in mezzo alle macerie

Sermone su Geremia 31, 31-34

Lo scrittore austriaco Franz Werfel, nel suo libro sul profeta Geremia, profeta innanzitutto della disfatta d’Israele, descrive come Geremia passeggia fra le rovine del Tempio a Gerusalemme. Tremando, così racconta Werfel, il profeta raccoglie un frammento di pietra delle Tavole della legge su cui sono scritte queste le parole “Ascoltate la voce”. Solo queste parole cadute fra legno bruciato e e mura diroccate sono rimaste.

Sotto i suoi sandali scricchiolano le rovine del Tempio di Gerusalemme. Tutto ciò che è stato detto in questo Tempio, tutti i canti di lode durante i secoli in cui era in piedi il tempio costruito da Salomone ora si concentrano in questo frammento: ascoltate la voce. Ascoltate la voce di Dio per vivere.

Ora tutto si è sbriciolato in polvere... con insistenza Geremia ha profetizzato questa catastrofe. Capitolo dopo capitolo del suo libro è un ammonimento del suo popolo che stava facendo false alleanze. Ha predicato che non era un bene per Giuda fare dei patti militari e consegnarsi ai finanzieri corrotti.

Ma Giuda ha seguito le parole dei falsi profeti. Non voleva dare ascolto al profeta. E così hanno forgiato armi invece di vomeri. Ora davanti agli occhi del profeta i campi giacciono incolti. Non c'è quasi più pane da condividere in modo giusto ed equo. Troppe persone hanno da tempo avuto nessun sostentamento. Troppe armi e nessun salario minimo. Invece di vedere paesaggi in fiore le persone rimaste e non deportate sono amaramente deluse e muoiono di fame, peggio che mai. Fame di pane, fame di giustizia, fame di una parola vera.

Geremia sta solo nella polvere. Lì, nel luogo distrutto, dove Dio era sempre in grado di soddisfare questa fame. Dove una volta Dio viveva nel suo splendore. Ma Dio è uscito. Ha rinunciato al patto della vita con il suo popolo – a causa dell’infedeltà permanente, cronica. Ora, nelle rovine il profeta pensa o prega: Mio Dio, mio Dio, perché ci hai abbandonato? Il vuoto in questo posto, in questo mucchio di rovine, lo si può afferrare con le mani. E in esso il profeta pronuncia silenziosamente tre parole: Dio, mi manchi.

Penso, che queste tre parole siano familiari a moltissime persone anche nel nostro tempo. Non per forza si riferiscono a Dio, ma sempre alla sensazione di essere sole e soli e in qualche modo perduti. A volte ci sono momenti desertici nella vita in cui ti senti così miserabile, malconcio e invisibile, come in un mucchio di rovine.

L'oscurità in una vita ha molti nomi, anche qui tra noi. E mi tocca sempre terribilmente quando gli umiliati, quando i piccoli che spesso hanno un cuore grande si sentono abbandonati non solo dal mondo ma anche da Dio.

Lo capisco. A volte Dio sembra così incomprensibile. Così lontano. Così distaccato dalla realtà. E per troppi, Dio è già da tempo uno sconosciuto. Non hanno idea di dove Egli viva, e chiedono: come si chiama? Che cosa fa? Che cosa vuole?

Ma c'è anche l'altro. Sempre più persone stanno facendo domande rischiando di guardare solo al cielo. Sospettano che sia bene guardare più decisamente lontano da se stessi e dalla propria miseria e misurare l'orizzonte. Stanno guardando. Stiamo cercando. Qualcosa che spieghi il senso della vita. Ne sappiamo ancora del senso. Portiamo tutte e tutti in noi almeno frammenti di vicinanza vissuta con Dio. Un inno per esempio. Una foto del battesimo del bambino. Parole insolite come misericordia. Gesù. Non è così? Forse anche frammenti di qualche salmo: Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, #io non temerei alcun male, perché tu sei con me.

