Sconfinato e sconfinante
Sermone narrativo su Atti 10,21-35
Io sono Cornelio. Non il centurione di cui avete sentito parlare nel Vangelo, quello di Cafarnao. No, io sono l'altro. Quello di Cesarea. Quello che ha fatto tremare un po' la storia, senza volerlo.
Vi racconto com'è andata, perché forse la mia storia vi può essere utile. Perché mi sembra di capire che anche da voi, duemila anni dopo, le barriere che ho incontrato io siano ancora lì, magari con altri nomi, ma sempre pronte a dividerci.
Ero un centurione. Centurione della coorte italica. Un ufficiale di Roma, insomma. Venivo da una famiglia di pagani, come si dice da voi. Ma da anni vivevo a Cesarea, e qui ho imparato una cosa: c'è una sola via per governare una terra che non è la tua, e non è la forza. È il rispetto. Ho visto i miei commilitoni umiliare gente per strada, confiscare beni, fare del male con la scusa dell'ordine. Io ho scelto un'altra strada. Ho scelto di ascoltare.
Ascoltavo i Giudei. C'era qualcosa nella loro fede che mi toccava. Non so se era la passione per la giustizia, o quel modo di parlare con Dio come se fosse una persone, o la loro cura per i poveri. Ho cominciato a dare elemosine. Molte. E a pregare, tre volte al giorno, come facevano loro. Mi hanno chiamato timoroso di Dio. È un bel nome. Non è facile da portare, però. Ti mette una specie di peso addosso: la responsabilità di essere giusto, anche quando nessuno ti guarda.
Poi, un giorno, è successo.
Era l'ora nona, il momento della preghiera. Mi ero chiuso in casa. Casa mia... pensate, una casa romana, con i servi, le stanze per gli ospiti, cortili e portici. Ma anche una casa aperta, perché la religione dei Giudei mi aveva insegnato che la giustizia si fa con le porte spalancate, non con le serrature. Ero lì, in preghiera, quando all'improvviso – e dico davvero all'improvviso, non c'erano preavvisi – un uomo è apparso nel mio studio. No, non un uomo. Un essere di luce. Un angelo. Non ho paura ad ammetterlo: sono caduto per terra. Non ho mai tremato così, nemmeno in battaglia. Ma lui mi ha chiamato per nome: “Cornelio”. Come faceva a conoscermi?
E ha detto:
«Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, come una ricordanza, davanti a Dio. 5 E ora manda degli uomini a Ioppe e fa' venire un certo Simone, detto anche Pietro. 6 Egli è ospite di un tal Simone, conciatore di pelli, la cui casa è vicino al mare».
Non mi ha dato il tempo di chiedere perché. Se n'è andato. E io, senza capire, ho obbedito. Ho scelto tre dei miei uomini più fidati, dei devoti. Gli ho detto: “Andate. Trovate questo Simone. Portatelo qui”. Non sapevo cosa sarebbe successo. Ma avevo imparato che la vera fedeltà a Dio è obbedire senza avere le risposte pronte.
Tre giorni dopo, mentre aspettavo, i miei uomini sono tornati. Con loro, c'era Pietro. E con Pietro, altri sei. Ebrei. Cristiani. Non lo sapevo ancora, ma erano già fratelli di una strada nuova.
Quando ho visto Pietro, ho fatto qualcosa che non avevo programmato. Sono caduto ai suoi piedi. Non era una strategia diplomatica, vi giuro. Era un'emozione che mi ha travolto: avevo di fronte un uomo che portava dentro qualcosa di divino. Lui mi ha alzato subito. “Alzati” ha detto, “anch'io sono un uomo”. Due frasi, e già capii che stava succedendo qualcosa di enorme. Lui, un ebreo, mi toccava. Mi guardava negli occhi. Non c'era distanza.
Mi ha guardato intorno. In casa mia c'era una folla. Avevo radunato parenti e amici cari. Amici veri, non quelli di convenienza. Gente che sapeva che stavo cambiando. Gente che voleva vedere.
Pietro ha parlato. Ha detto: “Voi sapete che a noi ebrei è proibito frequentare i pagani. Ma Dio mi ha mostrato che non devo considerare nessun uomo comune o impuro”. Poi si è fermato. Ha guardato me. E ha chiesto: “Perché mi avete mandato a chiamare?”.
Ecco, qui è il punto. Perché io, un ufficiale romano, avevo mandato a chiamare un ebreo? Perché un angelo mi aveva detto di farlo. Ma c'era dell'altro. C'era il bisogno di non essere più solo nel mio cammino. Di avere un maestro. Di avere qualcuno che mi desse parole per quello che già sentivo nel cuore.
