Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Come contrastare Google ai suoi piani di chiudere android

Nell’agosto 2025 Google ha annunciato che a partire da settembre 2026 non sarà più possibile sviluppare applicazioni per la piattaforma Android senza prima registrarsi centralmente presso Google. Questa registrazione richiederà di:

Pagare una commissione a Google Accettare i termini e le condizioni di Google Fornire un documento di identità ufficiale Caricare la prova della chiave di firma privata dello sviluppatore Elencare tutti gli identificatori delle applicazioni attuali e future

Cosa significa questo per i tuoi diritti

➤ Tu, il consumatore, hai acquistato il tuo dispositivo Android credendo alla promessa di Google che si trattasse di una piattaforma informatica aperta e che avresti potuto eseguire qualsiasi software avessi scelto. Invece, a partire da settembre 2026, ti imporranno senza il tuo consenso un aggiornamento del sistema operativo che bloccherà irrevocabilmente questo diritto e ti lascerà in balia del loro giudizio su quali software potrai ritenere affidabili.

➤ Tu, il creatore, non potrai più sviluppare un’applicazione e condividerla direttamente con i tuoi amici, familiari e comunità senza prima ottenere l’approvazione di Google. La promessa di Android, e il vantaggio di marketing che ha sfruttato per distinguersi da iOS (iPhone), è sempre stata quella di essere “aperto”. Tuttavia, Google ritiene chiaramente di avere un controllo sufficiente sull’ecosistema Android, insieme a un adeguato potere normativo, da poter abbandonare questo principio con pregiudizio e impunità.

➤ Tu, lo Stato, stai cedendo i diritti dei tuoi cittadini e la tua sovranità digitale a un’azienda che ha già dimostrato di assecondare le richieste extragiudiziali dei regimi autoritari di rimuovere applicazioni perfettamente legali che semplicemente non gradiscono. Il software fondamentale per il funzionamento delle tue aziende e dei tuoi governi sarà in balia dei capricci opachi di un’azienda lontana e irresponsabile.

Aggiornamento: Google non ha “fatto marcia indietro” sulla verifica degli sviluppatori

Contrariamente a un vago accenno a un possibile “flusso avanzato” che potrebbe eventualmente consentire agli “utenti esperti di accettare i rischi dell’installazione di software non verificato”, la descrizione del programma di Google continua a dichiarare chiaramente che: A partire da settembre 2026, Android richiederà che tutte le app vengano registrate da sviluppatori verificati per poter essere installate su dispositivi Android certificati.

Fino a quando non avranno dimostrato con prove concrete che sarà possibile aggirare il processo di verifica senza eccessive difficoltà, dobbiamo credere a quanto dichiarato sulla loro pagina ufficiale: che tutte le app di sviluppatori non registrati saranno bloccate una volta che il loro blocco entrerà in vigore. Come puoi aiutare

Sviluppatori: resistete e rifiutate

Se sei uno sviluppatore di applicazioni, non iscriverti al programma di accesso anticipato, non effettuare la verifica dell’identità e non accettare l’invito alla Android Developer Console. Rispondi (educatamente) a qualsiasi invito con un elenco delle tue preoccupazioni e obiezioni.

—— Solo attraverso il consenso degli sviluppatori il loro piano di presa del potere potrà avere successo. ——

Scoraggia i colleghi sviluppatori di applicazioni e le organizzazioni dall’iscriversi al programma. Utilizza i forum della comunità, i social media e gli articoli dei blog per diffondere il messaggio. Includi la libreria FreeDroidWarn nel tuo codice per informare gli utenti delle tue applicazioni.

Se sei dipendente o collaboratore di Google con una coscienza pulita e hai ulteriori informazioni sul programma, compresi i dettagli tecnici sull’implementazione previsti o ulteriori motivazioni a suo sostegno, contatta tips@keepandroidopen.org da un computer non aziendale e da un account non gmail. Le tue informazioni saranno trattate con la massima riservatezza.

A tutti: fate sentire la vostra voce

Installa F-Droid sui tuoi dispositivi Android. Più persone utilizzano app store alternativi, più difficile sarà chiuderli. Invia il tuo feedback direttamente a Google utilizzando il sondaggio sui requisiti di verifica per gli sviluppatori Android. Fai sentire la tua voce sui social media e con gli articoli sui blog e inserisci il link a https://keepandroidopen.org. Combatti la manipolazione dell’opinione pubblica: quando trovi articoli-post sospetti sui forum della comunità e sui social media che sostengono la politica (“Beh, in realtà…”), confutali e non essere timido. Aiuta questo progetto modificando questa pagina ↗ con informazioni più utili. Firma questa petizione su change.org

Consumatori: contattate le autorità di regolamentazione nazionali

Le autorità di regolamentazione di tutto il mondo sono sinceramente preoccupate per i monopoli e la centralizzazione del potere nel settore tecnologico e desiderano ascoltare direttamente le persone interessate. Quando contatti direttamente le autorità di regolamentazione, sii educato e specifico riguardo al danno che ritieni che queste politiche causeranno, sia ai consumatori sia alla concorrenza.

I reclami hanno un impatto particolarmente significativo quando sono redatti da un cittadino di un determinato paese o di una determinata regione e quando il testo dell'e-mail è scritto in una delle lingue ufficiali dell'ente governativo della regione. Richiedi una conferma scritta del reclamo e valuta la possibilità di inoltrare eventuali risposte ricevute a victory@keepandroidopen.org in modo che possiamo evidenziarle e farvi riferimento.

Unione Europea

Invia un'e-mail al team Digital Markets Act: Contatta il team DMA: Invia un'e-mail all'Antitrust: Invia un reclamo alla politica di concorrenza dell'UE

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Sermone su Genesi 3, 1-19

„Ed è qui che iniziò la mia disgrazia“. Potremmo descrivere così quest'antichissima storia. Cacciati dal Paradiso: i nostri primi genitori fino a quel momento non sapevano nemmeno che fosse il loro paradiso personale, il loro rifugio protetto da tutto ciò che è male, brutto, faticoso e triste. Il peggio: sanno perfettamente che se la sono andata a cercare da soli.

