Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Predicazione su Romani 12, 17-21

Bene e male. Bianco e nero. A noi esseri umani piace pensare in queste categorie. È più semplice. Ci aiuta a orientarci nel mondo. E spesso ci fa sentire più sicuri. Le grandi storie che ci appassionano seguono quasi sempre questo schema: il bene contro il male. Da una parte il cattivo. Dall'altra l'eroe. Pensate ai film che riempiono i cinema. Io stesso amo queste storie, soprattutto quando ci sono effetti speciali, astronavi e spade laser. Star Wars è un esempio perfetto. All'inizio sembra tutto molto chiaro: c'è il cattivo e c'è il buono. Ma poi la storia si complica. Il cattivo si scopre essere il padre dell'eroe. E scopriamo che non è completamente perduto. Può ancora cambiare. Può ancora essere salvato. E così capiamo che la realtà non è mai soltanto bianca o nera. In uno dei film c'è una frase famosa: “La paura è la via che conduce al lato oscuro. La paura porta alla rabbia. La rabbia porta all'odio. L'odio porta alla sofferenza.” È uno di quei consigli che servono a impedire all'eroe di passare dalla parte del male. Ma la verità è che il confine tra bene e male non passa tra le persone. Passa dentro ciascuno di noi. Per questo le parole che abbiamo ascoltato nella lettera ai Romani sono così importanti. Paolo scrive: “Non rendete a nessuno male per male.” E conclude: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.” Sono poche righe, ma molto dense. La lettera ai Romani fu scritta intorno all'anno 56 dopo Cristo. Paolo la indirizza alle comunità cristiane di Roma, persone che lui non conosce ancora personalmente. Nella prima parte della lettera spiega il cuore dell'Evangelo. Nella seconda parte mostra come dovrebbe vivere una comunità che segue Cristo. Ma per capire il nostro brano dobbiamo leggere anche il versetto che introduce tutta questa sezione: “L’amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene.“1 Ecco il titolo di tutto il discorso: l'amore. L'amore di cui parla Paolo non è un sentimento romantico. È una scelta. È un modo di vivere. È la decisione di cercare il bene dell'altro. Senza questa chiave potremmo capire male alcune parole del testo. Per esempio quando Paolo cita il proverbio: “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere. Così accumulerai carboni ardenti sul suo capo.” A prima vista potrebbe sembrare una specie di vendetta raffinata: fai del bene al tuo nemico così si sentirà male. Ma non è questo il senso. Paolo non invita a essere passivo-aggressivi. Non invita a fare del bene per mettere in imbarazzo qualcuno. Invita invece a spezzare la catena del male. Pensiamo a una situazione concreta. È mattina, poco prima dell'inizio delle lezioni. Lisa entra in classe e vede Laura. Davanti a tutti la prende in giro: “Ma come sei vestita? Hai preso i vestiti dalla raccolta degli usati? E un deodorante non te lo puoi permettere?” Laura risponde soltanto: “Lasciami stare. Non ti ho fatto niente.” Ma Lisa continua e dice ad alta voce: “Che schifo! Laura puzza!” Tutta la classe ride. Due giorni dopo, durante l'intervallo, succede qualcosa di inatteso. Lisa si accorge di aver dimenticato la merenda e non ha soldi per comprare qualcosa. Chiede a una compagna: “Mi dai un po' del tuo panino?” La compagna risponde: “No, ne ho uno solo.” A quel punto interviene proprio Laura, quella che era stata umiliata davanti a tutti. Con voce timida dice: “Vuoi un po' del mio?” Lisa rimane sorpresa. “Ma... perché?” Accetta il panino e improvvisamente si sente in imbarazzo. “Laura, mi vergogno davvero. Mi sono comportata malissimo con te e tu adesso sei gentile con me.” Laura sorride. Forse in quel momento le tornano in mente le parole ascoltate al catechismo: “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare.” Ed ecco che accade qualcosa di straordinario. Laura non ha risposto all'offesa con un'altra offesa. Non ha cercato vendetta. Ha spezzato la catena del male con un gesto di bontà. E proprio questo è ciò che Paolo intende quando scrive: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.” Ecco cosa significa vincere il male con il bene. Non ignorare il male. Non fingere che non esista. Ma interrompere il circolo della vendetta. Gesù stesso ha vissuto così. È stato insultato, ma non ha risposto con insulti. Ha sofferto ingiustamente, ma non ha cercato vendetta. Ha affidato la sua causa a Dio. Con la sua vita e con la sua morte Gesù ha spezzato la logica del “occhio per occhio”. Ha sostituito la vendetta con il perdono. Per questo Paolo può dire: “Non lasciarti vincere dal male.” Perché il male non vince soltanto quando qualcuno ci colpisce. Vince anche quando ci trasforma in persone amare, piene di rancore e desiderose di restituire il colpo. Quante volte succede? Una parola ci ferisce. Un gesto ci offende. Un'ingiustizia ci fa arrabbiare. E subito nasce il desiderio di reagire. Di rispondere. Di restituire il male ricevuto. Ma Paolo ci propone una strada diversa. Una strada più difficile. Perché richiede coraggio. Richiede forza. Richiede fiducia in Dio. Noi siamo molto bravi a giudicare. Spesso sappiamo benissimo cosa c'è di sbagliato negli altri. Lo diciamo apertamente oppure lo pensiamo in silenzio. Ma Paolo ci ricorda che nessuno è senza colpa. Tutti abbiamo bisogno di pazienza. Tutti abbiamo bisogno di misericordia. Tutti viviamo grazie alla grazia di Dio. Per questo il giudizio finale non spetta a noi. Appartiene a Dio. Il nostro compito è un altro. Fare il bene. Cercare la pace. Costruire relazioni. E Paolo aggiunge una frase molto importante: “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti.” Mi piace molto questa espressione: “per quanto dipende da voi”. Paolo sa che non tutto è nelle nostre mani. Non possiamo risolvere ogni conflitto. Non possiamo cambiare tutte le persone. Non possiamo salvare il mondo da soli. Ma possiamo fare la nostra parte. Possiamo fare il primo passo. Possiamo tendere la mano. Possiamo chiedere perdono. Possiamo concedere perdono. Possiamo cercare la pace. Non è poco. Forse oggi pensiamo subito alle guerre che vediamo nei notiziari. Pensiamo all'Ucraina e a tanti altri luoghi di sofferenza. E ci sembra impossibile parlare di pace. Ma Paolo ci riporta anche alla nostra vita quotidiana. Forse c'è un vicino con cui non parliamo più. Forse c'è un fratello o una sorella con cui abbiamo litigato. Forse c'è un amico o un'amica da cui ci siamo allontanati anni fa. Forse il primo passo verso la pace non deve essere fatto dall'altra persona. Forse può partire da noi. Il nostro mondo ha bisogno di questi piccoli passi. Ha bisogno di persone che abbiano il coraggio di superare i confini dell'orgoglio, del rancore e della paura. Ha bisogno di persone che sappiano vedere nell'altro non soltanto un avversario, ma un essere umano. Persino il nemico resta un nostro simile. Resta un nostro prossimo. E proprio lì, in quel passo difficile verso l'altro, il bene comincia a vincere il male.

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Predicazione su Michea 7,18-20

Il libro del profeta Michea finisce proprio con i nostri versetti, con un meraviglioso inno a Dio. Incredibile!

A volte, quando ricevo un libro come regalo e inizio a leggerlo con piacere, può capitare a me che dopo 5-6 pagine mi rendo conto: non è così interessante come speravo e non ho più voglia di leggerlo. Lo chiudo, anzi apro le ultime due pagine per vedere come finisce. Talvolta sono sorpreso della fine dopo un inizio proprio poco invitante.

Con il nostro testo, abbiamo, per così dire, sfogliato l’ultima parte del libro del profeta Michea vedendo la fine di questo libro. Tutto ciò che sappiamo del profeta non può portare a una fine così. Sappiamo che il profeta era un profeta di giudizio, di sciagura, di catastrofe.

