I will follow him

Sermone su Luca 9,56-62 tenuto a Brescia

Sono passati più di sessant’anni da quando una ragazzina italo-americana, appena quindicenne e dall’aspetto piuttosto semplice, scalò le classifiche con un successo straordinario. Si chiamava Peggy March e cantava una romantica canzone d’amore: I Will Follow Him. Io sono cresciuto nel grembo materno con questa melodia visto che i miei avevano il 45 giri di questo brano.

«Lo seguirò», cantava parlando del suo amato, «ovunque lui vada. Sarò sempre con lui. Nulla potrà separarmi da lui: è il mio destino. Da quando ha toccato il mio cuore so che nessun oceano è troppo profondo e nessuna montagna troppo alta per dividermi dal suo amore. Io lo amo».

Forse qualcuno di voi non ricorda quel successo di allora come io ricordo il 45 giri. Ma molti lo hanno ritrovato più tardi, nel film Sister Act, uscito 1992 e il film preferito dei miei catecumeni.

In quella storia incontriamo una cantante che deve nascondersi perché qualcuno vuole ucciderla. Un poliziotto, per salvarle la vita, la fa passare per una suora e la porta in convento. Ed ecco Whoopi Goldberg nei panni di suor Mary Clarence: una suora un po’ fuori schema, piena di talento e di energia.

La madre superiora la costringe a cantare nel piccolo coro della comunità. E diciamolo con franchezza: quel coro si distingue soprattutto perché… non sa cantare. Ma suor Mary Clarence riesce, poco alla volta, a trasformare quel gruppo impacciato in un coro straordinario, capace di entusiasmare e di attirare folle.

Il momento culminante del film è proprio l’esecuzione di I Will Follow Him. Solo che questa volta non è una dichiarazione d’amore romantica: è una dichiarazione d’amore a Gesù Cristo. Cantata con forza, con gioia, con convinzione, quella canzone diventa quasi una testimonianza missionaria. Chi ascolta sente nascere dentro di sé il desiderio di dire: «Anch’io voglio seguirti, Signore. Nulla mi separerà da te».

E c’è un’altra cosa bella in quel film: vedere come una realtà un po’ rigida, un po’ impolverata, venga “smossa”, arata, trasformata. Strutture irrigidite si aprono, e qualcosa di nuovo può nascere. È come se qualcuno avesse passato l’aratro su un terreno indurito.

Arare: rendere fertile il terreno. Rivoltare la zolla, preparare il campo per una buona semina. È un’immagine bella per me che ho anche tirato con il trattore degli aratri. L’aratro è simbolo di vita. E, a ben guardare, nella storia dell’umanità l’aratro ha prodotto effetti più duraturi delle armi.

Popoli conquistatori sono passati come tempeste: Unni, Magiari, Mongoli. Hanno creato imperi immensi e rapidissimi… e altrettanto rapidamente sono scomparsi. Ma chi ha davvero “posseduto” la terra sono stati i contadini: coloro che l’hanno lavorata, custodita, resa feconda. L’aratro, alla lunga, è più forte della spada.

Ma possiamo pensare anche a un altro campo: il campo della nostra vita. Immaginiamo che un aratro passi nel terreno del nostro cuore. Che smuova ciò che si è indurito. Che rompa le croste della routine, del “si è sempre fatto così”. Che prepari spazio per un seme nuovo.

Forse anche dentro di noi c’è qualcosa di diventato secco, rigido, conservatore nel senso peggiore del termine. Forse ci sono zone del nostro cuore che avrebbero bisogno di essere lavorate.

Gesù usa proprio questa immagine. Dice: «Chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto per il regno di Dio».

Mi ricordo i tempi in cui aravo i campi. Tenevo, almeno per il primo solco, lo sguardo fisso in avanti. Passo dopo passo il tratto procede diritto. Quando arriva al margine del campo, si fa un inversione e sul solco appena fatto ci si orienta per fare il solco di ritorno, tutto in riga, dritto, e per tracciare una linea diritta bisogna guardare avanti.

E Gesù dice qualcosa di molto simile: chi vuole seguirlo non può vivere con lo sguardo sempre rivolto al passato. Non può oscillare continuamente tra ciò che è stato e ciò che è. Seguirlo richiede decisione.

Nel Vangelo di Luca incontriamo tre persone che, in un certo senso, dicono: «I will follow him». Eppure nessuno dei tre arriva davvero a seguirlo.

Il primo dice con entusiasmo: «Ti seguirò dovunque tu vada». È affascinato, conquistato. Ma Gesù gli risponde in modo sorprendente: «Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

Come a dire: sai davvero a che cosa vai incontro? Seguire me non è romanticismo. Non è un sogno ad occhi aperti. È realtà concreta, talvolta dura. Non servono entusiasmi superficiali, ma perseveranza.

Il secondo dice: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io seppellisca mio padre».

La risposta di Gesù è sconcertante: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

Forse il padre non è ancora morto. Forse è anziano, malato. Forse “un giorno” accadrà. Ma intanto il figlio rimanda. Sempre “prima questo”, “prima quello”. Ci sono persone che rimandano continuamente l’inizio di ciò che sentono giusto. E così non iniziano mai.

Il terzo dice: «Ti seguirò, ma lascia che prima mi congedi da quelli di casa mia».

E Gesù ripete: «Chi mette mano all’aratro e si volge indietro non è adatto per il regno di Dio».

Non è un divieto di salutare. È un richiamo a non vivere di nostalgia. A non restare prigionieri del passato.


Questa domenica si chiama “Oculi”: occhi. È come se il Vangelo ci dicesse: «Apri gli occhi! Guarda avanti!». C’è un futuro che Dio prepara. C’è un cammino che si apre davanti a te.

E non siamo soli. Gesù stesso ha detto: «Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me… perché il mio giogo è dolce».

Non arare da soli, ma con lui. Come una coppia di buoi sotto lo stesso giogo, che tirano insieme nella stessa direzione. Gesù è al nostro fianco. Tiene diritto il solco. Ci sostiene quando il terreno è duro, quando ci sono pietre, quando la fatica si fa sentire.

Da soli non siamo “adatti” al regno di Dio. Ma con lui sì.

E’ così, guardando in avanti che le cose cambiano e Gesù ci ispira: Se prendessimo sul serio questa parola, un ex detenuto non sarebbe per sempre identificato con il suo reato. Una vittima di violenza non sarebbe condannata a rivivere per sempre il trauma. Popoli in guerra — pensiamo a russi e ucraini, israeliani e palestinesi, e a tanti altri conflitti nel mondo — non sarebbero bloccati nel ciclo infinito della vendetta. Il regno di Dio apre la possibilità di un futuro diverso.

Significa che le ferite possono guarire. Che la colpa può essere perdonata. Che il passato non ha l’ultima parola su di noi e viviamo aperte e aperti verso il futuro di Dio.

Jens Hansen Mastodon

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