Gioire con Gerusalemme?
Sermone su Isaia 66,10-14
C’è un film della Disney del 2015 che porta questo titolo: il mondo di domani – tomorrowland. Parla niente meno che del futuro dell’umanità. Una ragazza trova una piccola spiletta, che, al semplice tocco, la trasporta in un altro mondo, più bello. C’è azione, molto umorismo e anche scene davvero toccanti. Insomma, un buon film per famiglie, che ruota attorno al tentativo di impedire la fine del mondo così come lo conosciamo.
Non voglio svelare troppo, nel caso vogliate ancora vederlo. Solo questo: alla fine la speranza non si fonda né sulla scienza, né sulla politica, né sull’industria, e neppure sulla religione. La speranza poggia sui… sognatori.
Nel Salmo 126 leggiamo:
«Quando il Signore fece tornare i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì di riso e la nostra lingua di gioia. Allora si diceva tra le nazioni: “Il Signore ha fatto cose grandi per loro!”».
Credo che il profeta Isaia conoscesse questo salmo. In ogni caso, il testo che abbiamo ascoltato oggi parla la stessa lingua. Nel pieno del tempo della passione — un tempo segnato da sofferenza e oscurità — proprio in questo tempo risuonano parole di gioia e di consolazione. La domanda è: che cosa vuole ottenere Isaia con queste parole? Sono forse una parola d’incoraggiamento per non arrendersi? Oppure un tentativo di consolare, rimandando a un futuro lontano?
Ma è proprio la Passione nella situazione in cui ci troviamo oggi che il testo rischia di non parlare proprio a noi che vediamo la Passione, la sofferenza dei Palestinesi, delle persone nel sud del Libano bombardate con bombe al fosforo bianco, dalla popolazione iraniana.
Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme, con un governo israeliano che è espressione di un fanatismo religioso sotto la guida di un presidente ricercato dalla corte penale internazionale?
Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme che bombarda Gaza da oltre due anni uccidendo civili e rendendo impossibile una vita dopo la distruzione?
Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme che usa bombe al fosforo bianco contro la popolazione di un paese confinante, il Libano?
Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme che scatena una guerra contro l’Iran che è contro tutto il diritto internazionale?
Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme, i cui coloni uccidono la popolazione palestinese in Cisgiordania.
Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme? – insomma, un versetto così ci viene difficile ascoltare e ancora pronunciare in questi tempi orribili.
Per fare si che il testo possa parlare a noi nonostante i nostri dubbi, è utile, come peraltro facciamo sempre, fare un passo indietro e distogliere per un momento lo sguardo da noi stessi e dal nostro tempo, per guardare a coloro ai quali queste parole erano rivolte originariamente.
Com’era dunque allora, ai tempi di Isaia? Isaia parlava a persone che avevano trascorso lunghi anni in esilio. Erano state scacciate dalla loro terra, emarginate, perdute. Da nessuna parte si sentivano davvero a casa. Per anni erano stati stranieri, senza speranza.
Erano ormai passati decenni. I più giovani non ricordavano nemmeno più la terra: erano nati all’estero, cresciuti a Babilonia. Eppure tra loro c’era ancora qualcuno che diceva:
«Un giorno torneremo a casa. Un giorno tutto tornerà a posto. Ricostruiremo le nostre case e il tempio, e vivremo di nuovo in pace». «Sognatori», rispondevano gli altri. «Illusi. Non torneremo mai più nella nostra patria. È finita per sempre».
Se anche in loro fosse rimasta una piccola speranza di ritorno, probabilmente non lo sapremo mai. Ma senza speranza nessun essere umano può davvero vivere. C’è sempre quella voce silenziosa che dice: forse, un giorno, tutto potrebbe ancora cambiare.
E poi accadde l’incredibile. La speranza diventò realtà: tornarono a casa. Il terribile tempo dell’esilio era finito.
Ma in che casa tornarono?
Il tempio era ridotto in macerie. Il luogo dove avevano incontrato Dio non esisteva più. Le loro case erano scomparse da tempo. Nessuno li accolse in un corteo di festa. Quasi nessuno li riconosceva. Che ritorno amaro. Che delusione.