Michea ha parlato contro i potenti, i grandi e i ricchi. E questo era necessario, perché c’era oppressione e corruzione nel paese: avevano osato togliere le case alla gente comune e scacciare gli abitanti. Hanno spremuto le persone fino all'osso e hanno anche portato via i loro gioielli e giocattoli dai bambini. I commercianti usavano misure false e pesi falsi e ingannavano le persone. I giudici emettevano le loro sentenze dietro tangenti. Erano completamente corrotti. E anche tanti colleghi del profeta Michea erano corrotti: parlavano bene se la gente ti pagava. Tutti dicevano: “che cosa può accadere a noi? Dio è con noi. “

Michea ha minacciato un terribile giudizio di Dio: la vostra città diventerà un mucchio di rovine, la terra un deserto, e gli abitanti saranno portati via in una terra straniera.

Alla fine è successo così. Alla fine pianto e poche persone davvero scampate alla catastrofe. Dopo tutto ciò sarebbe stato più logico sentire un grande lamento alla fine del libro: Signore, ci hai puniti per tutto quello che abbiamo fatto. Siamo alla fine. Siamo così pochi. Siamo solo il miserabile resto. Non c’è consolazione.

Questo miserabile residuo sono le persone scampate, sopravvissute alla catastrofe. Non sono degli eletti. Non sono solo i buoni. Nessuno può dire: ho meritato di essere salvato.

Ancora oggi si sente che le persone che sono sopravvissute a una grande disgrazia alla fine si chiedono: perché io? Perché sono sopravvissuto e così tanti altri no? Alla fine nascono sentimenti di colpa, anche se non hanno alcun motivo. Ma alcune di queste persone lo portano con difficoltà. Si rendono conto che essi stessi non meritano di sopravvivere più degli altri. Non sono migliori, non sono peggiori. Allora perché io? Alcuni disperano di questa domanda.

Anche quel miserabile resto, che tornò a Gerusalemme molto tempo dopo la catastrofe, avrà lottato con tali domande. Molti si sentivano da piangere. Invece, finiscono per cantare questo travolgente inno di lode: “quale Dio è come te?”

Come mai? Ve lo racconto. Dalla catastrofe erano passati anni. Coloro che avevano visto la distruzione di Gerusalemme erano tutti morti, morti in un paese straniero, a Babilonia. Stavano ora oltre 1000 km da casa. Anche il profeta Michea era morto da tempo. Ma le sue parole erano ancora lì. Alcuni dei rimpatriati li avevano nel loro bagaglio. Un piccolo rotolino. Hanno deciso di pubblicare ora questo rotolo ora che potevano farlo. Perché in passato le parole del profeta non erano gradite dai potenti. Ora si vuole pubblicare tutto, perché tutti dovrebbero sapere come è nato il disastro, e anche che c'era una voce che aveva avvertito e previsto il disastro. Ma prima di diffonderlo, scrivono una postfazione, questo inno di lode a Dio che è come nessun altro. Pensano che ora, in considerazione delle macerie, sia il momento giusto per iniziare a cantare un inno di lode.

Rileggiamolo. Sono parole bellissime:

18 Quale Dio è come te, che perdoni l'iniquità e passi sopra alla colpa del resto della tua eredità? Egli non serba la sua ira per sempre, perché si compiace di usare misericordia. 19 Egli tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati. 20 Tu mostrerai la tua fedeltà a Giacobbe, la tua misericordia ad Abraamo, come giurasti ai nostri padri, fin dai giorni antichi.

Dio è misericordioso e mantiene la fedeltà. Quale Dio è come te?

In questi versetti non c'è traccia di sanzioni e di giudizio, non c’è nessuna richiesta di essere risparmiati. Solo la lode di Dio.

E' stato coraggioso cantare a Dio in questo modo, dopo tutto quello che era successo. Lui solo è buono. Non punisce. Non distrugge. E anche se rimane solo un residuo del suo popolo, lo tiene e non lo fa cadere.

E' stato coraggioso di non unirsi al lamento per le punizioni di Dio. E’ stato un cambio di prospettiva dalla malvagità umana alla bontà di Dio.

Cessano di incolpare Dio per tutte le miserie. Ma se le calamità non erano punizioni di Dio, che cosa erano?

Il cambio di prospettiva la fa capire: tutto ciò che accade di ingiustizia, tutto ciò che porta sofferenza infinita tra le persone, tra i popoli è opera dell'uomo.

Allora come adesso:

Il fatto che il popolo Palestinese si trovi da anni sotto le bombe, che le persone vengano cacciate e uccise, è opera umana.

Il fatto che i piccoli agricoltori in Sudamerica vengano derubati della loro terra per coltivare mais per maiali europei su larga scala è opera umana. Che in alcune città le persone non possono lasciare le loro case per giorni, perché fuori non c'è aria da respirare, è opera umana.

Che le rondini non trovino insetti come cibo, è opera umana. Potremmo continuare … Pertanto: lasciamo Dio fuori dal gioco quando si tratta delle conseguenze devastanti del nostro agire sbagliato. Non c’è bisogno di un Dio che punisce. Siamo noi stessi a portare il giudizio.

È insolito non parlare dell’ira di Dio. Anche per il profeta Michea era del tutto naturale che Dio punirà terribilmente le vergognose azioni dell'élite in Israele. Le persone sagge che hanno scritto questa postfazione al libro di Michea hanno pensato in modo diverso. Avevano una profonda comprensione della natura umana. Sapevano: chi ha paura di un Dio che si arrabbia e che punisce, troverà modi e mezzi per incolpare altri e non vedere la propria responsabilità..

Ma chiunque si faccia coraggio e cominci a lodare il Dio della misericordia non può fare a meno di cercare la sua vicinanza. Farà tutto il possibile per sperimentare questa bontà. E si asterrà da tutto ciò che lo porterebbe lontano da questa fedeltà. E così diventa chiaro: Dio rimane fedele a se stesso. Ama la bontà. Va per la sua strada. Siamo noi umani che troppo spesso ci rendiamo la vita un inferno.

Possiamo essere felici e grati che queste persone sagge, a noi sconosciute, abbiano donato ai loro simili piuttosto disperati e scoraggiati questa lode di Dio.

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Sermone su Michea 7, 18-20

L’Everest è alto 8.849 metri. Il punto più profondo degli oceani arriva a 11.000 metri sotto il livello del mare. In media, gli oceani sono profondi circa 3,5 chilometri. Laggiù fa un freddo pazzesco, è buio pesto e la pressione è immensa. Per tanto tempo si è pensato che in quelle profondità non potesse esserci vita. Oggi invece sappiamo che il mare profondo pullula di vita: alcune specie sono state scoperte, altre no. Alcuni pesci, per esempio, vivono anche a 8.000 metri di profondità. Nelle zone più profonde ci sono meno creature, ma sono specie molto particolari, che si sono evolute in modo unico per adattarsi a quell’ambiente ostile.

Insomma, la profondità del mare è ancora come un libro chiuso per noi. Gran parte di essa rimane inesplorata perché è così difficile arrivarci. Per molto tempo, poi, il mare è stato visto come un posto da cui nulla può tornare indietro e dove tutto può diventare un problema. Ecco perché spesso è stato usato come discarica: rifiuti tossici e addirittura scorie nucleari sono stati gettati nelle sue profondità.

“Dio tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati.”

Questo è scritto nel libro del profeta Michea. Quando queste parole sono state scritte, non esistevano ancora né sommozzatori né sottomarini né robot per esplorare il fondo del mare. Allora, come oggi in parte, la profondità del mare era vista come un luogo dal quale nulla torna indietro. Ciò che finisce laggiù, non risale più in superficie. C’è una barriera d’acqua invalicabile.

I nostri peccati, perdonati da Dio per sua grazia, restano laggiù. Non tornano più su, anche se a volte facciamo fatica ad accettarlo. Non si mettono più tra noi e Dio. Se oggi dovesse essere scritto il capitolo 7 del libro di Michea, forse al posto delle profondità del mare si parlerebbe di un buco nero o di una galassia lontana dove Dio getta i nostri peccati. Questo ci rende liberi. Il senso di colpa non ci opprime più al punto da farci pensare di essere persone orribili. I nostri peccati e il nostro passato non definiscono più chi siamo, tanto meno chi siamo davanti a Dio.

