Il Natale secondo Giobbe

Predicazione su Giobbe 42, 1-6

il Natale è passato e forse già ci stiamo preparando per il Capodanno.

Eppure, oggi siamo invitati a tornare ancora una volta alla nascita di Gesù, ma da un punto di vista molto insolito.

Questa prospettiva particolare ci è offerta da un testo dell’Antico Testamento.

Si rivolge soprattutto a quelle persone che a Natale non erano affatto “dell’umore giusto” per festeggiare: a chi fa fatica a credere e a chi vive momenti di sofferenza. Nel nostro versetto biblico ascoltiamo la voce di una persona che ha difficoltà con la fede, ma che incontra Dio e, grazie a questo incontro, vede se stessa sotto una luce nuova.

Ascoltiamo ora il nostro testo biblico.

Parla Giobbe (Giobbe 42,1-6):

1 Allora Giobbe rispose al SIGNORE e disse: 2 «Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. 3 Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato, ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. 4 Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami! 5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto. 6 Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere».

Giobbe, un uomo in crisi di fede

Giobbe è un uomo che fa fatica a credere.

Ma non è sempre stato così. All’inizio del libro scopriamo che viveva con la sua numerosa famiglia in un paese lontano, nella terra di Uz, ed era molto ricco.

Poi, in rapida successione, si abbattono su di lui terribili catastrofi.

Un messaggero dopo l’altro porta brutte notizie.

Il mondo di Giobbe crolla: i suoi figli muoiono, i suoi grandi possedimenti vanno perduti, e alla fine anche lui si ammala gravemente.

Nelle situazioni di sofferenza è molto importante il modo in cui chi ci circonda reagisce al nostro dolore: se ci aiuta ad affrontare ciò che stiamo vivendo, oppure se si allontana, imbarazzato e insicuro.

Purtroppo, Giobbe trova ben poco aiuto nella sua sofferenza. La prima a prendere le distanze dal suo attaccamento alla fede è sua moglie. Piena di amarezza, dice al marito affranto: «Rinnega Dio e muori» (Giobbe 2,9).

Poi anche Giobbe stesso comincia a dubitare, fino al punto di maledire il giorno della sua nascita. Tre amici vanno a fargli visita, a questo uomo ormai povero fuori e dentro.

All’inizio, questa visita è un vero dono.

Spesso infatti chi soffre viene evitato da chi sta bene. Se chiediamo: «Perché non vai a trovare il tuo vicino malato?», spesso ci sentiamo rispondere: «E cosa dovrei dirgli?». Ma non è necessario avere sempre le parole giuste. Molte volte basta non evitare chi soffre, ma stargli vicino e ascoltarlo.

Gli amici di Giobbe siedono accanto a lui in silenzio per sette giorni. La sua sofferenza li tocca profondamente. Ma poi decidono di parlare. E qui cominciano i guai.

Le parole che feriscono

Tutti e tre gli amici usano una “medicina” molto pericolosa. Conoscono solo uno schema: la devozione porta benedizione, l’empietà porta sventura. Chi soffre, secondo loro, ha sicuramente peccato.

Perciò dicono a Giobbe: cerca il peccato nella tua vita, torna a Dio, e allora starai di nuovo bene. Non si rendono conto di quanto queste parole siano devastanti per Giobbe, che ha sempre vissuto in modo pio e timorato di Dio.

E non vedono neppure quanto siano presuntuose: a loro le cose vanno bene, quindi si sentono “a posto” con Dio.

Nel libro di Giobbe, però, c’è un retroscena che nessuno dei personaggi conosce. Solo il lettore ne è messo al corrente. Siamo trasportati in cielo: Satana si presenta davanti a Dio e afferma: «Nessuno ti onora per quello che sei. Gli uomini vengono da te solo per interesse. Se togli loro i tuoi doni, ti volteranno le spalle». Dio rifiuta questa visione cinica dell’essere umano.

Per quanto riguarda Giobbe, agli occhi di Dio non è affatto così: Giobbe è un uomo che crede sinceramente.

Leggendo il Libro di Giobbe, capiamo quindi che, quando incontriamo qualcuno che soffre, dobbiamo essere molto umili. Ci sono tanti retroscena, tante dimensioni nascoste di una sofferenza, che noi non conosciamo.

Uno dei pesi più grandi di Giobbe è proprio questo: non ha nessuno davvero al suo fianco. Sua moglie ha messo in discussione la sua fede. I suoi amici lo accusano e cercano di convincerlo che è lui il colpevole. L’unico sostegno In mezzo a questa solitudine, Giobbe ci sorprende. In sostanza dice: «Tutti mi hanno lasciato. Ho solo uno che mi resta accanto: Dio. Certo, non lo capisco più».

Nonostante tutto ciò che deve sopportare e nonostante tutte le domande senza risposta, Giobbe resta attaccato a Dio.

Questa lunga lotta con Dio è nota a molte persone che hanno dovuto percorrere strade difficili. Questa lotta può durare anni, passare attraverso una lunga notte, attraversare tunnel in cui non si vede ancora la luce. Giobbe è convinto che nella sua vita tornerà la luce solo quando potrà incontrare Dio. E proprio questo avviene: nel libro di Giobbe, alla fine, c’è un incontro con Dio.

