Integrazione
Predicazione su 2 Timoteo 1,7-10
Basta accendere la televisione o aprire i social per accorgersi che in Europa qualcosa sta cambiando. In molti Paesi avanzano forze nazionaliste e di estrema destra. Crescono la rabbia, la sfiducia nelle istituzioni e il desiderio di soluzioni semplici.
Possiamo spaventarci e indignarci. Ma non dovremmo concludere che chi vota questi partiti sia semplicemente stupido o cattivo. Dobbiamo domandarci: che cosa muove tante persone? Da dove vengono questa insoddisfazione e la sensazione di non essere più ascoltati?
Ci sono paure reali: il lavoro precario, il costo della vita, la casa, la sanità, il futuro dei figli. Ci sono quartieri che cambiano, difficoltà d’integrazione e preoccupazioni per la sicurezza. Non dobbiamo deridere queste paure né nascondere i problemi. Ma dobbiamo anche chiederci: quando la paura diventa disprezzo? Quando da un problema concreto nasce un nemico? Quando si comincia a pensare che, se certe persone non ci fossero, il nostro Paese tornerebbe finalmente sicuro e ordinato?
Qui, per noi credenti, c’è un confine che non possiamo superare per non tradire il nostro Signore:
Possiamo discutere di immigrazione, accoglienza, sicurezza e legalità. Ma non possiamo discutere sul valore di una persona. Nessun essere umano vale meno di un altro.
Chi deve integrarsi?
Quando parliamo d’integrazione pensiamo alle persone che arrivano in Italia: devono imparare la lingua, rispettare le leggi, lavorare e partecipare alla vita della società. È giusto. Ma forse non sono soltanto i migranti ad avere bisogno d’integrazione. Forse ne ha bisogno l’Italia. Forse ne ha bisogno l’Europa.
Integrare significa mettere insieme ciò che si sta separando. E oggi vediamo molte divisioni:
Nord contro Sud. Città contro periferie. Ricchi contro poveri. Italiani contro stranieri. E, su Internet, tutti contro tutti.
Viviamo spesso in gruppi nei quali incontriamo solo persone che la pensano come noi. Chi ha un’opinione diversa non ci appare più come un concittadino, ma come un avversario.
Forse la grande sfida del nostro tempo è questa: come possiamo tornare a essere una società? Non una società nella quale tutti sono d’accordo, ma una società nella quale possiamo dissentire senza diventare nemici.
Paolo indica tre doni dello Spirito: forza, amore e saggezza.
Forza
Forza non significa alzare la voce o mostrare i muscoli. Significa affrontare la realtà senza lasciarsi paralizzare.
L’Italia e l’Europa cambiano. Persone di culture e religioni diverse vivono insieme. Questo porta ricchezza, ma anche difficoltà. L’integrazione non avviene automaticamente. Esistono conflitti, criminalità, estremismi e casi d’integrazione fallita. Dobbiamo poterne parlare apertamente.
Ma non dobbiamo gridare continuamente alla catastrofe. Forza significa dire: i problemi esistono, ma possiamo affrontarli. La paura dice: «È tutto perduto». La forza che viene da Dio dice: «La situazione è difficile, ma non sei solo. Assumiti la tua responsabilità».
Amore
Il secondo dono è l’amore.
Amare non significa trovare tutti simpatici o approvare ogni opinione. Significa continuare a vedere nell’altro una persona.
Nel migrante arrivato su una barca. Nel poliziotto. Nella donna che porta il velo. Nell’anziano che ha paura. Nell’elettore della destra nazionalista. In chi considera quella destra una minaccia.
Posso dissentire profondamente da te e oppormi alle tue idee. Ma tu sei più della tua opinione politica.
Forse lo abbiamo dimenticato. Ci lanciamo addosso parole come «fascista», «comunista», «buonista», «razzista», «radical chic». Apriamo un cassetto, vi mettiamo dentro una persona e lo richiudiamo.
