo sopraffatto, come un prode che non può salvare? Eppure, SIGNORE, tu sei in mezzo a noi, e il tuo nome è invocato su di noi; non abbandonarci.

Immagini drammatiche: città in lutto, nobili che mandano i piccoli a cercare acqua, ma tornano con i vasi vuoti. Il suolo screpolato, gli animali che soffrono e muoiono – la cerva che abbandona il suo piccolo perché non c'è erba. È la descrizione di una siccità spaventosa, una catastrofe ambientale.

Geremia non parla solo di un problema meteorologico. Per lui, questa siccità è un segno. È l'immagine di un popolo che si è allontanato da Dio. La mancanza d'acqua fisica riflette una sete più profonda: la sete di giustizia, di fedeltà, di relazione con il suo Signore. È la conseguenza di uno stile di vita sbagliato, di scelte che hanno voltato le spalle al patto con Dio. “Le nostre iniquità testimoniano contro di noi”, grida il popolo nel verso 7. “Abbiamo peccato contro di te”.

Siccità Oggi: Il Grido di Greta e il Grido della Terra Queste parole, scritte 2600 anni fa, ci suonano terribilmente familiari. Non dobbiamo guardare lontano. Pensiamo agli incendi devastanti, alle alluvioni improvvise, alle estati sempre più torride, ai ghiacciai che scompaiono. La scienza ci dice con chiarezza: siamo nel pieno di una crisi climatica. E come Geremia, una voce profetica dei nostri tempi, Greta Thunberg, ci grida: “La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere nel lusso. La sofferenza di molti paga il lusso di pochi”. Ci accusa, come Geremia accusava il suo popolo: abbiamo fallito nel custodire la creazione che Dio ci ha affidato. Abbiamo vissuto come se le risorse fossero infinite, come se “dopo di noi, il diluvio” fosse un motto accettabile. Non lo è, per un cristiano.

Dove Geremia e Greta si Incontrano (e Dove Divergano) * L'Annuncio della Crisi: Sia Geremia che Greta ci mettono di fronte a una realtà dura, catastrofica, causata dalle nostre azioni sbagliate. Entrambi parlano di un futuro minaccioso per le prossime generazioni. Entrambi ci dicono: non potete ignorarlo, non potete fingere che non stia accadendo. * La Radice del Problema: Per Geremia, la radice è il peccato contro Dio, l'abbandono della sua volontà, che si manifesta anche nella rovina della terra promessa. Per Greta e la scienza, la radice è uno stile di vita insostenibile, basato sul consumo sfrenato, sui combustibili fossili, sullo sfruttamento senza limite. Sono prospettive diverse, ma che si toccano: entrambe indicano una responsabilità umana profonda nella crisi che viviamo. * La Disperazione e la Speranza: Qui c'è una differenza importante. Greta, con la sua urgenza (“Voglio che abbiate panico”), ci sprona all'azione ora, perché se aspettiamo è troppo tardi. La sua è una voce potente, necessaria, che scuote dal torpore. Ma la sua speranza è fragile, legata unicamente alla nostra capacità umana di cambiare rotta immediatamente.

Geremia, invece, pur descrivendo un orizzonte cupo, getta un filo di speranza più profondo. Nonostante la colpa riconosciuta (“Abbiamo peccato”), il popolo si rivolge a Dio: “Speranza d'Israele, suo salvatore... perché saresti come un forestiero?... Perché saresti come un uomo sopraffatto?... Tu sei in mezzo a noi... Non abbandonarci!” (vv. 8-9). La loro disperazione si trasforma in una preghiera appassionata, in una accusa fiduciosa rivolta a Dio stesso: “Sei tu il nostro Salvatore, perché ti comporti come se non lo fossi? Non puoi abbandonarci!”.