Questa libertà non ci esime dalla responsabilità. I peccati sono laggiù nelle profondità, ma la nostra tendenza a peccare riemerge sempre. Dobbiamo imparare a gestirla. Tutti abbiamo le nostre debolezze: tendiamo a essere egoisti e a non vedere il nostro prossimo.

Ognuno ha le sue particolarità: • C’è chi sa di allontanarsi spesso da Dio e di non lasciargli abbastanza spazio nella sua vita. • C’è chi sa di essere impulsivo e di ferire gli altri con le parole. • C’è chi è così rancoroso da accumulare colpe su colpe.

Anche se Dio ha gettato via i nostri peccati, resta il compito di vivere come piace a Lui. La grazia di Dio ci dà il coraggio per farlo. Non saremo mai perfetti nel seguire la sua volontà. Se ci lasciamo scoraggiare e trasciniamo dietro di noi un elenco infinito dei nostri fallimenti, perderemo prima o poi il coraggio di fare la cosa giusta e di cercare il bene.

Sappiamo invece che Dio ci ama e ci perdona. Per questo possiamo tirare un sospiro di sollievo e provare gratitudine, cercando ogni volta di fare un passo nella direzione giusta.

Essere liberati dal senso di colpa non ci solleva da un’altra responsabilità: i nostri peccati sono stati gettati nelle profondità del mare per grazia di Dio, ma nel mondo restano le conseguenze di ciò che abbiamo fatto. E dobbiamo affrontarle.

Dio ci vuole dare il coraggio e la libertà di guardare queste cose con serenità. Quando si usa la scusa della grazia e del perdono per coprire e nascondere ciò che è successo – dolore e ferite – si rischia di creare nuova colpa. Se, per esempio, abusi o violenze su persone indifese non vengono puniti e continuano a succedere, non si sta certo camminando sulle vie di Dio.

E questo vale anche per le piccole cose di ogni giorno: se ho ferito qualcuno con le parole o con i fatti, non basta chiedere perdono a Dio. Dio vuole stare al nostro fianco quando andiamo dall’altra persona per cercare di sistemare le cose.

Quindi, se il nostro senso di colpa non ci tiene più prigionieri ma sappiamo che Dio l’ha già calpestato e gettato via, questa libertà ci permette di guardare in faccia ciò che è successo senza paura e senza doverlo rimuovere per autodifesa. In questa libertà possiamo provare a essere amorevoli e a fare del bene, come Dio ci mostra. Non per scrollarci di dosso le conseguenze dei nostri peccati, ma per non continuare a macchiarci. Anche per questo la grazia di Dio ci dà coraggio.

Quando Dio getta i nostri peccati nelle profondità del mare, questo è anche un esempio per come dovremmo comportarci tra noi. Se qualcuno sbaglia, non deve essere definito per sempre da quel suo errore. Nessuno va buttato via. Dobbiamo invece cercare insieme una nuova strada e trovare il modo di perdonare.

Certo, non siamo Dio e non possiamo amare in modo incondizionato come Lui. Alcune ferite lasciano conseguenze che non si possono semplicemente cancellare. Se ho offeso un amico, non posso pretendere che mi perdoni solo perché sono pentito e vorrei essere perdonato. Il perdono è un dono, è la disponibilità dell’altro ad accoglierci.

Eppure: se guardiamo gli altri con gli occhi dell’amore di Dio, a volte succede l’impossibile. Forse riuscirò a dire a chi mi ha ferito: «Ti perdono». E questo grazie allo sguardo benevolo e perdonante che Dio rivolge a me.

Il perdono può essere davvero terapeutico: • Immaginate un padre che abbraccia di nuovo suo figlio, come abbiamo sentito nel Vangelo. • O due persone che, dopo tanto silenzio, tornano a parlarsi. • A volte si può dire apertamente: «Ti perdono», o in modo più indiretto: «Lasciamo perdere».

E se la ferita è troppo profonda e il passo verso l’altro è troppo grande? Forse possiamo almeno vedere l’altro come una persona chiamata da Dio in questa vita. E questo non è poco.

Se leggiamo tutto il libro di Michea, vediamo che parla spesso dell’ira di Dio. Eppure, alla fine, il bilancio è positivo: non è l’ira che prevale, ma la grazia di Dio. In tanti modi diversi, questi versetti finali ci assicurano della grazia di Dio e del suo perdono.

Il pensiero che i nostri peccati siano gettati nelle profondità del mare ci porta fino a Gesù sulla croce. Lì si vede che non c’è nulla, tra cielo e terra, più forte della grazia e dell’amore di Dio, della sua fedeltà e del suo perdono.

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Sermone su Atti 4,32-37

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io mi chiamo Giuseppe.

Forse però mi conoscete con un altro nome: Barnaba.
Questo nome me lo diedero gli apostoli. Significa: figlio della consolazione, o figlio dell’incoraggiamento.

Ma non sono nato Barnaba.
Sono nato Giuseppe: un levita, originario di Cipro, un uomo con una storia, una famiglia, delle radici. E anche con una proprietà.

Avevo un campo.

E un campo, ai miei tempi, non era semplicemente un pezzo di terra. Era sicurezza. Era futuro. Era dignità. Era qualcosa che ti permetteva di dire: “Qualunque cosa accada, almeno questo è mio”.

E proprio lì cominciò la domanda che cambiò la mia vita:

che cosa significa davvero dire: “questo è mio”?


Quando incontrai i discepoli di Gesù, vidi qualcosa che non avevo mai visto prima.

Non erano una comunità potente.
Non avevano palazzi, ricchezze, protezioni politiche.
Non avevano prestigio.

Avevano però una certezza: Gesù è risorto.

Gli apostoli annunciavano questa notizia con una forza che non veniva da loro. Non parlavano di Gesù come si parla di un maestro morto, di un ricordo caro, di un ideale da custodire. Parlavano di lui come del Vivente.

E quella risurrezione non era soltanto una dottrina da credere. Era una forza che trasformava la vita concreta.

Trasformava il modo di guardare Dio.
Trasformava il modo di guardare la morte.
Trasformava il modo di guardare il futuro.

E trasformava anche il modo di guardare il denaro, le case, i campi, le proprietà.

In mezzo a noi stava nascendo una comunione strana, inattesa. Eravamo molti, ma a volte sembravamo avere un solo cuore e una sola anima.

Non perché fossimo tutti uguali.
Non avevamo lo stesso carattere, la stessa cultura, la stessa sensibilità, le stesse opinioni.

C’erano persone diverse.
Ricchi e poveri.
Gente di Gerusalemme e gente venuta da lontano. Persone con case e campi, e persone che non avevano quasi nulla.

Ma eravamo uniti da qualcosa di più forte delle nostre differenze: la grazia di Dio.

Si respirava grazia.

Non una grazia per pochi.
Non una grazia solo per gli apostoli.
Non una grazia solo per chi sapeva parlare bene, pregare bene, capire tutto.

Una grazia sopra tutti.

E quando la grazia di Dio abita davvero una comunità, succede qualcosa di molto concreto: le persone smettono di guardare soltanto a se stesse.


A poco a poco, tra noi, la parola “mio” cominciò a perdere il suo potere.

Non sparì la responsabilità personale.
Non sparì la casa di chi aveva una casa.
Non sparì il campo di chi aveva un campo.

Ma cambiò il cuore.

Nessuno ci obbligava.
Nessuno ci imponeva una legge.
Nessuno diceva: “Se vuoi essere cristiano, devi vendere tutto”.

No.

Accadeva qualcosa di più profondo: la grazia liberava il cuore.

Perché spesso noi non tratteniamo le cose solo per avidità. Le tratteniamo anche per paura.

Paura del futuro.
Paura di restare senza.
Paura che gli altri si approfittino di noi.
Paura che, se condividiamo, non saremo più al sicuro.

E allora stringiamo.

Stringiamo il denaro.
Stringiamo il tempo.
Stringiamo le energie.
Stringiamo le case.
Stringiamo perfino le relazioni.

