La riconciliazione non è per vili
Sermone su 2 Corinzi 5,19-21
La riconciliazione – a volte la immaginiamo come qualcosa di lieve, quasi poetico: come una festa dopo un lungo lutto, come un fuoco nella notte, una porta spalancata in un muro, aperta al sole. Come una luce su scogliere impervie, come un continente appena scoperto, come la primavera, come l’aurora… Così dovrebbe essere la riconciliazione.
Ma dove la riduciamo a qualcosa di troppo facile, di troppo luminoso, di troppo fresco, forse ne perdiamo l’essenza. Forse scambiamo la riconciliazione con l’oblio, con la rimozione. Eppure, la riconciliazione è un lavoro duro. Un lavoro in cui spesso ci incontriamo con noi stessi in due vesti: come vittime e come carnefici. Impariamo a conoscerci – e a conoscere l’altro – in ruoli che si alternano. E per questo la riconciliazione richiede coraggio. Un coraggio doppio:
Primo: coraggio come onestà verso se stessi e disponibilità al perdono. Secondo: coraggio come onestà verso se stessi e disponibilità al pentimento. E terzo: la riconciliazione esige riparazione.
1. Il coraggio di perdonare
Cominciamo dal primo: per riconciliarsi, occorre il coraggio di essere onesti con se stessi e pronti a perdonare.
Quante ferite portiamo dentro di noi, risalenti all’infanzia? Quanti messaggi abbiamo ricevuto, ripetuti come un mantra: «Non ce la farai mai» «Sei troppo grasso» «Troppo stupido» «Troppo pigro» «Troppo rumoroso» Sempre quel senso di non essere abbastanza. Di non essere giusti. Di dover cambiare per corrispondere a un ideale che altri avevano in mente per noi. E così, cresciamo con l’anima segnata: insicuri, feriti, convinti di non meritare amore.
Forse i nostri genitori hanno solo trasmesso ciò che loro stessi avevano subito. E così, di generazione in generazione, si perpetua una catena di offese e umiliazioni. Riceviamo ciò che ha distrutto altri, e lo trasmettiamo a nostra volta. La Bibbia chiama tutto questo «peccato»: non un singolo errore, ma una forza che ci lega, che ci impedisce di essere liberi.
E qui sta il punto: la riconciliazione non può essere oblio o rimozione. Chi sceglie di dimenticare, rischia di ritrovarsi assalito dalle ombre del passato – di cadere sempre negli stessi schemi, di restare prigioniero delle proprie ferite. L’oblio non libera. Non apre la strada a qualcosa di nuovo. Non porta pace.
La riconciliazione, invece, è un atto di coraggio: guardare in faccia le proprie ferite, senza minimizzarle, senza negarle. È come camminare dentro le proprie piaghe, rivivere il dolore. Ma solo così possiamo riprendere il controllo della nostra storia. Solo così possiamo narrare ciò che ci è stato fatto, e in questo racconto trovare la forza di perdonare.
E a un certo punto, quasi senza accorgercene, ecco che arriva: una pace inattesa, come pioggia nel deserto, come rugiada su terra arida. Il perdono non è un gesto meccanico, ma un dono che nasce dall’aver attraversato il dolore con onestà.
2. Il coraggio di pentirsi
Ma la riconciliazione ci chiama anche in un altro ruolo: non solo come vittime, ma come carnefici.
Quante volte abbiamo ferito altri? Quante volte, in un momento di rabbia, abbiamo detto parole che avrebbero dovuto restare non dette? Abbiamo esposto le debolezze di chi amavamo, le abbiamo sbattute in faccia con gusto, con crudeltà. Siamo stati ingiusti, meschini, deliberatamente cattivi.
E l’altro – il partner, l’amico, il familiare – si ritrae, ferito. Ha tutto il diritto di essere arrabbiato. E noi? Come possiamo sperare nella riconciliazione?
Non basta un «scusa, non volevo». Non basta una giustificazione del tipo «anche tu mi hai fatto soffrire» o «a volte bisogna dire le cose come stanno». Queste sono solo scappatoie. L’altro si sentirebbe preso in giro, e il conflitto continuerebbe, solo in forme diverse.
Per riconciliarsi, occorre il coraggio del pentimento. Un pentimento vero, che non cerca scuse, ma riconosce il male fatto. Che ammette: «Non sono così buono come credo. Dentro di me ci sono abissi di egoismo, di crudeltà. A volte perdo il controllo, e ferisco chi mi sta vicino». La Bibbia chiama tutto questo «peccato»: non un errore occasionale, ma una forza che ci spinge a distruggere, anche quando non vorremmo.
