Questo è mio
Sermone su Atti 4,32-37
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io mi chiamo Giuseppe.
Forse però mi conoscete con un altro nome: Barnaba.
Questo nome me lo diedero gli apostoli. Significa: figlio della consolazione, o figlio dell’incoraggiamento.
Ma non sono nato Barnaba.
Sono nato Giuseppe: un levita, originario di Cipro, un uomo con una storia, una famiglia, delle radici. E anche con una proprietà.
Avevo un campo.
E un campo, ai miei tempi, non era semplicemente un pezzo di terra. Era sicurezza. Era futuro. Era dignità. Era qualcosa che ti permetteva di dire: “Qualunque cosa accada, almeno questo è mio”.
E proprio lì cominciò la domanda che cambiò la mia vita:
che cosa significa davvero dire: “questo è mio”?
Quando incontrai i discepoli di Gesù, vidi qualcosa che non avevo mai visto prima.
Non erano una comunità potente.
Non avevano palazzi, ricchezze, protezioni politiche.
Non avevano prestigio.
Avevano però una certezza: Gesù è risorto.
Gli apostoli annunciavano questa notizia con una forza che non veniva da loro. Non parlavano di Gesù come si parla di un maestro morto, di un ricordo caro, di un ideale da custodire. Parlavano di lui come del Vivente.
E quella risurrezione non era soltanto una dottrina da credere. Era una forza che trasformava la vita concreta.
Trasformava il modo di guardare Dio.
Trasformava il modo di guardare la morte.
Trasformava il modo di guardare il futuro.
E trasformava anche il modo di guardare il denaro, le case, i campi, le proprietà.
In mezzo a noi stava nascendo una comunione strana, inattesa. Eravamo molti, ma a volte sembravamo avere un solo cuore e una sola anima.
Non perché fossimo tutti uguali.
Non avevamo lo stesso carattere, la stessa cultura, la stessa sensibilità, le stesse opinioni.
C’erano persone diverse.
Ricchi e poveri.
Gente di Gerusalemme e gente venuta da lontano.
Persone con case e campi, e persone che non avevano quasi nulla.
Ma eravamo uniti da qualcosa di più forte delle nostre differenze: la grazia di Dio.
Si respirava grazia.
Non una grazia per pochi.
Non una grazia solo per gli apostoli.
Non una grazia solo per chi sapeva parlare bene, pregare bene, capire tutto.
Una grazia sopra tutti.
E quando la grazia di Dio abita davvero una comunità, succede qualcosa di molto concreto: le persone smettono di guardare soltanto a se stesse.
A poco a poco, tra noi, la parola “mio” cominciò a perdere il suo potere.
Non sparì la responsabilità personale.
Non sparì la casa di chi aveva una casa.
Non sparì il campo di chi aveva un campo.
Ma cambiò il cuore.
Nessuno ci obbligava.
Nessuno ci imponeva una legge.
Nessuno diceva: “Se vuoi essere cristiano, devi vendere tutto”.
No.
Accadeva qualcosa di più profondo: la grazia liberava il cuore.
Perché spesso noi non tratteniamo le cose solo per avidità. Le tratteniamo anche per paura.
Paura del futuro.
Paura di restare senza.
Paura che gli altri si approfittino di noi.
Paura che, se condividiamo, non saremo più al sicuro.
E allora stringiamo.
Stringiamo il denaro.
Stringiamo il tempo.
Stringiamo le energie.
Stringiamo le case.
Stringiamo perfino le relazioni.
Ma la grazia di Dio cominciava ad allentare le dita.
E ci insegnava a dire:
“Quello che ho non è solo per me.”
Qui c’è una domanda che non possiamo evitare.
Che cosa succede alla nostra fede quando incontra il portafoglio?
È possibile cantare, pregare, ascoltare la Parola, dire che Gesù è il Signore.
Ma poi arriva una domanda semplice:
Signore anche di ciò che possiedo?
Signore anche del mio stile di vita?
Signore anche delle mie priorità economiche?
Signore anche del modo in cui consumo?
Signore anche del modo in cui vedo — o non vedo — chi è nel bisogno?
Tra noi accadde una cosa semplice e rivoluzionaria: nessuno veniva lasciato solo nel bisogno.
Non avevamo risolto tutti i problemi economici del mondo.
Non avevamo cambiato l’Impero Romano.
Non avevamo cancellato la povertà dalla terra.
