Ecco, io faccio nuove tutte le cose

Sermone su Apocalisse 21, 5

Versione italiana del sermone

Versione in twi del sermone

«Dio dice: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Questo versetto è stato scelto come motto dell’anno. A differenza dei Losungen, cioè dei versetti che troviamo giorno dopo giorno nel libro “Un giorno, una Parola”, l’idea di definire anche un versetto che ci vuole accompagnare per tutto l’anno, è abbastanza nuova.

“L'inventore” è un pastore del Württemberg, Otto Riedmüller, che negli anni Trenta del secolo scorso ha lavorato molto per la gioventù evangelica in Germania, con l'obiettivo di unire i giovani. Egli ha voluto contrapporre consapevolmente agli slogan e alle parole d'ordine dei nazisti le parole della Bibbia e nel 1930 ha pubblicato il primo motto dell'anno.

Oggi è il gruppo di lavoro ecumenico a stabilire i motti dell’anno. Io trovo che l'aspetto ribelle, il carattere graffiante del motto annuale sia importante anche per la mia vita. Ci sono molte voci dentro di me e fuori di me che vogliono raccontarmi sciocchezze e assurdità, e a volte è importante semplicemente opporvi con coraggio una parola come il versetto per il 2026. È infatti una parola molto forte e piena di speranza. > Dio dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», così recita il motto dell'anno.

Come ogni anno scelgo un immagine da un’artista che con la sua arte vuole dare un’interpretazione al versetto. Per iniziare diamo quindi uno sguardo all’immagine.

Speranza

Più guardo l’immagine della artista Dorothee Kraemer, più ho l’impressione che si sta aprendo una tenda e al centro dell’immagine entra la luce che brilla. Ma non c’è solo luce, ci sono tanti colori dallo scuro al chiaro e in fono vediamo due lettere maiuscole dell’alfabeto greco, l’alfa e l’omega. È come se l’artista volesse invitarci a guardare meglio, a prendere sul serio l’ecco all’inizio. E oggi vogliamo farlo, guardare meglio il nostro versetto. La mia prima esperienza con il brano, e forse anche il più intenso ormai risale a oltre 30 anni fa:

come vicario e poi come pastore, ho celebrato molti funerali. Ma ce n’è uno in particolare che forse non dimenticherò mai: la prima volta che è morto un bambino, pochissimo tempo dopo la nascita.

Avevo già fatto più di dieci funerali. Sapevo, più o meno, come ci si muove in quel territorio fragile che è il colloquio con i familiari in lutto. Ma quella volta era diverso. Ricordo il piccolo feretro bianco. Ero in un’età in cui diventare padre non era più un’ipotesi astratta, anzi avevo già un figlio e la figlia stava per nascere. Quella vista mi ha prosciugato tutte le energie.

La madre aveva preso farmaci per riuscire semplicemente a reggere la giornata. La nonna, quando ha visto quella piccola bara, è crollata a terra, urlando e piangendo.

In quel momento, dentro di me, ho pensato:

“Come faremo a sopravvivere a questo? Cosa si può dire? Come si fa semplicemente a restare in piedi?”

Subito dopo il saluto iniziale, la madre mi indica una Bibbia aperta sul tavolo, la prendo e vedo dei versetti evidenziati:

«Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né dolore… E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.» (Ap 21,4–5)

Lo leggevo e rileggevo nella mia mente prima che la madre prendesse in mano la Bibbia.

In quel momento ho capito che non dovevo far capire o spiegare questo testo. Non era il momento di farne un’analisi teologica brillante.

Ho percepito che queste parole sono state lette, per quasi duemila anni, sui bordi di abissi come questo.

Sono come una ciambella di salvataggio lanciato dall’eternità. Non una spiegazione, ma una ciambella a cui aggrapparsi, un supplemento di forza, una presenza.

Solo mentre venivano lette, io stesso ho ritrovato un po’ di voce, un minimo di appoggio interiore. E ho capito che il mio compito, come pastore, non era “spiegare il perché”, ma stare lì e rendere visibile un appoggio che non viene da noi: questa Parola che, proprio davanti all’indicibile, non crolla.

Con questa esperienza negli occhi e nel cuore oggi ascoltiamo di nuovo: > «Dio dice: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Queste parole non ci toccano tutti allo stesso modo.

A volte sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno: una ciambella di salvataggio a cui tenerci quando non sappiamo più come andare avanti. Altre volte ci lasciano perplessi: il mondo continua a essere duro, le lacrime non sono asciugate, la morte non è “sparita”.

E allora ci chiediamo:

“Davvero, Signore? Dove si vede che Tu fai nuove tutte le cose?” Questa tensione tra promessa e realtà è esattamente il luogo in cui nasce il libro dell’Apocalisse.

Giovanni si trova in esilio sull’isola di Patmos, allontanato per la sua fede in Gesù.

Scrive a comunità piccole, fragili, sotto pressione: la potenza di Roma pretende una sorta di adorazione religiosa, il culto dell’imperatore. Dire “Gesù è il Signore” vuol dire contestare la pretesa del potere politico che si dichiara “divino”.

L’Apocalisse è, allo stesso tempo: • un atto di resistenza: solo Dio è l’Alfa e l’Omega; • e una lettera pastorale: un testo per comunità spaventate, stanche, confuse.

