Un nuovo futuro è possibile

Sermone per l'apertura del Tempo del creato su Esodo 12, 1-14

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come definireste una persona libera?

Probabilmente molte e molti di noi direbbero: una persona libera può decidere della propria vita; può dire quello che pensa; può scegliere dove vivere, quale lavoro fare, come usare il proprio tempo e il proprio denaro.

Ma siamo davvero libere e liberi soltanto perché possiamo scegliere? Siamo liberi se possiamo scegliere tra decine di marche di acqua minerale, mentre altre persone non hanno accesso all’acqua potabile? Siamo liberi se possiamo comprare qualsiasi prodotto, ma non possiamo impedire che i fiumi vengano inquinati, che le falde acquifere siano sfruttate e che l’acqua diventi una merce? Siamo liberi se il nostro stile di vita dipende da un sistema che consuma e distrugge le condizioni stesse della vita?

La nostra società ci insegna a identificare la libertà soprattutto con la possibilità di consumare. Essere liberi significa poter comprare, poter viaggiare, poter scegliere fra molte offerte.

Ma c’è anche un’altra idea di libertà, spesso presentata come indispensabile: la libertà di fare profitto senza regole e senza limiti. La libertà dei capitali di spostarsi dove il lavoro costa meno, le tasse sono più basse e le norme a tutela delle persone e dell’ambiente sono più deboli. In questa prospettiva, tutto ciò che pone un limite al profitto viene considerato un ostacolo: i diritti di chi lavora, la protezione dell’acqua e della terra, persino il diritto delle comunità a decidere del proprio territorio.

La Confessione di Accra, approvata nel 2004 dall’Alleanza mondiale delle Chiese riformate, ci ricorda però che l’economia deve servire la dignità e il benessere delle persone, entro i limiti della sostenibilità del creato. Il documento denuncia un sistema che considera la natura una merce e che identifica la libertà con la deregolamentazione dei mercati e con la libertà quasi assoluta dei capitali. Secondo Accra, la giustizia economica ed ecologica non è soltanto una questione politica: è una questione di fede. Se la libertà di accumulare ricchezza produce la schiavitù delle persone, dei popoli e della terra, allora non è la libertà promessa da Dio.

Ma la libertà biblica è qualcosa di diverso. Nella Bibbia non si è veramente liberi da soli. La libertà non è semplicemente una possibilità individuale. È una condizione condivisa.

O siamo liberi insieme, oppure la nostra libertà rimane incompleta. Il brano dell’Esodo che abbiamo ascoltato oggi ci porta in una notte molto particolare. Il popolo d’Israele è ancora in Egitto. È ancora sottoposto al faraone. È ancora un popolo di schiavi.

La liberazione non è ancora avvenuta.

Il mare non è stato attraversato. Il faraone non ha ancora lasciato andare il popolo. Mosè e Miriam non hanno ancora cantato sulla riva opposta. Umanamente parlando, non è ancora cambiato nulla.

Eppure Dio dice a Mosè e ad Aronne: > «Questo mese sarà per voi il primo dei mesi».

Mentre il popolo si trova ancora nella terra della schiavitù, Dio annuncia l’inizio di un tempo nuovo. Il calendario ricomincia. La schiavitù pretendeva di essere eterna. Il sistema del faraone sembrava non avere alternative. Generazioni erano nate e morte sotto quel potere. Probabilmente molte persone non riuscivano più neppure a immaginare una vita diversa. E proprio lì, prima ancora della partenza, Dio dice: da questo momento comincia qualcosa di nuovo.

La libertà nasce prima di tutto dalla possibilità di immaginare che il mondo possa essere diverso.

Anche noi viviamo all’interno di sistemi che spesso ci vengono presentati come inevitabili. Ci viene detto che l’economia deve funzionare così; che dobbiamo produrre sempre di più; che dobbiamo consumare sempre di più; che le risorse naturali devono essere sfruttate perché altrimenti non può esserci sviluppo. Ci viene detto che non ci sono alternative.

