Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Predicazione del pastore Luca Anziani a Udine su Giovanni 5,1-8

Audio della versione italiana:

Audio della versione in Twi:


Chi siamo?

Non è questa, una domanda filosofica, non si tratta semplicemente di una riflessione, c’è qualcosa di importante in questa domanda se vogliamo pensarla teologicamente. Molti direbbero che la domanda migliore sarebbe chi è Dio, chi è Gesù Cristo, molti ci invitano a porci domande su Dio, a partire da Dio e a mettere sempre Dio al centro, ed è sempre giusto pensare a Dio come una priorità, ma oggi la domanda a cui siamo chiamati a trovare una risposta riguarda la nostra umanità posta proprio davanti a Dio. Chi siamo significa chi siamo diventati, come è scritta la nostra carta di identità e come è cambiata davanti a Dio in Gesù Cristo. Il nostro nome è cambiato, la nostra stessa residenza non è più la stessa, siamo cittadini del Regno di Dio! Non siamo più servi ma figli e figlie, il nostro nome è quello che Dio ha pronunciato chiamandoci alla fede, siamo discepoli e discepole. Siamo morti al nostro vecchio esistere e siamo chiamati ad una nuova vita. Ma come è accaduta questa trasformazione e come viviamo noi oggi questa novità di vita? Dobbiamo partire da una rivelazione, ecco prima Dio davanti a noi.

Il nostro brano infatti inizia con una parola di rivelazione da parte di Gesù. Molte volte, lo sappiamo, nel vangelo di Giovanni, Gesù parla di se stesso iniziando, come qui, con una rivelazione di sé: io sono…

Qui egli rivela di essere la vite e che Dio è il vignaiolo. Nella metafora della vite Gesù presenta ai suoi discepoli il senso di una perfetta comunione tra lui, il Padre e i credenti, poi parlerà anche del dono dello Spirito Santo. Ecco dunque un primo elemento importante, tutto è collegato in una perfetta comunione voluta da Dio in Cristo Gesù. Questa perfezione nell’amore, nella grazia e nel dono di sé, è segnata dalla relazione buona che c’è nella vita dove ogni cosa deve funzionare bene per il risultato finale e tutti sono perfettamente collegati: il vignaiolo sa quale sia il suo compito e i tralci sanno che non possono vivere senza rimanere collegati alla vite. Si tratta di un sistema perfetto, di una relazione perfetta.

Nella storia antica, quando l’autore biblico decise di raccontare come ogni cosa ebbe inizio e scrisse i primi capitoli del libro della Genesi, disse che Dio decise di creare ogni cosa buona e giusta, cioè ogni cosa: animali, piante, acqua e terra, gli esseri umani, Dio stesso, ogni realtà era collegata al tutto della creazione in una buona relazione. Il peccato sarebbe stato, da lì a breve, una frattura definitiva: una frattura tra gli esseri umani, con la creazione e con Dio stesso. Il peccato è ancora la crisi, a volte irreparabile di una buona relazione. Qui oggi noi ascoltiamo la Parola di Dio che ci annuncia, come dirà l’apostolo Paolo, una nuova creazione, una creazione rinnovata, curata, sanata in Cristo. In fondo questo è l’Evangelo: l’annuncio della cura di Dio in Cristo Gesù. Ecco le cose nuove di Dio: Gesù, Dio Padre, l’umanità, tutto è nuovamente posto in una relazione di pace, giustizia, salute, grazia e misericordia, ogni cosa buona è nelle mani di Dio in Cristo, anzi ogni cosa buona è posta sulla bocca di Dio: nella sua Parola siamo già puri e questa Parola, che in principio era presso Dio, ora si è fatta carne in Cristo, quindi siamo puri, cioè perdonati e amati in Cristo che è il nuovo seme di vita della nuova creazione. Gesù è molto chiaro: se volete vivere come discepoli e discepole ora c’è una conseguenza.

Dopo la rivelazione Gesù pone in evidenza la conseguenza di questa rivelazione, del sì, posto da Dio davanti alla nuova creazione: rimanete legati a me, siate come i tralci che restano legati alla vite. Il vignaiolo verrà ed esaminerà i tralci e brucerà quelli secchi, quelli pigri, che non danno frutti, quelli che vogliono staccarsi dalla vigna! I tralci devono portare frutti e questi saranno possibili solo rimanendo nella comunione con la vite. Ma Gesù precisa che non ci sono tralci perfetti, tralci che, pur rimanendo attaccati alla vite, sapranno benissimo come portare frutti, anche questi tralci dovranno essere potati, da loro bisognerà togliere parti inutili o che sono da ostacolo e così saranno migliorati e porteranno sempre un buon frutto. Si tratta di una vera dipendenza, di una condizione necessaria, solo in Dio si potrà portare frutti.

Gesù lo dice chiaramente: senza di me non potrete far nulla!

Care sorelle e cari fratelli ecco cosa accade con l’Evangelo! Accade che siamo totalmente trasformati in un’identità nuova che non dipende dalle nostre scelte o dalle nostre volontà, si tratta della cura di Dio che viene a cambiare le condizioni dell’esistenza. Siamo tralci legati alla vite, tralci puri nella vite, tralci che verranno ancora potati dal Signore per portare i frutti necessari. Senza la vite non porteremo mai alcun frutto.

Siamo in un tempo di crisi sia per il mondo sia per la chiesa, siamo in un tempo in cui vediamo con chiarezza i frutti del male, dell’ingiustizia, i frutti negativi di interi popoli che rifiutano la vite, sia la vite religiosa, usando spesso il nome di Dio invano, sia la vite politica, allontanandosi dalla democrazia e dalla giustizia. Noi siamo chiamati figli e figlie e lo saremo nella nostra storia, solo se sapremo portare i frutti del bene e per questo dobbiamo rimanere legati all’Evangelo di Gesù Cristo. Possiamo scegliere di dire di no, possiamo convincerci che potremo farne a meno, che potremo fare ogni cosa da soli, che non è più necessario rimanere legati alla vite perché ormai sappiamo ogni cosa, siamo già puri, in questo modo rimarremo paralizzati dalla crisi Del nostro tempo e non solo non porteremo frutti ma porteremo frutti negativi che contraddiranno la nostra stessa fede.

Ma quali sono i frutti che, rimanendo in Cristo, potremo portare in questo mondo a lode di Dio? Prima di ogni cosa il frutto dell’amore che non è un pio sentimento del cuore ma è una vera e propria scelta politica. L’amore significa: pace, misericordia, giustizia, accoglienza, possibilità di futuro per la creazione intera. Il frutto che porteremo è il frutto della grazia che è già in noi.

Voi tutti e tutte siete già stati raggiunti dal dono immenso di un amore immeritato, Cristo è morto ed è risorto per voi e voi siete in pace con Dio, siete riconciliati con Dio, ogni cosa è compiuta nell’amore di Dio, ora da questa opera di giustizia – siete giusti in Cristo Gesù – inizia un’altra epoca e siamo posti davanti ad un’altra domanda: come vivremo nella grazia?

Possiamo essere dei cristiani a metà, dei credenti fino a un certo punto? Si tratta di vivere come risorti, si tratta di fare della grazia di Dio un nuovo modo di vivere in questo tempo, abbiamo bisogno, per l’amore reciproco, di vivere nella santificazione che è dono di Dio.

Chi si pone sulla via della santificazione non si esclude dal mondo e non riduce la fede cristiana ad un nuovo legame etico e morale, egli, invece, liberato dal peso della colpa, è posto nella grazia in una vita nuova, in una vita di libertà e partecipazione. In questo modo egli non solo non fa il male ma non è più nel male. Riportato questo nella società l’impegno della chiesa è l’annuncio del Regno di Dio che cambia cuori e menti, e trasforma le strutture dell’ingiustizia.

Care sorelle e cari fratelli, dunque, chi siamo? Siamo solo dei tralci di una vite di vita nuova ma questa è una salvezza, non siamo inutili nel servizio all’Evangelo, siamo uomini e donne amati e riconciliati che possono portare i frutti di questo amore e di questa riconciliazione; abbiate cura della vostra condizione di figli e figlie di Dio nel mondo perché il mondo aspetta da voi i frutti della pace e in Cristo Gesù chiediamo a Dio di riuscire ad essere efficaci nell’annuncio e nell’opera dell’amore.

