L'inverno degli nemici
Predicazione su Romani 5,1-11
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Mi ricordo bene l’inverno del nord. Quello in cui gli alberi diventano scheletri neri contro la neve, il sole sorge dopo le otto e tramonta prima delle quattro, e l’orto sembra un campo di battaglia dopo la fine del mondo. Da bambino, guardando i peri nudi nel giardino di mio nonno, avevo una paura segreta: e se quest’anno il verde non tornasse più? Se l’inverno fosse definitivo? È difficile, a quell’età, immaginare la primavera quando hai davanti agli occhi solo rami secchi.
Ma non è solo questione d’età. Anche da adulti, ci capita di attraversare “inverni” in cui la realtà è così pesante da precluderci qualsiasi visione del futuro. La diagnosi medica, la perdita del lavoro, il tradimento di chi amavamo, la morte di una persona cara, o semplicemente la lentezza del tempo che non sembra mai portare cambiamento. In quei momenti siamo come ci racconta un pastore: era in visita ad una donna depressa e disperata per una malattia. Nonostante le parole di conforto da parte del pastore, lei non riusciva a rialzarsi. Allora il pastore si avvicinò alla finestra, guardò il giardino invernale coperto di neve, con un solo pero nero e spoglio, e disse: “Che albero brutto che avete nel giardino. Perché non lo fa abbattere?”. La donna, sorpresa, rispose: “Pastore, è inverno. In primavera tornerà a vivere”. E il pastore: “Lei con gli alberi sa quindi fare. Sa che dopo l’inverno arriva la primavera. Ora nel suo cuore è pure inverno. Ma io credo che Dio farà arrivare anche per lei la primavera”. In quel momento, nella donna nacque la speranza.
La speranza cristiana non è un ottimismo superficiale, una canzoncina che canta “Don’t worry, be happy”. Non ignora il dolore, non nega la neve e il gelo. La speranza è la capacità di guardare quell’albero spoglio e vedere, con gli occhi della fede, le foglie che ancora non ci sono. È “la sensazione dentro di noi che non si accontenta del mondo così com'è”, ma che attende un cambiamento che viene da Dio.
Infatti, l’Apostolo Paolo, dice: proprio in mezzo a questo inverno possiamo esultare. Non perché siamo ottimisti di professione, ma perché abbiamo una notizia che cambia la prospettiva: «Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli… quando eravamo nemici».
Questa è la base della nostra speranza. Non è una speranza fragile, fondata sui nostri sentimenti o sulle circostanze favorevoli. È una speranza oggettiva, fondata su un fatto storico: Cristo è morto e risorto per noi, mentre eravamo ancora peccatori. E se Lui ha fatto questo quando eravamo nemici, quanto più ora, riconciliati, saremo salvati per la sua vita? (v. 10).
Paolo traccia una via: l’afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l’esperienza speranza (vv. 3-4). Non è un cammino facile. È il cammino di chi, nell’inverno, non si lascia paralizzare, ma impara a pazientare. Pazientare non è rassegnarsi; è rimanere nella fiducia quando non si vede nulla. Da quella pazienza nasce un’esperienza: l’esperienza di essere sostenuti, di scoprire che il terreno gelato nasconde già vita. E da quell’esperienza nasce una speranza che “non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (v. 5).
Notate bene: non è morto per noi quando eravamo “in primavera”, quando avevamo già deciso di cambiare vita, quando avevamo cominciato a comportarci bene. È morto quando eravamo ancora come quegli alberi nudi, apparentemente senza vita, addirittura ostili. Dio non ha aspettato che noi sfogliassimo per amarci. Ha versato il suo amore nel nostro cuore invernale. Ma qui il Vangelo fa un passo ulteriore, uno di quelli che fanno tremare le fondamenta. Se Cristo è morto per me mentre ero nemico, come posso escludere che lo stesso amore non raggiunga anche l’altro, colui che oggi mi sembra l’incarnazione stessa dell’inverno? Se per me, peccatore, c’è stata la primavera, perché mai dovrei pensare che per qualcun altro l’inverno sia eterno?