E chi se lo chiede, ha ragione: ma perché quegli alberi in mezzo, se non si poteva mangiare? E quei frutti così invitanti? Sembra quasi una provocazione. Forse non capiremo mai del tutto cosa avesse in mente Dio, ma possiamo constatare che l'uomo, davanti a questa sfida, ha fallito. C'era il serpente che rendeva tutto appetitoso, certo, ma potevano anche non ascoltarlo, no? A proposito di peccato: anche la Bibbia di Lutero intitola questo episodio „La caduta nel peccato“. Ma nel testo originale questa parola non compare; compare solo più avanti, quando Caino uccide Abele. Tenere questo titolo senza commentarlo porta a malintesi secolari. Questa non è una notizia storica di un fatto accaduto una volta tanto, né un articolo di cronaca! Chi ha scritto questa storia non voleva fare un rapporto scientifico sui primi uomini. Eppure ancora oggi c'è chi dubita della Bibbia perché la legge come un libro di storia. Invece questa storia non vuole dirci quando e come è entrato il male nel mondo, ma che succede così – sempre, ogni giorno.


Hanno mangiato dall'albero della conoscenza, quella famosa „frutta proibita“, e la prima cosa che scoprono è la vergogna. Non per l'atto in sé, ma perché ora si riconoscono. Si nascondono, si accusano a vicenda e hanno paura: di Dio, l'uno dell'altro, delle conseguenze. Tornare indietro non è più possibile. Ma riconoscere quello che è successo? Neanche una parola, da nessuna parte! L'essere umano è curioso: basta stuzzicarlo un po' e ficca il naso dappertutto, anche dove non dovrebbe. La voglia di scoprire l'ignoto è così forte che supera i limiti, anche quando sappiamo che non dovremmo. Progressi e guai, oggi come 3000 anni fa.

Da bambino mi colpì l'illustrazione di un libro di religione („Lo Scudo della Fede“): Adamo prende teneramente Eva, ma il cherubino con la spada fiammeggiante la tiene abbassata, la testa triste sul petto. Perfino l'angelo è addolorato per la grande chance sprecata: avrebbero potuto avere tutto, regalato semplicemente perché Dio li ama. Invece è bastato un po' di persuasione per dare „pepe“ alla noia, e tutto è perduto.

Dio era triste come quell'angelo? Chi ama così può sentire la perdita. Ci saremmo potuti aspettare un giudice furioso, fulmini e zolfo come in altre religioni. Invece Dio dà alla coppia la possibilità di spiegarsi. Ma loro peggiorano tutto: si scaricano la colpa a vicenda, l'uomo sulla donna, Eva sul serpente. Si sente quasi quel „scusa“ beffardo.


Ma forse Dio non era arrabbiato per il frutto in sé... era deluso dal fatto che non si assumevano le responsabilità, che puntavano il dito sull'altro. Anche oggi non è facile ammettere gli errori: ci rendono vulnerabili, senza difese. E spesso facciamo come Adamo ed Eva: ci nascondiamo, copriamo la colpa alla bell'e meglio, e se possibile la scarichiamo su qualcun altro.

Esempi ne abbiamo a iosa: scandali come quello Epstein, o scelte politiche devastanti come l'abbandono delle politiche climatiche. L'elenco potrebbe arrivare a ciascuno di noi, perché sbagliare – se posso usare questa parola – lo facciamo tutti: un po' più, un po' meno, a volte senza volerlo, a volte di proposito.

Nessuno scappa davvero alle conseguenze. Prima o poi vengono fuori, e di solito finisce che uno scarica la colpa sull'altro. Il serpente non aveva mentito: quello che prometteva si è avverato. Ma questo non libera dalla responsabilità. L'uomo soffre spesso delle sue stesse azioni. La cacciata ci dice: la vita non è facile, ma spesso ce la rendiamo più difficile del necessario.

Qui salta fuori un'altra cosa: Dio non è „coerente“ con la sua minaccia. Aveva detto che sarebbero morti subito, invece per amore cambia idea. Nella Bibbia succede spesso: „Dio si pentì“. Dalla minaccia passa alla cura, dalla rabbia alla compassione. Questo Dio non è un tiranno onnisciente che tutto controlla: sembra quasi che debba imparare a vivere con noi. Non ha creato marionette, ha regalato libertà, anche la libertà di decidere contro di Lui.

E non li respinge nel nulla con le foglie di fico: li veste decentemente, compie il primo atto culturale. Passano davanti al cherubino triste ed escono nella vita dura che li aspetta.

„Ed è qui che iniziò la mia disgrazia“: gli antichi usavano questa storia per spiegare perché sappiamo di dover morire, perché le donne partoriscono con dolore, perché esiste il male in un mondo che Dio aveva creato „molto buono“. Non possiamo dare a Dio la colpa del male, delle guerre, dell'avidità: solo noi stessi siamo responsabili.

„Ed è qui che iniziò la mia disgrazia“: questa è anche la frase centrale di un libro straordinario in due volumi, „Maus“, di Art Spiegelman. Sottotitolo: „Mio padre sputa fuori la storia“. Sono i ricordi di vita di un uomo profondamente traumatizzato e di tutta la sua famiglia sulla persecuzione degli ebrei in Europa, gli orrori grandi a cui sono sopravvissuti come per miracolo. Ricordi raccapriccianti di tutte le atrocità che gli esseri umani potevano infliggere ad altri esseri umani.

„Qui iniziò la mia disgrazia“: il figlio del sopravvissuto ha disegnato questi ricordi, una cosiddetta „graphic novel“, il che rende il racconto ancora più spaventoso. La disgrazia si chiama con una sola parola: „Auschwitz“, e si intende l'abisso più profondo in cui il ventesimo secolo è potuto precipitare.

Sterminio di massa per motivi razzisti, commesso da esseri umani che si sentivano colti e superiori. Non sono storie di orde barbare oscure dei tempi preistorici, no, è l'uomo moderno che uccide e sfrutta a sangue freddo. Sono, erano persone che avrebbero potuto e dovuto saperla lunga. Erano persone che avevano avuto lezione di religione, educate nei valori dell'Illuminismo come libertà, uguaglianza di tutti gli uomini, condanna della guerra.

L'antichissima storia della „cacciata dal Paradiso“ fissa una verità terribile: „L'uomo è capace di tutto“. Come può essere, se è stato creato buono? Come è potuto succedere che alcuni trovassero piacere nel tormentare, sfruttare, annientare altri? L'uomo è stato dotato da Dio di libertà, e quindi ha anche la libertà di fare il male.