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Riflessione biblica registrata per la Radio RAI FVG

C’è una casa, nella campagna del nord della Germania, della mia infanzia, vicino alla casa di mia nonna, che non ho mai dimenticato. Non per i suoi muri, né per il tetto di paglia, ma per quello che la ricopriva: una vite. Una vite antica, piantata decenni prima, che aveva avvolto tutta la facciata in un abbraccio di foglie verdi. Ricordo ancora l’odore della terra dopo la pioggia, il ronzio delle api tra i fiori in primavera, il fruscio delle foglie quando il vento le scuoteva. E poi i temporali estivi: fuori, il cielo si squarciava in tuoni violenti, ma dentro quella casa, protetta dalla vite, tutto sembrava più lontano, più morbido. Come se quelle foglie non fossero solo un riparo, ma una carezza.”

Quella vite non era solo una pianta. Era un mondo intero. Sotto le sue foglie, tra i rami, nella corteccia, vivevano formiche, coleotteri, farfalle. Nei grappoli acerbi, che il sole del nord non riusciva a maturare, c’erano insetti che si nutrivano, funghi che crescevano, batteri invisibili che trasformavano la terra in humus. E quell’humus, anno dopo anno, dava vita ad altre piante. Una sola vite, e intorno a lei un ecosistema intero. Una meraviglia. Una sinfonia di vita che nasceva da un unico tronco, da una sola linfa che scorreva in ogni tralcio, in ogni foglia, in ogni grappolo.

Forse è per questo che, quando Gesù dice: ‘Io sono la vite, voi siete i tralci’, quelle parole mi toccano così profondamente. Perché non parlano solo di fede, ma di vita. Di una vita che scorre, che si diffonde, che crea legami. Una vita che non può esistere se i tralci si staccano dal tronco. Una vita che, quando funziona, diventa feconda: non solo per sé, ma per tutto ciò che la circonda.

Ecco, questa è la spiritualità che vorrei raccontarvi oggi. Una spiritualità che non si accontenta di parole, ma che si radica nella terra, che respira con il mondo, che si prende cura di ciò che la circonda. Una spiritualità sostenibile, perché non può esistere fede senza giustizia, senza attenzione per il creato, senza rispetto per chi lavora la terra o produce ciò che mangiamo. Una spiritualità che parte da una domanda semplice: se Dio è relazione – se Dio è amore che si dona, che crea legami, che non vuole rimanere solo – allora anche noi, come tralci, siamo chiamati a vivere in relazione. Con Lui, con gli altri, con il mondo.

È una questione di come guardiamo il mondo. Se lo guardiamo come un insieme di risorse da sfruttare, o come un giardino da coltivare. Se vediamo gli altri come concorrenti da battere, o come compagni di viaggio. Se crediamo che la felicità stia nell’accumulare, o nel condividere. Gesù non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di rimanere uniti a Lui, come i tralci alla vite. E quando lo facciamo, la linfa scorre. E quella linfa è amore. Un amore che non si tiene per sé, ma che si diffonde, che crea vita, che trasforma il mondo in un luogo più giusto, più bello, più umano.

Quella vite nella casa di campagna mi ha insegnato una cosa: la vita non è mai solo per sé. È sempre per gli altri. Per le api che impollinano i fiori, per i lombrichi che arricchiscono la terra, per i bambini che giocano all’ombra delle sue foglie. Ecco, la fede è così. Non è una fuga dal mondo, ma un modo di abitarlo. Di viverci dentro, con cura, con responsabilità, con gioia. Perché se Dio è la vite, noi siamo i tralci. E i tralci non esistono per sé stessi.

Esistono per portare frutto. Per dare vita. Per far sì che il mondo, un giorno, possa essere un po’ più simile al giardino che Dio ha sognato per noi.

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meditazione per l'incontri con la Bibbia di RAI FVG

Franco (nome cambiato) è un ragazzo che frequenta la terza elementare. Non vive da sua madre che non riesce a crescerlo. Franco è in affido in una famiglia della chiesa che cerca di dargli una casa e degli affetti che finora non ha ricevuto. Non è facile. Spesso si ritira nella sua stanza e sta lì in silenzio per ore. Da solo, nella sua stanza, si sente al sicuro. Qui nessuno lo può ferire. Qui sta in pace con se stesso. Talvolta però deve uscire dalla sua stanza, dal suo castello che lo protegge, e affrontare il mondo. Andare a scuola. Lì si trova molto vulnerabile. Si sente piccolo, anche perché in effetti è più piccolo degli altri.

Gli altri si accorgono. Bambini possono essere crudeli. Così Franco non è amato nella classe. Non capiscono che Franco nella incertezza della sua vita ha bisogno di strutture chiare. Se non è strutturato quello che affronta, la sua incertezza diventa aggressività. E se uno dei suoi compagni poi risponde alla sua violenza, Franco urla. I suoi genitori affidatari non sanno cosa fare. La sofferenza di Franco fa male e loro vorrebbero tanto trovare un modo per liberarlo da essa.

La madre affidataria cerca di dare sicurezza a Franco anche quando torna da scuola nei giorni più critici, quando la sua aggressività ha fatto danno. Talvolta non riesce a calmarlo. Franco è ferito fino in fondo. Si sfoga e lei che vuole essere una buona madre per questo bambino dato in affido, sente tutta la rabbia che c’è in Franco. Lo abbraccia più di un’ora, lo fa sfogare, urlare e alla fine piangere. Alla fine sono esausti entrambi.

Lei, la madre affidataria, frequenta la chiesa. Talvolta porta con se Franco. Così anche per il culto del venerdì santo. Franco è affascinato dall’uomo crocifisso e dai racconti che ascolta durante il culto. Tornato a casa dice: “anche quest’uomo ha sofferto tanto. Come me.”

Alla madre vengono le lacrime. “Sì, Franco”, sussurra, “anche lui ha sofferto. Lui sa come ci si sente quando tutti sono contro te. Lui lo ha sperimentato. Sa cosa è il dolore. E se tu gli racconti di te e dei tuoi dolori, ti capisce.”

Per Franco questo era una consolazione. La madre gli regala una croce per ricordargli le parole appena dette. Due settimane dopo Pasqua vanno di nuovo al culto e ascoltano il brano che anche noi abbiamo letto.

Franco ascolta attentamente. E la madre ricorda quanto ha detto il venerdì santo. Certo, non è buono se la sua incertezza diventa violenta aggressività. Si può aspettare da un ragazzo che nella sua vita spesso non ha sperimentato cosa significa essere amato di essere pacifico? Tornato a casa rilegge il brano: mediante le sue lividure siete stati guariti. E lo traduce per se e per Franco: poiché uno conosce le mie ferite e le condivide, posso farmi guardare e medicare le mie ferite. C’è uno che conosce cosa significa essere ferito, che conosce quindi anche le ferite che la vita ha inferto a Franco.

Perciò è possibile rompere il circolo vizioso della aggressività, può interrompere il meccanismo che fa si che Franco riesce a sopportare le sue ferite solo ferendo altri. Può imparare a vedere di essere amato, di ammetterlo e di cambiare il suo comportamento verso gli altri.

Ecco, non sofferenza per redimersi, ma trovare nel Risorto colui che mi capisce con tutto ciò che ho nel cuore e nella mente, sapere di non essere abbandonato ma di avere qualcuno che mi porta fuori e fa si che la sofferenza possa passare. Egli lo fa come pastore e guardiano delle nostre anime.

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Riflessione biblica per la RAI FVG

C’è un’immagine che torna spesso nei sogni, nei miti, nelle storie che ci raccontiamo da millenni: quella di un uccello che si libra in volo. Un’aquila, un falco, un gabbiano… poco importa. Quello che conta è la sensazione: la leggerezza, la libertà, il vento che ti solleva. Eppure, c’è un momento, in quella stessa immagine, che nessuno racconta mai. È il momento prima del volo. Quando l’aquila è ancora a terra, con le ali spiegate, ma qualcosa la trattiene. Un peso. Una catena. O semplicemente la paura di non farcela.

