Postfazione
Predicazione su Michea 7,18-20
Il libro del profeta Michea finisce proprio con i nostri versetti, con un meraviglioso inno a Dio. Incredibile!
A volte, quando ricevo un libro come regalo e inizio a leggerlo con piacere, può capitare a me che dopo 5-6 pagine mi rendo conto: non è così interessante come speravo e non ho più voglia di leggerlo. Lo chiudo, anzi apro le ultime due pagine per vedere come finisce. Talvolta sono sorpreso della fine dopo un inizio proprio poco invitante.
Con il nostro testo, abbiamo, per così dire, sfogliato l’ultima parte del libro del profeta Michea vedendo la fine di questo libro. Tutto ciò che sappiamo del profeta non può portare a una fine così. Sappiamo che il profeta era un profeta di giudizio, di sciagura, di catastrofe.
Michea ha parlato contro i potenti, i grandi e i ricchi. E questo era necessario, perché c’era oppressione e corruzione nel paese: avevano osato togliere le case alla gente comune e scacciare gli abitanti. Hanno spremuto le persone fino all'osso e hanno anche portato via i loro gioielli e giocattoli dai bambini. I commercianti usavano misure false e pesi falsi e ingannavano le persone. I giudici emettevano le loro sentenze dietro tangenti. Erano completamente corrotti. E anche tanti colleghi del profeta Michea erano corrotti: parlavano bene se la gente ti pagava. Tutti dicevano: “che cosa può accadere a noi? Dio è con noi. “
Michea ha minacciato un terribile giudizio di Dio: la vostra città diventerà un mucchio di rovine, la terra un deserto, e gli abitanti saranno portati via in una terra straniera.
Alla fine è successo così. Alla fine pianto e poche persone davvero scampate alla catastrofe. Dopo tutto ciò sarebbe stato più logico sentire un grande lamento alla fine del libro: Signore, ci hai puniti per tutto quello che abbiamo fatto. Siamo alla fine. Siamo così pochi. Siamo solo il miserabile resto. Non c’è consolazione.
Questo miserabile residuo sono le persone scampate, sopravvissute alla catastrofe. Non sono degli eletti. Non sono solo i buoni. Nessuno può dire: ho meritato di essere salvato.
Ancora oggi si sente che le persone che sono sopravvissute a una grande disgrazia alla fine si chiedono: perché io? Perché sono sopravvissuto e così tanti altri no? Alla fine nascono sentimenti di colpa, anche se non hanno alcun motivo. Ma alcune di queste persone lo portano con difficoltà. Si rendono conto che essi stessi non meritano di sopravvivere più degli altri. Non sono migliori, non sono peggiori. Allora perché io? Alcuni disperano di questa domanda.
Anche quel miserabile resto, che tornò a Gerusalemme molto tempo dopo la catastrofe, avrà lottato con tali domande. Molti si sentivano da piangere. Invece, finiscono per cantare questo travolgente inno di lode: “quale Dio è come te?”
Come mai? Ve lo racconto. Dalla catastrofe erano passati anni. Coloro che avevano visto la distruzione di Gerusalemme erano tutti morti, morti in un paese straniero, a Babilonia. Stavano ora oltre 1000 km da casa. Anche il profeta Michea era morto da tempo. Ma le sue parole erano ancora lì. Alcuni dei rimpatriati li avevano nel loro bagaglio. Un piccolo rotolino. Hanno deciso di pubblicare ora questo rotolo ora che potevano farlo. Perché in passato le parole del profeta non erano gradite dai potenti. Ora si vuole pubblicare tutto, perché tutti dovrebbero sapere come è nato il disastro, e anche che c'era una voce che aveva avvertito e previsto il disastro. Ma prima di diffonderlo, scrivono una postfazione, questo inno di lode a Dio che è come nessun altro. Pensano che ora, in considerazione delle macerie, sia il momento giusto per iniziare a cantare un inno di lode.
Rileggiamolo. Sono parole bellissime:
18 Quale Dio è come te, che perdoni l'iniquità e passi sopra alla colpa del resto della tua eredità? Egli non serba la sua ira per sempre, perché si compiace di usare misericordia. 19 Egli tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati. 20 Tu mostrerai la tua fedeltà a Giacobbe, la tua misericordia ad Abraamo, come giurasti ai nostri padri, fin dai giorni antichi.
Dio è misericordioso e mantiene la fedeltà. Quale Dio è come te?
In questi versetti non c'è traccia di sanzioni e di giudizio, non c’è nessuna richiesta di essere risparmiati. Solo la lode di Dio.
E' stato coraggioso cantare a Dio in questo modo, dopo tutto quello che era successo. Lui solo è buono. Non punisce. Non distrugge. E anche se rimane solo un residuo del suo popolo, lo tiene e non lo fa cadere.
E' stato coraggioso di non unirsi al lamento per le punizioni di Dio. E’ stato un cambio di prospettiva dalla malvagità umana alla bontà di Dio.
Cessano di incolpare Dio per tutte le miserie. Ma se le calamità non erano punizioni di Dio, che cosa erano?
Il cambio di prospettiva la fa capire: tutto ciò che accade di ingiustizia, tutto ciò che porta sofferenza infinita tra le persone, tra i popoli è opera dell'uomo.
Allora come adesso:
Il fatto che il popolo Palestinese si trovi da anni sotto le bombe, che le persone vengano cacciate e uccise, è opera umana.
Il fatto che i piccoli agricoltori in Sudamerica vengano derubati della loro terra per coltivare mais per maiali europei su larga scala è opera umana. Che in alcune città le persone non possono lasciare le loro case per giorni, perché fuori non c'è aria da respirare, è opera umana.
Che le rondini non trovino insetti come cibo, è opera umana. Potremmo continuare … Pertanto: lasciamo Dio fuori dal gioco quando si tratta delle conseguenze devastanti del nostro agire sbagliato. Non c’è bisogno di un Dio che punisce. Siamo noi stessi a portare il giudizio.
È insolito non parlare dell’ira di Dio. Anche per il profeta Michea era del tutto naturale che Dio punirà terribilmente le vergognose azioni dell'élite in Israele. Le persone sagge che hanno scritto questa postfazione al libro di Michea hanno pensato in modo diverso. Avevano una profonda comprensione della natura umana. Sapevano: chi ha paura di un Dio che si arrabbia e che punisce, troverà modi e mezzi per incolpare altri e non vedere la propria responsabilità..
Ma chiunque si faccia coraggio e cominci a lodare il Dio della misericordia non può fare a meno di cercare la sua vicinanza. Farà tutto il possibile per sperimentare questa bontà. E si asterrà da tutto ciò che lo porterebbe lontano da questa fedeltà. E così diventa chiaro: Dio rimane fedele a se stesso. Ama la bontà. Va per la sua strada. Siamo noi umani che troppo spesso ci rendiamo la vita un inferno.
Possiamo essere felici e grati che queste persone sagge, a noi sconosciute, abbiano donato ai loro simili piuttosto disperati e scoraggiati questa lode di Dio.
Jens Hansen
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