Ma la grazia di Dio cominciava ad allentare le dita.
E ci insegnava a dire:

“Quello che ho non è solo per me.”


Qui c’è una domanda che non possiamo evitare.

Che cosa succede alla nostra fede quando incontra il portafoglio?

È possibile cantare, pregare, ascoltare la Parola, dire che Gesù è il Signore.
Ma poi arriva una domanda semplice:

Signore anche di ciò che possiedo?

Signore anche del mio stile di vita?
Signore anche delle mie priorità economiche?
Signore anche del modo in cui consumo?
Signore anche del modo in cui vedo — o non vedo — chi è nel bisogno?

Tra noi accadde una cosa semplice e rivoluzionaria: nessuno veniva lasciato solo nel bisogno.

Non avevamo risolto tutti i problemi economici del mondo.
Non avevamo cambiato l’Impero Romano.
Non avevamo cancellato la povertà dalla terra.

Ma nella comunità dei fratelli e delle sorelle, il bisogno di uno diventava responsabilità di tutti.

Questa è giustizia secondo il Vangelo.

Non prima di tutto uno slogan.
Non una teoria da discutere all’infinito.
Non una parola da usare per sentirsi dalla parte giusta.

È una domanda concreta:

nella comunità dei credenti, chi è nel bisogno viene visto o viene ignorato?

Perché una chiesa può avere dottrina corretta, canti belli, programmi ben organizzati. Ma se non vede i bisogni reali delle persone, qualcosa non va.

Se qualcuno affonda e nessuno se ne accorge, qualcosa non va.
Se qualcuno si vergogna di dire che non arriva a fine mese, qualcosa non va.
Se qualcuno ha troppo e qualcuno non ha il necessario, e noi chiamiamo tutto questo “normale”, qualcosa non va.

La buona notizia di Gesù Risorto ci provoca.
Non per schiacciarci con il senso di colpa, ma per svegliarci.


A un certo punto io guardai il mio campo.

Lo avevo guardato tante volte.
Forse con gratitudine.
Forse con orgoglio.
Forse con quel senso di sicurezza che dà il possedere qualcosa.

Ma quel giorno lo guardai diversamente.

Pensai ai fratelli e alle sorelle che avevano bisogno.
Pensai a chi aveva perso sostegno, famiglia, lavoro, relazioni, perché aveva seguito Gesù.
Pensai alle vedove.
Pensai agli stranieri.
Pensai a chi non aveva nessuna rete di protezione.

E mi venne una domanda:

a che cosa serve un campo custodito bene, se accanto a me un fratello non ha pane?

A che cosa serve dire: “Dio mi ha benedetto”, se poi la benedizione si ferma a me?

Così vendetti il campo.

Portai il ricavato e lo deposi ai piedi degli apostoli.

Non lo feci per farmi vedere.
Non lo feci perché qualcuno mi applaudisse.
Non lo feci per comprarmi un nome spirituale.

Lo feci perché avevo capito una cosa:

la proprietà, quando è consegnata a Dio, può diventare consolazione, incoraggiamento

Il mio campo poteva restare soltanto mio.
Oppure poteva diventare pane, sollievo, aiuto, vita condivisa.

E quel giorno, lasciandolo andare, non mi sentii più povero.

Mi sentii più libero.


Ciò che veniva portato agli apostoli non finiva in un luogo misterioso, lontano dai bisogni reali. Veniva distribuito.

Non secondo il prestigio.
Non secondo la simpatia.
Non secondo l’importanza.
Non secondo chi meritava di più.

Secondo il bisogno.

Questa parola dovremmo ascoltarla bene: bisogno.

Noi spesso confondiamo bisogni e desideri. Abbiamo bisogno di pane, casa, cura, dignità, relazioni. Ma rincorriamo molto altro. E intanto ci convinciamo che non abbiamo abbastanza per condividere.

Forse non sempre è vero.

Forse a volte non ci manca la possibilità di condividere.
Ci manca l’immaginazione.
Ci manca la fiducia.
Ci manca il coraggio di vivere in modo un po’ più semplice, perché qualcun altro possa vivere in modo un po’ più dignitoso.


Allora, dovete fare esattamente come facemmo noi a Gerusalemme?
Dovete vendere tutto?

Non credo che questa storia chieda semplicemente di copiare un modello.

Chiede qualcosa di più profondo:

incarnare lo stesso Spirito.

Non tutti hanno un campo da vendere.
Ma tutti abbiamo qualcosa da rimettere nelle mani di Dio.

Qualcuno ha denaro.
Qualcuno ha tempo.
Qualcuno ha competenze.
Qualcuno ha una casa da aprire.
Qualcuno ha ascolto.
Qualcuno ha relazioni.
Qualcuno ha energie.
Qualcuno ha la capacità di vedere chi gli altri non vedono.

La domanda non è solo:

“Quanto devo dare?”

La domanda è:

“Che cosa sto ancora chiamando solo mio?”

Il mio tempo è solo mio?
La mia casa è solo mia?
La mia tavola è solo mia?
Il mio denaro è solo mio?
La mia fede è solo mia?

Oppure la grazia di Dio mi sta insegnando a dire:

“Signore, tutto ciò che ho viene da te. Mostrami come usarlo per il bene degli altri.”

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Sermone su Atti 2, 1-21

Qualche anno fa mi sono imbattuto in un romanzo della scrittrice Sibylle Lewitscharoff, morta tre anni fa, dal titolo “Il miracolo di Pentecoste”.

Nel romanzo non si parla della storia di Pentecoste che abbiamo appena sentito nella lettura. Il libro racconta di un congresso: 34 esperti di Dante si incontrano a Roma nel 2013 per confrontarsi sulle loro ultime scoperte riguardo alla “Divina Commedia”.

Nel romanzo gli studiosi di Dante si riuniscono a Roma per un congresso. Sono tutti appassionati della Divina Commedia. Il narratore e protagonista nel romanzo è Gottlieb Elsheimer, un professore tedesco di romanistica sulla sessantina, che organizza il congresso.

Dopo alcuni giorni passati a condividere la loro passione per l’opera di Dante e a discutere di inferno e purgatorio, succede qualcosa di completamente inaspettato:

Le campane del Duomo di San Pietro suonano per annunciare la Pentecoste. In quel momento, tutti i partecipanti al congresso vengono presi da una specie di estasi e all’improvviso iniziano a parlare e capire lingue sconosciute. Le parole diventano sempre più numerose, riempiono la stanza e alla fine spalancano le finestre. Poi avviene il “miracolo di Pentecoste”: tutti i studiosi, incluso un cane, il custode e una cameriera africana, salgono sul davanzale della finestra, si alzano in volo e se ne vanno. Tutti tranne uno.

Gottlieb Elsheimer, non vola via. Anche se condivide l’entusiasmo degli altri, qualcosa lo trattiene a terra. Naturalmente si chiede perché non è riuscito a partecipare a questa miracolosa ascensione. Per questo motivo, racconta al lettore interessato dei discorsi dei suoi colleghi e cerca di tornare alla sua vita quotidiana.

Ma questa non è affatto semplice: Elsheimer è divorziato e vive da solo a Francoforte. Il rapporto con sua madre è complicato. La sua vita è fatta solo di studio e ricerca. Le questioni di fede le affronta con distacco o addirittura con scetticismo. Insomma, è in crisi. Ma piano piano riesce a dare un po’ di struttura alla sua vita. La risposta al perché non è volato via da solo rimane comunque un mistero per il lettore. Il romanzo è letteratura, non un film di Hollywood. Ma coglie perfettamente il vero miracolo di Pentecoste.

La Pentecoste nella Bibbia: Gli apostoli vengono riempiti dallo Spirito Santo e iniziano a predicare in tutte le lingue. Predicano la redenzione e l’amore di Dio, e vengono capiti. Il messaggio cade su terreno fertile e si diffonde in tutto il mondo. L’entusiasmo è contagioso, la scintilla salta da una persona all’altra. Nasce così la Chiesa, una comunità variegata di persone entusiaste che non si lasciano intimidire da nulla.