La Speranza che Nasce dall'Accusa e dalla Preghiera Questa è la grande intuizione di Geremia, che può illuminare anche la nostra paura per il clima: 1. Non Siamo Orfani: Geremia sa che il futuro non è solo nelle nostre mani, per quanto responsabili siamo. È nelle mani di Dio. “Dio non lascia orfano il suo popolo”, potremmo dire oggi: Dio non abbandona questo mondo che ha creato e ama. Anche quando siamo noi la causa del disastro, Lui rimane il Salvatore. 2. La Preghiera che Cambia (Noi): Rivolgersi a Dio, gridargli la nostra disperazione, accusarlo persino della sua apparente assenza (“Perché sei come un forestiero?”), è un atto di fede. È riconoscere che Lui è l'unico che può veramente salvare. E questa preghiera ci cambia. Ci libera dalla paralisi della paura e dell'impotenza. Ci fa alzare lo sguardo. Ci dà la forza di affrontare la realtà. 3. La Conversione Possibile: Geremia crede che Dio possa cambiare i cuori. La sua denuncia non è fine a se stessa, ma un invito a convertirci, a cambiare vita, a tornare a Dio e al suo progetto per il creato. La speranza in Dio non è un alibi per non fare niente (“Tanto ci pensa Lui”), ma è la radice che rende possibile un cambiamento vero, profondo e duraturo. Ci dà il coraggio di fare scritte difficili, sapendo che non siamo soli.

Cosa Possiamo Fare? Tre Passi Concreti nella Speranza 1. Prendere Sul Serio, Davvero: Come ci scuote Greta, smettiamola di chiudere gli occhi. Informiamoci. Ascoltiamo la scienza senza filtri. Proviamo a calcolare la nostra 'impronta ecologica': quanta CO2 produco veramente? Quanta acqua consumo realmente ogni giorno? Solo per cucinare la pasta ne servono litri e litri, figuriamoci per tutto il resto! Non è colpa solo delle fabbriche: il riscaldamento di casa, l’auto anche per i piccoli spazi, la carne ogni giorno, l’ultimo smartphone 'necessario'... sono i nostri sprechi quotidiani che si sommano in montagne. Non nascondiamoci dietro scuse comode ('Il mio contributo è piccolo', 'Prima dovrebbero cambiare gli altri'). Ogni scelta pesa sulla bilancia del futuro dei nostri figli.” 2. Convertire il Cuore e le Azioni: La conversione che Geremia invoca è per noi un cambio radicale di mentalità e di abitudini. Meno spreco, meno consumi superflui, più attenzione all'origine di ciò che compriamo, scelte di mobilità sostenibile. È un cammino, non una perfezione immediata. Ma ogni passo, mosso dalla consapevolezza che custodiamo un dono di Dio, è importante. 3. Pregare e Sperare come Geremia: La preghiera di Geremia non è una fuga, è un grido che mobilita! Gridiamo anche noi a Dio la nostra angoscia per la Terra che soffre, per gli animali che muoiono, per i poveri che già oggi patiscono la sete e la fame per colpa del clima impazzito. Accusiamolo pure, come fa Geremia: 'Perché sei come un forestiero? Perché sembri impotente?'. Ma facciamolo con la fiducia di chi sa che Lui è 'Speranza d’Israele', il Salvatore. Chiediamogli tre cose concrete:
A. Di cambiare il nostro cuore, di farci sentire davvero il peso delle nostre scelte;
B. Di darci il coraggio di cambiare vita, anche quando costa fatica o soldi;
C. Di ispirare i governanti e le aziende a fare scelte coraggiose per il bene di tutti. Questa preghiera non è un rito, è la benzina per l’azione. Ci libera dalla paralisi e ci spinge a fare la nostra parte, fidandoci che Dio moltiplica i nostri sforzi.”

Conclusione Geremia ci ha mostrato una terra assetata, specchio di un cuore lontano da Dio. Oggi vediamo una Terra che soffoca per le nostre scelte. Greta Thunberg ci grida l'urgenza di svegliarci. Geremia, in mezzo al deserto, ci sussurra una speranza che non è un sogno: 'Tu sei in mezzo a noi, Signore. Non abbandonarci!'. Non dobbiamo scegliere tra la paura che paralizza e una speranza da sogno ad occhi aperti. Possiamo vivere la speranza attiva di Geremia: guardare in faccia la crisi con coraggio, sapendo che Dio non è scappato. È qui. Soffre con la sua creazione. È questa speranza, salda in Lui, che ci dà la forza di dire: 'Sì, abbiamo sbagliato', di cambiare rotta, e di lavorare – con le mani, con le scelte, con la preghiera – per un futuro dove l’acqua della vita, quella vera che disseta la terra e il cuore, possa scorrere di nuovo per tutti, per ogni creatura e per i nostri nipoti che verranno. Dio non è lontano da noi. È qui, in mezzo a noi, con le nostre mani che ora si mettono all’opera. Non ci abbandoni.