Per questo, dopo tutte le immagini forti, dopo le crisi, le bestie, le piaghe, nel capitolo 21 Giovanni vede finalmente: «un cielo nuovo e una terra nuova» e la città santa che scende da Dio.

È come se, alla fine di un incubo, si aprisse una finestra e entrasse aria fresca.

E proprio lì risuona:

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Questa frase non nasce in un mondo facile. Nasce sul bordo dell’abisso. Per questo può parlare anche ai nostri abissi.

La citazione «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» è una promessa straordinaria. Un motivo di speranza. Perché Dio è l'alfa e l'omega, l'inizio e la fine, luce che arriva nell'oscurità. La luce amplia lo sguardo oltre i tempi bui. I colori allegri rappresentano la speranza di cui abbiamo così tanto bisogno. Nel capitolo 21 succede qualcosa di quasi unico.

Finora Giovanni vede visioni: “Vidi un cielo nuovo e una terra nuova… vidi la città santa…”.

Ma improvvisamente non solo vede: sente. In mezzo alla visione c’è una voce. Non è più un angelo, non è un essere intermedio: è la voce di Colui che siede sul trono, è Dio stesso che parla.

Nel libro dell’Apocalisse la parola diretta di Dio compare solo in un altro punto (1,8). È rarissima. Qui Dio prende la parola in prima persona: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Ed è interessante quel tempo verbale.

Giovanni ha appena detto: > «Vidi un cielo nuovo e una terra nuova, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non c’era più…» Saremmo quasi tentati di aspettarci che Dio dica: “Ecco, ho fatto nuove tutte le cose.”

Come se fosse il commento finale, dopo che tutto è stato già creato di nuovo. Ma Dio non dice “ho fatto”. Dice: “io faccio”, adesso.

Questo ci impedisce di immaginare la scena come un film del futuro proiettato sullo schermo.

Queste parole non sono solo la didascalia di un evento che accadrà “alla fine del mondo”. Sono un verbo al presente, una parola che entra nel nostro adesso:

“Io faccio nuove tutte le cose” – oggi. Nel mezzo della storia, non solo dopo la storia.

Lo stesso vale per la frase: “il mare non c’è più”. Se cielo e terra sono nuovi, non servirebbe elencare: “e neanche il mare, e neanche la steppa, e neanche le montagne…”. Il “mare” è un’immagine biblica: simbolo del caos, delle forze oscure, distruttive, incontrollabili.

Dire che “il mare non c’è più” significa:

“Le forze del caos, del male distruttivo,non avranno più spazio.”

E poi Giovanni vede la città santa, la nuova Gerusalemme, che scende dal cielo.

È Dio che viene verso di noi. Non siamo noi a scappare via da questa terra per “andare in cielo”. Non è un racconto di fuga dalla realtà, ma una promessa per questa realtà:

Il Regno di Dio viene, la presenza di Dio abita in mezzo al mondo, la creazione non è buttata via, è trasformata, guarita, portata a compimento.

Quando Dio dice: «Io faccio nuove tutte le cose», non sta annunciando la cancellazione della terra, ma la sua liberazione.

Per questo questa frase è, allo stesso tempo: • parola per il futuro ultimo – la nuova creazione, • e parola per il presente – un Dio che, già ora, entra nelle nostre storie, contrasta le forze di morte, apre possibilità nuove.

Concludo

Torniamo a quel piccolo feretro bianco. Lì non avevo bisogno di una lezione sul futuro del mondo. Avevo bisogno – avevamo tutti bisogno – di una parola che reggesse il peso di quel momento.

«Dio asciugherà ogni lacrima…Ecco, io faccio nuove tutte le cose.» Queste frasi sono state lette accanto a troppi letti di ospedale, in troppe stanze di lutto, in troppi luoghi di guerra e di disperazione, per poterle ridurre a teoria.

Sono state e sono una ciambella di salvataggio, parole che tengono insieme chi non ce la fa più a tenersi da solo.

Non spiegano tutto. Non tolgono il dolore come per magia. Ma aprono uno spazio dove, insieme al pianto, può ancora esserci speranza.

All’inizio di questo anno questa voce di Dio risuona anche per noi: > «Ecco, io faccio nuove tutte le cose.» Forse non vediamo ancora come. Forse ci chiediamo se sia davvero vero. Ma possiamo stare, per un momento, come quella famiglia davanti al piccolo feretro: senza risposte, eppure aggrappati a una parola che non è nostra, ma di Colui che era, che è e che viene.

Lasciamo che questa parola ci raggiunga, ci sostenga, ci faccia alzare ancora una volta in piedi.

E possiamo pregare: Signore, Tu conosci i nostri abissi, quelli personali e quelli del mondo. In molti luoghi il mare del caos sembra più forte di Te. Eppure Tu dici: “Io faccio nuove tutte le cose”. Fa’ che questa promessa diventi per noi non teoria, ma sostegno. Entra nelle nostre storie, asciuga le lacrime che non sappiamo asciugare, rialza ciò che pensiamo perduto, libera questo mondo dalle forze di morte. E quando non capiamo, resta Tu il nostro appoggio. Oggi e fino al giorno in cui vedremo con i nostri occhi ciò che ora possiamo solo credere. Amen.

Jens Hansen Mastodon

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