Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Sermone sul libro dell'Apocalisse

Quando si parla dell’Apocalisse, spesso la prima reazione è un misto di curiosità e distanza. È un libro che affascina, ma che allo stesso tempo intimorisce. Draghi, bestie, sigilli, trombe, giudizi, città che cadono e cieli che si aprono. Sembra un linguaggio lontano dal nostro mondo quotidiano.

Eppure, quando lo si attraversa con attenzione, ci si accorge di una cosa sorprendente: l’Apocalisse non è un libro per spaventare, ma per dare respiro. Non è scritto per alimentare paura, ma per sostenere la fede. Non nasce per soddisfare la curiosità sul futuro, ma per illuminare il presente.

È una parola che nasce dentro la pressione della storia, dentro la fatica di credere quando tutto sembra andare nella direzione opposta. E allora la domanda non è: “Che cosa accadrà alla fine del mondo?” La domanda vera è: “Come si vede il mondo quando lo si guarda dalla prospettiva di Dio?”

La storia non è cieca

Uno dei primi messaggi dell’Apocalisse è che la storia non è cieca. Non è un susseguirsi casuale di eventi, né un campo lasciato al caso o alla violenza.

Certo, il male è presente. E l’Apocalisse non lo nasconde. Anzi, lo descrive con immagini forti: potenze che dominano, sistemi che opprimono, città simboliche come Babilonia che rappresentano l’orgoglio umano elevato a sistema.

Ma proprio mentre il male sembra occupare tutto lo spazio, il libro insiste su un punto fondamentale: il male non è eterno. Ha un tempo, ha un limite, ha una fine.

Questa è una delle affermazioni più controculturali dell’Apocalisse. Perché noi spesso viviamo come se il male fosse definitivo, come se fosse sempre l’ultima parola. Ma il testo biblico dice qualcosa di diverso: il male può essere potente, ma non è sovrano.

Il centro della visione: l’Agnello

Al centro di tutto non c’è una forza impersonale, non c’è una legge astratta, non c’è un destino cieco. Al centro c’è una figura precisa: l’Agnello.

È una delle immagini più paradossali di tutto il Nuovo Testamento. Perché l’Agnello è vulnerabilità, è dono, è mitezza. Eppure, proprio l’Agnello è colui che vince.

Questo ribalta completamente la nostra idea di vittoria. Noi pensiamo alla vittoria come dominio, controllo, forza. L’Apocalisse invece parla di una vittoria che passa attraverso la fedeltà, la verità, e perfino attraverso la sofferenza.

Come hanno osservato alcuni studiosi come M. Eugene Boring e Eduard Lohse, il linguaggio dell’Apocalisse non descrive semplicemente eventi futuri, ma interpreta teologicamente la realtà: Cristo regna non attraverso la violenza, ma attraverso la testimonianza.

Questo significa che il centro della storia non è il potere umano, ma la fedeltà di Dio.

Babilonia e Gerusalemme: due modi di vivere

L’Apocalisse presenta un grande contrasto: Babilonia da una parte, la nuova Gerusalemme dall’altra.

Babilonia è il simbolo di ogni sistema che si chiude su se stesso, che si autoesalta, che costruisce sicurezza attraverso l’ingiustizia. È la città che seduce, ma che alla fine crolla.

La nuova Gerusalemme invece è la città che discende da Dio. Non è costruita sull’orgoglio umano, ma sulla comunione. Non è segnata dalla paura, ma dalla presenza.

Queste due città non sono solo due luoghi futuri. Sono due modi di vivere oggi.

Ogni volta che scegliamo il potere invece della giustizia, la paura invece della fiducia, l’apparenza invece della verità, stiamo partecipando a Babilonia.

Ogni volta che scegliamo la fedeltà, la verità, la cura dell’altro, stiamo già entrando nella logica della nuova Gerusalemme.

Il giudizio come verità

Un altro tema che spesso viene frainteso è quello del giudizio. L’Apocalisse parla di giudizio finale, di libri aperti, di responsabilità. Ma non lo fa per alimentare paura. Lo fa per affermare una verità fondamentale: la vita non è indifferente.

Ogni gesto, ogni scelta, ogni parola ha un peso. Il giudizio, nel linguaggio biblico, non è prima di tutto punizione. È rivelazione. È il momento in cui ciò che è nascosto viene alla luce. E questo è profondamente liberante. Perché significa che la verità non sarà cancellata. Che la giustizia non sarà dimenticata. Che il male non sarà normalizzato per sempre.

Il male ha un limite

Una delle affermazioni più forti dell’Apocalisse è che il male non è infinito.

Anche quando sembra dominare, anche quando sembra organizzato, strutturato, potente, esso è destinato a cadere.

Questo non significa che il male sia banale. L’Apocalisse è molto realistica su questo punto. Ma significa che il male non è l’ultima parola sulla storia.

C’è un limite oltre il quale non può andare. E questo limite non è stabilito dall’uomo, ma da Dio.

Una speranza che nasce nel conflitto

La speranza dell’Apocalisse non è una speranza ingenua. Non nasce dall’illusione che tutto andrà bene facilmente.

Nasce dentro il conflitto. Dentro la tensione. Dentro la sofferenza. È una speranza che non chiude gli occhi sul male, ma che lo guarda e dice: non durerà per sempre.

È una speranza che permette ai credenti di restare fedeli anche quando la realtà sembra contraddire ogni promessa.

“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”

Alla fine del libro, non c’è un urlo di distruzione. Non c’è il vuoto. Non c’è il caos finale. C’è una voce. Una voce che dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Non dice: “Io distruggo tutto”. Dice: “Io rinnovo”. Questo è fondamentale. La speranza biblica non è fuga dal mondo, ma trasformazione del mondo.

La creazione non viene annullata, viene guarita. La storia non viene cancellata, viene portata a compimento.

*La forma finale della speranza

E qual è l’immagine finale? Una città. Una relazione. Una presenza. “Dio abiterà con loro”. Non c’è più distanza. Non c’è più separazione. Non c’è più solitudine. La storia umana non termina nel vuoto, ma nell’incontro.

Una domanda per noi A questo punto, l’Apocalisse non ci chiede di essere spettatori. Ci chiede di essere partecipi.

La vera domanda non è: “Capisco tutti i simboli?” La vera domanda è: “A chi sto dando la mia fedeltà?” A Babilonia, con le sue promesse di sicurezza? Oppure all’Agnello, con la sua via di verità e amore?

Conclusione

L’Apocalisse non è il libro della fine del mondo. È il libro della fedeltà di Dio nella storia. È il libro che dice che il male non è eterno, che la verità non sarà cancellata, che la speranza non è un’illusione. E alla fine, non ci lascia con una paura, ma con una parola semplice e decisiva: Vieni. E forse tutta la vita cristiana può essere racchiusa in questo movimento doppio: sapere che Cristo viene, e imparare a dire ogni giorno: Vieni, Signore.