Duemila e cinquecento anni fa, un uomo – non sappiamo nemmeno il suo nome – parlò a un popolo che conosceva bene quella sensazione. Erano gli ebrei in esilio a Babilonia: strappati dalla loro terra, costretti a vivere in una città straniera, senza più templi, senza più certezze. Si chiedevano: ‘Dov’è Dio? Ci ha dimenticati?’. Erano stanchi. Disperati. Alcuni avevano smesso di credere in qualsiasi cosa. Altri si erano arresi, dicendo: ‘Tanto non cambia nulla’. Altri ancora avevano scelto di adattarsi, di vivere come i vincitori, come se la speranza fosse solo una favola per bambini.

Ma quell’uomo, chiamiamolo ‘il profeta della consolazione’, non parlò di punizioni divine o di colpe da espiare. Parlò di ali. Disse: ‘Quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano’. Non era un invito a fingere che tutto andasse bene. Era una promessa: anche quando ti sembra di non farcela, c’è qualcosa che ti solleva. Anche quando le ali sembrano troppo pesanti, c’è un vento che ti spinge.

Ora, non so se crediate in Dio, nel destino, o solo nella forza dell’essere umano. Ma so che tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di sentire che non siamo soli. Che la fatica non è l’ultima parola. Che anche quando ti sembra di essere bloccato, c’è una parte di te – o qualcosa fuori di te – che ti dice: ‘Prova ancora’.

Pensateci: quante volte avete visto qualcuno rialzarsi dopo un fallimento? Un amico che ha perso tutto e ha ricominciato. Una persona che ha attraversato una malattia e ha trovato una nuova passione. Un genitore che, nonostante la stanchezza, trova ancora la forza di sorridere. Non sono supereroi. Sono persone che, in un modo o nell’altro, hanno sperato. Hanno accettato di non avere tutte le risposte, ma hanno continuato a credere che la vita valesse la pena di essere vissuta. Anche quando sembrava impossibile.

E tu? Dove ti senti bloccato oggi? Forse in una relazione che non funziona. In un lavoro che ti prosciuga. In una solitudine che pesa come un macigno. O magari non è niente di specifico: è solo quella sensazione di ‘non ce la faccio più’. Le parole di quel profeta antico non ti chiedono di fingere che vada tutto bene. Ti dicono solo questo: non sei solo. Anche quando ti sembra di precipitare, c’è qualcosa – o Qualcuno – che ti tiene. E forse, proprio in quel momento, stai già imparando a volare.

Non so se le ali servano per volare lontano o solo per ricordarci che siamo fatti per il cielo. Ma so che, ogni volta che ci sentiamo come quell’aquila a terra, c’è sempre una possibilità: quella di spiegare le ali un’altra volta. E di scoprire, magari, che il vento era lì da sempre.

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Sermone su 1 Corinzi 15,19-28

Cristo è risorto! Questo è il grido di gioia che noi cristiani facciamo risuonare a Pasqua. Però: nessuno può dimostrare la risurrezione. Sappiamo che alcune donne si misero in cammino verso la tomba di Gesù per piangerlo. All’improvviso videro che la tomba era vuota. Più tardi riconobbero Gesù in un uomo che inizialmente era per loro uno sconosciuto. Sappiamo anche che, in seguito, Gesù apparve ai suoi discepoli. Spezzò con loro il pane, e fu proprio così che lo riconobbero. E tutte queste furono esperienze così forti e decisive che quelle persone le diffusero in tutto il mondo.

Ancora oggi, in tutto il mondo, miliardi di persone condividono il messaggio della Pasqua. E insieme a noi confessano: Cristo è risorto! Oggi, a Pasqua, ascoltiamo di nuovo il messaggio della risurrezione. Ascoltiamo il cuore dell’annuncio pasquale: Gesù è risorto dopo la crocifissione. E questo significa per noi: la morte non è la fine. Sta nascendo qualcosa di nuovo. Dio è più forte della sofferenza, dell’ingiustizia e della morte. Eppure, crederlo non è facile.

Fin dall’inizio, fa parte della testimonianza biblica sulla risurrezione di Gesù anche il fatto che questa fede venga messa in dubbio.

All’inizio gli apostoli non vollero credere al racconto delle donne sulla tomba vuota. Pensavano che fossero vaneggiamenti. Altri arrivarono persino a supporre che il corpo di Gesù fosse stato rubato dal sepolcro. Anche l’apostolo Paolo, molti anni più tardi, durante i suoi viaggi missionari, dovette fare i conti con i dubbi sulla risurrezione. Si può persino dire che il dubbio sulla risurrezione di Gesù è presente anche nella Bibbia stessa. Ancora oggi, per molti, la risurrezione è qualcosa di difficile da accettare. Allora come oggi vale questo: solo una minoranza crede nella futura risurrezione dei morti.

Per Paolo, però, questo non coglie il vero cuore della Pasqua. “Se abbiamo sperato in Cristo soltanto per questa vita, siamo i più miseri fra tutti gli uomini” (1 Cor 15,19).

Risurrezione come – solo il futuro o solo nel presente? Oppio del popolo – Soelle: credo nella vita prima della morte.

In questo caso, Gesù Cristo diventa un modello e un maestro. È l’uomo buono per eccellenza. Per molti è la base di un comportamento buono nella Chiesa e nella società. Gesù diventa così il maestro della convivenza non violenta e della morale terrena, come tanti prima e dopo di lui, da Seneca a Gandhi. Ma, per Paolo, questo è solo un aspetto della nostra fede in Gesù Cristo.

Per lui, qui è decisiva una piccola parola: “soltanto”. Dice infatti: “Se abbiamo sperato in Cristo soltanto per questa vita, siamo i più miseri fra tutti gli uomini.”

Orientare la nostra vita e il nostro agire alla persona e al messaggio di Gesù è una cosa. Ma a questo deve aggiungersi anche la speranza di un cambiamento. Un cambiamento verso il nuovo ordine del mondo voluto da Dio. Una trasformazione dell’essere umano, per mezzo di Cristo, verso l’immortalità. Per Paolo, tutta la nostra vita — quella terrena e quella futura — dipende dalla speranza nel nuovo cielo e nella nuova terra di Dio. L’apostolo sottolinea che senza una futura risurrezione dei morti non esiste una vera fede cristiana pasquale.

“Perché se i morti non risuscitano, neanche Cristo è risuscitato” (1 Cor 15,16).

In un sermone per il giorno di Pasqua del 1532, Martin Lutero sottolineò il significato salvifico della risurrezione per la nostra fede: “Ci vuole una fede forte e salda, che renda per noi questo articolo forte, saldo e buono. Le parole: ‘Cristo è risorto dai morti’ bisogna tenerle bene a mente e scriverle a caratteri così grandi che una lettera sia grande come una torre, anzi come il cielo e la terra, così che non vediamo, non ascoltiamo, non pensiamo e non sappiamo altro che questo articolo.

Perché noi pronunciamo e confessiamo questo articolo nella preghiera non solo perché è accaduto, come quando raccontiamo una storia, ma perché diventi nel cuore qualcosa di forte, vero e vivo.”

Gesù è morto sulla croce ed è entrato nella morte. Questo è un fatto storico, così come è storico il fatto che delle persone abbiano creduto nella sua risurrezione.

Con il solo intelletto non possiamo comprenderlo fino in fondo. Ma con il cuore possiamo già guardare oltre l’oscurità della morte. Possiamo intravedere la vita nuova nella comunione eterna con Dio. Questo sguardo oltre il buio rafforza le nostre forze in questa vita. Possiamo opporci al potere della morte e della paura. La direzione del nostro sguardo cambia attraverso la fede. Non fissiamo più l’oscurità del sepolcro. La vita non finisce al cimitero. Non è la morte a determinare la nostra esistenza, ma il sì di Dio pronunciato su di noi nel battesimo.

La nostra speranza nel presente e la fede nella vita dopo la morte sono legate tra loro e si richiamano a vicenda nel Gesù risorto. La speranza per la vita prima della morte non può essere contrapposta alla speranza di un futuro eterno con Dio dopo la morte.

Restiamo comunque esposti alla paura, alla violenza e alla morte. La morte, come “ultimo nemico”, non è ancora stata distrutta. Le persone continuano a morire. E proprio in questo tempo lo sperimentiamo in modo particolare. Animali e piante si estinguono. Vediamo come, passo dopo passo, vengono distrutti gli spazi vitali. Continuiamo a vedere uomini senza misura che si impongono sugli altri e li tormentano. Ci sono politici che abusano del loro potere. Persone perdono la vita durante la fuga, annegano nel Mediterraneo. Molti fuggono dalla guerra, dai cambiamenti climatici, oppure dalla fame e dalla miseria.

