Libertà e responsabilità

Sermone su Genesi 3, 1-19

„Ed è qui che iniziò la mia disgrazia“. Potremmo descrivere così quest'antichissima storia. Cacciati dal Paradiso: i nostri primi genitori fino a quel momento non sapevano nemmeno che fosse il loro paradiso personale, il loro rifugio protetto da tutto ciò che è male, brutto, faticoso e triste. Il peggio: sanno perfettamente che se la sono andata a cercare da soli.

E chi se lo chiede, ha ragione: ma perché quegli alberi in mezzo, se non si poteva mangiare? E quei frutti così invitanti? Sembra quasi una provocazione. Forse non capiremo mai del tutto cosa avesse in mente Dio, ma possiamo constatare che l'uomo, davanti a questa sfida, ha fallito. C'era il serpente che rendeva tutto appetitoso, certo, ma potevano anche non ascoltarlo, no? A proposito di peccato: anche la Bibbia di Lutero intitola questo episodio „La caduta nel peccato“. Ma nel testo originale questa parola non compare; compare solo più avanti, quando Caino uccide Abele. Tenere questo titolo senza commentarlo porta a malintesi secolari. Questa non è una notizia storica di un fatto accaduto una volta tanto, né un articolo di cronaca! Chi ha scritto questa storia non voleva fare un rapporto scientifico sui primi uomini. Eppure ancora oggi c'è chi dubita della Bibbia perché la legge come un libro di storia. Invece questa storia non vuole dirci quando e come è entrato il male nel mondo, ma che succede così – sempre, ogni giorno.


Hanno mangiato dall'albero della conoscenza, quella famosa „frutta proibita“, e la prima cosa che scoprono è la vergogna. Non per l'atto in sé, ma perché ora si riconoscono. Si nascondono, si accusano a vicenda e hanno paura: di Dio, l'uno dell'altro, delle conseguenze. Tornare indietro non è più possibile. Ma riconoscere quello che è successo? Neanche una parola, da nessuna parte! L'essere umano è curioso: basta stuzzicarlo un po' e ficca il naso dappertutto, anche dove non dovrebbe. La voglia di scoprire l'ignoto è così forte che supera i limiti, anche quando sappiamo che non dovremmo. Progressi e guai, oggi come 3000 anni fa.

Da bambino mi colpì l'illustrazione di un libro di religione („Lo Scudo della Fede“): Adamo prende teneramente Eva, ma il cherubino con la spada fiammeggiante la tiene abbassata, la testa triste sul petto. Perfino l'angelo è addolorato per la grande chance sprecata: avrebbero potuto avere tutto, regalato semplicemente perché Dio li ama. Invece è bastato un po' di persuasione per dare „pepe“ alla noia, e tutto è perduto.

Dio era triste come quell'angelo? Chi ama così può sentire la perdita. Ci saremmo potuti aspettare un giudice furioso, fulmini e zolfo come in altre religioni. Invece Dio dà alla coppia la possibilità di spiegarsi. Ma loro peggiorano tutto: si scaricano la colpa a vicenda, l'uomo sulla donna, Eva sul serpente. Si sente quasi quel „scusa“ beffardo.


Ma forse Dio non era arrabbiato per il frutto in sé... era deluso dal fatto che non si assumevano le responsabilità, che puntavano il dito sull'altro. Anche oggi non è facile ammettere gli errori: ci rendono vulnerabili, senza difese. E spesso facciamo come Adamo ed Eva: ci nascondiamo, copriamo la colpa alla bell'e meglio, e se possibile la scarichiamo su qualcun altro.

Esempi ne abbiamo a iosa: scandali come quello Epstein, o scelte politiche devastanti come l'abbandono delle politiche climatiche. L'elenco potrebbe arrivare a ciascuno di noi, perché sbagliare – se posso usare questa parola – lo facciamo tutti: un po' più, un po' meno, a volte senza volerlo, a volte di proposito.

Nessuno scappa davvero alle conseguenze. Prima o poi vengono fuori, e di solito finisce che uno scarica la colpa sull'altro. Il serpente non aveva mentito: quello che prometteva si è avverato. Ma questo non libera dalla responsabilità. L'uomo soffre spesso delle sue stesse azioni. La cacciata ci dice: la vita non è facile, ma spesso ce la rendiamo più difficile del necessario.

Qui salta fuori un'altra cosa: Dio non è „coerente“ con la sua minaccia. Aveva detto che sarebbero morti subito, invece per amore cambia idea. Nella Bibbia succede spesso: „Dio si pentì“. Dalla minaccia passa alla cura, dalla rabbia alla compassione. Questo Dio non è un tiranno onnisciente che tutto controlla: sembra quasi che debba imparare a vivere con noi. Non ha creato marionette, ha regalato libertà, anche la libertà di decidere contro di Lui.

