La Parola vicina

Sermone sul brano di Deuteronomio 30:11-14

Le antiche parole del libro del Deuteronomio che ci sono state appena lette risuonano oggi, per noi con una forza e una dolcezza sorprendenti. Ci parlano di un comandamento che non è nel cielo, non è al di là del mare, ma è molto vicino a noi, nella nostra bocca e nel nostro cuore. “Comandamento”. Ammettiamolo: è una parola che spesso non ci entusiasma affatto. Nella nostra società contemporanea, la parola “comandamento” suona come un retaggio di un passato polveroso. Evoca immediatamente l'immagine di regole rigide, di divieti: “fai questo”, “non fare quello”. Richiama alla mente l'idea di un Dio legislatore severo, di un giudice inflessibile sempre pronto a puntare il dito contro le nostre mancanze umane. Noi, d'altronde, siamo figli e figlie di un'epoca che esalta la libertà individuale, e ogni volta che ci troviamo di fronte a regole, imposizioni o misure che limitano il nostro agire quotidiano, rischiamo di sentirci infastiditi, stanchi, persino oppressi. Vogliamo sentirci liberi di scegliere.

Eppure, il testo biblico di oggi fa qualcosa di meraviglioso: prende questa parola, “comandamento”, prende l'idea stessa di “Legge”, e la tira giù dal cielo per metterla esattamente qui, in mezzo a noi.

Spesso cadiamo in un grande malinteso spirituale. Pensiamo che i comandamenti di Dio siano stati pensati per un altro mondo, per un tempo antico ormai superato. Oppure pensiamo che siano ideali irraggiungibili, riservati a persone particolarmente pie, a dei “santi” fuori dal comune. Ma il nostro testo ci contraddice apertamente, rassicurandoci: «Non è troppo difficile per te, né troppo lontano da te».

Non si tratta di richieste eccessive e ultraterrene. Non lo erano tremila anni fa per il popolo d'Israele in cammino verso la terra promessa, e non lo sono oggi per noi. Un teologo, una volta, ha definito i Dieci Comandamenti come “la materia della scuola elementare” per chi sta imparando a vivere la libertà dei figli e delle figlie di Dio. Sono i fondamenti, l'abbiccì della fede. E Gesù di Nazareth, secoli dopo, ci ha mostrato l'approccio definitivo a questa Legge. Invece di subordinare la vita alla Legge – come facevano i religiosi più rigidi e i farisei del suo tempo – Gesù ha subordinato la Legge alla vita. Quando disse che «il sabato è per l'uomo e non l'uomo per il sabato», non stava affatto cancellando il comandamento. Al contrario, lo stava riportando al suo scopo originario: servire e proteggere la vita umana.

A cosa servono, dunque, questi antichi comandamenti per noi, credenti del ventunesimo secolo? Se proviamo a toglierci gli occhiali del legalismo e indossiamo invece quelli della cura e della responsabilità, scopriremo che ci parlano in modo incredibilmente attuale. Questo è ancora più vero se li guardiamo attraverso la lente della nostra responsabilità etica verso il mondo, la società e il creato che Dio ci ha affidato.

I metodisti fra di noi sanno bene che la santità personale non può mai essere disgiunta dalla santità sociale. Facciamo perciò tre esempi concreti, prendendo in prestito tre comandamenti del Decalogo che tutti noi conosciamo a memoria, per capire quanto questa Parola sia vicina. Primo esempio: «Ricòrdati del giorno del riposo per santificarlo». Un comandamento sul riposo. Oggi, nella nostra società occidentale, questo suona quasi scandaloso. Viviamo in un sistema economico e sociale che ci richiede di essere continuamente attivi, perennemente connessi, produttivi, efficienti fino allo sfinimento. Il nostro valore, spesso, sembra misurarsi esclusivamente su quanto produciamo, quanto guadagniamo e quanto consumiamo. Se non sei indaffarato, se non sei di fretta, sembra quasi che tu non valga nulla.

E invece la Bibbia irrompe in questa frenesia contemporanea e ci dice: fermati. Prenditi un giorno per non “fare”, ma semplicemente per “essere”. Ma attenzione, non è solo un saggio consiglio psicologico per evitare l'esaurimento nervoso. È un comandamento che riguarda l'intera Creazione. Come esseri umani, abbiamo vissuto per decenni molto oltre i nostri limiti. Abbiamo preteso e preso dalla terra di Dio molto più di quanto le abbiamo restituito. Come sarebbe il nostro mondo se decidessimo, collettivamente, che la produzione incessante e la crescita economica infinita non sono i valori supremi dell'esistenza? Forse, se prendessimo più seriamente il nostro comandamento al riposo, impareremmo a lasciar riposare anche il nostro pianeta, permettendogli di respirare e di rigenerarsi. Proteggere il riposo significa proteggere la Creazione.