L'umanità negli ultimi 200 anni, dall'Illuminismo e dalla speranza di cambiare la storia, ha dovuto vivere tempi terribili. Il termine „Auschwitz“ non sta da solo. E la cosa che oggi è più scioccante, sembra tanto normale che di fronte al genocidio dei Palestinesi, al blocco totale di Cuba da parte degli USA per buttare nella fame la popolazione per provocare così un cambio di governo che dovrà diventare un pupazzo del loro imperialismo, sembra tanto normale, anzi, lo spavento per quanto era possibile a portare ad Auschwitz ha fatto spazio alla sfacciataggine e a buttare fuori tutti i limiti. Basta sentire il cancelliere tedesco che a proposito di Gaza dice: dobbiamo essere grati a Israele per il lavoro sporco che fa per noi.

Il lavoro è tanto sporco che chi osa alzare la mano o la voce contro questo genocidio in atto, viene infangata.


Immaginiamo qualcuno duemila anni fa che ascolta questa storia. Il narratore la ripete finché ogni bambino capisce: non è una favola lontana, ha a che fare con me. Anche io sono discendente di quella coppia. E la storia non finisce nel male, altrimenti avrebbe vinto il serpente. Dio non ha respinto la sua opera, ma l'ha protetta.

Niente più paradiso di ozio, ma qualcosa di più prezioso: la capacità di giudizio. Possono decidere, assumersi responsabilità. La conseguenza non è solo punizione, ma libertà d'azione. Distinguono il bene dal male, riconoscono i valori, diventano esseri sociali che vedono la sofferenza dell'altro. Dio li manda in un mondo faticoso, ma libero.

L'uomo è capace di tutto, sì, e quindi anche del bene. Può coltivare la terra, curare i figli, vedere ciò che serve al prossimo. Sperimenta le conseguenze terribili di guerre e avidità, e così diventa capace di contrastarle. Non è in balia del male.

Forse quei due alberi erano proprio il simbolo di questa libertà: la possibilità di scegliere diversamente da come vorrebbe Dio. È incredibile: l'uomo qui è davvero libero! Dio invece si è legato per sempre al suo creato con il suo amore. A un prezzo altissimo, come ricordiamo in questa Passione. In Gesù Cristo si è lasciato inchiodare per dimostrare che il suo amore è più forte dei nostri crimini. Vista dalla Croce, l'azione di Dio è coerente: è amore.

Forse ha capito che l'uomo a volte è sopraffatto. Per questo è diventato uomo. Gesù ci dà forza, perché non dobbiamo aver paura di ciò che facciamo, né davanti agli uomini né davanti a Dio. Dio ci crede capaci: siamo in grado di fare il bene.

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meditazione scritta per il sito chiesavaldese.org

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Dio non cessa di attrarci nel campo magnetico del suo amore

«Dio il SIGNORE chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”» Genesi 3,9

È appena accaduto ciò che secondo Dio non sarebbe dovuto accadere. Ora ci aspetteremmo un Dio che si allontana offeso o che punisce i trasgressori. Invece il primo gesto di Dio è una domanda che cerca: «Dove sei?».

Non è un controllo di polizia divina, ma la voce di un Padre preoccupato. L’uomo fugge, si nasconde, scarica la colpa sugli altri; eppure Dio non molla, lo insegue tra gli alberi del giardino, dove si nasconde per la sua paura e vergogna.

Questa domanda ai primi esseri umani attraversa i secoli ed è rivolta oggi a ciascuno e ciascuna di noi. «Dove sei?» nella tua fiducia, nelle tue relazioni, nella tua responsabilità? In quale paura ti nascondi, dietro quali foglie di fico cerchi di coprire la tua fragilità?

Dio non cancella le conseguenze delle nostre scelte: conosciamo il sudore, la fatica, i limiti, la morte. Ma non ci consegna a un destino cieco. Cammina con noi in una terra che non è più paradiso, e continua a rivolgerci la sua parola. Inizia una lunga storia in cui Dio cerca e prova ad attrarci nel campo magnetico del suo amore.

E se questa parola, questa domanda di Dio “Dove sei?” ti raggiungesse proprio qui, nella tua stanchezza o nella tua valle oscura, non per schiacciarti ma per rialzarti e rimetterti in cammino?

Nel tempo della Passione appena iniziato contempliamo fino a che punto è arrivato questo Dio che cerca per amore: in Gesù Cristo entra nella nostra storia, porta su di sé la nostra fuga, apre un nuovo inizio.

La domanda «Dove sei?» diventa allora invito: «Vieni, torna, fidati di me». Nelle sue mani, anche una vita fragile ritrova casa.

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Sermone su Luca 18,31-43

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L’evangelista Luca, con una scelta quasi cinematografica, accosta due scene che, a prima vista, sembrano sconnesse. Da un lato, Gesù che prende in disparte i Dodici e, per la terza volta, annuncia con crudezza il suo destino: tradimento, scherni, sofferenza, morte e risurrezione. Dall’altro, l’incontro con un mendicante cieco ai bordi della strada per Gerico, che grida insistentemente: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Perché Luca mette insieme questi due momenti? Forse perché in entrambi si gioca una partita decisiva sul vedere e sul non voler vedere. E questa partita riguarda i discepoli di allora, riguarda il cieco di allora, e riguarda profondamente noi, oggi.

La scena del cieco è incisivo nella sua semplicità. L’uomo è fermo ai margini della strada, della società, della vita. Ma sente passare la folla, sente parlare di Gesù di Nazareth, e in lui scatta qualcosa che non è rassegnazione. È un grido. Un grido di desiderio puro: «Abbi pietà di me!».

E qui avviene un primo miracolo, prima ancora della guarigione. Gesù si ferma. Si ferma per qualcuno che la società aveva messo da parte. E gli fa una domanda che sembra quasi ovvia, ma che è invece una carezza alla sua dignità: «Cosa vuoi che io faccia per te?».

Gesù non dà per scontato nulla. Non lo tratta come “il cieco”, un caso clinico, una categoria di bisognoso. Lo tratta come una persona, con una volontà, con un desiderio da esprimere. «Signore, che io riabbia la vista», risponde. E Gesù gli dona non solo la vista fisica, ma gli restituisce il suo cammino: «La tua fede ti ha salvato». Immediatamente, ci dice il testo, “cominciò a vedere e lo seguiva glorificando Dio”. Il vedere per lui è ritrovare la strada, è mettersi in cammino dietro a Colui che lo ha guarito.

