In cammino senza mappa
Sermone su Ebrei 13:12-14
“Non abbiamo quaggiù una città stabile.”
Spesso questa frase, la si pronuncia accanto a una bara, davanti alla morte di qualcuno che amiamo. In quel contesto sa di rassegnazione, quasi di sconfitta: vorremmo afferrare la vita, ma essa vola via. Eppure questa frase, scritta quasi duemila anni fa nella lettera agli Ebrei, non nasce come consolazione funebre. Lo sfondo è diverso, è un invito a riflettere.
“Non abbiamo quaggiù una città stabile.”
Ho cambiato indirizzo 11 volte nella mia vita. I traslochi non mi hanno mai spaventato — anzi, mi sono sempre piaciuti. C'è qualcosa di elettrizzante quando apro gli scatoloni in una casa nuova, quando trovo il posto giusto per ogni cosa, quando rendo abitabile uno spazio sconosciuto. Ogni trasloco è l'inizio di una nuova sfida. Eppure, col passare degli anni, mi accorgo che anche in me cresce il desiderio di una dimora fissa. Voglio sapere dove mi alzo la mattina. Mi sento meglio in un ambiente che conosco, che sento mio.
Questo desiderio è umano, profondamente umano. E si fa ancora più intenso nei momenti di crisi. Lo abbiamo vissuto concretamente durante la pandemia 6 anni fa, quando le domeniche della Passione e del tempo di Pasqua non potevamo celebrare i culti. Allora il mondo intero si è fermato e ci siamo ritrovati a fare i conti con la fragilità della nostra vita, delle nostre certezze, dei nostri sistemi. L'hashtag #iorestoacasa ha fatto il giro del mondo. Ma mentre lo ripetevamo, qualcuno ci chiedeva in silenzio: e chi non ha una casa? Come lo vivono i senzatetto? I profughi? Chi vive solo e isolato? Chi subisce violenza tra le mura domestiche? Per loro “restare a casa” non era un rifugio, ma una trappola.
La crisi ha rivelato quello che spesso preferiamo non vedere: che la nostra città stabile è più fragile di quanto pensiamo.
Il testo di Ebrei ci porta fuori.
Il “perciò” con cui inizia il nostro testo, collega quanto scrive l'autore della lettera al testo precedente che descrive il cuore del calendario ebraico: il Yom Kippur, il giorno della riconciliazione. Al centro di quella festa c'è un rito che ha trovato ingresso nella nostra lingua con le parole capro espiatorio: Il sacerdote pone le mani su un capro, trasferendo su di esso il peccato di tutto Israele, e poi lo manda nel deserto. Altri animali vengono sacrificati e bruciati fuori dalla città. Fumo, sangue, cenere. Ogni traccia di colpa deve essere eliminata. E così, ogni anno, la storia tra Israele e il suo Dio ricomincia da capo.
L'autore dice: Gesù fa questo. Una volta per tutte. Egli porta il peso del mondo fuori dalla porta della città, in quel luogo considerato impuro, lontano dal tempio, lontano dal sacro ufficiale. E lì muore.
Ma attenzione: l'autore non si ferma qui. Non ci invita a contemplare il sacrificio. Ci invita a muoverci. “Usciamo fuori dall'accampamento.” Lasciamo la sicurezza del tempio, la comodità delle nostre certezze religiose, l'edificio bello e rassicurante. Andiamo verso di lui, fuori, dove sta lui.
Ma cosa significa davvero questo “uscire”?
Significa che la fede non è un sistema chiuso. Non è un insieme di regole fisse che, una volta imparate, ci garantiscono la salvezza. Non è un tempio da custodire, una dottrina da difendere, una tradizione da preservare a tutti i costi.
La fede è cammino. È movimento. È dinamicità.
Capisco il nostro bisogno di punti fermi. Lo condivido. In un mondo che cambia continuamente — ogni generazione affronta sfide nuove, ogni decennio porta trasformazioni che sembrano impossibili fino a quando non accadono — è comprensibile volersi aggrappare a qualcosa di solido. Ma c'è una differenza enorme tra aggrapparsi a Dio e aggrapparsi alle nostre idee su Dio.
