Vita e vite
Riflessione biblica registrata per la Radio RAI FVG
C’è una casa, nella campagna del nord della Germania, della mia infanzia, vicino alla casa di mia nonna, che non ho mai dimenticato. Non per i suoi muri, né per il tetto di paglia, ma per quello che la ricopriva: una vite. Una vite antica, piantata decenni prima, che aveva avvolto tutta la facciata in un abbraccio di foglie verdi. Ricordo ancora l’odore della terra dopo la pioggia, il ronzio delle api tra i fiori in primavera, il fruscio delle foglie quando il vento le scuoteva. E poi i temporali estivi: fuori, il cielo si squarciava in tuoni violenti, ma dentro quella casa, protetta dalla vite, tutto sembrava più lontano, più morbido. Come se quelle foglie non fossero solo un riparo, ma una carezza.”
Quella vite non era solo una pianta. Era un mondo intero. Sotto le sue foglie, tra i rami, nella corteccia, vivevano formiche, coleotteri, farfalle. Nei grappoli acerbi, che il sole del nord non riusciva a maturare, c’erano insetti che si nutrivano, funghi che crescevano, batteri invisibili che trasformavano la terra in humus. E quell’humus, anno dopo anno, dava vita ad altre piante. Una sola vite, e intorno a lei un ecosistema intero. Una meraviglia. Una sinfonia di vita che nasceva da un unico tronco, da una sola linfa che scorreva in ogni tralcio, in ogni foglia, in ogni grappolo.
Forse è per questo che, quando Gesù dice: ‘Io sono la vite, voi siete i tralci’, quelle parole mi toccano così profondamente. Perché non parlano solo di fede, ma di vita. Di una vita che scorre, che si diffonde, che crea legami. Una vita che non può esistere se i tralci si staccano dal tronco. Una vita che, quando funziona, diventa feconda: non solo per sé, ma per tutto ciò che la circonda.
Ecco, questa è la spiritualità che vorrei raccontarvi oggi. Una spiritualità che non si accontenta di parole, ma che si radica nella terra, che respira con il mondo, che si prende cura di ciò che la circonda. Una spiritualità sostenibile, perché non può esistere fede senza giustizia, senza attenzione per il creato, senza rispetto per chi lavora la terra o produce ciò che mangiamo. Una spiritualità che parte da una domanda semplice: se Dio è relazione – se Dio è amore che si dona, che crea legami, che non vuole rimanere solo – allora anche noi, come tralci, siamo chiamati a vivere in relazione. Con Lui, con gli altri, con il mondo.
È una questione di come guardiamo il mondo. Se lo guardiamo come un insieme di risorse da sfruttare, o come un giardino da coltivare. Se vediamo gli altri come concorrenti da battere, o come compagni di viaggio. Se crediamo che la felicità stia nell’accumulare, o nel condividere. Gesù non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede di rimanere uniti a Lui, come i tralci alla vite. E quando lo facciamo, la linfa scorre. E quella linfa è amore. Un amore che non si tiene per sé, ma che si diffonde, che crea vita, che trasforma il mondo in un luogo più giusto, più bello, più umano.
Quella vite nella casa di campagna mi ha insegnato una cosa: la vita non è mai solo per sé. È sempre per gli altri. Per le api che impollinano i fiori, per i lombrichi che arricchiscono la terra, per i bambini che giocano all’ombra delle sue foglie. Ecco, la fede è così. Non è una fuga dal mondo, ma un modo di abitarlo. Di viverci dentro, con cura, con responsabilità, con gioia. Perché se Dio è la vite, noi siamo i tralci. E i tralci non esistono per sé stessi.
Esistono per portare frutto. Per dare vita. Per far sì che il mondo, un giorno, possa essere un po’ più simile al giardino che Dio ha sognato per noi.
Jens Hansen
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