Immagino che, se avevano ancora qualche speranza per il futuro, in quel momento sia crollata come un castello di carte.
Perché allora ricostruire il tempio? Perché rimettere in piedi le case? Tanto non serve a nulla.
La mancanza di speranza può paralizzare. Può togliere ogni forza. È in questo contesto che risuonano le parole del profeta:
«Farò scorrere la pace verso Gerusalemme come un fiume, e la ricchezza delle nazioni come un torrente in piena».
Davvero? Era possibile crederci ancora?
Non conosciamo anche noi questa esperienza? Momenti in cui la fede sembra forte e Dio vicino. E altri momenti in cui la speranza si spezza e non riusciamo nemmeno a immaginare che le cose possano cambiare.
È una tensione profondamente umana: essere tirati da una parte dalla fiducia e dall’altra dalla disperazione.
Il poeta Johann Franck, nel suo inno Jesu, meine Freude, (Gesù mia gioia) scriveva nel XVII secolo:
«Ah, quanto a lungo il cuore è stato angosciato e anela a te!» Eppure, nello stesso canto, sembra incoraggiarsi da solo, come un bambino che canta per vincere la paura del buio: «Infuria pure, mondo: io resto qui e canto in sicura pace».
Ma Franck conosce anche un’altra immagine di Dio: quella del Dio che consola come una madre.
È la stessa immagine che usa Isaia: «Come una madre consola il suo bambino, così io vi consolerò».
Forse nella nostra vita abbiamo bisogno di entrambe le cose. A volte abbiamo bisogno di una spinta energica: «Dai, coraggio. Mettiti all’opera. Ce la puoi fare». Altre volte abbiamo bisogno semplicemente di qualcuno che resti accanto a noi. Qualcuno che ascolti, che sopporti le nostre lacrime, che non scappi davanti alla nostra tristezza. Qualcuno che continui a sperare con noi.
E abbiamo bisogno anche di sogni e di visioni. Abbiamo bisogno della promessa di Dio che questa vita, un giorno, sfocerà in una grande festa. Abbiamo bisogno di immagini di quella realtà diversa che Dio promette.
Perché la speranza cristiana non è ingenua. Non ignora il dolore del mondo. Non chiude gli occhi davanti alla sofferenza. Eppure continua a sognare, per tutta la storia del cristianesimo. Sono i sognatori che hanno portato cambiamenti. Ricordiamo il grande sogno di Martin Luther King jr. che abbiamo anche nei nostri innari:
Ho sognato che gli uomini, un giorno si alzeranno e capiranno, finalmente, che sono fatti per vivere insieme, come fratelli. Ho sognato ancora, stamattina, che un giorno ogni Nero di questo paese, ogni uomo di colore nel mondo intero, saranno giudicati per il loro personale valore, piuttosto che per il colore della loro pelle, e che tutti gli uomini rispetteranno la dignità della persona umana. Ho ancora sognato che un giorno la fraternità sarà qualcosa di più che alcune parole alla fine di una preghiera; che sarà, al contrario, il primo argomento da trattare in ogni ordine del giorno legislativo. Ho sognato ancora oggi che in tutte le alte sfere dello stato ed in tutti i consigli comunali entreranno a far parte i cittadini eletti, che renderanno giustizia, ameranno la pietà e cammineranno umilmente nelle vie del loro Dio. Ho sognato ancora che un giorno la guerra finirà, che gli uomini trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro e le loro lance in roncole, che le nazioni non si alzeranno più l'une contro le altre e che non impareranno più la guerra.
Sì, forse qualcuno ci chiamerà sognatori, perché amiamo sognare. E, in effetti lo siamo.
Potremo cambiare il volto del mondo soltanto se continueremo a tenere fermo quel sogno che già Isaia aveva sognato. Un mondo oltre. Un mondo oltre la violenza e l’odio. Oltre la malattia e la morte. Oltre la disperazione.
Questo mondo esiste nella promessa di Dio, questo mondo è possibile.
E forse proprio questo è il compito dei credenti: non smettere di sognarlo, non smettere di ricordarlo al mondo, non smettere di impegnarsi per esso.
Jens Hansen
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