Questa è la scintilla della speranza universale che ha accompagnato la Chiesa dai tempi di Origene fino a Karl Barth. Non è una certezza dogmatica che possiamo impossessarci come un oracolo: “tutti salvi, punto e basta”. È piuttosto un’insostenibile conseguenza dell’amore che abbiamo conosciuto. Se io, nel mio inverno più profondo, sono stato raggiunto dall’amore di Dio, chi sono io per negare a chiunque altro questa stessa possibilità? Anche a colui che non sopporto, che considero nemico, che ha commesso i crimini più atroci?
Paolo è chiaro: sì, c’è un giudizio, c’è una resa dei conti (2 Cor 5,10). Ma il verdetto finale non può essere la sofferenza eterna, perché altrimenti l’amore di Dio sarebbe meno tenace del nostro odio. E invece noi confessiamo un Dio che è fedele fino alla fine, che non molla la presa nemmeno quando noi ci allontaniamo.
Ma allora, che facciamo di questa speranza? La custodiamo come un bellissimo pensiero da conservare in vetrina? No. Paolo ci mostra una via in discesa che parte proprio dal cuore invernale: «Sappiamo che l’afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, l’esperienza speranza». Ecco il segreto: la speranza non nasce dalla negazione della sofferenza, ma nella sofferenza. Come l’albero che deve sopportare il freddo per poi germogliare, così noi attraversiamo l’afflizione imparando la pazienza – non quella rassegnata che aspetta passivamente, ma quella attiva che resiste e persevera. E questa pazienza, alla lunga, diventa esperienza: non il sapere da manuale, ma la consapevolezza viscerale che Dio è stato fedele anche ieri, anche l’altro ieri. Da qui, infine, scaturisce la speranza che «non delude, perché l’amore di Dio è stato versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo».
La speranza, allora, è come quella primavera che il pastore annunciò alla donna ammalata. Non era una promessa che il giorno dopo lei si sarebbe svegliata guarita. Era la certezza che, anche se l’inverno sembrava infinito, la logica dell’amore divino è quella della rinascita, non della morte definitiva. E qui scatta la vera rivoluzione. Se crediamo che Dio possa portare la primavera anche nel cuore del nostro nemico, il nostro modo di incontrare gli altri cambia radicalmente. Non siamo più guardiani dell’inferno, decisi a stabilire chi deve bruciare e chi no. Diventiamo piuttosto giardinieri di speranza, capaci di vedere il verde che spunterà anche dove ora c’è solo neve. Amiamo i nemici non perché siamo eroici, ma perché abbiamo imparato da Cristo che l’amore non aspetta la primavera per agire: ama proprio mentre è inverno.
Concludo con una domanda pratica: di fronte a chi oggi ti sembra un albero morto – il collega difficile, il parente che ti ha ferito, il migrante che temi, il criminale che condanni – quale orizzonte proponi? Quello dell’inverno eterno, o quello della primavera possibile? Se Cristo è morto per noi mentre eravamo nemici, non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo riservare a nessuno la nostra condanna definitiva. Perché altrimenti, come dice Gesù, in che cosa differiamo da chi ama solo i propri amici?
La pace con Dio che abbiamo ricevuto non è un rifugio privato. È una serra calda dove la speranza cresce, robusta, fino a diventare albero che dà ombra anche agli altri. E quando usciamo da questa serra, portiamo con noi la certezza che, dietro ogni inverno, c’è una primavera che Dio sta già preparando.
Possiamo esultare nelle sofferenze, dice Paolo, non perché ci piacciano, ma perché sappiamo che sono il cammino verso una speranza che non esclude nessuno. Nemmeno me, nel mio inverno. Nemmeno te, nel tuo. Nemmeno loro, che ancora ci appaiono lontani da Dio.
Dio ci ha amati mentre eravamo nemici. Questo è il Vangelo. E questo, alla fine, è l’unico motivo per cui oggi, anche con le stampelle, anche con il cuore ingessato, possiamo alzare lo sguardo e scorgere, all’orizzonte, il verde che ritorna.
Jens Hansen
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