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Sermone su Geremia 31, 31-34

Lo scrittore austriaco Franz Werfel, nel suo libro sul profeta Geremia, profeta innanzitutto della disfatta d’Israele, descrive come Geremia passeggia fra le rovine del Tempio a Gerusalemme. Tremando, così racconta Werfel, il profeta raccoglie un frammento di pietra delle Tavole della legge su cui sono scritte queste le parole “Ascoltate la voce”. Solo queste parole cadute fra legno bruciato e e mura diroccate sono rimaste.

Sotto i suoi sandali scricchiolano le rovine del Tempio di Gerusalemme. Tutto ciò che è stato detto in questo Tempio, tutti i canti di lode durante i secoli in cui era in piedi il tempio costruito da Salomone ora si concentrano in questo frammento: ascoltate la voce. Ascoltate la voce di Dio per vivere.

Ora tutto si è sbriciolato in polvere... con insistenza Geremia ha profetizzato questa catastrofe. Capitolo dopo capitolo del suo libro è un ammonimento del suo popolo che stava facendo false alleanze. Ha predicato che non era un bene per Giuda fare dei patti militari e consegnarsi ai finanzieri corrotti.

Ma Giuda ha seguito le parole dei falsi profeti. Non voleva dare ascolto al profeta. E così hanno forgiato armi invece di vomeri. Ora davanti agli occhi del profeta i campi giacciono incolti. Non c'è quasi più pane da condividere in modo giusto ed equo. Troppe persone hanno da tempo avuto nessun sostentamento. Troppe armi e nessun salario minimo. Invece di vedere paesaggi in fiore le persone rimaste e non deportate sono amaramente deluse e muoiono di fame, peggio che mai. Fame di pane, fame di giustizia, fame di una parola vera.

Geremia sta solo nella polvere. Lì, nel luogo distrutto, dove Dio era sempre in grado di soddisfare questa fame. Dove una volta Dio viveva nel suo splendore. Ma Dio è uscito. Ha rinunciato al patto della vita con il suo popolo – a causa dell’infedeltà permanente, cronica. Ora, nelle rovine il profeta pensa o prega: Mio Dio, mio Dio, perché ci hai abbandonato? Il vuoto in questo posto, in questo mucchio di rovine, lo si può afferrare con le mani. E in esso il profeta pronuncia silenziosamente tre parole: Dio, mi manchi.

Penso, che queste tre parole siano familiari a moltissime persone anche nel nostro tempo. Non per forza si riferiscono a Dio, ma sempre alla sensazione di essere sole e soli e in qualche modo perduti. A volte ci sono momenti desertici nella vita in cui ti senti così miserabile, malconcio e invisibile, come in un mucchio di rovine.

L'oscurità in una vita ha molti nomi, anche qui tra noi. E mi tocca sempre terribilmente quando gli umiliati, quando i piccoli che spesso hanno un cuore grande si sentono abbandonati non solo dal mondo ma anche da Dio.

Lo capisco. A volte Dio sembra così incomprensibile. Così lontano. Così distaccato dalla realtà. E per troppi, Dio è già da tempo uno sconosciuto. Non hanno idea di dove Egli viva, e chiedono: come si chiama? Che cosa fa? Che cosa vuole?

Ma c'è anche l'altro. Sempre più persone stanno facendo domande rischiando di guardare solo al cielo. Sospettano che sia bene guardare più decisamente lontano da se stessi e dalla propria miseria e misurare l'orizzonte. Stanno guardando. Stiamo cercando. Qualcosa che spieghi il senso della vita. Ne sappiamo ancora del senso. Portiamo tutte e tutti in noi almeno frammenti di vicinanza vissuta con Dio. Un inno per esempio. Una foto del battesimo del bambino. Parole insolite come misericordia. Gesù. Non è così? Forse anche frammenti di qualche salmo: Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, #io non temerei alcun male, perché tu sei con me.

C'è un desiderio profondo in tutti noi esseri umani, ne sono sicuro. Un desiderio di mettere questi frammenti della nostra vita di nuovo insieme. Un desiderio quindi anche di partecipare alla perfezione di Dio e di far scendere Dio dalla grande distesa celeste nella mia piccola vita. In modo che si fermi, la costante domanda del perché? Questa sensazione che la vita non ha senso. In modo che io non sia più così solo nei momenti difficili. Così che non si deve più dire come Geremia: Dio, mi manchi.

Geremia allontana il suo sguardo supplicante dal cielo e guarda la terra. Qualcosa sta brillando? Tremando, prende il frammento. E con le sue parole che lo salvano.

Parole per vivere. In mezzo alla desolazione, sotto la polvere e le ceneri, sotto la colpa e le avversità, c'è questa parola di vita. Sì, dopotutto, Dio si trova in questo frammento: ascoltate la voce. Il profeta prende delicatamente in mano il frammento e lo porta al suo cuore. Tanta intimità sta in esso.

Ascoltate la voce … Geremia sa che la voce di Dio è voce di vita. In Geremia sta iniziando qualcosa di nuovo! E questa cosa nuova, che Geremia comprende in questo momento, non viene con il rumore delle armi e il potere che sfrutta e opprime. Ma in fragilità e silenzio.

Silenzio.

Silenzio, il silenzio per sentire il nuovo che Dio ha in mente:

31 Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; 32 non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; 33 «ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo. 34 Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: “Conoscete il Signore!”, poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

Un nuovo patto. “Nuovo”, questa è la parola chiave del nostro testo. Nuovo, perché il patto che Dio promette nasce dalla polvere, la promessa di Dio viene dal profondo, dal basso e non dall'alto. La promessa di Dio del nuovo patto non ha il suo posto nel tempio. Nel nuovo patto Dio vive con noi, vicino ai nostri cuori. Il nuovo patto non è scritto in lettere, cementato in dogmi, inculcato da insegnanti, faticosamente memorizzato. La fede non è un atto di obbedienza. No, in questo nuovo patto invece tutti, piccoli e grandi, bambine e bambini, uomini e donne, conosceranno Dio. Conoscere in ebraico è una bellissima parola. Questa parola viene utilizzata quando due scoprono il loro amore l'uno per l'altro e il desiderio li spinge a unirsi. Che immagine per questo nuovo patto di vita! Nasce dall'amore tra Dio e noi esseri umani, un amore che si cala nella nostra esistenza, in tutto ciò che ci rende infelici e fragili, ma anche in tutto quanto che ci rende felici. Il nuovo patto è plasmato dall'idea che una persona, se ama, non è più distruttiva ma vuole costruire. Una persona che si sa amata e ama, fa di tutto per far fiorire il paesaggio, si impegna che il pane sia distribuito in modo equo.