Saremmo davvero “i più miseri fra tutti gli uomini” se la nostra fede ci riconciliasse con queste condizioni distruttive del mondo. Se crediamo che con la risurrezione di Gesù stia iniziando qualcosa di nuovo, allora il mondo in cui viviamo non può più essere governato dalle forze della distruzione. I meccanismi crudeli della storia non devono per forza ripetersi. Possiamo opporci al potere della morte e avere il coraggio di compiere passi di pace, di riconciliazione e di giustizia. Non salveremo il mondo intero da un giorno all’altro. Ma qualcosa cambia, perché qualcosa è cambiato dentro di noi. Agiamo a partire dalla speranza in un mondo trasformato, perché conosciamo il mistero della tomba vuota.

Sentiamo che Dio vuole la vita e non la morte. Faremo esperienza di fallimenti e battute d’arresto. Ma non dobbiamo rassegnarci, né lasciarci schiacciare o trascinare nella disperazione. Restiamo ancora sotto la croce del Venerdì Santo. La domanda è se vogliamo fermarci lì e lasciare ogni potere alla morte, oppure se vogliamo alzare lo sguardo verso quelle parole che oggi tornano a brillare in lettere maiuscole: “Cristo è risorto dai morti.”

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Sermone su 2 Corinzi 5,19-21

La riconciliazione – a volte la immaginiamo come qualcosa di lieve, quasi poetico: come una festa dopo un lungo lutto, come un fuoco nella notte, una porta spalancata in un muro, aperta al sole. Come una luce su scogliere impervie, come un continente appena scoperto, come la primavera, come l’aurora… Così dovrebbe essere la riconciliazione.

Ma dove la riduciamo a qualcosa di troppo facile, di troppo luminoso, di troppo fresco, forse ne perdiamo l’essenza. Forse scambiamo la riconciliazione con l’oblio, con la rimozione. Eppure, la riconciliazione è un lavoro duro. Un lavoro in cui spesso ci incontriamo con noi stessi in due vesti: come vittime e come carnefici. Impariamo a conoscerci – e a conoscere l’altro – in ruoli che si alternano. E per questo la riconciliazione richiede coraggio. Un coraggio doppio:

Primo: coraggio come onestà verso se stessi e disponibilità al perdono. Secondo: coraggio come onestà verso se stessi e disponibilità al pentimento. E terzo: la riconciliazione esige riparazione.

1. Il coraggio di perdonare

Cominciamo dal primo: per riconciliarsi, occorre il coraggio di essere onesti con se stessi e pronti a perdonare.

Quante ferite portiamo dentro di noi, risalenti all’infanzia? Quanti messaggi abbiamo ricevuto, ripetuti come un mantra: «Non ce la farai mai» «Sei troppo grasso» «Troppo stupido» «Troppo pigro» «Troppo rumoroso» Sempre quel senso di non essere abbastanza. Di non essere giusti. Di dover cambiare per corrispondere a un ideale che altri avevano in mente per noi. E così, cresciamo con l’anima segnata: insicuri, feriti, convinti di non meritare amore.

Forse i nostri genitori hanno solo trasmesso ciò che loro stessi avevano subito. E così, di generazione in generazione, si perpetua una catena di offese e umiliazioni. Riceviamo ciò che ha distrutto altri, e lo trasmettiamo a nostra volta. La Bibbia chiama tutto questo «peccato»: non un singolo errore, ma una forza che ci lega, che ci impedisce di essere liberi.

E qui sta il punto: la riconciliazione non può essere oblio o rimozione. Chi sceglie di dimenticare, rischia di ritrovarsi assalito dalle ombre del passato – di cadere sempre negli stessi schemi, di restare prigioniero delle proprie ferite. L’oblio non libera. Non apre la strada a qualcosa di nuovo. Non porta pace.

La riconciliazione, invece, è un atto di coraggio: guardare in faccia le proprie ferite, senza minimizzarle, senza negarle. È come camminare dentro le proprie piaghe, rivivere il dolore. Ma solo così possiamo riprendere il controllo della nostra storia. Solo così possiamo narrare ciò che ci è stato fatto, e in questo racconto trovare la forza di perdonare.

E a un certo punto, quasi senza accorgercene, ecco che arriva: una pace inattesa, come pioggia nel deserto, come rugiada su terra arida. Il perdono non è un gesto meccanico, ma un dono che nasce dall’aver attraversato il dolore con onestà.

2. Il coraggio di pentirsi

Ma la riconciliazione ci chiama anche in un altro ruolo: non solo come vittime, ma come carnefici.

Quante volte abbiamo ferito altri? Quante volte, in un momento di rabbia, abbiamo detto parole che avrebbero dovuto restare non dette? Abbiamo esposto le debolezze di chi amavamo, le abbiamo sbattute in faccia con gusto, con crudeltà. Siamo stati ingiusti, meschini, deliberatamente cattivi.

E l’altro – il partner, l’amico, il familiare – si ritrae, ferito. Ha tutto il diritto di essere arrabbiato. E noi? Come possiamo sperare nella riconciliazione?

Non basta un «scusa, non volevo». Non basta una giustificazione del tipo «anche tu mi hai fatto soffrire» o «a volte bisogna dire le cose come stanno». Queste sono solo scappatoie. L’altro si sentirebbe preso in giro, e il conflitto continuerebbe, solo in forme diverse.

Per riconciliarsi, occorre il coraggio del pentimento. Un pentimento vero, che non cerca scuse, ma riconosce il male fatto. Che ammette: «Non sono così buono come credo. Dentro di me ci sono abissi di egoismo, di crudeltà. A volte perdo il controllo, e ferisco chi mi sta vicino». La Bibbia chiama tutto questo «peccato»: non un errore occasionale, ma una forza che ci spinge a distruggere, anche quando non vorremmo.

E allora, la riconciliazione esige che io – il carnefice – mi metta in ginocchio davanti alle ferite dell’altro. Che mi addolori per ciò che ho fatto. Che chieda perdono, non per dovere, ma perché sento davvero il peso della mia colpa. E che, se possibile, ripari il male commesso.

Anche qui, il perdono arriva inaspettato, come un dono. Come pioggia nel deserto, come rugiada su terra arida.

3. La riparazione: il prezzo della riconciliazione

Ma c’è un terzo elemento, che non possiamo ignorare: la riconciliazione richiede riparazione.

Non basta pentirsi, chiedere scusa e poi lasciare tutto com’è. Il vescovo Desmond Tutu lo ha spiegato con un’immagine semplice: «Se ti ho rubato la penna, non posso dire ‘perdonami’ e tenermela. Se sono davvero pentito, te la restituisco». La penna è un simbolo. Può essere la fiducia tradita, l’autostima distrutta, la dignità calpestata.

Se ho rubato a qualcuno la sua infanzia, il suo senso di valore, non basta un «mi dispiace». Devo cambiare il mio modo di relazionarmi con lui. Devo lavorare su me stesso.

E quando allarghiamo lo sguardo oltre le relazioni personali, vediamo quanto sia cruciale la riparazione. Come può esserci riconciliazione tra popoli nemici senza un risarcimento? Senza la restituzione di ciò che è stato tolto: la terra, i diritti, la dignità, la libertà di culto?

Pensiamo al Sudafrica, alla Bosnia, al Ruanda, alla difficile storia tra tedeschi ed ebrei. La riconciliazione non può prescindere dalla giustizia riparativa. Ha un costo. Non è solo un processo interiore: è un atto concreto, che richiede sacrificio.

Il Venerdì Santo: Dio precede la nostra riconciliazione

Eppure, fratelli e sorelle, di fronte a questa impresa titanica – perdonare, pentirsi, riparare – ci sentiamo schiacciati. Come potremmo mai farcela da soli?

Saremmo condannati a restare prigionieri delle nostre ferite, dei nostri errori, delle nostre catene di violenza. Ma Dio non ci ha lasciati soli. Ha preso su di sé il peso della riconciliazione.