Secondo esempio: «Non rubare». Siamo stati abituati fin da bambini a pensare che rubare significhi sottrarre il portafoglio a qualcuno sull'autobus, o prendere un oggetto da un negozio senza pagare. Certo, è anche questo. Ma oggi questo comandamento ha una portata immensamente più ampia e profonda. Che cosa succede quando prendiamo qualcosa che appartiene a chi verrà dopo di noi? Sotto i nostri occhi, a causa del cambiamento climatico provocato in gran parte dalle attività umane sregolate, gli antichi ghiacciai si stanno sciogliendo. Interi ecosistemi, come la Grande Barriera Corallina, stanno morendo. Stiamo assistendo all'inizio di una drammatica estinzione di massa di specie animali e vegetali. La meravigliosa bellezza della Creazione, che è chiamata a riflettere la gloria del Creatore, viene sfregiata ogni giorno.

Quando continuiamo a bruciare senza limiti combustibili fossili, quando viviamo al di sopra dei nostri mezzi ecologici, quando diamo costantemente la priorità al profitto finanziario immediato sopra ogni altra cosa, noi stiamo letteralmente rubando. Stiamo derubando le generazioni future – i nostri nipoti e pronipoti – dei tesori della terra. E stiamo derubando oggi stesso i più poveri del mondo, le popolazioni del sud globale, che sono i primi a pagare le conseguenze dei disastri climatici, perdendo la loro terra e le loro fonti di sussistenza. “Non rubare”, oggi, è un appello urgente per la giustizia climatica e sociale.

Terzo e ultimo esempio: «Non attestare il falso contro il tuo prossimo». Anche questo comandamento è di un'attualità sconvolgente. Viviamo nella cosiddetta “era della post-verità”, un tempo in cui, grazie anche a internet e ai social media, siamo bombardati da migliaia di informazioni al minuto. Eppure, paradossalmente, la verità dei fatti sembra aver perso importanza. Pensiamo, ad esempio, ai negazionisti dei cambiamenti climatici, o a chi nega le crisi umanitarie. Ci sono leader politici in varie parti del mondo, grandi corporazioni e lobby economiche che negano fatti scientifici evidenti, diffondendo confusione e bloccando così i tentativi urgenti e necessari per affrontare i veri problemi. Manipolano le informazioni, diffondono notizie false per difendere i propri privilegi o i propri bacini elettorali. La Bibbia ci chiede di smascherare questa negazione. Dobbiamo chiamare questa manipolazione da parte dei potenti con il suo vero nome: falsa testimonianza. Ed è un peccato, sorelle e fratelli, perché alla fine della fiera a pagarne il prezzo sono sempre gli altri, il nostro prossimo, i più vulnerabili, coloro che non hanno voce né potere per difendersi.

Questi tre semplici esempi ci dimostrano una grande e incoraggiante verità: i comandamenti non sono affatto una vecchia e noiosa raccolta di regole superate, pensate per limitare la nostra felicità. Essi non sono “nel cielo”, non sono irraggiungibili. Sono qui. E ci pongono quotidianamente la domanda più importante di tutte: Come vogliamo vivere? E a che cosa vogliamo allineare la nostra vita?

I comandamenti di Dio non sono catene per imprigionarci, ma guardrail per proteggerci dal precipizio. Hanno sempre e solo un grande obiettivo: l'unione. Vogliono creare solidarietà, rispetto, misericordia e giustizia. Sono quelle qualità che ci costringono a non guardare solo al nostro ombelico, ai nostri piccoli interessi privati, ma ad alzare lo sguardo verso gli altri e verso il mondo che Dio ama.

Ecco perché Gesù ha potuto riassumere e compiere tutta la Legge in un unico, grande e duplice comandamento: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, e ama il tuo prossimo come te stesso. L'amore è il compimento della Legge. Senza questo senso profondo dell'amore, noi pervertiamo i comandamenti, trasformandoli in un legalismo arido che fa male a noi e agli altri anziché aiutarli.

La parola è molto vicina a te. È nella tua bocca, ogni volta che scegli di dire la verità, di difendere chi non ha voce, di denunciare un'ingiustizia. È nel tuo cuore, ogni volta che scegli la via dell'empatia, del rispetto per la terra e della condivisione, rifiutando la strada facile dell'avidità e dell'egoismo. Non è troppo difficile per noi, ci assicura il testo di oggi. E non è troppo difficile perché, come ci insegna l'Evangelo, noi non siamo chiamati a vivere tutto questo da soli, confidando unicamente nei nostri sforzi. Siamo sostenuti dalla grazia immeritata di Cristo e potenziati dalla forza dello Spirito Santo, che trasforma i nostri cuori di pietra in cuori di carne. Che il Signore ci aiuti, ogni giorno, a riscoprire la bellezza di questa Parola vicina. Affinché possiamo imparare, ancora oggi, a vivere pienamente nel e dall’amore di dire, amando a nostra volta Dio, amando il prossimo e prendendoci cura del mondo meraviglioso che ci è stato donato.

Jens Hansen Mastodon

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