Dio ama te teneramente in modo che tu possa uscire nel mondo. Forte. per fare alleanze per la vita. Per la vita appunto e contro tutta la follia del mondo furioso. Alleanze per la vita, ad esempio, con gli operatori di pace in Palestina o con coloro che portano i rifugiati minacciati di morte nelle loro barche in un porto sicuro. La nuova alleanza, il nuovo patto di cui parla Geremia è una promessa che conosce veramente anche il male nel mondo. E così ci rende consapevoli di come possiamo trovare nuovi inizi, inizi anche dopo le tante crisi che viviamo oggi, affinché non si torni alla follia di prima, perché un ritorno non è la soluzione.

Dio ci ama perché andiamo nel mondo e creiamo alleanze per la vita. Alleanze in modo che non solo tu ed io, ma tutti possano vivere. In modo che nessuno dica: Dio mi manchi. Nella tua città, nel tuo paese, nel mondo intero. Ma, al contrario, dove il cuore sa: Dio abita qui. In mezzo a noi. In mezzo a noi liberate e liberati dal suo amore.

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Predicazione a due voci su Matteo 6, 5-15

1: Padre nostro che sei nei cieli

2: Si?

1: Non mi interrompere, sto pregando

2: Ma tu mi hai appena invocato

1: Io invocato te? Beh, in fondo no. Lo diciamo così nella preghiera. Padre nostro che sei nei cieli.

2: Ecco di nuovo. Mi stai invocando per iniziare a parlare con me, no? Allora, di che cosa si tratta?

1: sia santificato il tuo nome

2: lo dici sul serio?

1: Cosa dico sul serio?

2: se vuoi veramente santificare il mio nome. Che significa secondo te?

1: Significa … significa … uffa, non so cosa significhi. Come dovrei saperlo?

2: Vuol dire che tu mi vuoi onorare, mi dici che sono importante per te, che il mio nome vale.

1: Mh. Si, questo lo capisco. Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà come in cielo anche in terra.

2: cosa fai di concreto per realizzare questa richiesta?

1: che sia fatta la tua volontà? Certo! Vado in chiesa ogni domenica, pago le contribuzioni, do una buona colletta.

2: Io voglio che tu vada oltre. Voglio che la tua vita sia espressione della mia volontà e quindi che per mezzo di te sia visibile il mio regno. Sai, le tue preghiere venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà, sono interconnesse. Dove si fa la mia volontà, allora il mio regno diventa visibile. Veniamo quindi a te: voglio che tu aggiusti la tua vita e la regoli secondo la mia volontà che vuole liberare, che è amore. Visto così, che cosa dici del tuo stile di vita? Delle tue abitudini? Della tua impronta ecologica e sociale che lasci con il tuo stile di vita che distrugge la mia Creazione e schiaccia i deboli e poveri? Io voglio che tu agisci e pensi avendo in mente sempre l’altro e l’impatto che hai sull’altro e sulla creazione intera. Io voglio che tutte le donne e tutti gli uomini arrivino a questa verità, io voglio che siano guariti i malati, sfamati gli affamati, consolati i tristi e liberati i carcerati. Tutto ciò che fai a loro, lo fai a me.

1: Perché lo dici proprio a me? Hai un’idea di quanti ipocriti vanno ai culti?

2: Scusami, pensavo che stessi davvero pregando affinché la mia volontà sia fatta. E ciò inizia da ciascuno e ciascuna di voi, quindi da te. Solo quando conosci la mia volontà e la metti in armonia con la tua, allora puoi essere un ambasciatore del mio regno.

1: Beh, mi sembra logico. Posso continuare? Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

2: Tu sei abbastanza in carne. Sai che con questa preghiera ti obblighi di fare qualcosa affinché milioni e milioni di persone affamate abbiano il loro mangiare quotidiano?

1: e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori

2: Che mi dici di Carlo?

1: Carlo? O no, non mi parlare di Carlo! Sai benissimo che mi ha messo in imbarazzo davanti a tutti, che mi tratta con arroganza, tanto che mi arrabbio già prima che lui mi tratti male. E lui lo sa benissimo. Non mi prende sul serio come collega. Questo tipo …

2: lo so, lo so. E la tua preghiera?

1: Non intendevo dirlo così.

2: Almeno sei sincero. Ma sul serio: Ti diverti ad andare in giro con tanta amarezza e antipatia nelle tue viscere?

1: mi fa ammalare

2: Io ti voglio guarire. Perdona Carlo come io perdono te. Forse perdi un po’ di denaro, forse anche un po’ della tua reputazione, ma alla fine perdi l’amarezza che ti fa ammalare e avrai pace nel cuore.

1: mh. Non so se riesco.

2: ti aiuto

1: e non esporci alla tentazione ma liberaci dal male.

2: volentieri. Allora evita delle situazioni e delle persone che per te portano delle tentazioni.

1: cosa vuoi dire?

2: Conosci i tuoi punti deboli: la tua tendenza di spendere soldi per cose che non ti rendono felice, la tua aggressività, il tuo consumismo sfrenata, la tentazione di avere sempre macchine più grandi – e di conseguenza più dannose – di avere sempre la tecnologia più moderna, roba firmata da mettere … tutto ciò e altro sono le tue tentazioni …

1: Penso che questo sia il padre nostro più difficile che io abbia mai pregato. Ma per la prima volta ha a che fare con la mia vita.

2: bene, facciamo progressi. Continua pure con la preghiera.

1: tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

2: Sai cosa piace assai? Quando le persone come te cominciano a prendermi sul serio, quando la preghiera è un vero dialogo e porta all’impegno di seguirmi davvero in tutti gli ambiti della vita, quando cominciano a capire che il mio Regno ti rende felice e migliora la vita di tutte e tutti e del Creato intero. Amen

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Sermone su 2 Cronache 5, 2-14

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Un grande evento a Gerusalemme! Qualcosa che accade raramente in Israele: viene inaugurato il Tempio. Il tempio è il luogo in cui abita il nome di Dio; è il luogo centrale della fede d’Israele fino alla distruzione dell’ultimo tempio 70 d. C. E’ il luogo, almeno al momento del primo tempio, dove, nel Santuario, nell'Arca dell'alleanza, sotto le ali dei cherubini, c'erano le tavole della legge di Dio, il luogo in cui il sommo sacerdote, nello Yom Kippur, il giorno della riconciliazione, col sangue di un animale sacrificale, compie l'espiazione per il popolo.

Il Tempio di Gerusalemme è il luogo in cui si contempla la bellezza del SIGNORE, il luogo in cui vuole abitare il salmista tutti i giorni della sua vita1. Il tempio è il luogo più sacro per Israele, perché è il luogo in cui avviene la presenza di Dio e, allo stesso tempo, è il luogo in cui la gente si incontra quando sale a Gerusalemme per le feste di pellegrinaggio.