E poi ci sono loro, i Dodici, che hanno sentito le stesse parole del cieco, ma che hanno una cecità diversa. Di fronte all’annuncio chiaro, solenne, della Passione, il testo dice semplicemente: «Ma essi non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava per loro oscuro e non capivano ciò che veniva detto».

Perché non capivano? Erano stupidi? No. Forse era troppo doloroso guardare in faccia quella verità. Chi vorrebbe mai vedere da vicino la tortura e la morte violenta di una persona che ami? A volte, chiudere gli occhi è l’unico modo che l’anima ha per sopravvivere a un trauma annunciato. È una cecità temporanea, uno spazio di sospensione per prepararsi all’impatto.

E questa dinamica non è solo dei discepoli. È profondamente nostra. Quante volte, di fronte a una brutta notizia, a una diagnosi, a un fallimento, a un conflitto, il nostro primo istinto è dire: “No, non è possibile. Non voglio vederlo”. È un meccanismo di difesa umano, comprensibile. A volte, non vedere non è segno di ignoranza, ma di un non poter ancora sopportare di vedere.

Ma altre volte, la cecità è più comoda, più colpevole. Pensiamo agli scandali che scuotono periodicamente le nostre società, alla corruzione, agli abusi di potere. Quanti, pur avendone i mezzi, “non hanno voluto vedere” per complicità, per opportunismo, per quieto vivere? Questa è una cecità che rende complici e fa soffrire gli innocenti. Il grido del cieco di Gerico diventa allora il grido di tutte le vittime di chi preferisce distogliere lo sguardo.

Ed ecco che allora le domande del sermone di sei anni fa tornano potenti e attuali: Ma perché, Gesù, non hai fatto come pensavamo? Perché non ti sei imposto? Perché questo Dio permette tutto questo?

Sono le domande dei discepoli, deluse nelle loro attese di un Messia trionfatore. Sono le domande dei ragazzi di catechismo: “Se era Figlio di Dio, perché non ha cacciato i soldati?”. Sono le nostre domande segrete, quando il male ci travolge e Dio sembra assente.

La risposta che il Vangelo ci offre è sconvolgente: Dio non elimina il male con un atto di forza, perché rispetta fino in fondo la nostra libertà, anche quando è tragica. Ma non sta da una parte, a guardare. In Gesù, Dio sceglie di scendere dentro il male del mondo, di farsene trafiggere, di esporre il suo cuore alla sofferenza. Dio, in Cristo, soffre con noi e per noi. Non è un Dio che dalla sua altezza ordina il sacrificio, ma è il Dio che, per amore, si consegna.

È una verità che la mente fatica ad accettare e il cuore fatica ad abbracciare. Vorremmo un Dio che ci risolva i problemi, che ci imponi il paradiso. Ma forse, un paradiso imposto non sarebbe più paradiso, perché l’amore vero può solo essere offerto, non imposto.

E qui le due storie di Luca si ricongiungono. I discepoli, con la testa piena di progetti umani, non riescono a vedere il progetto di Dio, che passa attraverso il servizio e il dono di sé. Il cieco, invece, senza tante teorie, fa un salto di fiducia puro. Affida la sua oscurità a quell’uomo di cui ha sentito parlare. La sua è una “fede cieca”, nel senso più bello del termine: una fiducia incondizionata che precede la comprensione. Proprio come il salmista che, dopo aver elencato a Dio tutte le sue ragioni per dubitare, conclude: «Ma io resto sempre con te» (Sal 73,23).

Concludo: Allora, cosa scegliamo noi oggi? Vogliamo aggrapparci alla nostra idea di Dio, a come noi pensiamo che Lui dovrebbe agire? Allora non solo Gesù ci resterà incomprensibile, ma anche le valli oscure della nostra vita ci appariranno senza senso.

Oppure osiamo fare, come il cieco di Gerico, un salto di fiducia? Possiamo pregare con una nuova consapevolezza: «Signore, che io veda. Ma aiutami a vedere ciò che posso sopportare. Apri i miei occhi alle verità scomode da cui vorrei fuggire. Dammi il coraggio di guardare in faccia il dolore del mondo senza distogliere lo sguardo, perché so che Tu sei lì, dentro quel dolore, a soffrire con noi. E dove Tu sei, c’è amore, e dove c’è amore, c’è anche la forza di risorgere».

Che il Signore ci apri gli occhi, un poco alla volta, alla luce della sua verità e del suo amore.

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meditazione su Luca 18,41-42 per il sito

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Gesù gli domandò: “Che vuoi che io ti faccia?” Egli rispose: “Signore, che io ricuperi la vista”. E Gesù gli disse: “Ricupera la vista; la tua fede ti ha salvato”. (Lc 18,41-42)

Gesù che ha appena annunciato la sua Passione ai suoi discepoli ora si trova davanti a un cieco che, urlando gli dietro, chiede aiuto. Gesù non fa come la folla che vuole zittire il cieco. Colui che sale a Gerusalemme verso la croce, si ferma davanti a un mendicante ai margini della strada e gli rivolge una domanda inaspettata: «Che vuoi che io ti faccia?».

Gesù non impone dall’alto una soluzione, ma prende sul serio il desiderio di un uomo ferito, emarginato e costretto a mendicare. Lo invita a dire a voce alta ciò che più gli pesa, ciò che più sogna. Anche la risposta non è ovvia: il cieco avrebbe potuto chiedere solo qualche moneta, un po’ di sicurezza in più. Invece osa chiedere tutto: «Che io ricuperi la vista».

Anche a noi, nelle nostre notti di paura, di malattia, di solitudine, Gesù rivolge la stessa domanda. Ci chiede di passare dal mugugno indistinto alla preghiera concreta, dal “qualcosa” al mettere in parole il nostro bisogno più profondo.

«La tua fede ti ha salvato»: non è una magia religiosa, ma la fiducia di chi si affida a Gesù e si lascia guardare da lui. La salvezza comincia quando smettiamo di nasconderci e ci presentiamo a Dio così come siamo, con il coraggio di dire: «Signore, che io ricuperi la vista», là dove siamo ciechi all’amore, alla giustizia, alla speranza. In quella richiesta umile e audace, il Risorto apre anche oggi i nostri occhi.