E allora, la riconciliazione esige che io – il carnefice – mi metta in ginocchio davanti alle ferite dell’altro. Che mi addolori per ciò che ho fatto. Che chieda perdono, non per dovere, ma perché sento davvero il peso della mia colpa. E che, se possibile, ripari il male commesso.
Anche qui, il perdono arriva inaspettato, come un dono. Come pioggia nel deserto, come rugiada su terra arida.
3. La riparazione: il prezzo della riconciliazione
Ma c’è un terzo elemento, che non possiamo ignorare: la riconciliazione richiede riparazione.
Non basta pentirsi, chiedere scusa e poi lasciare tutto com’è. Il vescovo Desmond Tutu lo ha spiegato con un’immagine semplice: «Se ti ho rubato la penna, non posso dire ‘perdonami’ e tenermela. Se sono davvero pentito, te la restituisco». La penna è un simbolo. Può essere la fiducia tradita, l’autostima distrutta, la dignità calpestata.
Se ho rubato a qualcuno la sua infanzia, il suo senso di valore, non basta un «mi dispiace». Devo cambiare il mio modo di relazionarmi con lui. Devo lavorare su me stesso.
E quando allarghiamo lo sguardo oltre le relazioni personali, vediamo quanto sia cruciale la riparazione. Come può esserci riconciliazione tra popoli nemici senza un risarcimento? Senza la restituzione di ciò che è stato tolto: la terra, i diritti, la dignità, la libertà di culto?
Pensiamo al Sudafrica, alla Bosnia, al Ruanda, alla difficile storia tra tedeschi ed ebrei. La riconciliazione non può prescindere dalla giustizia riparativa. Ha un costo. Non è solo un processo interiore: è un atto concreto, che richiede sacrificio.
Il Venerdì Santo: Dio precede la nostra riconciliazione
Eppure, fratelli e sorelle, di fronte a questa impresa titanica – perdonare, pentirsi, riparare – ci sentiamo schiacciati. Come potremmo mai farcela da soli?
Saremmo condannati a restare prigionieri delle nostre ferite, dei nostri errori, delle nostre catene di violenza. Ma Dio non ci ha lasciati soli. Ha preso su di sé il peso della riconciliazione.
«Dio era in Cristo e riconciliava il mondo con sé, non imputando agli uomini i loro peccati».
Tutta la nostra colpa – il nostro essere vittime e carnefici, il nostro ferire e il nostro essere feriti, la nostra meschinità, le nostre lacerazioni – Dio l’ha caricata su suo Figlio. Perché il peccato, nella Bibbia, non è una semplice trasgressione: è una forza che distrugge, che impedisce all’uomo di essere ciò che è chiamato a essere, che avvelena le relazioni.
E il prezzo della riconciliazione non poteva essere che la vita stessa. Dove c’è morte, deve esserci vita. Dove c’è ferita, deve esserci guarigione. E così, il Figlio innocente si è fatto «peccato per noi», perché noi potessimo diventare «giustizia di Dio in lui».
Il Venerdì Santo è il giorno in cui Dio apre lo spazio della riconciliazione. È il giorno in cui, prima ancora che noi ci muoviamo, Lui agisce. Ci precede.
- Per le vittime: qui troviamo la forza di perdonare, perché Dio ha riconciliato il nostro cuore con la nostra storia. E quella pace che sembrava impossibile, arriva. Come pioggia nel deserto.
- Per i carnefici: qui troviamo la forza di pentirci, perché Dio non ci schiaccia sotto il peso della nostra colpa, ma ci rinnova. E dalla contrizione nasce il perdono.
Conclusione: Lasciatevi riconciliare con Dio
La riconciliazione non è per vili. È un cammino che richiede coraggio: il coraggio di guardare in faccia le proprie ferite, il coraggio di riconoscere le proprie colpe, il coraggio di riparare.
Ma grazie a Dio, non siamo lasciati soli in questo cammino. Cristo ha pagato il prezzo. Ha aperto la strada.
E oggi, in questo Venerdì Santo, Dio ci ripete: «Lasciatevi riconciliare con me».
Non è un invito a una pace facile, ma a una pace vera. Una pace che nasce dalla croce, dove il male è stato vinto non con la violenza, ma con l’amore.
E allora, fratelli e sorelle, osiamo. Osiamo perdonare. Osiamo pentirci. Osiamo riparare.
Perché la riconciliazione è un dono di Dio. E oggi, su questa croce, è già compiuta.
Amen.
Jens Hansen
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