«Dio era in Cristo e riconciliava il mondo con sé, non imputando agli uomini i loro peccati».

Tutta la nostra colpa – il nostro essere vittime e carnefici, il nostro ferire e il nostro essere feriti, la nostra meschinità, le nostre lacerazioni – Dio l’ha caricata su suo Figlio. Perché il peccato, nella Bibbia, non è una semplice trasgressione: è una forza che distrugge, che impedisce all’uomo di essere ciò che è chiamato a essere, che avvelena le relazioni.

E il prezzo della riconciliazione non poteva essere che la vita stessa. Dove c’è morte, deve esserci vita. Dove c’è ferita, deve esserci guarigione. E così, il Figlio innocente si è fatto «peccato per noi», perché noi potessimo diventare «giustizia di Dio in lui».

Il Venerdì Santo è il giorno in cui Dio apre lo spazio della riconciliazione. È il giorno in cui, prima ancora che noi ci muoviamo, Lui agisce. Ci precede.

  • Per le vittime: qui troviamo la forza di perdonare, perché Dio ha riconciliato il nostro cuore con la nostra storia. E quella pace che sembrava impossibile, arriva. Come pioggia nel deserto.
  • Per i carnefici: qui troviamo la forza di pentirci, perché Dio non ci schiaccia sotto il peso della nostra colpa, ma ci rinnova. E dalla contrizione nasce il perdono.

Conclusione: Lasciatevi riconciliare con Dio

La riconciliazione non è per vili. È un cammino che richiede coraggio: il coraggio di guardare in faccia le proprie ferite, il coraggio di riconoscere le proprie colpe, il coraggio di riparare.

Ma grazie a Dio, non siamo lasciati soli in questo cammino. Cristo ha pagato il prezzo. Ha aperto la strada.

E oggi, in questo Venerdì Santo, Dio ci ripete: «Lasciatevi riconciliare con me».

Non è un invito a una pace facile, ma a una pace vera. Una pace che nasce dalla croce, dove il male è stato vinto non con la violenza, ma con l’amore.

E allora, fratelli e sorelle, osiamo. Osiamo perdonare. Osiamo pentirci. Osiamo riparare.

Perché la riconciliazione è un dono di Dio. E oggi, su questa croce, è già compiuta.

Amen.

Jens Hansen Mastodon

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Sermone su Ebrei 13:12-14

“Non abbiamo quaggiù una città stabile.”

Spesso questa frase, la si pronuncia accanto a una bara, davanti alla morte di qualcuno che amiamo. In quel contesto sa di rassegnazione, quasi di sconfitta: vorremmo afferrare la vita, ma essa vola via. Eppure questa frase, scritta quasi duemila anni fa nella lettera agli Ebrei, non nasce come consolazione funebre. Lo sfondo è diverso, è un invito a riflettere.

“Non abbiamo quaggiù una città stabile.”

Ho cambiato indirizzo 11 volte nella mia vita. I traslochi non mi hanno mai spaventato — anzi, mi sono sempre piaciuti. C'è qualcosa di elettrizzante quando apro gli scatoloni in una casa nuova, quando trovo il posto giusto per ogni cosa, quando rendo abitabile uno spazio sconosciuto. Ogni trasloco è l'inizio di una nuova sfida. Eppure, col passare degli anni, mi accorgo che anche in me cresce il desiderio di una dimora fissa. Voglio sapere dove mi alzo la mattina. Mi sento meglio in un ambiente che conosco, che sento mio.

Questo desiderio è umano, profondamente umano. E si fa ancora più intenso nei momenti di crisi. Lo abbiamo vissuto concretamente durante la pandemia 6 anni fa, quando le domeniche della Passione e del tempo di Pasqua non potevamo celebrare i culti. Allora il mondo intero si è fermato e ci siamo ritrovati a fare i conti con la fragilità della nostra vita, delle nostre certezze, dei nostri sistemi. L'hashtag #iorestoacasa ha fatto il giro del mondo. Ma mentre lo ripetevamo, qualcuno ci chiedeva in silenzio: e chi non ha una casa? Come lo vivono i senzatetto? I profughi? Chi vive solo e isolato? Chi subisce violenza tra le mura domestiche? Per loro “restare a casa” non era un rifugio, ma una trappola.

La crisi ha rivelato quello che spesso preferiamo non vedere: che la nostra città stabile è più fragile di quanto pensiamo.


Il testo di Ebrei ci porta fuori.

Il “perciò” con cui inizia il nostro testo, collega quanto scrive l'autore della lettera al testo precedente che descrive il cuore del calendario ebraico: il Yom Kippur, il giorno della riconciliazione. Al centro di quella festa c'è un rito che ha trovato ingresso nella nostra lingua con le parole capro espiatorio: Il sacerdote pone le mani su un capro, trasferendo su di esso il peccato di tutto Israele, e poi lo manda nel deserto. Altri animali vengono sacrificati e bruciati fuori dalla città. Fumo, sangue, cenere. Ogni traccia di colpa deve essere eliminata. E così, ogni anno, la storia tra Israele e il suo Dio ricomincia da capo.

L'autore dice: Gesù fa questo. Una volta per tutte. Egli porta il peso del mondo fuori dalla porta della città, in quel luogo considerato impuro, lontano dal tempio, lontano dal sacro ufficiale. E lì muore.

Ma attenzione: l'autore non si ferma qui. Non ci invita a contemplare il sacrificio. Ci invita a muoverci. “Usciamo fuori dall'accampamento.” Lasciamo la sicurezza del tempio, la comodità delle nostre certezze religiose, l'edificio bello e rassicurante. Andiamo verso di lui, fuori, dove sta lui.


Ma cosa significa davvero questo “uscire”?

Significa che la fede non è un sistema chiuso. Non è un insieme di regole fisse che, una volta imparate, ci garantiscono la salvezza. Non è un tempio da custodire, una dottrina da difendere, una tradizione da preservare a tutti i costi.

La fede è cammino. È movimento. È dinamicità.

Capisco il nostro bisogno di punti fermi. Lo condivido. In un mondo che cambia continuamente — ogni generazione affronta sfide nuove, ogni decennio porta trasformazioni che sembrano impossibili fino a quando non accadono — è comprensibile volersi aggrappare a qualcosa di solido. Ma c'è una differenza enorme tra aggrapparsi a Dio e aggrapparsi alle nostre idee su Dio.

Non abbiamo una città stabile significa: Dio non lo possiamo mettere in tasca. Non lo possiamo ridurre alle nostre categorie, alle nostre liturgie, alle nostre teologie, per quanto pie e raffinate esse siano. Chi dice di avere in tasca tutta la verità su Dio ha smesso di camminare. Si è costruito un accampamento e ha deciso di non muoversi più.

Dio invece ci vuole in cammino. Ci vuole diversi. Dio non ama l'uniformità. La varietà del suo creato — di colori, di forme, di vite, di culture — ci dice qualcosa di come Dio pensa il mondo. Non c'è una mappa unica per tutti. Non c'è uno stile di vita esemplare da copiare. C'è invece una mano tesa, una presenza che cammina con noi, uno Spirito che lavora in modo diverso in ognuno di noi.


E allora, chi è Gesù in tutto questo?

Non è la condizione sine qua non perché Dio ci possa finalmente amare. Come se Dio avesse bisogno di un pagamento prima di potersi avvicinare a noi. Questa idea fa venire i brividi, perché in fondo rimane intrappolata nella logica del sacrificio: più soffri, più sei gradito a Dio.

No. Gesù è la conseguenza dell'amore di Dio, non la sua condizione.

Dio decide di non misurarci dalle nostre azioni. Decide di amarci non per quello che facciamo, ma perché esistiamo, perché ci siamo. E questo amore, per essere autentico, si fa vulnerabile. Chi ama si apre completamente all'altro, si espone, rischia. Lo sappiamo anche noi quando amiamo qualcuno davvero: aprirsi significa diventare vulnerabili. Si fa perché ci si fida. Si fa perché l'amore non conosce altra strada.

Così fa Dio in Cristo. Si apre completamente a noi. Entra nella nostra storia, nella nostra fragilità, nel nostro dolore. E diventa vittima di un mondo che vuole funzionare con altre regole — le regole del potere, del profitto, dell'esclusione. Gesù muore fuori dalla porta della città perché il mondo non sa cosa farsene di un amore così radicale.

