Il vecchio e il mare e Simone il pescatore
Predicazione su Luca 5,1-11
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Viviamo in un tempo che ci allena al sospetto. Basta accendere la televisione, sfogliare un giornale o navigare su internet. Politici che promettono rivoluzioni senza dire come, pubblicità che ci assicurano che quel detersivo lava più bianco del bianco, o che quell’auto è la più ecologica, anche se forse la scelta più ecologica sarebbe non produrla affatto. Offerte imperdibili, regali “gratis”, e poi ci sono le sirene più subdole e tragiche: le sirene del riarmo, quelle che arruolano giovani per una guerra raccontando di soldi facili e luoghi sicuri, per poi scaricarli al fronte.
Il mondo ci sussurra, anzi ci urla, un messaggio continuo: “Non fidarti. Verifica tutto. Abbassa le aspettative. Schermati”. È una difesa necessaria, per non essere ingenui, per non farci mettere i piedi in testa. Ma questo sano e necessario scetticismo ha un effetto collaterale: ci indurisce il cuore, ci rende impermeabili a qualsiasi appello profondo. E quando arriva qualcuno che ci fa una proposta vera, radicale, che tocca il senso della nostra vita, la nostra reazione istintiva è quasi automatica. È un riflesso condizionato. Ed è il riflesso del “Sì, ma...”.
“Sì, ma…” sono due paroline che conosciamo tutti. Le sentiamo dai nostri bambini quando chiediamo loro di ordinare la stanza: “Sì, mamma, ma ora devo finire il videogioco”. Le diciamo noi al coniuge: “Sì, amore, ma oggi sono veramente distrutto”. Le sentiamo da un amico che sta vivendo un momento difficile: “Sì, lo so che devo reagire, ma non ne ho più la forza… ho mandato decine di curriculum, e niente… ho sperato di guarire, ma è stato inutile”. Dietro quel “ma” si nasconde tutto: la pigrizia, la paura, la stanchezza, la profonda rassegnazione di chi ha provato tutto e non ce la fa più. È il muro dell’esperienza fallimentare che si erge di fronte a ogni nuova possibilità. Nel Vangelo di oggi, l’evangelista Luca ci mette davanti a un “sì, ma” che potremmo definire perfetto. Un capolavoro di resistenza umana.
Gesù è sulla riva del lago di Gennesaret. La folla lo preme, assetata della sua Parola. Lui vede due barche e i pescatori che, dopo una notte di lavoro, sono a riva a lavare le reti. Reti vuote, naturalmente. Sale sulla barca di Simone, chiede di scostarsi un po’ da terra, e da lì predica alla folla. Finito di parlare, ecco la richiesta che suona come una provocazione bella e buona. Gesù, il falegname, il rabbì, dice a Simone, il pescatore di professione: «Prendi il largo, e gettate le reti per pescare».
Proviamo a metterci nei panni di Simone. È un gesto quasi offensivo nella sua assurdità. È come se un insegnante di religione dicesse a un chirurgo come operare. Non solo: è una richiesta contro ogni logica. La pesca si fa di notte, non di giorno! Hanno appena lavato le reti, sono stanchi morti, hanno fallito per ore. È il momento di tornare a casa, non di ricominciare. La richiesta di Gesù è una vera e propria “assurdità”, una provocazione così audace e folle da essere liquidata con una scrollata di spalle.
E Simone, infatti, esprime il suo “sano scetticismo”. La sua risposta è il manifesto della nostra umanità ferita: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla». Ecco il “ma”, il muro di fatica e di sfiducia. È il grido di chi dice: “Guarda che la realtà è diversa dai tuoi bei discorsi. Noi ci abbiamo provato, e non funziona. È tutto inutile”.
Eppure. In questo “sì, ma” di Simone, c’è un’incrinatura. Una crepa improvvisa nel muro dello scetticismo. È una congiunzione che fa tutta la differenza del mondo: «però, secondo la tua parola, getterò le reti».
Con questo “Però” Pietro non si arrende alla logica, ma fa un atto di fiducia. Fa una scommessa. Forse, proprio perché la proposta è così incredibilmente folle, potrebbe nascondere qualcosa di vero. Forse Simone è stato toccato dalla predicazione di Gesù, e si fida che quell’uomo non sia lì a fare promesse vuote. Si fida che le sue parole non siano come quelle di un politico o di uno spot pubblicitario. E così Simone decide di mettere a rischio la sua reputazione di pescatore esperto, la sua stanchezza e il suo buonsenso, e si aggrappa a quella Parola. Mette la sua vita, il suo fallimento, la sua barca vuota, nelle mani di Gesù.