Ed è il secondo punto importante del nostro testo di oggi.

Dio prende l’iniziativa

L’incontro nasce da un’iniziativa di Dio.

È Dio che comincia il dialogo con Giobbe, ponendogli delle domande. Attraverso queste domande, Giobbe riconosce la grandezza, la maestà, la potenza creatrice di Dio. Capisce che i pensieri di Dio superano i suoi pensieri, che la sapienza di Dio supera la sua comprensione.

Ed è proprio questo dialogo tra Dio e Giobbe che rende così attuale questo testo nei giorni di Natale.

Perché da allora, Dio ha cercato il dialogo con noi esseri umani in modo ancora più diretto e chiaro di quanto abbia fatto con Giobbe. Con Giobbe Dio parla ponendo molte domande.

Con noi, Dio si rivela in Gesù. Dopo il suo dialogo con Dio, Giobbe dice: «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto».

Quanto più possiamo far nostre queste parole noi, dopo il Natale! Perché in Gesù Dio si è mostrato a noi come mai prima, come in nessun altro luogo. Gesù può dire: «Chi ha visto me ha visto il Padre… Io e il Padre siamo uno» (cfr. Giovanni 14). Per questo la venuta di Dio in Gesù ha un significato unico per tutta l’umanità.

Dal “sentito dire” al “vedere”

Noi esseri umani, con le nostre forze, non troviamo Dio in nessun angolo dell’universo. Non riusciamo a comprenderlo da soli.

Ma dal Natale in poi possiamo riconoscere con gratitudine che il Dio eterno e nascosto è venuto a noi in Gesù e si è unito a noi, per la nostra salvezza.

Qui, davanti al presepe di Gesù, lo incontriamo. Quando ci fermiamo davanti a Gesù – davanti alla sua mangiatoia, alla sua vita, alla sua croce e infine alla sua tomba vuota – allora abbiamo la certezza che, nonostante tutti gli enigmi del mondo, ci troviamo nel luogo in cui Dio ci parla più chiaramente. E ci parla con amore, per la nostra salvezza. Qui vediamo il volto di Dio. Qui possiamo veramente ripetere le parole di Giobbe: finora abbiamo conosciuto Dio solo per sentito dire.

Ora i nostri occhi lo hanno visto. Se invece togliamo Gesù, se cancelliamo le sue parole e il suo destino dal nostro orizzonte, allora l’oscurità ci avvolge e ci assale il non-senso. Perché senza di lui incontriamo solo esseri umani mortali e pensieri segnati dalla morte.

Le parole di Giobbe trovano a Natale un compimento che nessun uomo avrebbe potuto immaginare. Davanti al presepe di Betlemme passiamo dal “sentito dire” al “vedere con i propri occhi”. Qui possiamo davvero dire, con gratitudine: «Ora i miei occhi ti hanno visto».

Vedere Dio, vedere noi stessi Perché questo versetto biblico sia per noi fonte di benedizione, dobbiamo ricordare anche un terzo aspetto: dopo l’incontro con Dio, anche Giobbe vede se stesso sotto una luce nuova: alla luce di Dio. Chi legge tutto il libro di Giobbe rimane colpito dall’insistenza con cui i suoi amici tentano di convincerlo di una colpa nascosta. Per loro il ragionamento è semplice: se a uno le cose vanno male, è perché ha peccato. E, rovesciando il discorso, siccome a loro va tutto bene, deducono che il loro rapporto con Dio è in ordine. Certo, ci sono situazioni in cui una persona può dire, come il figliol prodigo: «Se sono finito nella miseria, è perché ho lasciato la casa del Padre. Per questo voglio tornare indietro». Ma questa è una consapevolezza che solo la persona stessa può raggiungere davanti a Dio. Sorprendentemente, però, anche Giobbe, alla fine, parla della sua colpa. Dice: «Ora i miei occhi ti hanno visto. Perciò mi dichiaro colpevole e mi pento sulla polvere e sulla cenere».

Questa consapevolezza non gli viene dagli amici. Nasce dall’incontro con Dio. Esiste una conoscenza di sé che nasce solo davanti al Dio santo: alla sua luce improvvisamente ci vediamo in modo diverso, più vero, più profondo.

Proprio nella luce di Dio ci vediamo in un modo totalmente diverso rispetto al giudizio degli uomini. In questa luce comprendiamo che abbiamo bisogno di qualcuno che elimini ciò che è storto e sbagliato nella nostra vita. Anzi, ancora di più: in questa luce possiamo riconoscere che Dio stesso vuole togliere tutte le nostre mancanze e tutti i frammenti incompiuti del lavoro della nostra vita.

Peccatori benedetti

Che dono: nella luce di Gesù possiamo riconoscerci come peccatori benedetti! Gesù non ci umilia, non ci annienta. Da lui riceviamo perfino la dignità di essere figli e figlie di Dio. Perché lui stesso ci chiama suoi fratelli e sorelle.

Jens Hansen Mastodon

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