L’evangelista Luca è l’unico che prova a raccontare questo evento. In qualche modo gli sono grato per aver almeno provato a mettere insieme ciò che non si può unire: il rumore del vento forte e il turbine quando le porte e le finestre sono chiuse, le lingue di fuoco. Come si possono descrivere in immagini e parole esperienze interiori così intense e di essere presi da qualcosa?

Eppure, il tentativo di Luca di descrivere l’indescrivibile ci aiuta a trovare le parole per esprimere le nostre esperienze di essere presi da qualcosa. Anche se tutte le parole sembrano inadeguate e sbagliate. Non possiamo fare altro che cercare di dare un senso alle nostre esperienze con nuovi tentativi e provare sempre a trovare nuove parole e descrizioni.

Celebriamo la Pentecoste e non pretendiamo che succeda esattamente la stessa cosa di allora, qui e ora. Non mi aspetto che voi oggi saltiate su, corriate per strada e raccontiate a tutti della vostra fede nella vostra lingua madre.

Non celebriamo la Pentecoste come una copia o una ripetizione di allora. Ci sono movimenti e chiese che vogliono semplicemente ripetere le esperienze di allora e credono che basti rivivere la stessa cosa.

No, non celebriamo la Pentecoste come una ripetizione di allora e men che meno come un ricordo devoto di tempi passati in cui tutto era migliore.

La Pentecoste non è qualcosa di astratto. Questo è il messaggio che l’autrice del romanzo vuole trasmetterci, anzi, dà ai lettori e alle lettrici nel suo romanzo lo spazio per trovare le proprie risposte. Allo stesso modo e con la stessa concretezza, Luca descrive l’evento della Pentecoste negli Atti degli Apostoli:

«E quando venne il giorno di Pentecoste, erano tutti insieme nello stesso luogo. All’improvviso venne dal cielo un rumore come di vento impetuoso che si abbatte e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro. Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi.»

La reazione degli spettatori estranei è di incomprensione: sono sconcertati o pensano che siano ubriachi. Ma poi Pietro inizia a predicare. Spiega che il miracolo delle lingue è il compimento della profezia di Gioele (Gioele 3,1-5), secondo cui Dio riverserà il suo Spirito su tutti gli uomini. Poi Pietro testimonia l’opera di Gesù, la sua morte, la sua risurrezione e la sua esaltazione come compimento delle Scritture, e invita alla conversione e al battesimo, dopo di che circa 3000 persone diventano cristiane. È questa predicazione che fa scattare la scintilla.

Il pubblico di Pietro non vola in cielo. Ma raccontano agli altri ciò che hanno vissuto.

Ora abbiamo un’idea della risposta alla domanda su cosa sia la Pentecoste, e per questo Gottlieb Elsheimer è rimasto a terra: per poter raccontare al lettore ciò che ha vissuto. Proprio come hanno fatto gli apostoli.

Questo è il miracolo: raccontare ciò che ci entusiasma e trasmettere questo entusiasmo agli altri.

«Uno ci ha acceso con la fiamma dell’amore, uno ci ha svegliati e il fuoco arde luminoso.» Questo è ciò che dice una canzone per bambini in chiesa. Questo è la Pentecoste: lasciarsi accendere dalla fiamma dell’amore. Raccontare agli altri della redenzione e dell’amore di Dio. Capire che lo Spirito di Dio permea tutto, anche se il mondo o la vita non sembrano così. Se facciamo questo, allora siamo nel pieno dell’evento di Pentecoste. Forse non un volo spirituale, ma la consapevolezza che il cielo è aperto sopra di noi, che i peccati vengono perdonati e i pesi diventano più leggeri, e che l’amore di Dio è senza limiti, anche oltre i nostri confini. Dio ci entusiasma, ma non possiamo trattenere il suo Spirito. Sta a noi chiedere sempre di nuovo lo Spirito Santo:

«Vieni, Spirito Santo! Ti preghiamo: Vieni! Non perché tu non sia già tra noi, ma: Vieni, svegliaci, scuotici, apri i nostri occhi. Ti preghiamo: Vieni! Non perché tu non sia già in cammino con noi, ma: Vieni! Come la luce che ci acceca e ci strappa dal nostro egoismo. Dobbiamo dimenticarci di noi stessi per poter ascoltare la tua voce. Vieni, Spirito Santo! Vieni, Spirito Creatore! Vieni, Spirito di Verità, vieni! Vieni, Spirito Santo, Spirito di Pace, Spirito di Unità, ti preghiamo: Vieni!»

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Sermone sul libro dell'Apocalisse

Quando si parla dell’Apocalisse, spesso la prima reazione è un misto di curiosità e distanza. È un libro che affascina, ma che allo stesso tempo intimorisce. Draghi, bestie, sigilli, trombe, giudizi, città che cadono e cieli che si aprono. Sembra un linguaggio lontano dal nostro mondo quotidiano.

Eppure, quando lo si attraversa con attenzione, ci si accorge di una cosa sorprendente: l’Apocalisse non è un libro per spaventare, ma per dare respiro. Non è scritto per alimentare paura, ma per sostenere la fede. Non nasce per soddisfare la curiosità sul futuro, ma per illuminare il presente.

È una parola che nasce dentro la pressione della storia, dentro la fatica di credere quando tutto sembra andare nella direzione opposta. E allora la domanda non è: “Che cosa accadrà alla fine del mondo?” La domanda vera è: “Come si vede il mondo quando lo si guarda dalla prospettiva di Dio?”

La storia non è cieca

Uno dei primi messaggi dell’Apocalisse è che la storia non è cieca. Non è un susseguirsi casuale di eventi, né un campo lasciato al caso o alla violenza.

Certo, il male è presente. E l’Apocalisse non lo nasconde. Anzi, lo descrive con immagini forti: potenze che dominano, sistemi che opprimono, città simboliche come Babilonia che rappresentano l’orgoglio umano elevato a sistema.

Ma proprio mentre il male sembra occupare tutto lo spazio, il libro insiste su un punto fondamentale: il male non è eterno. Ha un tempo, ha un limite, ha una fine.

Questa è una delle affermazioni più controculturali dell’Apocalisse. Perché noi spesso viviamo come se il male fosse definitivo, come se fosse sempre l’ultima parola. Ma il testo biblico dice qualcosa di diverso: il male può essere potente, ma non è sovrano.

Il centro della visione: l’Agnello

Al centro di tutto non c’è una forza impersonale, non c’è una legge astratta, non c’è un destino cieco. Al centro c’è una figura precisa: l’Agnello.

È una delle immagini più paradossali di tutto il Nuovo Testamento. Perché l’Agnello è vulnerabilità, è dono, è mitezza. Eppure, proprio l’Agnello è colui che vince.

Questo ribalta completamente la nostra idea di vittoria. Noi pensiamo alla vittoria come dominio, controllo, forza. L’Apocalisse invece parla di una vittoria che passa attraverso la fedeltà, la verità, e perfino attraverso la sofferenza.

Come hanno osservato alcuni studiosi come M. Eugene Boring ed Eduard Lohse, il linguaggio dell’Apocalisse non descrive semplicemente eventi futuri, ma interpreta teologicamente la realtà: Cristo regna non attraverso la violenza, ma attraverso la testimonianza.

Questo significa che il centro della storia non è il potere umano, ma la fedeltà di Dio.

Babilonia e Gerusalemme: due modi di vivere

L’Apocalisse presenta un grande contrasto: Babilonia da una parte, la nuova Gerusalemme dall’altra.

Babilonia è il simbolo di ogni sistema che si chiude su se stesso, che si autoesalta, che costruisce sicurezza attraverso l’ingiustizia. È la città che seduce, ma che alla fine crolla.

La nuova Gerusalemme invece è la città che discende da Dio. Non è costruita sull’orgoglio umano, ma sulla comunione. Non è segnata dalla paura, ma dalla presenza.

Queste due città non sono solo due luoghi futuri. Sono due modi di vivere oggi.

Ogni volta che scegliamo il potere invece della giustizia, la paura invece della fiducia, l’apparenza invece della verità, stiamo partecipando a Babilonia.