C'è un desiderio profondo in tutti noi esseri umani, ne sono sicuro. Un desiderio di mettere questi frammenti della nostra vita di nuovo insieme. Un desiderio quindi anche di partecipare alla perfezione di Dio e di far scendere Dio dalla grande distesa celeste nella mia piccola vita. In modo che si fermi, la costante domanda del perché? Questa sensazione che la vita non ha senso. In modo che io non sia più così solo nei momenti difficili. Così che non si deve più dire come Geremia: Dio, mi manchi.

Geremia allontana il suo sguardo supplicante dal cielo e guarda la terra. Qualcosa sta brillando? Tremando, prende il frammento. E con le sue parole che lo salvano.

Parole per vivere. In mezzo alla desolazione, sotto la polvere e le ceneri, sotto la colpa e le avversità, c'è questa parola di vita. Sì, dopotutto, Dio si trova in questo frammento: ascoltate la voce. Il profeta prende delicatamente in mano il frammento e lo porta al suo cuore. Tanta intimità sta in esso.

Ascoltate la voce … Geremia sa che la voce di Dio è voce di vita. In Geremia sta iniziando qualcosa di nuovo! E questa cosa nuova, che Geremia comprende in questo momento, non viene con il rumore delle armi e il potere che sfrutta e opprime. Ma in fragilità e silenzio.

Silenzio.

Silenzio, il silenzio per sentire il nuovo che Dio ha in mente:

31 Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; 32 non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; 33 «ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo. 34 Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: “Conoscete il Signore!”, poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

Un nuovo patto. “Nuovo”, questa è la parola chiave del nostro testo. Nuovo, perché il patto che Dio promette nasce dalla polvere, la promessa di Dio viene dal profondo, dal basso e non dall'alto. La promessa di Dio del nuovo patto non ha il suo posto nel tempio. Nel nuovo patto Dio vive con noi, vicino ai nostri cuori. Il nuovo patto non è scritto in lettere, cementato in dogmi, inculcato da insegnanti, faticosamente memorizzato. La fede non è un atto di obbedienza. No, in questo nuovo patto invece tutti, piccoli e grandi, bambine e bambini, uomini e donne, conosceranno Dio. Conoscere in ebraico è una bellissima parola. Questa parola viene utilizzata quando due scoprono il loro amore l'uno per l'altro e il desiderio li spinge a unirsi. Che immagine per questo nuovo patto di vita! Nasce dall'amore tra Dio e noi esseri umani, un amore che si cala nella nostra esistenza, in tutto ciò che ci rende infelici e fragili, ma anche in tutto quanto che ci rende felici. Il nuovo patto è plasmato dall'idea che una persona, se ama, non è più distruttiva ma vuole costruire. Una persona che si sa amata e ama, fa di tutto per far fiorire il paesaggio, si impegna che il pane sia distribuito in modo equo.

Dio ama te teneramente in modo che tu possa uscire nel mondo. Forte. per fare alleanze per la vita. Per la vita appunto e contro tutta la follia del mondo furioso. Alleanze per la vita, ad esempio, con gli operatori di pace in Palestina o con coloro che portano i rifugiati minacciati di morte nelle loro barche in un porto sicuro. La nuova alleanza, il nuovo patto di cui parla Geremia è una promessa che conosce veramente anche il male nel mondo. E così ci rende consapevoli di come possiamo trovare nuovi inizi, inizi anche dopo le tante crisi che viviamo oggi, affinché non si torni alla follia di prima, perché un ritorno non è la soluzione.

Dio ci ama perché andiamo nel mondo e creiamo alleanze per la vita. Alleanze in modo che non solo tu ed io, ma tutti possano vivere. In modo che nessuno dica: Dio mi manchi. Nella tua città, nel tuo paese, nel mondo intero. Ma, al contrario, dove il cuore sa: Dio abita qui. In mezzo a noi. In mezzo a noi liberate e liberati dal suo amore.

Jens Hansen Mastodon

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