E qui accade il miracolo. Il miracolo non è solo la pesca, è ciò che la pesca simboleggia. La rete che si riempie fino a quasi rompersi è il segno concreto di una realtà profonda: ciò che a noi sembra impossibile, nelle mani di Dio diventa una pienezza traboccante. Gesù non fa promesse vuote. La sua Parola non è aria fritta. È una Parola che ha “mani e piedi”, è una Parola che si incarna in un gesto concreto, “tangibile”, per mostrare a Simone, e a noi, qual è la posta in gioco.
Qual è il compito che Gesù ha in mente per Simone? Non è gonfiare il suo ego con una pesca record. Non è farlo diventare il pescatore più ricco del lago. Il miracolo è così dirompente che Simone capisce che la vera ricchezza, la vera pienezza della vita, è stare con quell’uomo. Si inginocchia, spaventato dalla sua stessa indegnità, e Gesù lo libera: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
Ecco il vero “guadagno”. Il successo di Simone non è nel pesce, che anzi, paradossalmente, abbandonerà lì sulla riva. Il successo è la scoperta di una vita che ha un senso nuovo, un orizzonte più grande. La pesca miracolosa è solo un simbolo, un “gancio” per conquistare Simone. È l’esca di Dio. Perché Dio, a differenza dei venditori di fumo, non ha paura di usare un piccolo miracolo per guadagnare la nostra fiducia, per “adescarci” a una vita piena. Come dice il commento tedesco: Dio ci “adesca” con qualcosa di inaspettato per portarci a qualcosa di molto più grande.
E qual è questa pienezza? È la scoperta che non siamo soli nella nostra barca vuota. La differenza tra la storia di Simone e la storia di tanti “naufraghi” della vita, come il vecchio Santiago del romanzo di Hemingway, è tutta qui. Santiago, il vecchio pescatore, combatte da solo, in una lotta epica e disperata contro il mare, contro il pesce, contro gli squali. Torna con uno scheletro, con un trionfo inutile. Il suo messaggio è amaro e fiero: un uomo può essere sconfitto, ma non può essere piegato. È la solitudine dell’eroe che si costruisce da sé. Simone, invece, scopre di non essere un eroe solitario. Scopre che la sua forza non viene dalla sua capacità di lottare, ma dalla sua capacità di fidarsi di una Parola. La pesca è un dono. Non può guadagnarsela con la sua fatica. Può solo accoglierla. E da solo non ce la fa nemmeno a tirarla su: deve chiamare i compagni dell’altra barca. Il miracolo di Dio si realizza nella comunità, nella rete di relazioni. Nessuno è un pescatore di uomini da solo. È un lavoro di squadra, come lo è stato tirare su le reti, come lo è oggi per la Chiesa tirare le reti del Regno, cercando di non perderne neanche uno, senza che la rete si rompa.
E allora, cosa significa per noi, oggi, essere “pescatori di uomini”? Forse l’immagine ci inquieta. Non vogliamo intrappolare nessuno, come un pesce che muore nella rete. Forse ci aiuta pensare all’altra rete, quella di Internet, una rete di nodi, di connessioni. Noi siamo già immersi in questa rete di relazioni umane. La nostra vocazione non è “catturare” le persone con l’inganno, con promesse vuote come il mondo ci insegna a fare. La nostra vocazione è vivere in questa rete con una logica diversa. È diventare “esche” viventi, non con la nostra forza, ma con la nostra fragilità abitata dalla fiducia. È mostrare con la nostra vita, non solo a parole, che abbiamo gettato le reti “sulla sua Parola” e abbiamo trovato una pienezza che non ci meritavamo.
Saremo ancora pieni di “sì, ma”. Avremo ancora paura, stanchezza, scoraggiamento. Anche Simone, dopo questa esperienza, inciamperà mille volte. Ma la parola di Gesù rimane: «Non temere». Non temere le tue barche vuote, le tue notti di fallimento, la tua incredulità. Dio non si fa scoraggiare dai nostri “sì, ma”, e scommette su di noi più di quanto noi scommettiamo su di Lui. Egli continua a chiederci, ogni mattina, di prendere il largo. E con la sua Parola, il “ma” della nostra rassegnazione può trasformarsi ogni volta nel “però” della fede. Perché, in fondo, la fede è proprio questo: osare l’assurdo, fidarsi di una Parola che sembra troppo bella per essere vera, e scoprire che è l’unica cosa veramente solida su cui possiamo costruire la nostra vita.
Jens Hansen
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