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Sermone su Ezechiele 2,1-3,3

Il sermone inizia con un piccolo audio della canzone “By the rivers of Babylon” dei Boney M

tutti voi conoscete questa canzone. Nel 1978 i Boney M la pubblicarono e conquistarono le classifiche. Ancora oggi il brano è molto ascoltato e cantato. Quello che non tutti sanno è che il testo di questa canzone si ispira al Salmo 137. Siamo nel tempo della deportazione a Babilonia, nel VI secolo avanti Cristo.

Dopo la sua vittoria, nel 598 a.C., Nabucodonosor II deportò a Babilonia l’élite di Gerusalemme e la fece stabilire in Mesopotamia, lungo il fiume Chebar.

È qui che nascono le parole del salmo che i Boney M cantano:

«Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo, ricordandoci di Sion. Quando quelli che ci avevano deportati ci chiedevano parole di canto, come potremmo cantare il canto del Signore in terra straniera?»

Queste parole esprimono tutta la tragedia dei deportati. Strappati alla loro terra e lontani da casa, si sentono davvero abbandonati da Dio. Per loro era chiaro: Dio abitava con la sua gloria nel tempio di Gerusalemme. Lì lo si poteva adorare. Lì egli ascoltava le preghiere. Lì gli si poteva cantare e offrire sacrifici. Ora però, in Babilonia, si trovavano lontanissimi da Dio e dalla sua gloria. Proprio nel momento in cui avevano più bisogno di lui e del suo aiuto, Dio sembrava così lontano: non li sentiva, non poteva aiutarli. Si sentivano lasciati soli. Abbandonati, nel senso più profondo, da Dio. Ed ecco perché siedono lungo i fiumi di Babilonia, pensano a Sion e piangono.

Cinque anni dopo la deportazione, un trentenne, Ezechiele, figlio di sacerdote e anch’egli deportato, ha improvvisamente delle visioni e viene chiamato da Dio a essere profeta per gli Israeliti in esilio. All’inizio del suo libro, Ezechiele descrive con immagini impressionanti il carro-trono di Dio e la sua gloria che si muove dal tempio di Gerusalemme fino a Babilonia. Qui accade qualcosa di impensabile: Dio lascia Gerusalemme e va in terra straniera, presso il suo popolo deportato. Dio va incontro a coloro che si sentivano abbandonati da lui. E chiama Ezechiele, affidandogli il compito di trasmettere le sue parole agli esuli.

Ezechiele viene chiamato a un incarico molto difficile. Per quanto sia meravigliosa l’idea che Dio vada dai suoi in terra straniera, altrettanto dure e disilludenti sono le sue parole. Dio non viene come il Dio amorevole e consolante, ma come colui che “legge la lezione” al suo popolo. Come portavoce di Dio, Ezechiele deve dire la verità a un popolo ribelle e metterlo di fronte alla propria colpa. Deve mostrare dove non hanno vissuto e creduto secondo la volontà di Dio. Ezechiele riceve un rotolo scritto su entrambi i lati: una vera e propria scrittura di accusa, così piena di lamento, dolore e gemiti, che non resta nemmeno un angolo bianco. È un incarico incredibilmente pesante. Come membro del gruppo dei deportati, che in terra straniera dovrebbe restare unito, Ezechiele deve ora mettersi contro di loro, diventando accusatore nel nome di Dio.

Non sappiamo se Ezechiele avrebbe preferito rifiutare questo compito. Sappiamo però che viene sottoposto a una procedura molto particolare. «Figlio dell’uomo, mangia ciò che hai davanti», gli viene detto. «Devi mangiare questo rotolo e riempirne il tuo ventre». Ezechiele mangia il rotolo e così interiorizza, con ogni cellula del suo corpo, il messaggio e la missione. In questo modo viene posto dalla parte di Dio e reso capace di svolgere il suo ministero. Stranamente, il messaggio non ha il sapore amaro che ci si aspetterebbe, ma è dolce come il miele.

Allora gli Israeliti non amavano ascoltare l’accusa di Dio. E anche noi oggi, come figli della Riforma, troviamo molto più piacevole sentirci dire: «Siamo amati e accolti da Dio». A nessuno piace la critica, tanto meno se viene dalla bocca di Dio. Eppure, allora come oggi, è importante riconoscere che Dio non è solo un Dio che ama, ma anche un Dio che chiede, che esige. La nostra fede sarebbe una fede a buon mercato e innocua se Dio fosse solo colui che ama e che deve esaudire ogni nostro desiderio. Fa parte dell’amore – anzi, è un’espressione dell’amore – prendere le distanze da ciò che non va, esercitare la critica. Amore e critica sono come due facce della stessa medaglia. Il vero contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. In Dio, attraverso la critica e il giudizio, le relazioni vengono guarite. A Dio non interessa punire singole azioni, ma produrre cambiamento. Mostrando agli Israeliti la verità sulla loro vita e sulla loro fede, egli vuole trasformarli. Il discorso di giudizio di Ezechiele è, per così dire, un processo terapeutico. Dio non si mette in cammino verso di loro per distruggerli, ma per cambiarli e per sanare la relazione tra lui e il suo popolo. «Darò loro un cuore nuovo, metterò dentro di loro uno spirito nuovo; toglierò dal loro corpo il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne», dice Dio. Poiché lo scopo è la guarigione della relazione, il rotolo del giudizio che Ezechiele mangia può davvero avere un sapore dolce come il miele.

Per noi cristiani è importante essere ricordati, attraverso profeti come Ezechiele, che come figli di Dio abbiamo un compito in questo mondo. Pace, giustizia e custodia del creato: per questo siamo chiamati a impegnarci. Dio vuole operare nel mondo attraverso di noi. Egli ama il mondo e le persone che lo abitano, ma vuole la nostra collaborazione Così anche la canzone dei Boney M si conclude con una preghiera: «Siano gradite davanti a te le parole della nostra bocca e il canto dei nostri cuori».