Il nostro testo del II Cronache indica il settimo mese, che oggi si chiama Tischri in Israele, come data per l'inaugurazione; è oggi il mese in cui si celebra la festa delle capanne. Essa ricorda l'epoca nel deserto, ma è anche la festa del raccolto per eccellenza.

Ora, convocato da Salomone, tutto il popolo d’Israele si riunisce a Gerusalemme. I leviti e i sacerdoti portano tutta l’attrezzatura. Viene messo tutto al suo posto. Nel frattempo si fanno i sacrifici.

Ed ecco, a questo punto mi fermo per un attimo. Da vegano trovo orribile il macello che stanno facendo lì nel tempio, i fiumi di sangue che inondano l’altare, la stele di fumo che sale al cielo. Da pastore non mi trovo proprio con l’idea che qualcuno deve essere sacrificato. Già la parola e il concetto di sacrificio non fanno parte della mia fede.

Anche chi ha proposto questo testo che per la prima volta veniva predicato in questa domenica Cantate proprio sei anni fa in pieno lockdown, forse la pensa così, perché c’è la opzione di non leggere i versetti centrali che parlano dei sacrifici.

Io l’ho lasciato per il contrasto che poi c’è con quanto segue. Dopo tutto questo, inizia la grande lode. A est del tempio, verso il monte degli ulivi, i leviti cantano e suonano con tutti gli strumenti reperibili: fecero udire all'unisono la voce per lodare e per celebrare il SIGNORE, e alzarono la voce al suono delle trombe, dei cembali e degli altri strumenti musicali, per lodare il SIGNORE «perch'egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!»

La cosa interessante del nostro brano è che nella versione parallela scritta molti anni prima non c’è alcun riferimento a questa straordinaria lode. A quanto pare, il canto e la musica sono invece particolarmente importanti nel periodo in cui il cronista racconta la storia di Davide, Salomone e dei re di Israele e Giuda. Il fatti il nostro racconto viene scritto dopo l'esilio babilonese e dopo l’inaugurazione del secondo tempio nel 515 A.C. che non ha lo splendore del primo.

La situazione di vita dei rimpatriati è caratterizzata dall'insicurezza. La comunità deve rimettersi in sesto. E’ per questo che lode di Dio diventa più visibile e necessaria? Il servizio dei Leviti come musicisti e cantanti per le lodi e i ringraziamenti o come coro di canti alternati è particolarmente importante nell'opera storica del cronista. I periodi di incertezza forse richiedono sottolineare la lode di Dio?

Avvenne che la casa, la casa del SIGNORE, fu riempita di una nuvola. Il canto della comunità rende felice, unisce chi canta ed è rivolto a Dio! Non deve diventare un dovere che si segue senza emozioni da una comunità che non conosce o rifiuta i canti vecchi e nuovi.

Il canto, la musica, hanno bisogno di una forte partecipazione interiore. Il canto ha bisogno del movimento dei cuori, del coinvolgimento che può anche portare al movimento alla danza. Davide a suo tempo ballava davanti all'Arca dell'alleanza quando è stata portata nella sua città.

Inoltre, il nostro canto non dovrebbe essere completamente scollegato dalla cultura del nostro tempo, altrimenti non dobbiamo stupirci se solo pochi trovano belli i nostri culti. Se saremo intelligenti, non dimenticheremo le vecchie canzoni, che sono un patrimonio prezioso, con molte basi spirituali, ma al tempo stesso oseremo cantare nuove canzoni che, nel linguaggio di oggi, compreso il linguaggio musicale di oggi, suonano a Dio.

Nella Lettera ai Colossesi si legge: la parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.

Oggi le canzoni d'amore sono un genere comune nella musica popolare; alcune sono commoventi, molte sono insignificanti. La buona musica anche in chiesa dovrebbe essere come una canzone d'amore che descrive il rapporto tra Dio e la sua comunità. L'amore è emozione, movimento verso colui che amo.

Se nei nostri culti celebriamo il nostro amore per Dio, le nostre canzoni saranno la forte espressione del movimento di Dio verso di noi e del nostro movimento verso di lui.

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Meditazione per la Radio RAI FVG “Incontri con la Bibbia”

Ci sono momenti in cui la vita sembra una cella chiusa.

Non servono per forza sbarre vere: bastano la paura, la stanchezza, un fallimento, una notizia che ci toglie il respiro. Ci sono giorni in cui tutto si restringe, e il futuro pare sparire.

Nel libro degli Atti si racconta di Paolo e Sila, arrestati, picchiati e gettati in prigione. Non proprio una storia di successo. Se guardiamo solo dall’esterno, sembra una sconfitta: volevano portare una parola di speranza, e si ritrovano bloccati dalla violenza del potere.

Eppure, proprio lì, nel punto più basso, accade qualcosa.

Nel cuore della notte, Paolo e Sila pregano e cantano. Non perché vada tutto bene. Non perché siano ingenui. Cantano mentre sono ancora in catene. Ed è questo che colpisce: la libertà, a volte, comincia prima che la situazione cambi. Comincia dentro, come una voce che rifiuta di lasciarsi definire solo dalla paura.

Poi il racconto parla di un terremoto, di porte che si aprono, di catene che saltano. È un’immagine potente. Ma forse il vero miracolo non è solo questo. Il vero miracolo è che, in quella notte, si aprono più porte insieme. Si apre la porta per i prigionieri: quello che sembrava chiuso per sempre, improvvisamente non lo è più.

Si apre la porta per il carceriere: convinto che tutto sia perduto, sta per togliersi la vita. E invece qualcuno lo ferma. Paolo gli grida, in sostanza: non farti del male. È una frase breve, ma decisiva. A volte la salvezza comincia così: con una persona che, al momento giusto, ci trattiene dal gesto irreparabile. Con una voce che ci restituisce al mondo.

E si apre anche una terza porta: quella di una vita nuova. Il carceriere, che fino a poco prima custodiva la prigione degli altri, scopre la propria prigione interiore — e insieme la possibilità di uscirne. La sua casa diventa un luogo di accoglienza, di tavola condivisa, di gioia ritrovata.

Forse è proprio questo il punto del racconto: la fede non è evasione dalla realtà. È una forza che può restituire spazio quando la vita si è ristretta. Può rimettere in movimento ciò che in noi si era bloccato. Può farci scegliere la vita, anche quando tutto spinge verso il contrario.

E c’è un dettaglio bellissimo: tutto nasce da un canto nella notte. Cantare, pregare, dare voce alla speranza: non cambia magicamente il mondo, ma cambia il modo in cui stiamo dentro il mondo. Ci sono parole che ci tengono in piedi quando non abbiamo più forza. Ci sono canzoni, salmi, preghiere — o anche soltanto un filo di voce — che ci impediscono di sprofondare del tutto.

