chiudere gli occhi?
Sermone su Luca 18,31-43
Versione italiana
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L’evangelista Luca, con una scelta quasi cinematografica, accosta due scene che, a prima vista, sembrano sconnesse. Da un lato, Gesù che prende in disparte i Dodici e, per la terza volta, annuncia con crudezza il suo destino: tradimento, scherni, sofferenza, morte e risurrezione. Dall’altro, l’incontro con un mendicante cieco ai bordi della strada per Gerico, che grida insistentemente: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Perché Luca mette insieme questi due momenti? Forse perché in entrambi si gioca una partita decisiva sul vedere e sul non voler vedere. E questa partita riguarda i discepoli di allora, riguarda il cieco di allora, e riguarda profondamente noi, oggi.
La scena del cieco è incisivo nella sua semplicità. L’uomo è fermo ai margini della strada, della società, della vita. Ma sente passare la folla, sente parlare di Gesù di Nazareth, e in lui scatta qualcosa che non è rassegnazione. È un grido. Un grido di desiderio puro: «Abbi pietà di me!».
E qui avviene un primo miracolo, prima ancora della guarigione. Gesù si ferma. Si ferma per qualcuno che la società aveva messo da parte. E gli fa una domanda che sembra quasi ovvia, ma che è invece una carezza alla sua dignità: «Cosa vuoi che io faccia per te?».
Gesù non dà per scontato nulla. Non lo tratta come “il cieco”, un caso clinico, una categoria di bisognoso. Lo tratta come una persona, con una volontà, con un desiderio da esprimere. «Signore, che io riabbia la vista», risponde. E Gesù gli dona non solo la vista fisica, ma gli restituisce il suo cammino: «La tua fede ti ha salvato». Immediatamente, ci dice il testo, “cominciò a vedere e lo seguiva glorificando Dio”. Il vedere per lui è ritrovare la strada, è mettersi in cammino dietro a Colui che lo ha guarito.
E poi ci sono loro, i Dodici, che hanno sentito le stesse parole del cieco, ma che hanno una cecità diversa. Di fronte all’annuncio chiaro, solenne, della Passione, il testo dice semplicemente: «Ma essi non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava per loro oscuro e non capivano ciò che veniva detto».
Perché non capivano? Erano stupidi? No. Forse era troppo doloroso guardare in faccia quella verità. Chi vorrebbe mai vedere da vicino la tortura e la morte violenta di una persona che ami? A volte, chiudere gli occhi è l’unico modo che l’anima ha per sopravvivere a un trauma annunciato. È una cecità temporanea, uno spazio di sospensione per prepararsi all’impatto.
E questa dinamica non è solo dei discepoli. È profondamente nostra. Quante volte, di fronte a una brutta notizia, a una diagnosi, a un fallimento, a un conflitto, il nostro primo istinto è dire: “No, non è possibile. Non voglio vederlo”. È un meccanismo di difesa umano, comprensibile. A volte, non vedere non è segno di ignoranza, ma di un non poter ancora sopportare di vedere.
Ma altre volte, la cecità è più comoda, più colpevole. Pensiamo agli scandali che scuotono periodicamente le nostre società, alla corruzione, agli abusi di potere. Quanti, pur avendone i mezzi, “non hanno voluto vedere” per complicità, per opportunismo, per quieto vivere? Questa è una cecità che rende complici e fa soffrire gli innocenti. Il grido del cieco di Gerico diventa allora il grido di tutte le vittime di chi preferisce distogliere lo sguardo.
Ed ecco che allora le domande del sermone di sei anni fa tornano potenti e attuali: Ma perché, Gesù, non hai fatto come pensavamo? Perché non ti sei imposto? Perché questo Dio permette tutto questo?
Sono le domande dei discepoli, deluse nelle loro attese di un Messia trionfatore. Sono le domande dei ragazzi di catechismo: “Se era Figlio di Dio, perché non ha cacciato i soldati?”. Sono le nostre domande segrete, quando il male ci travolge e Dio sembra assente.
La risposta che il Vangelo ci offre è sconvolgente: Dio non elimina il male con un atto di forza, perché rispetta fino in fondo la nostra libertà, anche quando è tragica. Ma non sta da una parte, a guardare. In Gesù, Dio sceglie di scendere dentro il male del mondo, di farsene trafiggere, di esporre il suo cuore alla sofferenza. Dio, in Cristo, soffre con noi e per noi. Non è un Dio che dalla sua altezza ordina il sacrificio, ma è il Dio che, per amore, si consegna.
È una verità che la mente fatica ad accettare e il cuore fatica ad abbracciare. Vorremmo un Dio che ci risolva i problemi, che ci imponi il paradiso. Ma forse, un paradiso imposto non sarebbe più paradiso, perché l’amore vero può solo essere offerto, non imposto.
E qui le due storie di Luca si ricongiungono. I discepoli, con la testa piena di progetti umani, non riescono a vedere il progetto di Dio, che passa attraverso il servizio e il dono di sé. Il cieco, invece, senza tante teorie, fa un salto di fiducia puro. Affida la sua oscurità a quell’uomo di cui ha sentito parlare. La sua è una “fede cieca”, nel senso più bello del termine: una fiducia incondizionata che precede la comprensione. Proprio come il salmista che, dopo aver elencato a Dio tutte le sue ragioni per dubitare, conclude: «Ma io resto sempre con te» (Sal 73,23).
Concludo: Allora, cosa scegliamo noi oggi? Vogliamo aggrapparci alla nostra idea di Dio, a come noi pensiamo che Lui dovrebbe agire? Allora non solo Gesù ci resterà incomprensibile, ma anche le valli oscure della nostra vita ci appariranno senza senso.
Oppure osiamo fare, come il cieco di Gerico, un salto di fiducia? Possiamo pregare con una nuova consapevolezza: «Signore, che io veda. Ma aiutami a vedere ciò che posso sopportare. Apri i miei occhi alle verità scomode da cui vorrei fuggire. Dammi il coraggio di guardare in faccia il dolore del mondo senza distogliere lo sguardo, perché so che Tu sei lì, dentro quel dolore, a soffrire con noi. E dove Tu sei, c’è amore, e dove c’è amore, c’è anche la forza di risorgere».
Che il Signore ci apri gli occhi, un poco alla volta, alla luce della sua verità e del suo amore.
Jens Hansen
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