Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Predicazione su Geremia 14,1-9

Ascoltiamo le parole del profeta Geremia proposte per la predicazione di oggi:

1 La parola del SIGNORE che fu rivolta a Geremia in occasione della siccità. 2 «Giuda è in lutto, le porte delle sue città languiscono, giacciono per terra a lutto; il grido di Gerusalemme sale al cielo. 3 I nobili fra di loro mandano i piccoli a cercare acqua; questi vanno alle cisterne, non trovano acqua, e tornano con i loro vasi vuoti; sono pieni di vergogna, di confusione, e si coprono il capo. 4 Il suolo è costernato perché non c'è stata pioggia nel paese; i lavoratori sono pieni di confusione e si coprono il capo. 5 Persino la cerva che figlia nella campagna abbandona il suo parto, perché non c'è erba; 6 gli onagri si fermano sulle alture, soffiano aria come gli sciacalli; i loro occhi sono spenti, perché non c'è verdura». 7 SIGNORE, se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, opera per amor del tuo nome; poiché le nostre infedeltà sono molte; noi abbiamo peccato contro di te. 8 Speranza d'Israele, suo salvatore in tempo di angoscia, perché saresti nel paese come un forestiero, come un viandante che si ferma per passarvi la notte? 9 Perché saresti come un uomo sopraffatto, come un prode che non può salvare? Eppure, SIGNORE, tu sei in mezzo a noi, e il tuo nome è invocato su di noi; non abbandonarci.

Immagini drammatiche: città in lutto, nobili che mandano i piccoli a cercare acqua, ma tornano con i vasi vuoti. Il suolo screpolato, gli animali che soffrono e muoiono – la cerva che abbandona il suo piccolo perché non c'è erba. È la descrizione di una siccità spaventosa, una catastrofe ambientale.

Geremia non parla solo di un problema meteorologico. Per lui, questa siccità è un segno. È l'immagine di un popolo che si è allontanato da Dio. La mancanza d'acqua fisica riflette una sete più profonda: la sete di giustizia, di fedeltà, di relazione con il suo Signore. È la conseguenza di uno stile di vita sbagliato, di scelte che hanno voltato le spalle al patto con Dio. “Le nostre iniquità testimoniano contro di noi”, grida il popolo nel verso 7. “Abbiamo peccato contro di te”.

Siccità Oggi: Il Grido di Greta e il Grido della Terra Queste parole, scritte 2600 anni fa, ci suonano terribilmente familiari. Non dobbiamo guardare lontano. Pensiamo agli incendi devastanti, alle alluvioni improvvise, alle estati sempre più torride, ai ghiacciai che scompaiono. La scienza ci dice con chiarezza: siamo nel pieno di una crisi climatica. E come Geremia, una voce profetica dei nostri tempi, Greta Thunberg, ci grida: “La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere nel lusso. La sofferenza di molti paga il lusso di pochi”. Ci accusa, come Geremia accusava il suo popolo: abbiamo fallito nel custodire la creazione che Dio ci ha affidato. Abbiamo vissuto come se le risorse fossero infinite, come se “dopo di noi, il diluvio” fosse un motto accettabile. Non lo è, per un cristiano.

Dove Geremia e Greta si Incontrano (e Dove Divergano) * L'Annuncio della Crisi: Sia Geremia che Greta ci mettono di fronte a una realtà dura, catastrofica, causata dalle nostre azioni sbagliate. Entrambi parlano di un futuro minaccioso per le prossime generazioni. Entrambi ci dicono: non potete ignorarlo, non potete fingere che non stia accadendo. * La Radice del Problema: Per Geremia, la radice è il peccato contro Dio, l'abbandono della sua volontà, che si manifesta anche nella rovina della terra promessa. Per Greta e la scienza, la radice è uno stile di vita insostenibile, basato sul consumo sfrenato, sui combustibili fossili, sullo sfruttamento senza limite. Sono prospettive diverse, ma che si toccano: entrambe indicano una responsabilità umana profonda nella crisi che viviamo. * La Disperazione e la Speranza: Qui c'è una differenza importante. Greta, con la sua urgenza (“Voglio che abbiate panico”), ci sprona all'azione ora, perché se aspettiamo è troppo tardi. La sua è una voce potente, necessaria, che scuote dal torpore. Ma la sua speranza è fragile, legata unicamente alla nostra capacità umana di cambiare rotta immediatamente.