Ma nella comunità dei fratelli e delle sorelle, il bisogno di uno diventava responsabilità di tutti.
Questa è giustizia secondo il Vangelo.
Non prima di tutto uno slogan.
Non una teoria da discutere all’infinito.
Non una parola da usare per sentirsi dalla parte giusta.
È una domanda concreta:
nella comunità dei credenti, chi è nel bisogno viene visto o viene ignorato?
Perché una chiesa può avere dottrina corretta, canti belli, programmi ben organizzati. Ma se non vede i bisogni reali delle persone, qualcosa non va.
Se qualcuno affonda e nessuno se ne accorge, qualcosa non va.
Se qualcuno si vergogna di dire che non arriva a fine mese, qualcosa non va.
Se qualcuno ha troppo e qualcuno non ha il necessario, e noi chiamiamo tutto questo “normale”, qualcosa non va.
La buona notizia di Gesù Risorto ci provoca.
Non per schiacciarci con il senso di colpa, ma per svegliarci.
A un certo punto io guardai il mio campo.
Lo avevo guardato tante volte.
Forse con gratitudine.
Forse con orgoglio.
Forse con quel senso di sicurezza che dà il possedere qualcosa.
Ma quel giorno lo guardai diversamente.
Pensai ai fratelli e alle sorelle che avevano bisogno.
Pensai a chi aveva perso sostegno, famiglia, lavoro, relazioni, perché aveva seguito Gesù.
Pensai alle vedove.
Pensai agli stranieri.
Pensai a chi non aveva nessuna rete di protezione.
E mi venne una domanda:
a che cosa serve un campo custodito bene, se accanto a me un fratello non ha pane?
A che cosa serve dire: “Dio mi ha benedetto”, se poi la benedizione si ferma a me?
Così vendetti il campo.
Portai il ricavato e lo deposi ai piedi degli apostoli.
Non lo feci per farmi vedere.
Non lo feci perché qualcuno mi applaudisse.
Non lo feci per comprarmi un nome spirituale.
Lo feci perché avevo capito una cosa:
la proprietà, quando è consegnata a Dio, può diventare consolazione, incoraggiamento
Il mio campo poteva restare soltanto mio.
Oppure poteva diventare pane, sollievo, aiuto, vita condivisa.
E quel giorno, lasciandolo andare, non mi sentii più povero.
Mi sentii più libero.
Ciò che veniva portato agli apostoli non finiva in un luogo misterioso, lontano dai bisogni reali. Veniva distribuito.
Non secondo il prestigio.
Non secondo la simpatia.
Non secondo l’importanza.
Non secondo chi meritava di più.
Secondo il bisogno.
Questa parola dovremmo ascoltarla bene: bisogno.
Noi spesso confondiamo bisogni e desideri. Abbiamo bisogno di pane, casa, cura, dignità, relazioni. Ma rincorriamo molto altro. E intanto ci convinciamo che non abbiamo abbastanza per condividere.
Forse non sempre è vero.
Forse a volte non ci manca la possibilità di condividere.
Ci manca l’immaginazione.
Ci manca la fiducia.
Ci manca il coraggio di vivere in modo un po’ più semplice, perché qualcun altro possa vivere in modo un po’ più dignitoso.
Allora, dovete fare esattamente come facemmo noi a Gerusalemme?
Dovete vendere tutto?
Non credo che questa storia chieda semplicemente di copiare un modello.
Chiede qualcosa di più profondo:
incarnare lo stesso Spirito.
Non tutti hanno un campo da vendere.
Ma tutti abbiamo qualcosa da rimettere nelle mani di Dio.
Qualcuno ha denaro.
Qualcuno ha tempo.
Qualcuno ha competenze.
Qualcuno ha una casa da aprire.
Qualcuno ha ascolto.
Qualcuno ha relazioni.
Qualcuno ha energie.
Qualcuno ha la capacità di vedere chi gli altri non vedono.
La domanda non è solo:
“Quanto devo dare?”
La domanda è:
“Che cosa sto ancora chiamando solo mio?”
Il mio tempo è solo mio?
La mia casa è solo mia?
La mia tavola è solo mia?
Il mio denaro è solo mio?
La mia fede è solo mia?
Oppure la grazia di Dio mi sta insegnando a dire:
“Signore, tutto ciò che ho viene da te. Mostrami come usarlo per il bene degli altri.”
Jens Hansen
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