Per questo questa antica storia parla ancora a noi.

Perché tutti conosciamo notti interiori. Tutti sappiamo cosa significa sentirsi chiusi, bloccati, senza uscita. E tutti, in modi diversi, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: fermati, non sei finito, c’è ancora una porta che può aprirsi.

La Pasqua, in fondo, comincia anche così: non come fuga dalla notte, ma come nascita di una libertà dentro la notte.

E forse la domanda per noi, oggi, è semplice: quale canto ci tiene vivi? quale parola ci impedisce di cedere? e per chi possiamo diventare, noi stessi, quella voce che dice: non farti del male. Rimani. La vita può ancora riaprirsi.

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Predicazione del pastore Luca Anziani a Udine su Giovanni 5,1-8

Audio della versione italiana:

Audio della versione in Twi:


Chi siamo?

Non è questa, una domanda filosofica, non si tratta semplicemente di una riflessione, c’è qualcosa di importante in questa domanda se vogliamo pensarla teologicamente. Molti direbbero che la domanda migliore sarebbe chi è Dio, chi è Gesù Cristo, molti ci invitano a porci domande su Dio, a partire da Dio e a mettere sempre Dio al centro, ed è sempre giusto pensare a Dio come una priorità, ma oggi la domanda a cui siamo chiamati a trovare una risposta riguarda la nostra umanità posta proprio davanti a Dio. Chi siamo significa chi siamo diventati, come è scritta la nostra carta di identità e come è cambiata davanti a Dio in Gesù Cristo. Il nostro nome è cambiato, la nostra stessa residenza non è più la stessa, siamo cittadini del Regno di Dio! Non siamo più servi ma figli e figlie, il nostro nome è quello che Dio ha pronunciato chiamandoci alla fede, siamo discepoli e discepole. Siamo morti al nostro vecchio esistere e siamo chiamati ad una nuova vita. Ma come è accaduta questa trasformazione e come viviamo noi oggi questa novità di vita? Dobbiamo partire da una rivelazione, ecco prima Dio davanti a noi.

Il nostro brano infatti inizia con una parola di rivelazione da parte di Gesù. Molte volte, lo sappiamo, nel vangelo di Giovanni, Gesù parla di se stesso iniziando, come qui, con una rivelazione di sé: io sono…

Qui egli rivela di essere la vite e che Dio è il vignaiolo. Nella metafora della vite Gesù presenta ai suoi discepoli il senso di una perfetta comunione tra lui, il Padre e i credenti, poi parlerà anche del dono dello Spirito Santo. Ecco dunque un primo elemento importante, tutto è collegato in una perfetta comunione voluta da Dio in Cristo Gesù. Questa perfezione nell’amore, nella grazia e nel dono di sé, è segnata dalla relazione buona che c’è nella vita dove ogni cosa deve funzionare bene per il risultato finale e tutti sono perfettamente collegati: il vignaiolo sa quale sia il suo compito e i tralci sanno che non possono vivere senza rimanere collegati alla vite. Si tratta di un sistema perfetto, di una relazione perfetta.

Nella storia antica, quando l’autore biblico decise di raccontare come ogni cosa ebbe inizio e scrisse i primi capitoli del libro della Genesi, disse che Dio decise di creare ogni cosa buona e giusta, cioè ogni cosa: animali, piante, acqua e terra, gli esseri umani, Dio stesso, ogni realtà era collegata al tutto della creazione in una buona relazione. Il peccato sarebbe stato, da lì a breve, una frattura definitiva: una frattura tra gli esseri umani, con la creazione e con Dio stesso. Il peccato è ancora la crisi, a volte irreparabile di una buona relazione. Qui oggi noi ascoltiamo la Parola di Dio che ci annuncia, come dirà l’apostolo Paolo, una nuova creazione, una creazione rinnovata, curata, sanata in Cristo. In fondo questo è l’Evangelo: l’annuncio della cura di Dio in Cristo Gesù. Ecco le cose nuove di Dio: Gesù, Dio Padre, l’umanità, tutto è nuovamente posto in una relazione di pace, giustizia, salute, grazia e misericordia, ogni cosa buona è nelle mani di Dio in Cristo, anzi ogni cosa buona è posta sulla bocca di Dio: nella sua Parola siamo già puri e questa Parola, che in principio era presso Dio, ora si è fatta carne in Cristo, quindi siamo puri, cioè perdonati e amati in Cristo che è il nuovo seme di vita della nuova creazione. Gesù è molto chiaro: se volete vivere come discepoli e discepole ora c’è una conseguenza.

Dopo la rivelazione Gesù pone in evidenza la conseguenza di questa rivelazione, del sì, posto da Dio davanti alla nuova creazione: rimanete legati a me, siate come i tralci che restano legati alla vite. Il vignaiolo verrà ed esaminerà i tralci e brucerà quelli secchi, quelli pigri, che non danno frutti, quelli che vogliono staccarsi dalla vigna! I tralci devono portare frutti e questi saranno possibili solo rimanendo nella comunione con la vite. Ma Gesù precisa che non ci sono tralci perfetti, tralci che, pur rimanendo attaccati alla vite, sapranno benissimo come portare frutti, anche questi tralci dovranno essere potati, da loro bisognerà togliere parti inutili o che sono da ostacolo e così saranno migliorati e porteranno sempre un buon frutto. Si tratta di una vera dipendenza, di una condizione necessaria, solo in Dio si potrà portare frutti.

Gesù lo dice chiaramente: senza di me non potrete far nulla!

Care sorelle e cari fratelli ecco cosa accade con l’Evangelo! Accade che siamo totalmente trasformati in un’identità nuova che non dipende dalle nostre scelte o dalle nostre volontà, si tratta della cura di Dio che viene a cambiare le condizioni dell’esistenza. Siamo tralci legati alla vite, tralci puri nella vite, tralci che verranno ancora potati dal Signore per portare i frutti necessari. Senza la vite non porteremo mai alcun frutto.

Siamo in un tempo di crisi sia per il mondo sia per la chiesa, siamo in un tempo in cui vediamo con chiarezza i frutti del male, dell’ingiustizia, i frutti negativi di interi popoli che rifiutano la vite, sia la vite religiosa, usando spesso il nome di Dio invano, sia la vite politica, allontanandosi dalla democrazia e dalla giustizia. Noi siamo chiamati figli e figlie e lo saremo nella nostra storia, solo se sapremo portare i frutti del bene e per questo dobbiamo rimanere legati all’Evangelo di Gesù Cristo. Possiamo scegliere di dire di no, possiamo convincerci che potremo farne a meno, che potremo fare ogni cosa da soli, che non è più necessario rimanere legati alla vite perché ormai sappiamo ogni cosa, siamo già puri, in questo modo rimarremo paralizzati dalla crisi Del nostro tempo e non solo non porteremo frutti ma porteremo frutti negativi che contraddiranno la nostra stessa fede.