Geremia, invece, pur descrivendo un orizzonte cupo, getta un filo di speranza più profondo. Nonostante la colpa riconosciuta (“Abbiamo peccato”), il popolo si rivolge a Dio: “Speranza d'Israele, suo salvatore... perché saresti come un forestiero?... Perché saresti come un uomo sopraffatto?... Tu sei in mezzo a noi... Non abbandonarci!” (vv. 8-9). La loro disperazione si trasforma in una preghiera appassionata, in una accusa fiduciosa rivolta a Dio stesso: “Sei tu il nostro Salvatore, perché ti comporti come se non lo fossi? Non puoi abbandonarci!”.

La Speranza che Nasce dall'Accusa e dalla Preghiera Questa è la grande intuizione di Geremia, che può illuminare anche la nostra paura per il clima: 1. Non Siamo Orfani: Geremia sa che il futuro non è solo nelle nostre mani, per quanto responsabili siamo. È nelle mani di Dio. “Dio non lascia orfano il suo popolo”, potremmo dire oggi: Dio non abbandona questo mondo che ha creato e ama. Anche quando siamo noi la causa del disastro, Lui rimane il Salvatore. 2. La Preghiera che Cambia (Noi): Rivolgersi a Dio, gridargli la nostra disperazione, accusarlo persino della sua apparente assenza (“Perché sei come un forestiero?”), è un atto di fede. È riconoscere che Lui è l'unico che può veramente salvare. E questa preghiera ci cambia. Ci libera dalla paralisi della paura e dell'impotenza. Ci fa alzare lo sguardo. Ci dà la forza di affrontare la realtà. 3. La Conversione Possibile: Geremia crede che Dio possa cambiare i cuori. La sua denuncia non è fine a se stessa, ma un invito a convertirci, a cambiare vita, a tornare a Dio e al suo progetto per il creato. La speranza in Dio non è un alibi per non fare niente (“Tanto ci pensa Lui”), ma è la radice che rende possibile un cambiamento vero, profondo e duraturo. Ci dà il coraggio di fare scritte difficili, sapendo che non siamo soli.

Cosa Possiamo Fare? Tre Passi Concreti nella Speranza 1. Prendere Sul Serio, Davvero: Come ci scuote Greta, smettiamola di chiudere gli occhi. Informiamoci. Ascoltiamo la scienza senza filtri. Proviamo a calcolare la nostra 'impronta ecologica': quanta CO2 produco veramente? Quanta acqua consumo realmente ogni giorno? Solo per cucinare la pasta ne servono litri e litri, figuriamoci per tutto il resto! Non è colpa solo delle fabbriche: il riscaldamento di casa, l’auto anche per i piccoli spazi, la carne ogni giorno, l’ultimo smartphone 'necessario'... sono i nostri sprechi quotidiani che si sommano in montagne. Non nascondiamoci dietro scuse comode ('Il mio contributo è piccolo', 'Prima dovrebbero cambiare gli altri'). Ogni scelta pesa sulla bilancia del futuro dei nostri figli.” 2. Convertire il Cuore e le Azioni: La conversione che Geremia invoca è per noi un cambio radicale di mentalità e di abitudini. Meno spreco, meno consumi superflui, più attenzione all'origine di ciò che compriamo, scelte di mobilità sostenibile. È un cammino, non una perfezione immediata. Ma ogni passo, mosso dalla consapevolezza che custodiamo un dono di Dio, è importante. 3. Pregare e Sperare come Geremia: La preghiera di Geremia non è una fuga, è un grido che mobilita! Gridiamo anche noi a Dio la nostra angoscia per la Terra che soffre, per gli animali che muoiono, per i poveri che già oggi patiscono la sete e la fame per colpa del clima impazzito. Accusiamolo pure, come fa Geremia: 'Perché sei come un forestiero? Perché sembri impotente?'. Ma facciamolo con la fiducia di chi sa che Lui è 'Speranza d’Israele', il Salvatore. Chiediamogli tre cose concrete:
A. Di cambiare il nostro cuore, di farci sentire davvero il peso delle nostre scelte;
B. Di darci il coraggio di cambiare vita, anche quando costa fatica o soldi;
C. Di ispirare i governanti e le aziende a fare scelte coraggiose per il bene di tutti. Questa preghiera non è un rito, è la benzina per l’azione. Ci libera dalla paralisi e ci spinge a fare la nostra parte, fidandoci che Dio moltiplica i nostri sforzi.”