Non abbiamo una città stabile significa: Dio non lo possiamo mettere in tasca. Non lo possiamo ridurre alle nostre categorie, alle nostre liturgie, alle nostre teologie, per quanto pie e raffinate esse siano. Chi dice di avere in tasca tutta la verità su Dio ha smesso di camminare. Si è costruito un accampamento e ha deciso di non muoversi più.
Dio invece ci vuole in cammino. Ci vuole diversi. Dio non ama l'uniformità. La varietà del suo creato — di colori, di forme, di vite, di culture — ci dice qualcosa di come Dio pensa il mondo. Non c'è una mappa unica per tutti. Non c'è uno stile di vita esemplare da copiare. C'è invece una mano tesa, una presenza che cammina con noi, uno Spirito che lavora in modo diverso in ognuno di noi.
E allora, chi è Gesù in tutto questo?
Non è la condizione sine qua non perché Dio ci possa finalmente amare. Come se Dio avesse bisogno di un pagamento prima di potersi avvicinare a noi. Questa idea fa venire i brividi, perché in fondo rimane intrappolata nella logica del sacrificio: più soffri, più sei gradito a Dio.
No. Gesù è la conseguenza dell'amore di Dio, non la sua condizione.
Dio decide di non misurarci dalle nostre azioni. Decide di amarci non per quello che facciamo, ma perché esistiamo, perché ci siamo. E questo amore, per essere autentico, si fa vulnerabile. Chi ama si apre completamente all'altro, si espone, rischia. Lo sappiamo anche noi quando amiamo qualcuno davvero: aprirsi significa diventare vulnerabili. Si fa perché ci si fida. Si fa perché l'amore non conosce altra strada.
Così fa Dio in Cristo. Si apre completamente a noi. Entra nella nostra storia, nella nostra fragilità, nel nostro dolore. E diventa vittima di un mondo che vuole funzionare con altre regole — le regole del potere, del profitto, dell'esclusione. Gesù muore fuori dalla porta della città perché il mondo non sa cosa farsene di un amore così radicale.
Ma noi sì. O almeno, vogliamo imparare.
Seguire Gesù allora non significa soffrire per redimеrsi.
Significa seguire la sua vita intera: il modo in cui parlava, il modo in cui toccava i lebbrosi, il modo in cui si sedeva a tavola con chi nessuno voleva. Significa scoprire la sua solidarietà con i più deboli, con gli emarginati, con gli ultimi. Significa rispondere con misericordia dove il mondo risponde con indifferenza. Significa custodire la vita — ogni vita — dove è a rischio.
In un tempo di crisi come quello che abbiamo vissuto, e come continuiamo a vivere in forme diverse, questo invito è più urgente che mai. La crisi può essere uno specchio: ci mostra come abbiamo gestito la vita comune, le priorità che abbiamo scelto, chi abbiamo protetto e chi abbiamo lasciato indietro. E può essere anche un'opportunità: per immaginare un modo diverso di stare insieme, dove non conta solo il profitto ma la vita, dove la solidarietà non è un optional ma la struttura portante della società.
Non abbiamo quaggiù una città stabile.
Non è una frase di rassegnazione. È una frase di libertà. Siamo liberi dalle nostre certezze troppo strette, liberi dalle strutture che ci imprigionano, liberi dall'idea che Dio abbia bisogno delle nostre performance religiose.
Siamo in cammino. Con una direzione — l'amore — e con una compagnia — lo Spirito che lavora in ognuno di noi.
Usciamo quindi fuori dall'accampamento. Andiamo verso di lui. La città che cerchiamo non la costruiremo con le nostre mani, ma la intravediamo ogni volta che amiamo, ogni volta che accogliamo, ogni volta che scegliamo la vita.
Amen.
Jens Hansen
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