Ma quali sono i frutti che, rimanendo in Cristo, potremo portare in questo mondo a lode di Dio? Prima di ogni cosa il frutto dell’amore che non è un pio sentimento del cuore ma è una vera e propria scelta politica. L’amore significa: pace, misericordia, giustizia, accoglienza, possibilità di futuro per la creazione intera. Il frutto che porteremo è il frutto della grazia che è già in noi.

Voi tutti e tutte siete già stati raggiunti dal dono immenso di un amore immeritato, Cristo è morto ed è risorto per voi e voi siete in pace con Dio, siete riconciliati con Dio, ogni cosa è compiuta nell’amore di Dio, ora da questa opera di giustizia – siete giusti in Cristo Gesù – inizia un’altra epoca e siamo posti davanti ad un’altra domanda: come vivremo nella grazia?

Possiamo essere dei cristiani a metà, dei credenti fino a un certo punto? Si tratta di vivere come risorti, si tratta di fare della grazia di Dio un nuovo modo di vivere in questo tempo, abbiamo bisogno, per l’amore reciproco, di vivere nella santificazione che è dono di Dio.

Chi si pone sulla via della santificazione non si esclude dal mondo e non riduce la fede cristiana ad un nuovo legame etico e morale, egli, invece, liberato dal peso della colpa, è posto nella grazia in una vita nuova, in una vita di libertà e partecipazione. In questo modo egli non solo non fa il male ma non è più nel male. Riportato questo nella società l’impegno della chiesa è l’annuncio del Regno di Dio che cambia cuori e menti, e trasforma le strutture dell’ingiustizia.

Care sorelle e cari fratelli, dunque, chi siamo? Siamo solo dei tralci di una vite di vita nuova ma questa è una salvezza, non siamo inutili nel servizio all’Evangelo, siamo uomini e donne amati e riconciliati che possono portare i frutti di questo amore e di questa riconciliazione; abbiate cura della vostra condizione di figli e figlie di Dio nel mondo perché il mondo aspetta da voi i frutti della pace e in Cristo Gesù chiediamo a Dio di riuscire ad essere efficaci nell’annuncio e nell’opera dell’amore.

Jens Hansen Mastodon

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Riflessione biblica registrata per la Radio RAI FVG

C’è una casa, nella campagna del nord della Germania, della mia infanzia, vicino alla casa di mia nonna, che non ho mai dimenticato. Non per i suoi muri, né per il tetto di paglia, ma per quello che la ricopriva: una vite. Una vite antica, piantata decenni prima, che aveva avvolto tutta la facciata in un abbraccio di foglie verdi. Ricordo ancora l’odore della terra dopo la pioggia, il ronzio delle api tra i fiori in primavera, il fruscio delle foglie quando il vento le scuoteva. E poi i temporali estivi: fuori, il cielo si squarciava in tuoni violenti, ma dentro quella casa, protetta dalla vite, tutto sembrava più lontano, più morbido. Come se quelle foglie non fossero solo un riparo, ma una carezza.”

Quella vite non era solo una pianta. Era un mondo intero. Sotto le sue foglie, tra i rami, nella corteccia, vivevano formiche, coleotteri, farfalle. Nei grappoli acerbi, che il sole del nord non riusciva a maturare, c’erano insetti che si nutrivano, funghi che crescevano, batteri invisibili che trasformavano la terra in humus. E quell’humus, anno dopo anno, dava vita ad altre piante. Una sola vite, e intorno a lei un ecosistema intero. Una meraviglia. Una sinfonia di vita che nasceva da un unico tronco, da una sola linfa che scorreva in ogni tralcio, in ogni foglia, in ogni grappolo.

Forse è per questo che, quando Gesù dice: ‘Io sono la vite, voi siete i tralci’, quelle parole mi toccano così profondamente. Perché non parlano solo di fede, ma di vita. Di una vita che scorre, che si diffonde, che crea legami. Una vita che non può esistere se i tralci si staccano dal tronco. Una vita che, quando funziona, diventa feconda: non solo per sé, ma per tutto ciò che la circonda.

Ecco, questa è la spiritualità che vorrei raccontarvi oggi. Una spiritualità che non si accontenta di parole, ma che si radica nella terra, che respira con il mondo, che si prende cura di ciò che la circonda. Una spiritualità sostenibile, perché non può esistere fede senza giustizia, senza attenzione per il creato, senza rispetto per chi lavora la terra o produce ciò che mangiamo. Una spiritualità che parte da una domanda semplice: se Dio è relazione – se Dio è amore che si dona, che crea legami, che non vuole rimanere solo – allora anche noi, come tralci, siamo chiamati a vivere in relazione. Con Lui, con gli altri, con il mondo.

È una questione di come guardiamo il mondo. Se lo guardiamo come un insieme di risorse da sfruttare, o come un giardino da coltivare. Se vediamo gli altri come concorrenti da battere, o come compagni di viaggio. Se crediamo che la felicità stia nell’accumulare, o nel condividere. Gesù non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di rimanere uniti a Lui, come i tralci alla vite. E quando lo facciamo, la linfa scorre. E quella linfa è amore. Un amore che non si tiene per sé, ma che si diffonde, che crea vita, che trasforma il mondo in un luogo più giusto, più bello, più umano.

Quella vite nella casa di campagna mi ha insegnato una cosa: la vita non è mai solo per sé. È sempre per gli altri. Per le api che impollinano i fiori, per i lombrichi che arricchiscono la terra, per i bambini che giocano all’ombra delle sue foglie. Ecco, la fede è così. Non è una fuga dal mondo, ma un modo di abitarlo. Di viverci dentro, con cura, con responsabilità, con gioia. Perché se Dio è la vite, noi siamo i tralci. E i tralci non esistono per sé stessi.

Esistono per portare frutto. Per dare vita. Per far sì che il mondo, un giorno, possa essere un po’ più simile al giardino che Dio ha sognato per noi.

Jens Hansen Mastodon

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meditazione per l'incontri con la Bibbia di RAI FVG

Franco (nome cambiato) è un ragazzo che frequenta la terza elementare. Non vive da sua madre che non riesce a crescerlo. Franco è in affido in una famiglia della chiesa che cerca di dargli una casa e degli affetti che finora non ha ricevuto. Non è facile. Spesso si ritira nella sua stanza e sta lì in silenzio per ore. Da solo, nella sua stanza, si sente al sicuro. Qui nessuno lo può ferire. Qui sta in pace con se stesso. Talvolta però deve uscire dalla sua stanza, dal suo castello che lo protegge, e affrontare il mondo. Andare a scuola. Lì si trova molto vulnerabile. Si sente piccolo, anche perché in effetti è più piccolo degli altri.