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Ezechiele ci ricorda che il mondo non ha bisogno di più slogan, ma di donne e uomini in cui la Parola è scesa nel profondo

Riflessione scritta per il sito www.chiesavaldese.org

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“Figlio d’uomo, nùtriti il ventre e riempiti le viscere di questo rotolo che ti do”. Ez 3,3

Ezechiele non vive una chiamata rassicurante: visioni che lo atterrano, un popolo ribelle, un messaggio di «lamentazioni, gemiti e guai». Dio lo rialza e lo manda sapendo che spesso non sarà ascoltato. Non promette successo, ma fedeltà alla Parola ricevuta.

I profeti come Ezechiele hanno denunciato ingiustizie molto concrete: oppressione dei deboli, culto del potere e del denaro, idoli nazionali eretti al posto di Dio. Dopo millenni, le loro parole restano scomode e attuali. Anche oggi tante voci parlano, anzi urlano per essere più forti delle altre, e si contraddicono: discernere ciò che è davvero volontà di Dio non è affatto semplice.

Per questo è decisivo il gesto del rotolo mangiato. Dio non consegna solo un testo da ripetere o da imparare a memoria, ma chiede al profeta di far entrare quella Parola nelle viscere, di lasciarsene plasmare. Quel rotolo pieno di guai risulta però in bocca dolce come il miele: la verità di Dio può far male, ma alla fine guarisce e dà sapore nuovo alla vita.

Anche noi possiamo “mangiare” la Scrittura: ascoltarla, meditarla, confrontarla con la nostra storia e con il grido dei poveri. Non ci darà sempre le risposte che vorremmo, ma ci indicherà dove stare, quali scelte sostenere, da quali falsi dèi prendere le distanze.

In un tempo di parole gridate e certezze urlate, Ezechiele ci ricorda che il mondo non ha bisogno di più slogan, ma di donne e uomini in cui la Parola è scesa nel profondo. Così, anche in mezzo ai problemi del nostro mondo, potremo sperimentare che la voce di Dio è ancora dolce come il miele ed è capace di trasformare il nostro cuore e il mondo intero.

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Predicazione su Apocalisse 1,9-18


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Versione in Twi


Vi ricordate ancora che cosa avete sognato stanotte? O avete dormito senza sogni?

Noi, a casa cerchiamo di raccontarci i nostri sogni la mattina. Spesso sono sogni confusi; molti sogni non li ricordiamo appena ci svegliamo. Io cerco di ricostruire, ma non è facile, cerco di ricordare ciò che ho visto, una casa, una strada, un bosco, persone dal mio passato o anche persone del presente e tutto ciò mescolato bene.

Quando mi sveglio però spesso succede che le immagini del sogno che poco prima occupavano ancora il mio cervello sembrano scivolare via e tutti gli sforzi di farli ritornare non servono a niente: preparo la colazione, prendo il latte e più cerco di ricordare i miei sogni, meno ci riesco.

I sogni sono come le nostre fantasie, possono essere belli e confortanti, ma possono anche far paura. Freud ci ha insegnato che i sogni li possiamo interpretare e che ciò che sogniamo dice molto di noi, sono delle ombre notturne che non possiamo gestire attivamente. Parlano delle nostre ansie, dei desideri, delle preoccupazioni e delle domande.

Conosciamo anche altri tipi di sogni, quelli che riappaiono quando apriamo vecchi album con delle foto del nostro passato.

I sogni che avevamo da bambini o da ragazzi. Ve li ricordate? Cosa sognavate a 7, 12, 15 o 25 anni? Pace, felicità, un matrimonio felice, bambini, fare il giro del mondo in una barca a vela?

Forse anche dei sogni più coraggiosi: emigrare, fare una cosa fuori dal comune. E poi i sogni politici, ve li ricordate? Creare la pace senza le armi, il sogno di giustizia per tutto il mondo, il sogno dell'emancipazione delle donne, il sogno di poter vivere senza la cappa pesante del moralismo cattolico, sogno diventato realtà nei famosi referendum sull'aborto e sul divorzio. Il sogno della fine dell'apartheid in Sudafrica.

E poi i sogni riguardanti la chiesa: di essere in tanti, di essere una chiesa vivace che vive la fede in modo trasparente, una chiesa lievito della società in cui si trova.

Il nostro brano è un sogno. Giovanni, sognando a occhi aperti, vede, sente e sperimenta cose incredibili. Egli si ricorda il sogno e lo scrive: 7 candelabri d'oro, in mezzo un uomo con un vestito lungo fino ai piedi tenuto da una cintura d'oro. La testa e i cappelli sono chiari e gli occhi come fuoco, i piedi come rame e la voce come una cascata.

L'uomo tiene 7 stelle nella sua mano, dalla sua bocca esce una spada a doppio taglio. Giovanni cade a terra, sente la mano di quest'uomo sulle sue spalle e la voce che dice: io sono il primo e l'ultimo, il vivente con la V maiuscola.

Che sogno!

Giovanni sogna Gesù Cristo, colui che ha sempre rinunciato a usare il potere alla maniera umana ora è il Signore del mondo, sempre rinunciando alla violenza. Lui sta al di sopra di tutti i governi, lui è con i vivi ed i morti, lui ha vinto la morte, colei che a noi rende così difficile la vita.

Il sogno di Giovanni è come un raggio di sole a novembre, come la luce di Natale che ci raggiunge in questa ultima domenica del periodo di Natale. Il sogno di Giovanni è pieno di energie e di speranze. Un sogno che si deve misurare con la realtà come anche i nostri sogni, quelli da giovani, si devono confrontare con la vita.

Alcuni sogni si sono avverati: bambini, una casa, l'apartheid abolita, l'emancipazione...

Altre cose sono diverse dai nostri sogni e oggi sembra difficile sognare, avere delle fantasie positive per il futuro. Spesso ci confrontiamo solo con dei sogni pessimistici. Non c'è speranza, c'è un aspettare senza avere un obiettivo chiaro.

Come far entrare la luce del sogno di Giovanni nella nostra quotidianità? Come rinforzare le nostre speranze?

Giovanni vuole consolare le chiese a cui si rivolge. Egli vuole trasmettere alle sue chiese un messaggio che renda viva la luce del Signore che ha vinto la morte in mezzo a un mondo che è tutt'altro che roseo. Giovanni vuole consolare, ma noi abbiamo bisogno di questo tipo di consolazione? Se si, che cosa ci rende tristi? Il fatto che invecchiamo, il fatto che anche i sentimenti cambiano con la nostra età? Forse abbiamo bisogno di essere consolati per i sogni persi?