Ma noi sì. O almeno, vogliamo imparare.


Seguire Gesù allora non significa soffrire per redimеrsi.

Significa seguire la sua vita intera: il modo in cui parlava, il modo in cui toccava i lebbrosi, il modo in cui si sedeva a tavola con chi nessuno voleva. Significa scoprire la sua solidarietà con i più deboli, con gli emarginati, con gli ultimi. Significa rispondere con misericordia dove il mondo risponde con indifferenza. Significa custodire la vita — ogni vita — dove è a rischio.

In un tempo di crisi come quello che abbiamo vissuto, e come continuiamo a vivere in forme diverse, questo invito è più urgente che mai. La crisi può essere uno specchio: ci mostra come abbiamo gestito la vita comune, le priorità che abbiamo scelto, chi abbiamo protetto e chi abbiamo lasciato indietro. E può essere anche un'opportunità: per immaginare un modo diverso di stare insieme, dove non conta solo il profitto ma la vita, dove la solidarietà non è un optional ma la struttura portante della società.


Non abbiamo quaggiù una città stabile.

Non è una frase di rassegnazione. È una frase di libertà. Siamo liberi dalle nostre certezze troppo strette, liberi dalle strutture che ci imprigionano, liberi dall'idea che Dio abbia bisogno delle nostre performance religiose.

Siamo in cammino. Con una direzione — l'amore — e con una compagnia — lo Spirito che lavora in ognuno di noi.

Usciamo quindi fuori dall'accampamento. Andiamo verso di lui. La città che cerchiamo non la costruiremo con le nostre mani, ma la intravediamo ogni volta che amiamo, ogni volta che accogliamo, ogni volta che scegliamo la vita.

Amen.

Jens Hansen Mastodon

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Sermone su Isaia 66,10-14

C’è un film della Disney del 2015 che porta questo titolo: il mondo di domani – tomorrowland. Parla niente meno che del futuro dell’umanità. Una ragazza trova una piccola spiletta, che, al semplice tocco, la trasporta in un altro mondo, più bello. C’è azione, molto umorismo e anche scene davvero toccanti. Insomma, un buon film per famiglie, che ruota attorno al tentativo di impedire la fine del mondo così come lo conosciamo.

Non voglio svelare troppo, nel caso vogliate ancora vederlo. Solo questo: alla fine la speranza non si fonda né sulla scienza, né sulla politica, né sull’industria, e neppure sulla religione. La speranza poggia sui… sognatori.

Nel Salmo 126 leggiamo:

«Quando il Signore fece tornare i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì di riso e la nostra lingua di gioia. Allora si diceva tra le nazioni: “Il Signore ha fatto cose grandi per loro!”».

Credo che il profeta Isaia conoscesse questo salmo. In ogni caso, il testo che abbiamo ascoltato oggi parla la stessa lingua. Nel pieno del tempo della passione — un tempo segnato da sofferenza e oscurità — proprio in questo tempo risuonano parole di gioia e di consolazione. La domanda è: che cosa vuole ottenere Isaia con queste parole? Sono forse una parola d’incoraggiamento per non arrendersi? Oppure un tentativo di consolare, rimandando a un futuro lontano?

Ma è proprio la Passione nella situazione in cui ci troviamo oggi che il testo rischia di non parlare proprio a noi che vediamo la Passione, la sofferenza dei Palestinesi, delle persone nel sud del Libano bombardate con bombe al fosforo bianco, dalla popolazione iraniana.

Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme, con un governo israeliano che è espressione di un fanatismo religioso sotto la guida di un presidente ricercato dalla corte penale internazionale?

Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme che bombarda Gaza da oltre due anni uccidendo civili e rendendo impossibile una vita dopo la distruzione?

Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme che usa bombe al fosforo bianco contro la popolazione di un paese confinante, il Libano?

Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme che scatena una guerra contro l’Iran che è contro tutto il diritto internazionale?

Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme, i cui coloni uccidono la popolazione palestinese in Cisgiordania.

Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei – come? Gioire con Gerusalemme? – insomma, un versetto così ci viene difficile ascoltare e ancora pronunciare in questi tempi orribili.

Per fare si che il testo possa parlare a noi nonostante i nostri dubbi, è utile, come peraltro facciamo sempre, fare un passo indietro e distogliere per un momento lo sguardo da noi stessi e dal nostro tempo, per guardare a coloro ai quali queste parole erano rivolte originariamente.

Com’era dunque allora, ai tempi di Isaia? Isaia parlava a persone che avevano trascorso lunghi anni in esilio. Erano state scacciate dalla loro terra, emarginate, perdute. Da nessuna parte si sentivano davvero a casa. Per anni erano stati stranieri, senza speranza.

Erano ormai passati decenni. I più giovani non ricordavano nemmeno più la terra: erano nati all’estero, cresciuti a Babilonia. Eppure tra loro c’era ancora qualcuno che diceva:

«Un giorno torneremo a casa. Un giorno tutto tornerà a posto. Ricostruiremo le nostre case e il tempio, e vivremo di nuovo in pace». «Sognatori», rispondevano gli altri. «Illusi. Non torneremo mai più nella nostra patria. È finita per sempre».

Se anche in loro fosse rimasta una piccola speranza di ritorno, probabilmente non lo sapremo mai. Ma senza speranza nessun essere umano può davvero vivere. C’è sempre quella voce silenziosa che dice: forse, un giorno, tutto potrebbe ancora cambiare.

E poi accadde l’incredibile. La speranza diventò realtà: tornarono a casa. Il terribile tempo dell’esilio era finito.

Ma in che casa tornarono?

Il tempio era ridotto in macerie. Il luogo dove avevano incontrato Dio non esisteva più. Le loro case erano scomparse da tempo. Nessuno li accolse in un corteo di festa. Quasi nessuno li riconosceva. Che ritorno amaro. Che delusione.

Immagino che, se avevano ancora qualche speranza per il futuro, in quel momento sia crollata come un castello di carte.

Perché allora ricostruire il tempio? Perché rimettere in piedi le case? Tanto non serve a nulla.

La mancanza di speranza può paralizzare. Può togliere ogni forza. È in questo contesto che risuonano le parole del profeta:

«Farò scorrere la pace verso Gerusalemme come un fiume, e la ricchezza delle nazioni come un torrente in piena».

Davvero? Era possibile crederci ancora?

Non conosciamo anche noi questa esperienza? Momenti in cui la fede sembra forte e Dio vicino. E altri momenti in cui la speranza si spezza e non riusciamo nemmeno a immaginare che le cose possano cambiare.

È una tensione profondamente umana: essere tirati da una parte dalla fiducia e dall’altra dalla disperazione.

Il poeta Johann Franck, nel suo inno Jesu, meine Freude, (Gesù mia gioia) scriveva nel XVII secolo:

«Ah, quanto a lungo il cuore è stato angosciato e anela a te!» Eppure, nello stesso canto, sembra incoraggiarsi da solo, come un bambino che canta per vincere la paura del buio: «Infuria pure, mondo: io resto qui e canto in sicura pace».

Ma Franck conosce anche un’altra immagine di Dio: quella del Dio che consola come una madre.

È la stessa immagine che usa Isaia: «Come una madre consola il suo bambino, così io vi consolerò».

Forse nella nostra vita abbiamo bisogno di entrambe le cose. A volte abbiamo bisogno di una spinta energica: «Dai, coraggio. Mettiti all’opera. Ce la puoi fare». Altre volte abbiamo bisogno semplicemente di qualcuno che resti accanto a noi. Qualcuno che ascolti, che sopporti le nostre lacrime, che non scappi davanti alla nostra tristezza. Qualcuno che continui a sperare con noi.

E abbiamo bisogno anche di sogni e di visioni. Abbiamo bisogno della promessa di Dio che questa vita, un giorno, sfocerà in una grande festa. Abbiamo bisogno di immagini di quella realtà diversa che Dio promette.