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Profeti

“Voi parlate soltanto di un’eterna crescita economica verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi ragazzi. […] La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere in maniera lussuosa. La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi. Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema.”

Questo era parte del discorso che Greta Thunberg, la giovane attivista climatica svedese, ha tenuto a Cattovice in Polonia a dicembre del 2018. Alle Nazioni unite invece è stata la frase “come osate a rubarci il futuro” a essere citata in tutti i giornali.

Greta e le altre attiviste (sono per di più giovani donne e ragazze in prima fila) accusa le nostre generazioni più anziane di avere fallito nell’impegno contro il cambiamento climatico perché la sua generazione sarà la prima a dover subire fortemente la catastrofe climatica già in atto: estati caldi, più uragani, piogge più forti, la neve sempre più rara, ghiacciai che si sciolgono anche nelle alpi. Le foreste a rischio incendio, l’agricoltura sotto pressione. Possiamo immaginare, e la scienza lo descrive, cosa accade quando le temperature si alzano ancora e con esse anche il livello del mare e il livello delle tempeste.

Oggi abbiamo un testo che sembra scritto proprio in questi mesi che siamo testimoni degli incendi devastanti in Australia. Leggiamo dal profeta

Geremia al capitolo 14:1-9:

1 La parola del SIGNORE che fu rivolta a Geremia in occasione della siccità. 2 «Giuda è in lutto, le porte delle sue città languiscono, giacciono per terra a lutto; il grido di Gerusalemme sale al cielo. 3 I nobili fra di loro mandano i piccoli a cercare acqua; questi vanno alle cisterne, non trovano acqua, e tornano con i loro vasi vuoti; sono pieni di vergogna, di confusione, e si coprono il capo. 4 Il suolo è costernato perché non c'è stata pioggia nel paese; i lavoratori sono pieni di confusione e si coprono il capo. 5 Persino la cerva che figlia nella campagna abbandona il suo parto, perché non c'è erba; 6 gli onagri si fermano sulle alture, soffiano aria come gli sciacalli; i loro occhi sono spenti, perché non c'è verdura». 7 SIGNORE, se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, opera per amor del tuo nome; poiché le nostre infedeltà sono molte; noi abbiamo peccato contro di te. 8 Speranza d'Israele, suo salvatore in tempo di angoscia, perché saresti nel paese come un forestiero, come un viandante che si ferma per passarvi la notte? 9 Perché saresti come un uomo sopraffatto, come un prode che non può salvare? Eppure, SIGNORE, tu sei in mezzo a noi, e il tuo nome è invocato su di noi; non abbandonarci!

La siccità è la punizione divina per il peccato del popolo. Dio, così il profeta, distruggerà Israele. E’ per la loro colpa che succede tutto. Dio tornerà a salvarli dai guai in cui si sono cacciati, solo se riconosceranno le loro colpe, se capiranno di aver sbagliato e si convertono a una vita retta davanti al Signore. Tutto ciò si legge nel capitolo seguente. Mentre la settimana scorsa abbiamo paragonato i due personaggi che si sono incontrati nel deserto alle rive del fiume Giordano, Giovanni Battista e Gesù, questa settimana vorrei fare il confronto fra due profeti, la profetessa dei nostri giorni, Greta Thunberg e il profeta Geremia, vissuto 2600 anni fa in Israele.

Iniziamo con quanto hanno in comune questi due personaggi, profeti: Greta e Geremia annunciano una catastrofe. Entrambi parlano di cambiamenti climatici che colpiranno tutti e portano a siccità, scarsità di acqua e fame. Tutto ciò che accade è per colpa di uno stile di vita sbagliato. La siccità si scatenerà anche contro le generazioni future. Non c’è nessuna possibilità di scappare dalla catastrofe.