Ma il Dio dell’Esodo è il Dio che apre un tempo nuovo proprio quando nessuno riesce ancora a vederlo. È il Dio che ascolta il grido delle persone oppresse e non accetta che la schiavitù abbia l’ultima parola. Le piaghe d’Egitto, che precedono il nostro brano, colpiscono l’intero sistema del faraone. Colpiscono le sue sicurezze religiose, economiche e politiche. Colpiscono anche la terra e le acque.

Il Nilo, fonte di vita per l’Egitto, diventa sangue.

Dobbiamo stare attenti a non leggere questi racconti come se Dio provasse piacere nella sofferenza o nella distruzione. Non possiamo usare questi testi per giustificare la violenza. Il racconto vuole piuttosto mostrarci una verità scomoda: un sistema fondato sull’oppressione, prima o poi, avvelena anche le proprie fonti di vita. Il faraone sfrutta il popolo e, alla fine, anche l’acqua è colpita. La violenza contro le persone e la violenza contro la terra non sono due cose separate. Appartengono allo stesso sistema.

Lo vediamo anche oggi.

Dove l’acqua viene privatizzata o inquinata, a soffrirne maggiormente sono quasi sempre le persone povere. Dove i cambiamenti climatici aggravano la siccità, sono le comunità più vulnerabili a dover abbandonare per prime le proprie case. Dove una guerra distrugge acquedotti, pozzi e impianti igienici, la mancanza d’acqua diventa a sua volta un’arma. Dove le grandi attività estrattive consumano o contaminano le falde acquifere, spesso sono le popolazioni indigene e le comunità locali a perdere la propria terra e il proprio futuro.

Il grido della terra e il grido delle persone oppresse sono un unico grido.

Anche noi possiamo trovarci dalla parte di chi grida. Ma dobbiamo avere il coraggio di domandarci se, almeno in parte, non ci troviamo anche dalla parte del faraone.

Il faraone, infatti, non è soltanto una singola persona particolarmente crudele. Il faraone rappresenta un sistema. Un sistema che considera alcune vite sacrificabili. Un sistema che misura ogni cosa in base alla sua utilità. Un sistema nel quale la terra, gli animali, l’acqua e perfino gli esseri umani diventano soltanto strumenti per aumentare il potere e la ricchezza di pochi.

Questo modo di vedere il mondo non è scomparso.

Continuiamo a chiamare “risorse” le foreste, i fiumi, i mari e perfino le persone. Una risorsa è qualcosa da usare. E quando il suo valore consiste soltanto nell’utilità che ha per noi, pensiamo di poterla consumare fino all’esaurimento.

L’acqua, però, non è semplicemente una risorsa. L’acqua è vita. Attraversa il nostro corpo, irriga la terra, disseta gli animali, alimenta le piante. Nessuna creatura può rivendicarla esclusivamente per sé. L’acqua ci ricorda che la vita non è un possesso individuale, ma una relazione.

Nel racconto dell’Esodo, la liberazione deve ancora passare attraverso l’acqua. Il popolo dovrà mettersi in cammino e si troverà davanti al mare. Alle sue spalle ci sarà l’esercito del faraone; davanti a sé, l’acqua. Non potrà tornare indietro e non saprà ancora come andare avanti. La liberazione non consiste soltanto nell’uscire dall’Egitto. Bisogna anche attraversare le acque.

Il popolo deve lasciare non soltanto un luogo geografico, ma un intero sistema. Deve imparare a vivere in modo diverso. E sappiamo che non sarà facile. Nel deserto, davanti alla fame e alla sete, molte persone rimpiangeranno l’Egitto. La schiavitù era terribile, ma almeno era conosciuta. La libertà, invece, è incerta e richiede responsabilità. Forse questa è anche la nostra situazione.

Sappiamo che non possiamo continuare a vivere come abbiamo vissuto finora. Sappiamo che il consumo illimitato in un pianeta limitato non è possibile. Sappiamo che l’acqua, l’aria, il suolo e gli oceani non possono assorbire per sempre le conseguenze delle nostre attività.

Eppure cambiare ci fa paura.