Perché la speranza cristiana non è ingenua. Non ignora il dolore del mondo. Non chiude gli occhi davanti alla sofferenza. Eppure continua a sognare, per tutta la storia del cristianesimo. Sono i sognatori che hanno portato cambiamenti. Ricordiamo il grande sogno di Martin Luther King jr. che abbiamo anche nei nostri innari:

Ho sognato che gli uomini, un giorno si alzeranno e capiranno, finalmente, che sono fatti per vivere insieme, come fratelli. Ho sognato ancora, stamattina, che un giorno ogni Nero di questo paese, ogni uomo di colore nel mondo intero, saranno giudicati per il loro personale valore, piuttosto che per il colore della loro pelle, e che tutti gli uomini rispetteranno la dignità della persona umana. Ho ancora sognato che un giorno la fraternità sarà qualcosa di più che alcune parole alla fine di una preghiera; che sarà, al contrario, il primo argomento da trattare in ogni ordine del giorno legislativo. Ho sognato ancora oggi che in tutte le alte sfere dello stato ed in tutti i consigli comunali entreranno a far parte i cittadini eletti, che renderanno giustizia, ameranno la pietà e cammineranno umilmente nelle vie del loro Dio. Ho sognato ancora che un giorno la guerra finirà, che gli uomini trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro e le loro lance in roncole, che le nazioni non si alzeranno più l'une contro le altre e che non impareranno più la guerra.

Sì, forse qualcuno ci chiamerà sognatori, perché amiamo sognare. E, in effetti lo siamo.

Potremo cambiare il volto del mondo soltanto se continueremo a tenere fermo quel sogno che già Isaia aveva sognato. Un mondo oltre. Un mondo oltre la violenza e l’odio. Oltre la malattia e la morte. Oltre la disperazione.

Questo mondo esiste nella promessa di Dio, questo mondo è possibile.

E forse proprio questo è il compito dei credenti: non smettere di sognarlo, non smettere di ricordarlo al mondo, non smettere di impegnarsi per esso.

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Sermone su Luca 9,56-62 tenuto a Brescia

Sono passati più di sessant’anni da quando una ragazzina italo-americana, appena quindicenne e dall’aspetto piuttosto semplice, scalò le classifiche con un successo straordinario. Si chiamava Peggy March e cantava una romantica canzone d’amore: I Will Follow Him. Io sono cresciuto nel grembo materno con questa melodia visto che i miei avevano il 45 giri di questo brano.

«Lo seguirò», cantava parlando del suo amato, «ovunque lui vada. Sarò sempre con lui. Nulla potrà separarmi da lui: è il mio destino. Da quando ha toccato il mio cuore so che nessun oceano è troppo profondo e nessuna montagna troppo alta per dividermi dal suo amore. Io lo amo».

Forse qualcuno di voi non ricorda quel successo di allora come io ricordo il 45 giri. Ma molti lo hanno ritrovato più tardi, nel film Sister Act, uscito 1992 e il film preferito dei miei catecumeni.

In quella storia incontriamo una cantante che deve nascondersi perché qualcuno vuole ucciderla. Un poliziotto, per salvarle la vita, la fa passare per una suora e la porta in convento. Ed ecco Whoopi Goldberg nei panni di suor Mary Clarence: una suora un po’ fuori schema, piena di talento e di energia.

La madre superiora la costringe a cantare nel piccolo coro della comunità. E diciamolo con franchezza: quel coro si distingue soprattutto perché… non sa cantare. Ma suor Mary Clarence riesce, poco alla volta, a trasformare quel gruppo impacciato in un coro straordinario, capace di entusiasmare e di attirare folle.

Il momento culminante del film è proprio l’esecuzione di I Will Follow Him. Solo che questa volta non è una dichiarazione d’amore romantica: è una dichiarazione d’amore a Gesù Cristo. Cantata con forza, con gioia, con convinzione, quella canzone diventa quasi una testimonianza missionaria. Chi ascolta sente nascere dentro di sé il desiderio di dire: «Anch’io voglio seguirti, Signore. Nulla mi separerà da te».

E c’è un’altra cosa bella in quel film: vedere come una realtà un po’ rigida, un po’ impolverata, venga “smossa”, arata, trasformata. Strutture irrigidite si aprono, e qualcosa di nuovo può nascere. È come se qualcuno avesse passato l’aratro su un terreno indurito.

Arare: rendere fertile il terreno. Rivoltare la zolla, preparare il campo per una buona semina. È un’immagine bella per me che ho anche tirato con il trattore degli aratri. L’aratro è simbolo di vita. E, a ben guardare, nella storia dell’umanità l’aratro ha prodotto effetti più duraturi delle armi.

Popoli conquistatori sono passati come tempeste: Unni, Magiari, Mongoli. Hanno creato imperi immensi e rapidissimi… e altrettanto rapidamente sono scomparsi. Ma chi ha davvero “posseduto” la terra sono stati i contadini: coloro che l’hanno lavorata, custodita, resa feconda. L’aratro, alla lunga, è più forte della spada.

Ma possiamo pensare anche a un altro campo: il campo della nostra vita. Immaginiamo che un aratro passi nel terreno del nostro cuore. Che smuova ciò che si è indurito. Che rompa le croste della routine, del “si è sempre fatto così”. Che prepari spazio per un seme nuovo.

Forse anche dentro di noi c’è qualcosa di diventato secco, rigido, conservatore nel senso peggiore del termine. Forse ci sono zone del nostro cuore che avrebbero bisogno di essere lavorate.

Gesù usa proprio questa immagine. Dice: «Chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto per il regno di Dio».

Mi ricordo i tempi in cui aravo i campi. Tenevo, almeno per il primo solco, lo sguardo fisso in avanti. Passo dopo passo il tratto procede diritto. Quando arriva al margine del campo, si fa un inversione e sul solco appena fatto ci si orienta per fare il solco di ritorno, tutto in riga, dritto, e per tracciare una linea diritta bisogna guardare avanti.

E Gesù dice qualcosa di molto simile: chi vuole seguirlo non può vivere con lo sguardo sempre rivolto al passato. Non può oscillare continuamente tra ciò che è stato e ciò che è. Seguirlo richiede decisione.

Nel Vangelo di Luca incontriamo tre persone che, in un certo senso, dicono: «I will follow him». Eppure nessuno dei tre arriva davvero a seguirlo.

Il primo dice con entusiasmo: «Ti seguirò dovunque tu vada». È affascinato, conquistato. Ma Gesù gli risponde in modo sorprendente: «Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

Come a dire: sai davvero a che cosa vai incontro? Seguire me non è romanticismo. Non è un sogno ad occhi aperti. È realtà concreta, talvolta dura. Non servono entusiasmi superficiali, ma perseveranza.

Il secondo dice: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io seppellisca mio padre».

La risposta di Gesù è sconcertante: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

Forse il padre non è ancora morto. Forse è anziano, malato. Forse “un giorno” accadrà. Ma intanto il figlio rimanda. Sempre “prima questo”, “prima quello”. Ci sono persone che rimandano continuamente l’inizio di ciò che sentono giusto. E così non iniziano mai.

Il terzo dice: «Ti seguirò, ma lascia che prima mi congedi da quelli di casa mia».

E Gesù ripete: «Chi mette mano all’aratro e si volge indietro non è adatto per il regno di Dio».

Non è un divieto di salutare. È un richiamo a non vivere di nostalgia. A non restare prigionieri del passato.


Questa domenica si chiama “Oculi”: occhi. È come se il Vangelo ci dicesse: «Apri gli occhi! Guarda avanti!». C’è un futuro che Dio prepara. C’è un cammino che si apre davanti a te.

E non siamo soli. Gesù stesso ha detto: «Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me… perché il mio giogo è dolce».

Non arare da soli, ma con lui. Come una coppia di buoi sotto lo stesso giogo, che tirano insieme nella stessa direzione. Gesù è al nostro fianco. Tiene diritto il solco. Ci sostiene quando il terreno è duro, quando ci sono pietre, quando la fatica si fa sentire.

Da soli non siamo “adatti” al regno di Dio. Ma con lui sì.

E’ così, guardando in avanti che le cose cambiano e Gesù ci ispira: Se prendessimo sul serio questa parola, un ex detenuto non sarebbe per sempre identificato con il suo reato. Una vittima di violenza non sarebbe condannata a rivivere per sempre il trauma. Popoli in guerra — pensiamo a russi e ucraini, israeliani e palestinesi, e a tanti altri conflitti nel mondo — non sarebbero bloccati nel ciclo infinito della vendetta. Il regno di Dio apre la possibilità di un futuro diverso.