Ecco, quanto hanno in comune Greta e Geremia. Ma ci sono anche delle differenze:

una differenza è dove attingono per le loro previsioni catastrofiche. Greta Thunberg ha letto gli scritti degli scienziati del clima. Ha fatto proprio un sapere dettagliato delle prognosi e dei calcoli scientifici. Lei conosce il nesso fra le emissioni di gas serra e il riscaldamento della terra. Oggi esistono modelli precisi per ogni zona della terra che riescono a prevedere quali effetti avrà l’aumento della temperatura nei diversi continenti e paesi ma anche nelle diverse zone di un paese. Secondo questi modelli il nostro paese sarà colpito molto dai cambiamenti. Siccità e desertificazione in Sicilia e Calabria, frane e piogge torrenziali, uragani, strade e ferrovie interrotte, in fondo un’Italia divisa in tre e le coste coperte dal mare in avanzata.

Geremia invece osserva bene la politica attuale della corte del re e si immagina dove questa politica porterà il suo popolo, osserva e misura il tutto con la volontà di Dio. Un’altra differenza fra Greta e Geremia: Greta è disperata. Sa che, se non si agisce adesso, se non si cerca di fermare il cambiamento climatico adesso, è troppo tardi. Se non riesce la sua missione, le conseguenze dell’aumento delle temperature saranno devastanti e il mondo finirà nel caos. Anche Geremia descrive conseguenze drammatiche. Racconta come muoiono degli animali e sa di uomini e donne che avranno sete e fame. Lui però crede che ci sia una via per essere salvati. Lui si rivolge a Dio per chiedere aiuto. Lui spera nella presenza di Dio in modo che nonostante la catastrofe ci sia ancora un futuro.

Cosa possiamo imparare da Geremia e Greta per il nostro futuro e per il nostro stile di vita?

Penso che da Greta possiamo imparare a prendere sul serio, finalmente sul serio, il cambiamento climatico e a intraprendere ogni sforzo per migliorare il futuro ai nostri figli e nipoti. Lo dobbiamo alle prossime generazioni. Non possiamo più fare finta di niente, non possiamo più fare gli indifferenti e continuare come se niente fosse. “dopo di noi il diluvio” non è un motto cristiano. Non esiste scusa, non esiste l’argomento da bar che il nostro contributo mondiale al cambiamento climatico è solo il 2%, che ci siano paesi molto più colpevoli. Basta guardare alle emissioni pro capite e ben presto scopriamo che il nostro stile di vita è così pesante che ci troviamo al nono posto del mondo per quanto riguarda il peso pro capite con 5.37 t di emissioni CO2 avendo a disposizione solo 2 t a testa.

Quando vedo Greta, mi dispiace vedere disperazione negli occhi di una giovane ragazza e penso che una tale responsabilità non dovrebbe pesare sulle spalle di una ragazza che ha appena compiuto 17 anni. Dobbiamo aggiungere a Greta le parole di Geremia. Greta pensa che o salviamo il mondo adesso o il mondo è perduto, o almeno il mondo con l’umanità, perché poi dopo la catastrofe comunque non sparirà nel nulla la terra, vivrà senza di noi, e vivrà molto meglio.

Geremia spera in Dio, sa che la catastrofe non può essere evitata, ma sa comunque il suo futuro nelle mani di Dio. Ed è questa speranza contro ogni esperienza che serve a noi per uscire dal nostro letargo, dalla nostra apatia, perché Dio vuole conversione, Dio vuole una conversione che ci rende testimoni attivi e impegnati per un mondo oltre la catastrofe, o meglio, un mondo che riesce ad evitarla.

Geremia sa che Dio può cambiare i cuori degli uomini e per questo invita ad un cambiamento di vita. Non per disperazione, ma per la certezza che Dio non lascia orfano il suo popolo, e noi potremmo dire: Dio non lascia orfano questo mondo.

