Il coraggio della protesta

Predicazione su Luca 3 versetti scelti


Giovanni Battista apre la bocca. Parla a voce alta delle ingiustizie. Dà voce alla giustizia. In un paese controllato dall’esercito romano, dove la famiglia regnante si arricchisce a spese dei poveri ed emarginati, Giovanni rompe il silenzio. I soldati costringono le persone ai servizi militari, i pubblicani approfittano del loro ruolo, e tanti — troppi — si arrangiano con questo sistema oppressivo pur di sopravvivere.

Ma Giovanni non si lascia intimidire. In pubblico critica apertamente Erode. Denuncia l’arricchimento ingiusto, la violenza dello Stato, l’estorsione quotidiana. Chiede ai doganieri di pretendere solo ciò che è dovuto e ai soldati di rinunciare alla violenza, alle minacce, all’abuso di potere. Invita la gente a smettere di lasciarsi trascinare dalla corrente e ad avere il coraggio della solidarietà: chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; chi ha cibo condivida con chi manca del necessario.

Alla propaganda dello Stato Giovanni oppone un’analisi lucidissima della situazione: “l’ascia è già posta alla radice degli alberi.” Il paese è sull’orlo del collasso. E la Bibbia non nasconde i responsabili: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea…” e via dicendo (Lc 3,1-2). È una denuncia precisa, non generica. Giovanni dice ciò che molti pensano ma non osano pronunciare. Il suo coraggio risveglia coraggio. Le persone escono dalle loro nicchie, si mettono in cammino e arrivano fino al deserto, dove lui vive. Le sue parole risuonano in tutte le classi sociali, persino tra soldati e pubblicani. Anche loro gli chiedono: “E noi, che cosa dobbiamo fare?” La necessità di un cambiamento è evidente perfino dentro le strutture del potere.

Il simbolo di questo movimento è il battesimo nel Giordano: un segno di novità, di svolta, che più tardi diventerà centrale nel cristianesimo. Come molti profeti prima di lui — pensiamo solo a Geremia, con la sua storia spesso tragica — Giovanni paga un prezzo alto. E come accade tuttora per coloro che lottano per i diritti e la dignità, rischia minacce, prigione, la vita stessa. Anche quando viene incarcerato, il suo movimento non scompare: confluisce naturalmente in quello di Gesù. Gli Atti degli Apostoli ci mostrano quanto fosse estesa l’influenza del Battista: a Efeso, anni dopo, Paolo incontra persone che erano ancora state battezzate “con il battesimo di Giovanni”.

Giovanni, con la sua predicazione diretta e senza compromessi, non certo “politically correct”, crea un movimento che diventerà parte viva della storia della chiesa.

Egli parla in piena tradizione profetica. I profeti hanno sempre preso la parola quando c’era bisogno di parole chiare e scomode. Giovanni è uno di loro. Fa domande dirette, che potremmo parafrasare così: “La tua coscienza è in ordine?” Non cerca mediazioni o attenuazioni: va dritto al cuore. Ma ora, dopo aver guardato ciò che accadde allora, dobbiamo chiederci qualcosa di importante: noi, oggi, abbiamo fatto progressi? Le parole di Isaia rimangono attuali: “Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati.”

Anche oggi conosciamo valli e montagne, nella società e nella nostra vita personale: valli di malattia, sofferenza, guerra, povertà, esclusione, chiusura. Di queste valli, soprattutto le personali, parliamo poco. Non vogliamo raccontare come ci si sente quando arriva un licenziamento, o quando i medici sospettano un tumore. Chi ha vissuto la guerra evita di rievocare gli orrori visti.

Dei monti invece parliamo volentieri: un nuovo lavoro, un successo raggiunto.

Eppure monti e valli fanno parte della vita di tutti. E spesso ci chiediamo se ciò che affrontiamo sia giusto, e quale responsabilità abbiamo in tutto questo.

Le cose non andavano allora e non vanno neppure oggi. Viviamo tempi segnati da ingiustizia sociale: chi è debole, malato, fragile, spesso viene messo da parte. Vengono spesi miliardi in armamenti mentre si rinviano gli investimenti contro la crisi climatica e nella formazione delle nuove generazioni. La forbice tra ricchi e poveri si allarga, e lo sguardo con cui guardiamo chi arriva da lontano, spinto dalla disperazione, raramente è uno sguardo giusto.

Potremmo fare un elenco infinito. E di solito, quando se ne parla, si sente dire: “Devono fare qualcosa quelli che ci governano.” Segue il lamento, continuo e sterile.

Ma Giovanni non vuole questo.

Giovanni vuole aprire occhi e orecchie. Vuole che ciascuno veda la propria responsabilità. Vuole che ognuno capisca che può fare qualcosa. “Convertitevi!” — questo è il suo appello. Non solo alle strutture, ma ai cuori. Conta ciò che facciamo e ciò che lasciamo fare dentro di noi. Conta la nostra scelta quotidiana: restare sul divano a lamentarsi, o decidere di alzarsi e di agire.

E la domanda che Giovanni ci rivolge oggi è molto semplice e molto diretta: “Sono pronto a guardare dentro di me? Sono pronto a dare qualcosa di mio? Sono disposto a impegnarmi?”

Giovanni predica il cambiamento con toni forti. Ma anche lui, a un certo punto, dovrà cambiare. Perché il Signore che lui attendeva non è venuto con rabbia e minaccia, come forse immaginava. Gesù viene con amore, comprensione, attenzione e perdono. Viene perché sa che nessuno vive sempre sul monte o sempre nella valle: la vita è più complessa. E così Gesù si rivolge ai poveri e ai malati, ma anche ai ricchi e ai peccatori.

Dietro questo amore c’è un principio fondamentale: l’attesa dell’altro comincia dall’attesa su noi stessi, dalla nostra posizione interiore. “Ama il tuo prossimo come te stesso.”

Allora tocca a me alzarmi dal divano comodo e muovermi. I doni che abbiamo sono diversi e preziosi. Invece di lamentarci, possiamo chiederci: qual è il mio posto? Qual è il mio piccolo compito? Dove e come posso preparare la strada al Signore che viene?

Che la pace di Dio accompagni questa riflessione e ci aiuti a camminare su sentieri di pace.

Jens Hansen Mastodon

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