Gli altri si accorgono. Bambini possono essere crudeli. Così Franco non è amato nella classe. Non capiscono che Franco nella incertezza della sua vita ha bisogno di strutture chiare. Se non è strutturato quello che affronta, la sua incertezza diventa aggressività. E se uno dei suoi compagni poi risponde alla sua violenza, Franco urla. I suoi genitori affidatari non sanno cosa fare. La sofferenza di Franco fa male e loro vorrebbero tanto trovare un modo per liberarlo da essa.

La madre affidataria cerca di dare sicurezza a Franco anche quando torna da scuola nei giorni più critici, quando la sua aggressività ha fatto danno. Talvolta non riesce a calmarlo. Franco è ferito fino in fondo. Si sfoga e lei che vuole essere una buona madre per questo bambino dato in affido, sente tutta la rabbia che c’è in Franco. Lo abbraccia più di un’ora, lo fa sfogare, urlare e alla fine piangere. Alla fine sono esausti entrambi.

Lei, la madre affidataria, frequenta la chiesa. Talvolta porta con se Franco. Così anche per il culto del venerdì santo. Franco è affascinato dall’uomo crocifisso e dai racconti che ascolta durante il culto. Tornato a casa dice: “anche quest’uomo ha sofferto tanto. Come me.”

Alla madre vengono le lacrime. “Sì, Franco”, sussurra, “anche lui ha sofferto. Lui sa come ci si sente quando tutti sono contro te. Lui lo ha sperimentato. Sa cosa è il dolore. E se tu gli racconti di te e dei tuoi dolori, ti capisce.”

Per Franco questo era una consolazione. La madre gli regala una croce per ricordargli le parole appena dette. Due settimane dopo Pasqua vanno di nuovo al culto e ascoltano il brano che anche noi abbiamo letto.

Franco ascolta attentamente. E la madre ricorda quanto ha detto il venerdì santo. Certo, non è buono se la sua incertezza diventa violenta aggressività. Si può aspettare da un ragazzo che nella sua vita spesso non ha sperimentato cosa significa essere amato di essere pacifico? Tornato a casa rilegge il brano: mediante le sue lividure siete stati guariti. E lo traduce per se e per Franco: poiché uno conosce le mie ferite e le condivide, posso farmi guardare e medicare le mie ferite. C’è uno che conosce cosa significa essere ferito, che conosce quindi anche le ferite che la vita ha inferto a Franco.

Perciò è possibile rompere il circolo vizioso della aggressività, può interrompere il meccanismo che fa si che Franco riesce a sopportare le sue ferite solo ferendo altri. Può imparare a vedere di essere amato, di ammetterlo e di cambiare il suo comportamento verso gli altri.

Ecco, non sofferenza per redimersi, ma trovare nel Risorto colui che mi capisce con tutto ciò che ho nel cuore e nella mente, sapere di non essere abbandonato ma di avere qualcuno che mi porta fuori e fa si che la sofferenza possa passare. Egli lo fa come pastore e guardiano delle nostre anime.

Jens Hansen Mastodon

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Riflessione biblica per la RAI FVG

C’è un’immagine che torna spesso nei sogni, nei miti, nelle storie che ci raccontiamo da millenni: quella di un uccello che si libra in volo. Un’aquila, un falco, un gabbiano… poco importa. Quello che conta è la sensazione: la leggerezza, la libertà, il vento che ti solleva. Eppure, c’è un momento, in quella stessa immagine, che nessuno racconta mai. È il momento prima del volo. Quando l’aquila è ancora a terra, con le ali spiegate, ma qualcosa la trattiene. Un peso. Una catena. O semplicemente la paura di non farcela.

Duemila e cinquecento anni fa, un uomo – non sappiamo nemmeno il suo nome – parlò a un popolo che conosceva bene quella sensazione. Erano gli ebrei in esilio a Babilonia: strappati dalla loro terra, costretti a vivere in una città straniera, senza più templi, senza più certezze. Si chiedevano: ‘Dov’è Dio? Ci ha dimenticati?’. Erano stanchi. Disperati. Alcuni avevano smesso di credere in qualsiasi cosa. Altri si erano arresi, dicendo: ‘Tanto non cambia nulla’. Altri ancora avevano scelto di adattarsi, di vivere come i vincitori, come se la speranza fosse solo una favola per bambini.

Ma quell’uomo, chiamiamolo ‘il profeta della consolazione’, non parlò di punizioni divine o di colpe da espiare. Parlò di ali. Disse: ‘Quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano’. Non era un invito a fingere che tutto andasse bene. Era una promessa: anche quando ti sembra di non farcela, c’è qualcosa che ti solleva. Anche quando le ali sembrano troppo pesanti, c’è un vento che ti spinge.

Ora, non so se crediate in Dio, nel destino, o solo nella forza dell’essere umano. Ma so che tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di sentire che non siamo soli. Che la fatica non è l’ultima parola. Che anche quando ti sembra di essere bloccato, c’è una parte di te – o qualcosa fuori di te – che ti dice: ‘Prova ancora’.

Pensateci: quante volte avete visto qualcuno rialzarsi dopo un fallimento? Un amico che ha perso tutto e ha ricominciato. Una persona che ha attraversato una malattia e ha trovato una nuova passione. Un genitore che, nonostante la stanchezza, trova ancora la forza di sorridere. Non sono supereroi. Sono persone che, in un modo o nell’altro, hanno sperato. Hanno accettato di non avere tutte le risposte, ma hanno continuato a credere che la vita valesse la pena di essere vissuta. Anche quando sembrava impossibile.

E tu? Dove ti senti bloccato oggi? Forse in una relazione che non funziona. In un lavoro che ti prosciuga. In una solitudine che pesa come un macigno. O magari non è niente di specifico: è solo quella sensazione di ‘non ce la faccio più’. Le parole di quel profeta antico non ti chiedono di fingere che vada tutto bene. Ti dicono solo questo: non sei solo. Anche quando ti sembra di precipitare, c’è qualcosa – o Qualcuno – che ti tiene. E forse, proprio in quel momento, stai già imparando a volare.

Non so se le ali servano per volare lontano o solo per ricordarci che siamo fatti per il cielo. Ma so che, ogni volta che ci sentiamo come quell’aquila a terra, c’è sempre una possibilità: quella di spiegare le ali un’altra volta. E di scoprire, magari, che il vento era lì da sempre.

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Sermone su 1 Corinzi 15,19-28

Cristo è risorto! Questo è il grido di gioia che noi cristiani facciamo risuonare a Pasqua. Però: nessuno può dimostrare la risurrezione. Sappiamo che alcune donne si misero in cammino verso la tomba di Gesù per piangerlo. All’improvviso videro che la tomba era vuota. Più tardi riconobbero Gesù in un uomo che inizialmente era per loro uno sconosciuto. Sappiamo anche che, in seguito, Gesù apparve ai suoi discepoli. Spezzò con loro il pane, e fu proprio così che lo riconobbero. E tutte queste furono esperienze così forti e decisive che quelle persone le diffusero in tutto il mondo.