Ogni volta che scegliamo la fedeltà, la verità, la cura dell’altro, stiamo già entrando nella logica della nuova Gerusalemme.

Il giudizio come verità

Un altro tema che spesso viene frainteso è quello del giudizio. L’Apocalisse parla di giudizio finale, di libri aperti, di responsabilità. Ma non lo fa per alimentare paura. Lo fa per affermare una verità fondamentale: la vita non è indifferente.

Ogni gesto, ogni scelta, ogni parola ha un peso. Il giudizio, nel linguaggio biblico, non è prima di tutto punizione. È rivelazione. È il momento in cui ciò che è nascosto viene alla luce. E questo è profondamente liberante. Perché significa che la verità non sarà cancellata. Che la giustizia non sarà dimenticata. Che il male non sarà normalizzato per sempre.

Il male ha un limite

Una delle affermazioni più forti dell’Apocalisse è che il male non è infinito.

Anche quando sembra dominare, anche quando sembra organizzato, strutturato, potente, esso è destinato a cadere.

Questo non significa che il male sia banale. L’Apocalisse è molto realistica su questo punto. Ma significa che il male non è l’ultima parola sulla storia.

C’è un limite oltre il quale non può andare. E questo limite non è stabilito dall’uomo, ma da Dio.

Una speranza che nasce nel conflitto

La speranza dell’Apocalisse non è una speranza ingenua. Non nasce dall’illusione che tutto andrà bene facilmente.

Nasce dentro il conflitto. Dentro la tensione. Dentro la sofferenza. È una speranza che non chiude gli occhi sul male, ma che lo guarda e dice: non durerà per sempre.

È una speranza che permette ai credenti di restare fedeli anche quando la realtà sembra contraddire ogni promessa.

“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”

Alla fine del libro, non c’è un urlo di distruzione. Non c’è il vuoto. Non c’è il caos finale. C’è una voce. Una voce che dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Non dice: “Io distruggo tutto”. Dice: “Io rinnovo”. Questo è fondamentale. La speranza biblica non è fuga dal mondo, ma trasformazione del mondo.

La creazione non viene annullata, viene guarita. La storia non viene cancellata, viene portata a compimento.

*La forma finale della speranza

E qual è l’immagine finale? Una città. Una relazione. Una presenza. “Dio abiterà con loro”. Non c’è più distanza. Non c’è più separazione. Non c’è più solitudine. La storia umana non termina nel vuoto, ma nell’incontro.

Una domanda per noi A questo punto, l’Apocalisse non ci chiede di essere spettatori. Ci chiede di essere partecipi.

La vera domanda non è: “Capisco tutti i simboli?” La vera domanda è: “A chi sto dando la mia fedeltà?” A Babilonia, con le sue promesse di sicurezza? Oppure all’Agnello, con la sua via di verità e amore?

Conclusione

L’Apocalisse non è il libro della fine del mondo. È il libro della fedeltà di Dio nella storia. È il libro che dice che il male non è eterno, che la verità non sarà cancellata, che la speranza non è un’illusione. E alla fine, non ci lascia con una paura, ma con una parola semplice e decisiva: Vieni. E forse tutta la vita cristiana può essere racchiusa in questo movimento doppio: sapere che Cristo viene, e imparare a dire ogni giorno: Vieni, Signore.

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Sermone su Geremia 31, 31-34

Lo scrittore austriaco Franz Werfel, nel suo libro sul profeta Geremia, profeta innanzitutto della disfatta d’Israele, descrive come Geremia passeggia fra le rovine del Tempio a Gerusalemme. Tremando, così racconta Werfel, il profeta raccoglie un frammento di pietra delle Tavole della legge su cui sono scritte queste le parole “Ascoltate la voce”. Solo queste parole cadute fra legno bruciato e e mura diroccate sono rimaste.

Sotto i suoi sandali scricchiolano le rovine del Tempio di Gerusalemme. Tutto ciò che è stato detto in questo Tempio, tutti i canti di lode durante i secoli in cui era in piedi il tempio costruito da Salomone ora si concentrano in questo frammento: ascoltate la voce. Ascoltate la voce di Dio per vivere.

Ora tutto si è sbriciolato in polvere... con insistenza Geremia ha profetizzato questa catastrofe. Capitolo dopo capitolo del suo libro è un ammonimento del suo popolo che stava facendo false alleanze. Ha predicato che non era un bene per Giuda fare dei patti militari e consegnarsi ai finanzieri corrotti.

Ma Giuda ha seguito le parole dei falsi profeti. Non voleva dare ascolto al profeta. E così hanno forgiato armi invece di vomeri. Ora davanti agli occhi del profeta i campi giacciono incolti. Non c'è quasi più pane da condividere in modo giusto ed equo. Troppe persone hanno da tempo avuto nessun sostentamento. Troppe armi e nessun salario minimo. Invece di vedere paesaggi in fiore le persone rimaste e non deportate sono amaramente deluse e muoiono di fame, peggio che mai. Fame di pane, fame di giustizia, fame di una parola vera.

Geremia sta solo nella polvere. Lì, nel luogo distrutto, dove Dio era sempre in grado di soddisfare questa fame. Dove una volta Dio viveva nel suo splendore. Ma Dio è uscito. Ha rinunciato al patto della vita con il suo popolo – a causa dell’infedeltà permanente, cronica. Ora, nelle rovine il profeta pensa o prega: Mio Dio, mio Dio, perché ci hai abbandonato? Il vuoto in questo posto, in questo mucchio di rovine, lo si può afferrare con le mani. E in esso il profeta pronuncia silenziosamente tre parole: Dio, mi manchi.

Penso, che queste tre parole siano familiari a moltissime persone anche nel nostro tempo. Non per forza si riferiscono a Dio, ma sempre alla sensazione di essere sole e soli e in qualche modo perduti. A volte ci sono momenti desertici nella vita in cui ti senti così miserabile, malconcio e invisibile, come in un mucchio di rovine.

L'oscurità in una vita ha molti nomi, anche qui tra noi. E mi tocca sempre terribilmente quando gli umiliati, quando i piccoli che spesso hanno un cuore grande si sentono abbandonati non solo dal mondo ma anche da Dio.

Lo capisco. A volte Dio sembra così incomprensibile. Così lontano. Così distaccato dalla realtà. E per troppi, Dio è già da tempo uno sconosciuto. Non hanno idea di dove Egli viva, e chiedono: come si chiama? Che cosa fa? Che cosa vuole?

Ma c'è anche l'altro. Sempre più persone stanno facendo domande rischiando di guardare solo al cielo. Sospettano che sia bene guardare più decisamente lontano da se stessi e dalla propria miseria e misurare l'orizzonte. Stanno guardando. Stiamo cercando. Qualcosa che spieghi il senso della vita. Ne sappiamo ancora del senso. Portiamo tutte e tutti in noi almeno frammenti di vicinanza vissuta con Dio. Un inno per esempio. Una foto del battesimo del bambino. Parole insolite come misericordia. Gesù. Non è così? Forse anche frammenti di qualche salmo: Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, #io non temerei alcun male, perché tu sei con me.

C'è un desiderio profondo in tutti noi esseri umani, ne sono sicuro. Un desiderio di mettere questi frammenti della nostra vita di nuovo insieme. Un desiderio quindi anche di partecipare alla perfezione di Dio e di far scendere Dio dalla grande distesa celeste nella mia piccola vita. In modo che si fermi, la costante domanda del perché? Questa sensazione che la vita non ha senso. In modo che io non sia più così solo nei momenti difficili. Così che non si deve più dire come Geremia: Dio, mi manchi.

Geremia allontana il suo sguardo supplicante dal cielo e guarda la terra. Qualcosa sta brillando? Tremando, prende il frammento. E con le sue parole che lo salvano.

Parole per vivere. In mezzo alla desolazione, sotto la polvere e le ceneri, sotto la colpa e le avversità, c'è questa parola di vita. Sì, dopotutto, Dio si trova in questo frammento: ascoltate la voce. Il profeta prende delicatamente in mano il frammento e lo porta al suo cuore. Tanta intimità sta in esso.