Ma l’amore di Dio riapre quel cassetto e dice: «Guarda di nuovo. Lì non c’è un’etichetta. C’è un essere umano».
Questo non significa tacere davanti all’odio. Se qualcuno disprezza una persona per la sua origine, la sua religione o il colore della pelle, dobbiamo contraddirlo. L’amore cristiano non è debolezza. È ciò che ci permette di dire un “no” deciso senza trasformare l’altro in un nemico.
Saggezza
Infine, Paolo parla di saggezza, prudenza e lucidità. Oggi potremmo dire: prima pensa, poi condividi. Non credere a ogni notizia solo perché conferma quello che già pensi. Non trasformare il delitto commesso da uno straniero nella prova che «sono tutti così».
Ma saggezza significa anche non negare i problemi. Non ogni critica alle politiche migratorie è razzismo. Non ogni richiesta di sicurezza è fascismo.
La saggezza sa dire due cose contemporaneamente: Chi fugge dalla guerra e dalla persecuzione ha bisogno di protezione. Chi fugge dagli eventi della catastrofe climatica ha bisogno di aiuto.
L’integrazione richiede impegno a chi arriva. Ma richiede impegno anche alla società che accoglie. La saggezza sopporta la complessità. Non cerca risposte facili a problemi difficili.
Paolo continua:
«Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro».
Gesù non ci ha lasciato un programma elettorale. Il Vangelo non appartiene a nessun partito. La Chiesa non dovrebbe dire alle persone per chi votare, ma deve dire chiaramente per che cosa vive: dignità umana, verità, giustizia, misericordia e riconciliazione.
Gesù è andato verso le persone ignorate ed escluse. Ma non ha neppure smesso di parlare con chi sbagliava. Non ha ridotto nessuno alla sua appartenenza o al suo peccato.
Anche la Chiesa dovrebbe essere un luogo nel quale persone molto diverse riescono ancora a incontrarsi.
Potremmo invece chiedere: «Perché la pensi così? Che cosa temi? In che cosa speri?».
Dopo aver ascoltato, potremo ancora dire: «Non sono d’accordo e su questo punto devo contraddirti». Ma l’altro rimane una persona e non diventa un nemico.
L’integrazione non comincia nei grandi discorsi, ma sul pianerottolo, al lavoro, davanti alla scuola, dopo il culto o in famiglia, quando qualcuno ricomincia a parlare di politica. Comincia quando ascolto prima di rispondere. Quando faccio una domanda invece di attaccare. Quando cerco di capire quale esperienza si nasconde dietro un’opinione.
E comincia quando intervengo se qualcuno viene umiliato. Quando non rido alla battuta razzista. Quando dico: «No, così non si parla di una persona».
La nostra speranza, infatti, non dipende dal fatto che un giorno il partito giusto vinca tutte le elezioni e risolva ogni problema. La politica è importante e la democrazia va difesa. Ma nessun partito è il regno di Dio e nessun leader politico è il nostro salvatore. La nostra speranza è Cristo, che ha vinto la morte e ha portato alla luce la vita.
Perciò possiamo discutere senza odiarci. Possiamo porre limiti senza umiliare. Possiamo accogliere senza nascondere i problemi. Possiamo avere opinioni diverse senza negarci reciprocamente la dignità.
Non lasciamo che la paura decida chi siamo. Abbiamo bisogno d’integrazione: non soltanto per chi arriva da lontano, ma per tutti noi.
Dio ci dona uno Spirito di forza, per affrontare i problemi senza fuggire; di amore, per riconoscere una persona anche in chi è diverso da noi; di saggezza, per riflettere, distinguere e sopportare la complessità.
Non uno spirito di paura. Non uno spirito di disprezzo. Non uno spirito che cerca continuamente un nemico. Ma uno Spirito di forza, di amore e di saggezza. Proviamo allora a ricomporre ciò che si sta dividendo. Perché Dio non ci ha dato uno spirito di paura. Grazie a Dio.
Jens Hansen
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