Conclusione Geremia ci ha mostrato una terra assetata, specchio di un cuore lontano da Dio. Oggi vediamo una Terra che soffoca per le nostre scelte. Greta Thunberg ci grida l'urgenza di svegliarci. Geremia, in mezzo al deserto, ci sussurra una speranza che non è un sogno: 'Tu sei in mezzo a noi, Signore. Non abbandonarci!'. Non dobbiamo scegliere tra la paura che paralizza e una speranza da sogno ad occhi aperti. Possiamo vivere la speranza attiva di Geremia: guardare in faccia la crisi con coraggio, sapendo che Dio non è scappato. È qui. Soffre con la sua creazione. È questa speranza, salda in Lui, che ci dà la forza di dire: 'Sì, abbiamo sbagliato', di cambiare rotta, e di lavorare – con le mani, con le scelte, con la preghiera – per un futuro dove l’acqua della vita, quella vera che disseta la terra e il cuore, possa scorrere di nuovo per tutti, per ogni creatura e per i nostri nipoti che verranno. Dio non è lontano da noi. È qui, in mezzo a noi, con le nostre mani che ora si mettono all’opera. Non ci abbandoni.

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Profeti

“Voi parlate soltanto di un’eterna crescita economica verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi ragazzi. […] La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere in maniera lussuosa. La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi. Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema.”

Questo era parte del discorso che Greta Thunberg, la giovane attivista climatica svedese, ha tenuto a Cattovice in Polonia a dicembre del 2018. Alle Nazioni unite invece è stata la frase “come osate a rubarci il futuro” a essere citata in tutti i giornali.

Greta e le altre attiviste (sono per di più giovani donne e ragazze in prima fila) accusa le nostre generazioni più anziane di avere fallito nell’impegno contro il cambiamento climatico perché la sua generazione sarà la prima a dover subire fortemente la catastrofe climatica già in atto: estati caldi, più uragani, piogge più forti, la neve sempre più rara, ghiacciai che si sciolgono anche nelle alpi. Le foreste a rischio incendio, l’agricoltura sotto pressione. Possiamo immaginare, e la scienza lo descrive, cosa accade quando le temperature si alzano ancora e con esse anche il livello del mare e il livello delle tempeste.

Oggi abbiamo un testo che sembra scritto proprio in questi mesi che siamo testimoni degli incendi devastanti in Australia. Leggiamo dal profeta

Geremia al capitolo 14:1-9:

1 La parola del SIGNORE che fu rivolta a Geremia in occasione della siccità. 2 «Giuda è in lutto, le porte delle sue città languiscono, giacciono per terra a lutto; il grido di Gerusalemme sale al cielo. 3 I nobili fra di loro mandano i piccoli a cercare acqua; questi vanno alle cisterne, non trovano acqua, e tornano con i loro vasi vuoti; sono pieni di vergogna, di confusione, e si coprono il capo. 4 Il suolo è costernato perché non c'è stata pioggia nel paese; i lavoratori sono pieni di confusione e si coprono il capo. 5 Persino la cerva che figlia nella campagna abbandona il suo parto, perché non c'è erba; 6 gli onagri si fermano sulle alture, soffiano aria come gli sciacalli; i loro occhi sono spenti, perché non c'è verdura». 7 SIGNORE, se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, opera per amor del tuo nome; poiché le nostre infedeltà sono molte; noi abbiamo peccato contro di te. 8 Speranza d'Israele, suo salvatore in tempo di angoscia, perché saresti nel paese come un forestiero, come un viandante che si ferma per passarvi la notte? 9 Perché saresti come un uomo sopraffatto, come un prode che non può salvare? Eppure, SIGNORE, tu sei in mezzo a noi, e il tuo nome è invocato su di noi; non abbandonarci!