Ci troviamo davanti alle acque. Dietro di noi c’è un sistema conosciuto, che ci ha dato anche comodità e benessere. Davanti a noi c’è una forma di vita che ancora non conosciamo pienamente. Una vita forse più sobria, più lenta, più comunitaria; una vita nella quale dobbiamo imparare a condividere, a porre dei limiti e a prenderci cura di ciò che non possediamo.

Nel racconto della Pasqua, nessuno si salva da solo.

Ogni famiglia prepara il pasto. Il testo aggiunge che, se una famiglia è troppo piccola, deve unirsi a quella vicina. La liberazione comincia attorno a una tavola condivisa. Comincia dalla solidarietà tra vicine e vicini. Comincia dal riconoscimento che una famiglia da sola non basta.

Anche la conversione ecologica non può essere soltanto una raccolta di decisioni individuali. Certamente possiamo ridurre gli sprechi, consumare meno, evitare la plastica superflua e usare l’acqua in maniera responsabile. Tutto questo è importante.

Ma non basta.

La crisi che viviamo è stata prodotta da sistemi economici e politici e richiede anche trasformazioni collettive. Dobbiamo difendere insieme l’acqua come bene comune. Dobbiamo chiedere che gli ecosistemi vengano protetti, che chi inquina si assuma la propria responsabilità e che l’accesso all’acqua non dipenda dalla ricchezza di una persona o di un popolo.

Dobbiamo chiederci non soltanto quanta acqua consumiamo nelle nostre case, ma anche quanta acqua viene consumata per produrre ciò che acquistiamo. Non soltanto se chiudiamo il rubinetto mentre ci laviamo i denti, ma anche quali industrie, quali modelli agricoli e quali scelte politiche stanno prosciugando e contaminando le nostre fonti di vita.

Nel racconto dell’Esodo, il sangue dell’agnello posto sulle porte diventa il segno della protezione e della liberazione. Per la fede cristiana, l’immagine dell’agnello ci rimanda a Gesù Cristo.

Ma la salvezza di Cristo non riguarda soltanto le anime umane separate dal resto del mondo. Nell’Apocalisse ogni creatura in cielo, sulla terra e nel mare rende lode all’Agnello. Tutta la creazione partecipa alla speranza della liberazione.

E l’Agnello conduce le creature alle sorgenti dell’acqua della vita. Questa immagine capovolge completamente il potere del faraone. Il faraone domina, costringe e sfrutta. L’Agnello guida, nutre e conduce all’acqua. Il faraone trasforma la vita in strumento del proprio potere. Cristo dona la propria vita affinché le altre creature possano vivere. È questo il potere che siamo chiamate e chiamati a seguire.

Celebrare la Pasqua di Cristo significa quindi prepararci a uscire dai sistemi di morte. Significa attraversare le acque che ci separano da una terra di giustizia, amore e pace. Significa riconoscere che non possiamo raggiungere quella terra lasciando indietro le persone più povere, i popoli oppressi, gli animali e gli ecosistemi feriti.

Non c’è una terra promessa per l’umanità su una terra devastata. Non c’è salvezza per alcuni mentre altri muoiono di sete.

Non c’è vera libertà finché la terra e le sue creature rimangono schiave del profitto e dello sfruttamento.

Il popolo d’Israele mangia la prima Pasqua con i sandali ai piedi, la cintura ai fianchi e il bastone in mano. È un popolo pronto a partire.

Forse anche noi celebriamo questa prima domenica del Tempo del Creato con la stessa domanda: siamo pronti a partire?

Siamo pronti ad abbandonare almeno una parte delle comodità che dipendono dallo sfruttamento di altre persone e della terra? Siamo pronti a difendere l’acqua non soltanto quando manca a noi, ma anche quando viene sottratta ad altre comunità e ad altre creature? Siamo pronti a trasformare le nostre comunità cristiane in luoghi nei quali si sperimentano condivisione, sobrietà e cura?

Non conosciamo ancora tutta la strada. Anche il popolo dell’Esodo non la conosceva. Sapeva soltanto che Dio aveva ascoltato il suo grido e che non poteva rimanere per sempre in Egitto.

La fede non ci offre una mappa completa del futuro. Ci dà però il coraggio di compiere il primo passo.

Jens Hansen Mastodon

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