Nelle profondità del mare
Sermone su Michea 7, 18-20
L’Everest è alto 8.849 metri. Il punto più profondo degli oceani arriva a 11.000 metri sotto il livello del mare. In media, gli oceani sono profondi circa 3,5 chilometri. Laggiù fa un freddo pazzesco, è buio pesto e la pressione è immensa. Per tanto tempo si è pensato che in quelle profondità non potesse esserci vita. Oggi invece sappiamo che il mare profondo pullula di vita: alcune specie sono state scoperte, altre no. Alcuni pesci, per esempio, vivono anche a 8.000 metri di profondità. Nelle zone più profonde ci sono meno creature, ma sono specie molto particolari, che si sono evolute in modo unico per adattarsi a quell’ambiente ostile.
Insomma, la profondità del mare è ancora come un libro chiuso per noi. Gran parte di essa rimane inesplorata perché è così difficile arrivarci. Per molto tempo, poi, il mare è stato visto come un posto da cui nulla può tornare indietro e dove tutto può diventare un problema. Ecco perché spesso è stato usato come discarica: rifiuti tossici e addirittura scorie nucleari sono stati gettati nelle sue profondità.
“Dio tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati.”
Questo è scritto nel libro del profeta Michea. Quando queste parole sono state scritte, non esistevano ancora né sommozzatori né sottomarini né robot per esplorare il fondo del mare. Allora, come oggi in parte, la profondità del mare era vista come un luogo dal quale nulla torna indietro. Ciò che finisce laggiù, non risale più in superficie. C’è una barriera d’acqua invalicabile.
I nostri peccati, perdonati da Dio per sua grazia, restano laggiù. Non tornano più su, anche se a volte facciamo fatica ad accettarlo. Non si mettono più tra noi e Dio. Se oggi dovesse essere scritto il capitolo 7 del libro di Michea, forse al posto delle profondità del mare si parlerebbe di un buco nero o di una galassia lontana dove Dio getta i nostri peccati. Questo ci rende liberi. Il senso di colpa non ci opprime più al punto da farci pensare di essere persone orribili. I nostri peccati e il nostro passato non definiscono più chi siamo, tanto meno chi siamo davanti a Dio.
Questa libertà non ci esime dalla responsabilità. I peccati sono laggiù nelle profondità, ma la nostra tendenza a peccare riemerge sempre. Dobbiamo imparare a gestirla. Tutti abbiamo le nostre debolezze: tendiamo a essere egoisti e a non vedere il nostro prossimo.
Ognuno ha le sue particolarità: • C’è chi sa di allontanarsi spesso da Dio e di non lasciargli abbastanza spazio nella sua vita. • C’è chi sa di essere impulsivo e di ferire gli altri con le parole. • C’è chi è così rancoroso da accumulare colpe su colpe.
Anche se Dio ha gettato via i nostri peccati, resta il compito di vivere come piace a Lui. La grazia di Dio ci dà il coraggio per farlo. Non saremo mai perfetti nel seguire la sua volontà. Se ci lasciamo scoraggiare e trasciniamo dietro di noi un elenco infinito dei nostri fallimenti, perderemo prima o poi il coraggio di fare la cosa giusta e di cercare il bene.
Sappiamo invece che Dio ci ama e ci perdona. Per questo possiamo tirare un sospiro di sollievo e provare gratitudine, cercando ogni volta di fare un passo nella direzione giusta.
Essere liberati dal senso di colpa non ci solleva da un’altra responsabilità: i nostri peccati sono stati gettati nelle profondità del mare per grazia di Dio, ma nel mondo restano le conseguenze di ciò che abbiamo fatto. E dobbiamo affrontarle.
Dio ci vuole dare il coraggio e la libertà di guardare queste cose con serenità. Quando si usa la scusa della grazia e del perdono per coprire e nascondere ciò che è successo – dolore e ferite – si rischia di creare nuova colpa. Se, per esempio, abusi o violenze su persone indifese non vengono puniti e continuano a succedere, non si sta certo camminando sulle vie di Dio.
E questo vale anche per le piccole cose di ogni giorno: se ho ferito qualcuno con le parole o con i fatti, non basta chiedere perdono a Dio. Dio vuole stare al nostro fianco quando andiamo dall’altra persona per cercare di sistemare le cose.
Quindi, se il nostro senso di colpa non ci tiene più prigionieri ma sappiamo che Dio l’ha già calpestato e gettato via, questa libertà ci permette di guardare in faccia ciò che è successo senza paura e senza doverlo rimuovere per autodifesa. In questa libertà possiamo provare a essere amorevoli e a fare del bene, come Dio ci mostra. Non per scrollarci di dosso le conseguenze dei nostri peccati, ma per non continuare a macchiarci. Anche per questo la grazia di Dio ci dà coraggio.
Quando Dio getta i nostri peccati nelle profondità del mare, questo è anche un esempio per come dovremmo comportarci tra noi. Se qualcuno sbaglia, non deve essere definito per sempre da quel suo errore. Nessuno va buttato via. Dobbiamo invece cercare insieme una nuova strada e trovare il modo di perdonare.
Certo, non siamo Dio e non possiamo amare in modo incondizionato come Lui. Alcune ferite lasciano conseguenze che non si possono semplicemente cancellare. Se ho offeso un amico, non posso pretendere che mi perdoni solo perché sono pentito e vorrei essere perdonato. Il perdono è un dono, è la disponibilità dell’altro ad accoglierci.
Eppure: se guardiamo gli altri con gli occhi dell’amore di Dio, a volte succede l’impossibile. Forse riuscirò a dire a chi mi ha ferito: «Ti perdono». E questo grazie allo sguardo benevolo e perdonante che Dio rivolge a me.
Il perdono può essere davvero terapeutico: • Immaginate un padre che abbraccia di nuovo suo figlio, come abbiamo sentito nel Vangelo. • O due persone che, dopo tanto silenzio, tornano a parlarsi. • A volte si può dire apertamente: «Ti perdono», o in modo più indiretto: «Lasciamo perdere».
E se la ferita è troppo profonda e il passo verso l’altro è troppo grande? Forse possiamo almeno vedere l’altro come una persona chiamata da Dio in questa vita. E questo non è poco.
Se leggiamo tutto il libro di Michea, vediamo che parla spesso dell’ira di Dio. Eppure, alla fine, il bilancio è positivo: non è l’ira che prevale, ma la grazia di Dio. In tanti modi diversi, questi versetti finali ci assicurano della grazia di Dio e del suo perdono.
Il pensiero che i nostri peccati siano gettati nelle profondità del mare ci porta fino a Gesù sulla croce. Lì si vede che non c’è nulla, tra cielo e terra, più forte della grazia e dell’amore di Dio, della sua fedeltà e del suo perdono.
Jens Hansen
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