Geremia dice che la punizione divina si abbatterà sul popolo, un po’ come Greta che dice che la catastrofe climatica è per colpa degli esseri umani. Ma Geremia fa un passo più avanti che aiuta noi tutte e tutti di affrontare la questione del cambiamento climatico. Esiste un futuro e esiste una speranza. Esiste la possibilità che noi uomini e donne cambiamo il nostro comportamento, c’è una speranza che riusciamo a cambiare vita e rendere migliore il mondo per le generazioni future. Lo possiamo credere perché Dio ci è vicino, perché possiamo chiedere a Dio di darci una mano per uscire dalla nostra comodità mortale e fermare la sciagura, la catastrofe. Guardando il mondo, vedendo quanti giovani in tutti i paesi del mondo si ispirano a Greta, sperimentando la grandezza di questo movimento, allora, ho speranza che un nuovo mondo è possibile e che la catastrofe climatica può essere fermata e le incrostazioni che impediscono a fare una conversione vera e un cambio radicale dello stile di vite possano essere rotte da Dio per aprire al futuro.

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La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026

Dal 18 al 25 gennaio le Chiese cristiane di tutto il mondo vivono la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, un appuntamento che da oltre un secolo invita credenti di diverse confessioni a pregare e camminare insieme. Non si tratta di un “evento per addetti ai lavori”, ma di un’occasione aperta a tutti per riscoprire cosa significa, concretamente, essere fratelli e sorelle in Cristo anche quando si appartiene a tradizioni diverse.

Il tema scelto per il 2026 è tratto dalla Lettera agli Efesini:

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,4).

L’immagine è semplice e di facile comprensione: i cristiani, pur divisi in varie confessioni e denominazioni, appartengono a un unico corpo, animato dallo stesso Spirito, chiamato alla stessa speranza. L’unità non è solo un ideale spirituale, ma un compito concreto che riguarda il modo in cui i cristiani si parlano, collaborano, si rispettano e si sostengono nelle loro città e nei loro quartieri.

I testi di quest’anno sono stati preparati dalla Chiesa apostolica armena, una delle più antiche tradizioni cristiane. Dal cuore di una terra segnata da prove e sofferenze, arriva un forte invito a lasciarsi illuminare da Cristo, “Luce da Luce”, e a diventare a nostra volta luce di riconciliazione in un mondo attraversato da guerre, divisioni e paure.

Nel libretto ufficiale si insiste su alcuni punti molto concreti:

  • l’importanza di conoscersi meglio tra cristiani di diverse confessioni,
  • il ruolo delle scuole, delle università e dei percorsi formativi nel favorire il dialogo,
  • e soprattutto la testimonianza comune: quando i cristiani lavorano insieme per la pace, la dignità umana, l’accoglienza di chi è costretto a lasciare la propria terra, la loro voce diventa più credibile e più incisiva.

A Udine e Gorizia la Settimana si traduce nei due momenti ormai consueti di incontro aperti a tutti:

Domenica 18 gennaio si terrà il vespro ecumenico a Codroipo alle ore 16.30.
Martedì 21 gennaio si terrà una celebrazione ecumenica della Parola di Dio nella chiesa di San Rocco, in cui credenti delle chiese metodista e cattoliche si ritroveranno per ascoltare insieme il Vangelo e pregare per il dono dell’unità. Ore 20.30
Mercoledì 22 gennaio è prevista una conferenza sullo stato dell’ecumenismo oggi, per fare il punto sul cammino compiuto, sulle difficoltà ancora aperte e sulle opportunità di collaborazione concreta tra le comunità cristiane del nostro territorio. Ore 20.30.
Domenica 25 gennaio si terrà la celebrazione ecumenica a Udine nella chiesa San Basilio il Grande. Ore 17.00

In un tempo in cui le divisioni sembrano prevalere – sul piano internazionale, sociale, culturale e persino familiare – questa Settimana ricorda che l’unità non è uniformità, ma capacità di camminare insieme nelle differenze. È un invito a tutti, credenti e non credenti, a guardare con simpatia a ciò che unisce piuttosto che a ciò che separa. E a chiedersi, personalmente: che cosa posso fare io, nel mio piccolo, perché la pace e il rispetto crescano, a partire dalla mia comunità?

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