Ascoltate la voce … Geremia sa che la voce di Dio è voce di vita. In Geremia sta iniziando qualcosa di nuovo! E questa cosa nuova, che Geremia comprende in questo momento, non viene con il rumore delle armi e il potere che sfrutta e opprime. Ma in fragilità e silenzio.

Silenzio.

Silenzio, il silenzio per sentire il nuovo che Dio ha in mente:

31 Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; 32 non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; 33 «ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo. 34 Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: “Conoscete il Signore!”, poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

Un nuovo patto. “Nuovo”, questa è la parola chiave del nostro testo. Nuovo, perché il patto che Dio promette nasce dalla polvere, la promessa di Dio viene dal profondo, dal basso e non dall'alto. La promessa di Dio del nuovo patto non ha il suo posto nel tempio. Nel nuovo patto Dio vive con noi, vicino ai nostri cuori. Il nuovo patto non è scritto in lettere, cementato in dogmi, inculcato da insegnanti, faticosamente memorizzato. La fede non è un atto di obbedienza. No, in questo nuovo patto invece tutti, piccoli e grandi, bambine e bambini, uomini e donne, conosceranno Dio. Conoscere in ebraico è una bellissima parola. Questa parola viene utilizzata quando due scoprono il loro amore l'uno per l'altro e il desiderio li spinge a unirsi. Che immagine per questo nuovo patto di vita! Nasce dall'amore tra Dio e noi esseri umani, un amore che si cala nella nostra esistenza, in tutto ciò che ci rende infelici e fragili, ma anche in tutto quanto che ci rende felici. Il nuovo patto è plasmato dall'idea che una persona, se ama, non è più distruttiva ma vuole costruire. Una persona che si sa amata e ama, fa di tutto per far fiorire il paesaggio, si impegna che il pane sia distribuito in modo equo.

Dio ama te teneramente in modo che tu possa uscire nel mondo. Forte. per fare alleanze per la vita. Per la vita appunto e contro tutta la follia del mondo furioso. Alleanze per la vita, ad esempio, con gli operatori di pace in Palestina o con coloro che portano i rifugiati minacciati di morte nelle loro barche in un porto sicuro. La nuova alleanza, il nuovo patto di cui parla Geremia è una promessa che conosce veramente anche il male nel mondo. E così ci rende consapevoli di come possiamo trovare nuovi inizi, inizi anche dopo le tante crisi che viviamo oggi, affinché non si torni alla follia di prima, perché un ritorno non è la soluzione.

Dio ci ama perché andiamo nel mondo e creiamo alleanze per la vita. Alleanze in modo che non solo tu ed io, ma tutti possano vivere. In modo che nessuno dica: Dio mi manchi. Nella tua città, nel tuo paese, nel mondo intero. Ma, al contrario, dove il cuore sa: Dio abita qui. In mezzo a noi. In mezzo a noi liberate e liberati dal suo amore.

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Predicazione a due voci su Matteo 6, 5-15

1: Padre nostro che sei nei cieli

2: Si?

1: Non mi interrompere, sto pregando

2: Ma tu mi hai appena invocato

1: Io invocato te? Beh, in fondo no. Lo diciamo così nella preghiera. Padre nostro che sei nei cieli.

2: Ecco di nuovo. Mi stai invocando per iniziare a parlare con me, no? Allora, di che cosa si tratta?

1: sia santificato il tuo nome

2: lo dici sul serio?

1: Cosa dico sul serio?

2: se vuoi veramente santificare il mio nome. Che significa secondo te?

1: Significa … significa … uffa, non so cosa significhi. Come dovrei saperlo?

2: Vuol dire che tu mi vuoi onorare, mi dici che sono importante per te, che il mio nome vale.

1: Mh. Si, questo lo capisco. Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà come in cielo anche in terra.

2: cosa fai di concreto per realizzare questa richiesta?

1: che sia fatta la tua volontà? Certo! Vado in chiesa ogni domenica, pago le contribuzioni, do una buona colletta.

2: Io voglio che tu vada oltre. Voglio che la tua vita sia espressione della mia volontà e quindi che per mezzo di te sia visibile il mio regno. Sai, le tue preghiere venga il tuo regno e sia fatta la tua volontà, sono interconnesse. Dove si fa la mia volontà, allora il mio regno diventa visibile. Veniamo quindi a te: voglio che tu aggiusti la tua vita e la regoli secondo la mia volontà che vuole liberare, che è amore. Visto così, che cosa dici del tuo stile di vita? Delle tue abitudini? Della tua impronta ecologica e sociale che lasci con il tuo stile di vita che distrugge la mia Creazione e schiaccia i deboli e poveri? Io voglio che tu agisci e pensi avendo in mente sempre l’altro e l’impatto che hai sull’altro e sulla creazione intera. Io voglio che tutte le donne e tutti gli uomini arrivino a questa verità, io voglio che siano guariti i malati, sfamati gli affamati, consolati i tristi e liberati i carcerati. Tutto ciò che fai a loro, lo fai a me.

1: Perché lo dici proprio a me? Hai un’idea di quanti ipocriti vanno ai culti?

2: Scusami, pensavo che stessi davvero pregando affinché la mia volontà sia fatta. E ciò inizia da ciascuno e ciascuna di voi, quindi da te. Solo quando conosci la mia volontà e la metti in armonia con la tua, allora puoi essere un ambasciatore del mio regno.

1: Beh, mi sembra logico. Posso continuare? Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

2: Tu sei abbastanza in carne. Sai che con questa preghiera ti obblighi di fare qualcosa affinché milioni e milioni di persone affamate abbiano il loro mangiare quotidiano?

1: e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori

2: Che mi dici di Carlo?

1: Carlo? O no, non mi parlare di Carlo! Sai benissimo che mi ha messo in imbarazzo davanti a tutti, che mi tratta con arroganza, tanto che mi arrabbio già prima che lui mi tratti male. E lui lo sa benissimo. Non mi prende sul serio come collega. Questo tipo …

2: lo so, lo so. E la tua preghiera?

1: Non intendevo dirlo così.

2: Almeno sei sincero. Ma sul serio: Ti diverti ad andare in giro con tanta amarezza e antipatia nelle tue viscere?

1: mi fa ammalare

2: Io ti voglio guarire. Perdona Carlo come io perdono te. Forse perdi un po’ di denaro, forse anche un po’ della tua reputazione, ma alla fine perdi l’amarezza che ti fa ammalare e avrai pace nel cuore.

1: mh. Non so se riesco.

2: ti aiuto

1: e non esporci alla tentazione ma liberaci dal male.

2: volentieri. Allora evita delle situazioni e delle persone che per te portano delle tentazioni.

1: cosa vuoi dire?

2: Conosci i tuoi punti deboli: la tua tendenza di spendere soldi per cose che non ti rendono felice, la tua aggressività, il tuo consumismo sfrenata, la tentazione di avere sempre macchine più grandi – e di conseguenza più dannose – di avere sempre la tecnologia più moderna, roba firmata da mettere … tutto ciò e altro sono le tue tentazioni …

1: Penso che questo sia il padre nostro più difficile che io abbia mai pregato. Ma per la prima volta ha a che fare con la mia vita.

2: bene, facciamo progressi. Continua pure con la preghiera.

1: tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

2: Sai cosa piace assai? Quando le persone come te cominciano a prendermi sul serio, quando la preghiera è un vero dialogo e porta all’impegno di seguirmi davvero in tutti gli ambiti della vita, quando cominciano a capire che il mio Regno ti rende felice e migliora la vita di tutte e tutti e del Creato intero. Amen

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Sermone su 2 Cronache 5, 2-14

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Un grande evento a Gerusalemme! Qualcosa che accade raramente in Israele: viene inaugurato il Tempio. Il tempio è il luogo in cui abita il nome di Dio; è il luogo centrale della fede d’Israele fino alla distruzione dell’ultimo tempio 70 d. C. E’ il luogo, almeno al momento del primo tempio, dove, nel Santuario, nell'Arca dell'alleanza, sotto le ali dei cherubini, c'erano le tavole della legge di Dio, il luogo in cui il sommo sacerdote, nello Yom Kippur, il giorno della riconciliazione, col sangue di un animale sacrificale, compie l'espiazione per il popolo.