O siamo tristi per il mondo pieno di ingiustizie, siamo spaventati dalle notizie che ci raggiungono? Paura di non ricevere più una pensione, paura di disoccupazione, paura della crisi energetica?

Forse abbiamo paura dei grandi cambiamenti, cambiamenti che vediamo anche all'interno delle nostre chiese.

Il sogno di Giovanni ci offre una visione positiva della vita. Giovanni ci dice: al centro della nostra esistenza c'è colui che era che è e che verrà. Lui c'è indipendentemente dalla direzione che il mondo prenderà. Il primo e l'ultimo che governa il mondo non invita a fuggire dal mondo, a diventare monaci, solitari, lui vuole invitare ad avere il coraggio per affrontare il presente.

Giovanni non scrive un libro di fantascienza, lui scrive un libro del Vivente, del Cristo che è più forte di tutte le potenze negative di questo mondo. Lui scrive contro la paura, perché egli ha fatto l'esperienza del Signore che gli dice: io condivido la tua tristezza, ti sono vicino.

Questo si che è un sogno che ci può rimettere in piedi, un sogno che ci può riempire con quella linfa vitale di cui abbiamo bisogno per vivere concretamente la nostra fede, la nostra testimonianza, il nostro amore in questo mondo, in questo paese così allo sbando e preda di una classe governante al di fuori di ogni canone etico-morale.

Questo sogno vuole metterci in cammino, tende a creare delle realizzazioni, vuole farci sperimentare: l'amore di Dio in Cristo è più forte della morte e di tutte le potenze negative. Ringraziato sia Dio per questo sogno che ci vuole accompagnare oggi, domani, ogni giorno della nostra vita.

Jens Hansen Mastodon

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La fede ci libera dalla paura e ci rende liberi di impegnarci per la vita degli altri

Meditazione scritta per il sito www.chiesavaldese.org

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“Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente.” Apocalisse 1,17–18

Giovanni scrive l’Apocalisse dall’isola di Patmos, dove è stato confinato per aver testimoniato la fede in Cristo. L’Impero romano voleva ridurre al silenzio la chiesa, ma non poteva mettere a tacere Dio. Proprio lì, nell’isolamento, nel vero senso della parola, e nella tribolazione, Giovanni vede il Cristo risorto: non più il bambino di Betlemme o il Crocifisso del Golgota, ma il Signore dell’universo, luminoso, potente, con le stelle — le chiese — nelle sue mani.

Per quelle chiese povere e perseguitate Giovanni ha un messaggio liberante: il vero potere non appartiene all’Imperatore, ma a Cristo, «il Primo e l’Ultimo, il Vivente… che ha le chiavi della morte» (Ap 1,17–18). Per questo l’Apocalisse non è un libro di paura, ma di consolazione, perché è “il libro del mondo rinnovato” (Giampiero Comolli).

Anche oggi affrontiamo la pressione, il dolore, l’incertezza: malattie, lutti, perdita del lavoro, futuro fragile. A noi, come a Giovanni, Cristo dice: “Non temere”. È una parola che solleva, come la mano di un padre sulla spalla di un figlio impaurito o un abbraccio silenzioso della madre.

Questa consolazione ci rende capaci di guardare il mondo con occhi nuovi. Di fronte alla sofferenza dei profughi, alle crisi umanitarie, ai venti di guerra e alle ingiustizie che gridano al cielo, la fede ci libera dalla paura e ci rende liberi di impegnarci per la vita degli altri.

Il Signore crocifisso e risorto regna. E proprio per questo possiamo essere, oggi, portatori e portatrici di speranza.

Jens Hansen Mastodon

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Sermone narrativo su Atti 10,21-35

Io sono Cornelio. Non il centurione di cui avete sentito parlare nel Vangelo, quello di Cafarnao. No, io sono l'altro. Quello di Cesarea. Quello che ha fatto tremare un po' la storia, senza volerlo.

Vi racconto com'è andata, perché forse la mia storia vi può essere utile. Perché mi sembra di capire che anche da voi, duemila anni dopo, le barriere che ho incontrato io siano ancora lì, magari con altri nomi, ma sempre pronte a dividerci.

Ero un centurione. Centurione della coorte italica. Un ufficiale di Roma, insomma. Venivo da una famiglia di pagani, come si dice da voi. Ma da anni vivevo a Cesarea, e qui ho imparato una cosa: c'è una sola via per governare una terra che non è la tua, e non è la forza. È il rispetto. Ho visto i miei commilitoni umiliare gente per strada, confiscare beni, fare del male con la scusa dell'ordine. Io ho scelto un'altra strada. Ho scelto di ascoltare.

Ascoltavo i Giudei. C'era qualcosa nella loro fede che mi toccava. Non so se era la passione per la giustizia, o quel modo di parlare con Dio come se fosse una persone, o la loro cura per i poveri. Ho cominciato a dare elemosine. Molte. E a pregare, tre volte al giorno, come facevano loro. Mi hanno chiamato timoroso di Dio. È un bel nome. Non è facile da portare, però. Ti mette una specie di peso addosso: la responsabilità di essere giusto, anche quando nessuno ti guarda.

Poi, un giorno, è successo.

Era l'ora nona, il momento della preghiera. Mi ero chiuso in casa. Casa mia... pensate, una casa romana, con i servi, le stanze per gli ospiti, cortili e portici. Ma anche una casa aperta, perché la religione dei Giudei mi aveva insegnato che la giustizia si fa con le porte spalancate, non con le serrature. Ero lì, in preghiera, quando all'improvviso – e dico davvero all'improvviso, non c'erano preavvisi – un uomo è apparso nel mio studio. No, non un uomo. Un essere di luce. Un angelo. Non ho paura ad ammetterlo: sono caduto per terra. Non ho mai tremato così, nemmeno in battaglia. Ma lui mi ha chiamato per nome: “Cornelio”. Come faceva a conoscermi?

E ha detto:

«Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, come una ricordanza, davanti a Dio. 5 E ora manda degli uomini a Ioppe e fa' venire un certo Simone, detto anche Pietro. 6 Egli è ospite di un tal Simone, conciatore di pelli, la cui casa è vicino al mare».