Gli ho raccontato tutto. L'angelo, le parole, l'invito. E ho concluso: “Ora siamo tutti qui, davanti a Dio, per ascoltare tutto quello che il Signore ti ha ordinato di dire”.
E lui ha aperto la bocca. Quelle parole... le ricordo ancora, una per una. “In verità comprendo che Dio non ha riguardi personali, 35 ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito.”. In ogni popolo. Ascoltate bene. Non solo in Israele. Non solo a Roma. In ogni popolo. E la misura non è la legge che hai studiato, o la circoncisione, o la lingua che parli. La misura è il timore di Dio – non la paura che spaventa, ma quella che riverisce – e la giustizia. Fare giustizia. Come facevo io con le elemosine. Come cercavo di fare nel mio servizio.
Mentre parlava, ho pensato a Rut, la moabita che aveva seguito la suocera in una terra straniera. Ho pensato a Naaman, il siriano guarito da Eliseo. Storie di confini superati. Di Dio che non si ferma alle frontiere che noi costruiamo.
E poi è successo. Mentre Pietro ancora parlava del Nazareno, del suo martirio, della sua resurrezione, lo Spirito è sceso. Non solo su di me. Su tutti. Su mia moglie, su miei figli, sui miei schiavi, sui miei amici. Su tutti. Abbiamo parlato in altre lingue, come avevano fatto quelli a Gerusalemme durante la Pentecoste. Pietro è rimasto di sasso. I suoi compagni ebrei pure. E hanno detto: “Chi può impedire che questi siano battezzati? Anche loro hanno ricevuto lo Spirito come noi”.
Ci hanno battezzati. In nome di Gesù. E io, che ero il rappresentante dell'impero che opprimeva, sono diventato fratello di quelli che opponevo. Non so se capite la svolta. Non è solo una conversione religiosa. È un terremoto politico. È la fine delle certezze. È l'inizio di uno spazio nuovo.
A Gerusalemme qualcuno ha protestato. Hanno detto a Pietro: “Ma come, sei entrato in casa di un pagano? Hai mangiato con lui?”. E lui ha raccontato. Ha raccontato la sua visione, con quella tela che scendeva dal cielo piena di animali impuri. Ha raccontato che Dio gli aveva detto: “Ciò che io ho purificato, tu non chiamarlo impuro”. E alla fine quelli di Gerusalemme hanno capito. Hanno detto: “Allora anche ai pagani Dio ha dato il pentimento per la vita”.
Questa è la mia storia. Ma non è solo mia. È la storia di ogni volta che un confine crolla. Di ogni volta che la paura cede alla fiducia. Di ogni volta che un romano scopre che la sua forza non è nulla di fronte alla forza di un Dio che guarda il cuore. Di ogni volta che un ebreo scopre che la sua elezione non è una esclusione, ma una benedizione da condividere.
Oggi voi siete qui, nel tempo dopo Epifania. Avete visto i Magi, i saggi da Oriente, che hanno attraversato confini per adorare un bambino ebreo. La mia storia è la continuazione di quella. La stessa corrente. Lo stesso fiume che unisce i popoli.
E ora, duemila anni dopo, mi dicono che ci sono ancora muri. Muri tra religioni, muri tra culture, muri tra ricchi e poveri, muri tra chi ha diritto a Dio e chi no. Mi dicono che c'è chi vuole usare la religione per dividere, non per unire. Che c'è chi ha paura dell'altro, del diverso, dello straniero. Ma io vi dico: la mia storia vi insegna una cosa. Dio non fa distinzioni. E la vera fede è quella che ti fa entrare nella casa dell'altro, non con la presunzione di chi possiede la verità, ma con l'umiltà di chi cerca. È quella che ti fa cadere ai piedi di chiunque porti una parola di vita, e che ti fa alzare subito, perché sai che siete entrambi uomini, entrambi creature amate.
E c'è un'altra cosa. Mi dicono che oggi c'è chi parla di “sostenibilità”. Di un mondo dove nessuno è escluso. Di obiettivi condivisi per ridurre le disuguaglianze. Be', la mia storia è la più sostenibile che ci sia. Perché non c'è sviluppo vero senza inclusione. Non c'è pace senza giustizia. Non c'è futuro se continuiamo a chiamare “impuro” ciò che Dio ha purificato. Non c'è futuro se continuiamo a dividere il mondo in “noi” e “voi.
La mia storia finisce qui. Ma la vostra, forse, comincia oggi. Amen.
Jens Hansen
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