Il Tempio di Gerusalemme è il luogo in cui si contempla la bellezza del SIGNORE, il luogo in cui vuole abitare il salmista tutti i giorni della sua vita1. Il tempio è il luogo più sacro per Israele, perché è il luogo in cui avviene la presenza di Dio e, allo stesso tempo, è il luogo in cui la gente si incontra quando sale a Gerusalemme per le feste di pellegrinaggio.

Il nostro testo del II Cronache indica il settimo mese, che oggi si chiama Tischri in Israele, come data per l'inaugurazione; è oggi il mese in cui si celebra la festa delle capanne. Essa ricorda l'epoca nel deserto, ma è anche la festa del raccolto per eccellenza.

Ora, convocato da Salomone, tutto il popolo d’Israele si riunisce a Gerusalemme. I leviti e i sacerdoti portano tutta l’attrezzatura. Viene messo tutto al suo posto. Nel frattempo si fanno i sacrifici.

Ed ecco, a questo punto mi fermo per un attimo. Da vegano trovo orribile il macello che stanno facendo lì nel tempio, i fiumi di sangue che inondano l’altare, la stele di fumo che sale al cielo. Da pastore non mi trovo proprio con l’idea che qualcuno deve essere sacrificato. Già la parola e il concetto di sacrificio non fanno parte della mia fede.

Anche chi ha proposto questo testo che per la prima volta veniva predicato in questa domenica Cantate proprio sei anni fa in pieno lockdown, forse la pensa così, perché c’è la opzione di non leggere i versetti centrali che parlano dei sacrifici.

Io l’ho lasciato per il contrasto che poi c’è con quanto segue. Dopo tutto questo, inizia la grande lode. A est del tempio, verso il monte degli ulivi, i leviti cantano e suonano con tutti gli strumenti reperibili: fecero udire all'unisono la voce per lodare e per celebrare il SIGNORE, e alzarono la voce al suono delle trombe, dei cembali e degli altri strumenti musicali, per lodare il SIGNORE «perch'egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!»

La cosa interessante del nostro brano è che nella versione parallela scritta molti anni prima non c’è alcun riferimento a questa straordinaria lode. A quanto pare, il canto e la musica sono invece particolarmente importanti nel periodo in cui il cronista racconta la storia di Davide, Salomone e dei re di Israele e Giuda. Il fatti il nostro racconto viene scritto dopo l'esilio babilonese e dopo l’inaugurazione del secondo tempio nel 515 A.C. che non ha lo splendore del primo.

La situazione di vita dei rimpatriati è caratterizzata dall'insicurezza. La comunità deve rimettersi in sesto. E’ per questo che lode di Dio diventa più visibile e necessaria? Il servizio dei Leviti come musicisti e cantanti per le lodi e i ringraziamenti o come coro di canti alternati è particolarmente importante nell'opera storica del cronista. I periodi di incertezza forse richiedono sottolineare la lode di Dio?

Avvenne che la casa, la casa del SIGNORE, fu riempita di una nuvola. Il canto della comunità rende felice, unisce chi canta ed è rivolto a Dio! Non deve diventare un dovere che si segue senza emozioni da una comunità che non conosce o rifiuta i canti vecchi e nuovi.

Il canto, la musica, hanno bisogno di una forte partecipazione interiore. Il canto ha bisogno del movimento dei cuori, del coinvolgimento che può anche portare al movimento alla danza. Davide a suo tempo ballava davanti all'Arca dell'alleanza quando è stata portata nella sua città.

Inoltre, il nostro canto non dovrebbe essere completamente scollegato dalla cultura del nostro tempo, altrimenti non dobbiamo stupirci se solo pochi trovano belli i nostri culti. Se saremo intelligenti, non dimenticheremo le vecchie canzoni, che sono un patrimonio prezioso, con molte basi spirituali, ma al tempo stesso oseremo cantare nuove canzoni che, nel linguaggio di oggi, compreso il linguaggio musicale di oggi, suonano a Dio.

Nella Lettera ai Colossesi si legge: la parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali.

Oggi le canzoni d'amore sono un genere comune nella musica popolare; alcune sono commoventi, molte sono insignificanti. La buona musica anche in chiesa dovrebbe essere come una canzone d'amore che descrive il rapporto tra Dio e la sua comunità. L'amore è emozione, movimento verso colui che amo.

Se nei nostri culti celebriamo il nostro amore per Dio, le nostre canzoni saranno la forte espressione del movimento di Dio verso di noi e del nostro movimento verso di lui.

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Meditazione per la Radio RAI FVG “Incontri con la Bibbia”

Ci sono momenti in cui la vita sembra una cella chiusa.

Non servono per forza sbarre vere: bastano la paura, la stanchezza, un fallimento, una notizia che ci toglie il respiro. Ci sono giorni in cui tutto si restringe, e il futuro pare sparire.

Nel libro degli Atti si racconta di Paolo e Sila, arrestati, picchiati e gettati in prigione. Non proprio una storia di successo. Se guardiamo solo dall’esterno, sembra una sconfitta: volevano portare una parola di speranza, e si ritrovano bloccati dalla violenza del potere.

Eppure, proprio lì, nel punto più basso, accade qualcosa.

Nel cuore della notte, Paolo e Sila pregano e cantano. Non perché vada tutto bene. Non perché siano ingenui. Cantano mentre sono ancora in catene. Ed è questo che colpisce: la libertà, a volte, comincia prima che la situazione cambi. Comincia dentro, come una voce che rifiuta di lasciarsi definire solo dalla paura.

Poi il racconto parla di un terremoto, di porte che si aprono, di catene che saltano. È un’immagine potente. Ma forse il vero miracolo non è solo questo. Il vero miracolo è che, in quella notte, si aprono più porte insieme. Si apre la porta per i prigionieri: quello che sembrava chiuso per sempre, improvvisamente non lo è più.

Si apre la porta per il carceriere: convinto che tutto sia perduto, sta per togliersi la vita. E invece qualcuno lo ferma. Paolo gli grida, in sostanza: non farti del male. È una frase breve, ma decisiva. A volte la salvezza comincia così: con una persona che, al momento giusto, ci trattiene dal gesto irreparabile. Con una voce che ci restituisce al mondo.

E si apre anche una terza porta: quella di una vita nuova. Il carceriere, che fino a poco prima custodiva la prigione degli altri, scopre la propria prigione interiore — e insieme la possibilità di uscirne. La sua casa diventa un luogo di accoglienza, di tavola condivisa, di gioia ritrovata.

Forse è proprio questo il punto del racconto: la fede non è evasione dalla realtà. È una forza che può restituire spazio quando la vita si è ristretta. Può rimettere in movimento ciò che in noi si era bloccato. Può farci scegliere la vita, anche quando tutto spinge verso il contrario.

E c’è un dettaglio bellissimo: tutto nasce da un canto nella notte. Cantare, pregare, dare voce alla speranza: non cambia magicamente il mondo, ma cambia il modo in cui stiamo dentro il mondo. Ci sono parole che ci tengono in piedi quando non abbiamo più forza. Ci sono canzoni, salmi, preghiere — o anche soltanto un filo di voce — che ci impediscono di sprofondare del tutto.

Per questo questa antica storia parla ancora a noi.

Perché tutti conosciamo notti interiori. Tutti sappiamo cosa significa sentirsi chiusi, bloccati, senza uscita. E tutti, in modi diversi, abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: fermati, non sei finito, c’è ancora una porta che può aprirsi.

La Pasqua, in fondo, comincia anche così: non come fuga dalla notte, ma come nascita di una libertà dentro la notte.

E forse la domanda per noi, oggi, è semplice: quale canto ci tiene vivi? quale parola ci impedisce di cedere? e per chi possiamo diventare, noi stessi, quella voce che dice: non farti del male. Rimani. La vita può ancora riaprirsi.

Jens Hansen Mastodon

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