Ancora oggi, in tutto il mondo, miliardi di persone condividono il messaggio della Pasqua. E insieme a noi confessano: Cristo è risorto! Oggi, a Pasqua, ascoltiamo di nuovo il messaggio della risurrezione. Ascoltiamo il cuore dell’annuncio pasquale: Gesù è risorto dopo la crocifissione. E questo significa per noi: la morte non è la fine. Sta nascendo qualcosa di nuovo. Dio è più forte della sofferenza, dell’ingiustizia e della morte. Eppure, crederlo non è facile.

Fin dall’inizio, fa parte della testimonianza biblica sulla risurrezione di Gesù anche il fatto che questa fede venga messa in dubbio.

All’inizio gli apostoli non vollero credere al racconto delle donne sulla tomba vuota. Pensavano che fossero vaneggiamenti. Altri arrivarono persino a supporre che il corpo di Gesù fosse stato rubato dal sepolcro. Anche l’apostolo Paolo, molti anni più tardi, durante i suoi viaggi missionari, dovette fare i conti con i dubbi sulla risurrezione. Si può persino dire che il dubbio sulla risurrezione di Gesù è presente anche nella Bibbia stessa. Ancora oggi, per molti, la risurrezione è qualcosa di difficile da accettare. Allora come oggi vale questo: solo una minoranza crede nella futura risurrezione dei morti.

Per Paolo, però, questo non coglie il vero cuore della Pasqua. “Se abbiamo sperato in Cristo soltanto per questa vita, siamo i più miseri fra tutti gli uomini” (1 Cor 15,19).

Risurrezione come – solo il futuro o solo nel presente? Oppio del popolo – Soelle: credo nella vita prima della morte.

In questo caso, Gesù Cristo diventa un modello e un maestro. È l’uomo buono per eccellenza. Per molti è la base di un comportamento buono nella Chiesa e nella società. Gesù diventa così il maestro della convivenza non violenta e della morale terrena, come tanti prima e dopo di lui, da Seneca a Gandhi. Ma, per Paolo, questo è solo un aspetto della nostra fede in Gesù Cristo.

Per lui, qui è decisiva una piccola parola: “soltanto”. Dice infatti: “Se abbiamo sperato in Cristo soltanto per questa vita, siamo i più miseri fra tutti gli uomini.”

Orientare la nostra vita e il nostro agire alla persona e al messaggio di Gesù è una cosa. Ma a questo deve aggiungersi anche la speranza di un cambiamento. Un cambiamento verso il nuovo ordine del mondo voluto da Dio. Una trasformazione dell’essere umano, per mezzo di Cristo, verso l’immortalità. Per Paolo, tutta la nostra vita — quella terrena e quella futura — dipende dalla speranza nel nuovo cielo e nella nuova terra di Dio. L’apostolo sottolinea che senza una futura risurrezione dei morti non esiste una vera fede cristiana pasquale.

“Perché se i morti non risuscitano, neanche Cristo è risuscitato” (1 Cor 15,16).

In un sermone per il giorno di Pasqua del 1532, Martin Lutero sottolineò il significato salvifico della risurrezione per la nostra fede: “Ci vuole una fede forte e salda, che renda per noi questo articolo forte, saldo e buono. Le parole: ‘Cristo è risorto dai morti’ bisogna tenerle bene a mente e scriverle a caratteri così grandi che una lettera sia grande come una torre, anzi come il cielo e la terra, così che non vediamo, non ascoltiamo, non pensiamo e non sappiamo altro che questo articolo.

Perché noi pronunciamo e confessiamo questo articolo nella preghiera non solo perché è accaduto, come quando raccontiamo una storia, ma perché diventi nel cuore qualcosa di forte, vero e vivo.”

Gesù è morto sulla croce ed è entrato nella morte. Questo è un fatto storico, così come è storico il fatto che delle persone abbiano creduto nella sua risurrezione.

Con il solo intelletto non possiamo comprenderlo fino in fondo. Ma con il cuore possiamo già guardare oltre l’oscurità della morte. Possiamo intravedere la vita nuova nella comunione eterna con Dio. Questo sguardo oltre il buio rafforza le nostre forze in questa vita. Possiamo opporci al potere della morte e della paura. La direzione del nostro sguardo cambia attraverso la fede. Non fissiamo più l’oscurità del sepolcro. La vita non finisce al cimitero. Non è la morte a determinare la nostra esistenza, ma il sì di Dio pronunciato su di noi nel battesimo.

La nostra speranza nel presente e la fede nella vita dopo la morte sono legate tra loro e si richiamano a vicenda nel Gesù risorto. La speranza per la vita prima della morte non può essere contrapposta alla speranza di un futuro eterno con Dio dopo la morte.

Restiamo comunque esposti alla paura, alla violenza e alla morte. La morte, come “ultimo nemico”, non è ancora stata distrutta. Le persone continuano a morire. E proprio in questo tempo lo sperimentiamo in modo particolare. Animali e piante si estinguono. Vediamo come, passo dopo passo, vengono distrutti gli spazi vitali. Continuiamo a vedere uomini senza misura che si impongono sugli altri e li tormentano. Ci sono politici che abusano del loro potere. Persone perdono la vita durante la fuga, annegano nel Mediterraneo. Molti fuggono dalla guerra, dai cambiamenti climatici, oppure dalla fame e dalla miseria.

Saremmo davvero “i più miseri fra tutti gli uomini” se la nostra fede ci riconciliasse con queste condizioni distruttive del mondo. Se crediamo che con la risurrezione di Gesù stia iniziando qualcosa di nuovo, allora il mondo in cui viviamo non può più essere governato dalle forze della distruzione. I meccanismi crudeli della storia non devono per forza ripetersi. Possiamo opporci al potere della morte e avere il coraggio di compiere passi di pace, di riconciliazione e di giustizia. Non salveremo il mondo intero da un giorno all’altro. Ma qualcosa cambia, perché qualcosa è cambiato dentro di noi. Agiamo a partire dalla speranza in un mondo trasformato, perché conosciamo il mistero della tomba vuota.

Sentiamo che Dio vuole la vita e non la morte. Faremo esperienza di fallimenti e battute d’arresto. Ma non dobbiamo rassegnarci, né lasciarci schiacciare o trascinare nella disperazione. Restiamo ancora sotto la croce del Venerdì Santo. La domanda è se vogliamo fermarci lì e lasciare ogni potere alla morte, oppure se vogliamo alzare lo sguardo verso quelle parole che oggi tornano a brillare in lettere maiuscole: “Cristo è risorto dai morti.”

Jens Hansen Mastodon

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