E non li respinge nel nulla con le foglie di fico: li veste decentemente, compie il primo atto culturale. Passano davanti al cherubino triste ed escono nella vita dura che li aspetta.

„Ed è qui che iniziò la mia disgrazia“: gli antichi usavano questa storia per spiegare perché sappiamo di dover morire, perché le donne partoriscono con dolore, perché esiste il male in un mondo che Dio aveva creato „molto buono“. Non possiamo dare a Dio la colpa del male, delle guerre, dell'avidità: solo noi stessi siamo responsabili.

„Ed è qui che iniziò la mia disgrazia“: questa è anche la frase centrale di un libro straordinario in due volumi, „Maus“, di Art Spiegelman. Sottotitolo: „Mio padre sputa fuori la storia“. Sono i ricordi di vita di un uomo profondamente traumatizzato e di tutta la sua famiglia sulla persecuzione degli ebrei in Europa, gli orrori grandi a cui sono sopravvissuti come per miracolo. Ricordi raccapriccianti di tutte le atrocità che gli esseri umani potevano infliggere ad altri esseri umani.

„Qui iniziò la mia disgrazia“: il figlio del sopravvissuto ha disegnato questi ricordi, una cosiddetta „graphic novel“, il che rende il racconto ancora più spaventoso. La disgrazia si chiama con una sola parola: „Auschwitz“, e si intende l'abisso più profondo in cui il ventesimo secolo è potuto precipitare.

Sterminio di massa per motivi razzisti, commesso da esseri umani che si sentivano colti e superiori. Non sono storie di orde barbare oscure dei tempi preistorici, no, è l'uomo moderno che uccide e sfrutta a sangue freddo. Sono, erano persone che avrebbero potuto e dovuto saperla lunga. Erano persone che avevano avuto lezione di religione, educate nei valori dell'Illuminismo come libertà, uguaglianza di tutti gli uomini, condanna della guerra.

L'antichissima storia della „cacciata dal Paradiso“ fissa una verità terribile: „L'uomo è capace di tutto“. Come può essere, se è stato creato buono? Come è potuto succedere che alcuni trovassero piacere nel tormentare, sfruttare, annientare altri? L'uomo è stato dotato da Dio di libertà, e quindi ha anche la libertà di fare il male.

L'umanità negli ultimi 200 anni, dall'Illuminismo e dalla speranza di cambiare la storia, ha dovuto vivere tempi terribili. Il termine „Auschwitz“ non sta da solo. E la cosa che oggi è più scioccante, sembra tanto normale che di fronte al genocidio dei Palestinesi, al blocco totale di Cuba da parte degli USA per buttare nella fame la popolazione per provocare così un cambio di governo che dovrà diventare un pupazzo del loro imperialismo, sembra tanto normale, anzi, lo spavento per quanto era possibile a portare ad Auschwitz ha fatto spazio alla sfacciataggine e a buttare fuori tutti i limiti. Basta sentire il cancelliere tedesco che a proposito di Gaza dice: dobbiamo essere grati a Israele per il lavoro sporco che fa per noi.

Il lavoro è tanto sporco che chi osa alzare la mano o la voce contro questo genocidio in atto, viene infangata.


Immaginiamo qualcuno duemila anni fa che ascolta questa storia. Il narratore la ripete finché ogni bambino capisce: non è una favola lontana, ha a che fare con me. Anche io sono discendente di quella coppia. E la storia non finisce nel male, altrimenti avrebbe vinto il serpente. Dio non ha respinto la sua opera, ma l'ha protetta.

Niente più paradiso di ozio, ma qualcosa di più prezioso: la capacità di giudizio. Possono decidere, assumersi responsabilità. La conseguenza non è solo punizione, ma libertà d'azione. Distinguono il bene dal male, riconoscono i valori, diventano esseri sociali che vedono la sofferenza dell'altro. Dio li manda in un mondo faticoso, ma libero.

L'uomo è capace di tutto, sì, e quindi anche del bene. Può coltivare la terra, curare i figli, vedere ciò che serve al prossimo. Sperimenta le conseguenze terribili di guerre e avidità, e così diventa capace di contrastarle. Non è in balia del male.

Forse quei due alberi erano proprio il simbolo di questa libertà: la possibilità di scegliere diversamente da come vorrebbe Dio. È incredibile: l'uomo qui è davvero libero! Dio invece si è legato per sempre al suo creato con il suo amore. A un prezzo altissimo, come ricordiamo in questa Passione. In Gesù Cristo si è lasciato inchiodare per dimostrare che il suo amore è più forte dei nostri crimini. Vista dalla Croce, l'azione di Dio è coerente: è amore.

Forse ha capito che l'uomo a volte è sopraffatto. Per questo è diventato uomo. Gesù ci dà forza, perché non dobbiamo aver paura di ciò che facciamo, né davanti agli uomini né davanti a Dio. Dio ci crede capaci: siamo in grado di fare il bene.

Jens Hansen Mastodon

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