Non mi ha dato il tempo di chiedere perché. Se n'è andato. E io, senza capire, ho obbedito. Ho scelto tre dei miei uomini più fidati, dei devoti. Gli ho detto: “Andate. Trovate questo Simone. Portatelo qui”. Non sapevo cosa sarebbe successo. Ma avevo imparato che la vera fedeltà a Dio è obbedire senza avere le risposte pronte.

Tre giorni dopo, mentre aspettavo, i miei uomini sono tornati. Con loro, c'era Pietro. E con Pietro, altri sei. Ebrei. Cristiani. Non lo sapevo ancora, ma erano già fratelli di una strada nuova.

Quando ho visto Pietro, ho fatto qualcosa che non avevo programmato. Sono caduto ai suoi piedi. Non era una strategia diplomatica, vi giuro. Era un'emozione che mi ha travolto: avevo di fronte un uomo che portava dentro qualcosa di divino. Lui mi ha alzato subito. “Alzati” ha detto, “anch'io sono un uomo”. Due frasi, e già capii che stava succedendo qualcosa di enorme. Lui, un ebreo, mi toccava. Mi guardava negli occhi. Non c'era distanza.

Mi ha guardato intorno. In casa mia c'era una folla. Avevo radunato parenti e amici cari. Amici veri, non quelli di convenienza. Gente che sapeva che stavo cambiando. Gente che voleva vedere.

Pietro ha parlato. Ha detto: “Voi sapete che a noi ebrei è proibito frequentare i pagani. Ma Dio mi ha mostrato che non devo considerare nessun uomo comune o impuro”. Poi si è fermato. Ha guardato me. E ha chiesto: “Perché mi avete mandato a chiamare?”.

Ecco, qui è il punto. Perché io, un ufficiale romano, avevo mandato a chiamare un ebreo? Perché un angelo mi aveva detto di farlo. Ma c'era dell'altro. C'era il bisogno di non essere più solo nel mio cammino. Di avere un maestro. Di avere qualcuno che mi desse parole per quello che già sentivo nel cuore.

Gli ho raccontato tutto. L'angelo, le parole, l'invito. E ho concluso: “Ora siamo tutti qui, davanti a Dio, per ascoltare tutto quello che il Signore ti ha ordinato di dire”.

E lui ha aperto la bocca. Quelle parole... le ricordo ancora, una per una. “In verità comprendo che Dio non ha riguardi personali, 35 ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito.”. In ogni popolo. Ascoltate bene. Non solo in Israele. Non solo a Roma. In ogni popolo. E la misura non è la legge che hai studiato, o la circoncisione, o la lingua che parli. La misura è il timore di Dio – non la paura che spaventa, ma quella che riverisce – e la giustizia. Fare giustizia. Come facevo io con le elemosine. Come cercavo di fare nel mio servizio.

Mentre parlava, ho pensato a Rut, la moabita che aveva seguito la suocera in una terra straniera. Ho pensato a Naaman, il siriano guarito da Eliseo. Storie di confini superati. Di Dio che non si ferma alle frontiere che noi costruiamo.

E poi è successo. Mentre Pietro ancora parlava del Nazareno, del suo martirio, della sua resurrezione, lo Spirito è sceso. Non solo su di me. Su tutti. Su mia moglie, su miei figli, sui miei schiavi, sui miei amici. Su tutti. Abbiamo parlato in altre lingue, come avevano fatto quelli a Gerusalemme durante la Pentecoste. Pietro è rimasto di sasso. I suoi compagni ebrei pure. E hanno detto: “Chi può impedire che questi siano battezzati? Anche loro hanno ricevuto lo Spirito come noi”.

Ci hanno battezzati. In nome di Gesù. E io, che ero il rappresentante dell'impero che opprimeva, sono diventato fratello di quelli che opponevo. Non so se capite la svolta. Non è solo una conversione religiosa. È un terremoto politico. È la fine delle certezze. È l'inizio di uno spazio nuovo.

A Gerusalemme qualcuno ha protestato. Hanno detto a Pietro: “Ma come, sei entrato in casa di un pagano? Hai mangiato con lui?”. E lui ha raccontato. Ha raccontato la sua visione, con quella tela che scendeva dal cielo piena di animali impuri. Ha raccontato che Dio gli aveva detto: “Ciò che io ho purificato, tu non chiamarlo impuro”. E alla fine quelli di Gerusalemme hanno capito. Hanno detto: “Allora anche ai pagani Dio ha dato il pentimento per la vita”.

Questa è la mia storia. Ma non è solo mia. È la storia di ogni volta che un confine crolla. Di ogni volta che la paura cede alla fiducia. Di ogni volta che un romano scopre che la sua forza non è nulla di fronte alla forza di un Dio che guarda il cuore. Di ogni volta che un ebreo scopre che la sua elezione non è una esclusione, ma una benedizione da condividere.

Oggi voi siete qui, nel tempo dopo Epifania. Avete visto i Magi, i saggi da Oriente, che hanno attraversato confini per adorare un bambino ebreo. La mia storia è la continuazione di quella. La stessa corrente. Lo stesso fiume che unisce i popoli.

E ora, duemila anni dopo, mi dicono che ci sono ancora muri. Muri tra religioni, muri tra culture, muri tra ricchi e poveri, muri tra chi ha diritto a Dio e chi no. Mi dicono che c'è chi vuole usare la religione per dividere, non per unire. Che c'è chi ha paura dell'altro, del diverso, dello straniero. Ma io vi dico: la mia storia vi insegna una cosa. Dio non fa distinzioni. E la vera fede è quella che ti fa entrare nella casa dell'altro, non con la presunzione di chi possiede la verità, ma con l'umiltà di chi cerca. È quella che ti fa cadere ai piedi di chiunque porti una parola di vita, e che ti fa alzare subito, perché sai che siete entrambi uomini, entrambi creature amate.

E c'è un'altra cosa. Mi dicono che oggi c'è chi parla di “sostenibilità”. Di un mondo dove nessuno è escluso. Di obiettivi condivisi per ridurre le disuguaglianze. Be', la mia storia è la più sostenibile che ci sia. Perché non c'è sviluppo vero senza inclusione. Non c'è pace senza giustizia. Non c'è futuro se continuiamo a chiamare “impuro” ciò che Dio ha purificato. Non c'è futuro se continuiamo a dividere il mondo in “noi” e “voi.

La mia storia finisce qui. Ma la vostra, forse, comincia oggi. Amen.

Jens Hansen Mastodon

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