Significa che le ferite possono guarire. Che la colpa può essere perdonata. Che il passato non ha l’ultima parola su di noi e viviamo aperte e aperti verso il futuro di Dio.

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Predicazione su Romani 5,1-11

Versione italiana

Versione in Twi

Mi ricordo bene l’inverno del nord. Quello in cui gli alberi diventano scheletri neri contro la neve, il sole sorge dopo le otto e tramonta prima delle quattro, e l’orto sembra un campo di battaglia dopo la fine del mondo. Da bambino, guardando i peri nudi nel giardino di mio nonno, avevo una paura segreta: e se quest’anno il verde non tornasse più? Se l’inverno fosse definitivo? È difficile, a quell’età, immaginare la primavera quando hai davanti agli occhi solo rami secchi.

Ma non è solo questione d’età. Anche da adulti, ci capita di attraversare “inverni” in cui la realtà è così pesante da precluderci qualsiasi visione del futuro. La diagnosi medica, la perdita del lavoro, il tradimento di chi amavamo, la morte di una persona cara, o semplicemente la lentezza del tempo che non sembra mai portare cambiamento. In quei momenti siamo come ci racconta un pastore: era in visita ad una donna depressa e disperata per una malattia. Nonostante le parole di conforto da parte del pastore, lei non riusciva a rialzarsi. Allora il pastore si avvicinò alla finestra, guardò il giardino invernale coperto di neve, con un solo pero nero e spoglio, e disse: “Che albero brutto che avete nel giardino. Perché non lo fa abbattere?”. La donna, sorpresa, rispose: “Pastore, è inverno. In primavera tornerà a vivere”. E il pastore: “Lei con gli alberi sa quindi fare. Sa che dopo l’inverno arriva la primavera. Ora nel suo cuore è pure inverno. Ma io credo che Dio farà arrivare anche per lei la primavera”. In quel momento, nella donna nacque la speranza.

La speranza cristiana non è un ottimismo superficiale, una canzoncina che canta “Don’t worry, be happy”. Non ignora il dolore, non nega la neve e il gelo. La speranza è la capacità di guardare quell’albero spoglio e vedere, con gli occhi della fede, le foglie che ancora non ci sono. È “la sensazione dentro di noi che non si accontenta del mondo così com'è”, ma che attende un cambiamento che viene da Dio.

Infatti, l’Apostolo Paolo, dice: proprio in mezzo a questo inverno possiamo esultare. Non perché siamo ottimisti di professione, ma perché abbiamo una notizia che cambia la prospettiva: «Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli… quando eravamo nemici».

Questa è la base della nostra speranza. Non è una speranza fragile, fondata sui nostri sentimenti o sulle circostanze favorevoli. È una speranza oggettiva, fondata su un fatto storico: Cristo è morto e risorto per noi, mentre eravamo ancora peccatori. E se Lui ha fatto questo quando eravamo nemici, quanto più ora, riconciliati, saremo salvati per la sua vita? (v. 10).

Paolo traccia una via: l’afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l’esperienza speranza (vv. 3-4). Non è un cammino facile. È il cammino di chi, nell’inverno, non si lascia paralizzare, ma impara a pazientare. Pazientare non è rassegnarsi; è rimanere nella fiducia quando non si vede nulla. Da quella pazienza nasce un’esperienza: l’esperienza di essere sostenuti, di scoprire che il terreno gelato nasconde già vita. E da quell’esperienza nasce una speranza che “non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (v. 5).

Notate bene: non è morto per noi quando eravamo “in primavera”, quando avevamo già deciso di cambiare vita, quando avevamo cominciato a comportarci bene. È morto quando eravamo ancora come quegli alberi nudi, apparentemente senza vita, addirittura ostili. Dio non ha aspettato che noi sfogliassimo per amarci. Ha versato il suo amore nel nostro cuore invernale. Ma qui il Vangelo fa un passo ulteriore, uno di quelli che fanno tremare le fondamenta. Se Cristo è morto per me mentre ero nemico, come posso escludere che lo stesso amore non raggiunga anche l’altro, colui che oggi mi sembra l’incarnazione stessa dell’inverno? Se per me, peccatore, c’è stata la primavera, perché mai dovrei pensare che per qualcun altro l’inverno sia eterno?

Questa è la scintilla della speranza universale che ha accompagnato la Chiesa dai tempi di Origene fino a Karl Barth. Non è una certezza dogmatica che possiamo impossessarci come un oracolo: “tutti salvi, punto e basta”. È piuttosto un’insostenibile conseguenza dell’amore che abbiamo conosciuto. Se io, nel mio inverno più profondo, sono stato raggiunto dall’amore di Dio, chi sono io per negare a chiunque altro questa stessa possibilità? Anche a colui che non sopporto, che considero nemico, che ha commesso i crimini più atroci?

Paolo è chiaro: sì, c’è un giudizio, c’è una resa dei conti (2 Cor 5,10). Ma il verdetto finale non può essere la sofferenza eterna, perché altrimenti l’amore di Dio sarebbe meno tenace del nostro odio. E invece noi confessiamo un Dio che è fedele fino alla fine, che non molla la presa nemmeno quando noi ci allontaniamo.

Ma allora, che facciamo di questa speranza? La custodiamo come un bellissimo pensiero da conservare in vetrina? No. Paolo ci mostra una via in discesa che parte proprio dal cuore invernale: «Sappiamo che l’afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, l’esperienza speranza». Ecco il segreto: la speranza non nasce dalla negazione della sofferenza, ma nella sofferenza. Come l’albero che deve sopportare il freddo per poi germogliare, così noi attraversiamo l’afflizione imparando la pazienza – non quella rassegnata che aspetta passivamente, ma quella attiva che resiste e persevera. E questa pazienza, alla lunga, diventa esperienza: non il sapere da manuale, ma la consapevolezza viscerale che Dio è stato fedele anche ieri, anche l’altro ieri. Da qui, infine, scaturisce la speranza che «non delude, perché l’amore di Dio è stato versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo».

La speranza, allora, è come quella primavera che il pastore annunciò alla donna ammalata. Non era una promessa che il giorno dopo lei si sarebbe svegliata guarita. Era la certezza che, anche se l’inverno sembrava infinito, la logica dell’amore divino è quella della rinascita, non della morte definitiva. E qui scatta la vera rivoluzione. Se crediamo che Dio possa portare la primavera anche nel cuore del nostro nemico, il nostro modo di incontrare gli altri cambia radicalmente. Non siamo più guardiani dell’inferno, decisi a stabilire chi deve bruciare e chi no. Diventiamo piuttosto giardinieri di speranza, capaci di vedere il verde che spunterà anche dove ora c’è solo neve. Amiamo i nemici non perché siamo eroici, ma perché abbiamo imparato da Cristo che l’amore non aspetta la primavera per agire: ama proprio mentre è inverno.

Concludo con una domanda pratica: di fronte a chi oggi ti sembra un albero morto – il collega difficile, il parente che ti ha ferito, il migrante che temi, il criminale che condanni – quale orizzonte proponi? Quello dell’inverno eterno, o quello della primavera possibile? Se Cristo è morto per noi mentre eravamo nemici, non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo riservare a nessuno la nostra condanna definitiva. Perché altrimenti, come dice Gesù, in che cosa differiamo da chi ama solo i propri amici?

La pace con Dio che abbiamo ricevuto non è un rifugio privato. È una serra calda dove la speranza cresce, robusta, fino a diventare albero che dà ombra anche agli altri. E quando usciamo da questa serra, portiamo con noi la certezza che, dietro ogni inverno, c’è una primavera che Dio sta già preparando.

Possiamo esultare nelle sofferenze, dice Paolo, non perché ci piacciano, ma perché sappiamo che sono il cammino verso una speranza che non esclude nessuno. Nemmeno me, nel mio inverno. Nemmeno te, nel tuo. Nemmeno loro, che ancora ci appaiono lontani da Dio.

Dio ci ha amati mentre eravamo nemici. Questo è il Vangelo. E questo, alla fine, è l’unico motivo per cui oggi, anche con le stampelle, anche con il cuore ingessato, possiamo alzare lo sguardo e scorgere, all’orizzonte, il verde che ritorna.

Jens Hansen Mastodon

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