La siccità è la punizione divina per il peccato del popolo. Dio, così il profeta, distruggerà Israele. E’ per la loro colpa che succede tutto. Dio tornerà a salvarli dai guai in cui si sono cacciati, solo se riconosceranno le loro colpe, se capiranno di aver sbagliato e si convertono a una vita retta davanti al Signore. Tutto ciò si legge nel capitolo seguente. Mentre la settimana scorsa abbiamo paragonato i due personaggi che si sono incontrati nel deserto alle rive del fiume Giordano, Giovanni Battista e Gesù, questa settimana vorrei fare il confronto fra due profeti, la profetessa dei nostri giorni, Greta Thunberg e il profeta Geremia, vissuto 2600 anni fa in Israele.

Iniziamo con quanto hanno in comune questi due personaggi, profeti: Greta e Geremia annunciano una catastrofe. Entrambi parlano di cambiamenti climatici che colpiranno tutti e portano a siccità, scarsità di acqua e fame. Tutto ciò che accade è per colpa di uno stile di vita sbagliato. La siccità si scatenerà anche contro le generazioni future. Non c’è nessuna possibilità di scappare dalla catastrofe.

Ecco, quanto hanno in comune Greta e Geremia. Ma ci sono anche delle differenze:

una differenza è dove attingono per le loro previsioni catastrofiche. Greta Thunberg ha letto gli scritti degli scienziati del clima. Ha fatto proprio un sapere dettagliato delle prognosi e dei calcoli scientifici. Lei conosce il nesso fra le emissioni di gas serra e il riscaldamento della terra. Oggi esistono modelli precisi per ogni zona della terra che riescono a prevedere quali effetti avrà l’aumento della temperatura nei diversi continenti e paesi ma anche nelle diverse zone di un paese. Secondo questi modelli il nostro paese sarà colpito molto dai cambiamenti. Siccità e desertificazione in Sicilia e Calabria, frane e piogge torrenziali, uragani, strade e ferrovie interrotte, in fondo un’Italia divisa in tre e le coste coperte dal mare in avanzata.

Geremia invece osserva bene la politica attuale della corte del re e si immagina dove questa politica porterà il suo popolo, osserva e misura il tutto con la volontà di Dio. Un’altra differenza fra Greta e Geremia: Greta è disperata. Sa che, se non si agisce adesso, se non si cerca di fermare il cambiamento climatico adesso, è troppo tardi. Se non riesce la sua missione, le conseguenze dell’aumento delle temperature saranno devastanti e il mondo finirà nel caos. Anche Geremia descrive conseguenze drammatiche. Racconta come muoiono degli animali e sa di uomini e donne che avranno sete e fame. Lui però crede che ci sia una via per essere salvati. Lui si rivolge a Dio per chiedere aiuto. Lui spera nella presenza di Dio in modo che nonostante la catastrofe ci sia ancora un futuro.

Cosa possiamo imparare da Geremia e Greta per il nostro futuro e per il nostro stile di vita?

Penso che da Greta possiamo imparare a prendere sul serio, finalmente sul serio, il cambiamento climatico e a intraprendere ogni sforzo per migliorare il futuro ai nostri figli e nipoti. Lo dobbiamo alle prossime generazioni. Non possiamo più fare finta di niente, non possiamo più fare gli indifferenti e continuare come se niente fosse. “dopo di noi il diluvio” non è un motto cristiano. Non esiste scusa, non esiste l’argomento da bar che il nostro contributo mondiale al cambiamento climatico è solo il 2%, che ci siano paesi molto più colpevoli. Basta guardare alle emissioni pro capite e ben presto scopriamo che il nostro stile di vita è così pesante che ci troviamo al nono posto del mondo per quanto riguarda il peso pro capite con 5.37 t di emissioni CO2 avendo a disposizione solo 2 t a testa.

Quando vedo Greta, mi dispiace vedere disperazione negli occhi di una giovane ragazza e penso che una tale responsabilità non dovrebbe pesare sulle spalle di una ragazza che ha appena compiuto 17 anni. Dobbiamo aggiungere a Greta le parole di Geremia. Greta pensa che o salviamo il mondo adesso o il mondo è perduto, o almeno il mondo con l’umanità, perché poi dopo la catastrofe comunque non sparirà nel nulla la terra, vivrà senza di noi, e vivrà molto meglio.

Geremia spera in Dio, sa che la catastrofe non può essere evitata, ma sa comunque il suo futuro nelle mani di Dio. Ed è questa speranza contro ogni esperienza che serve a noi per uscire dal nostro letargo, dalla nostra apatia, perché Dio vuole conversione, Dio vuole una conversione che ci rende testimoni attivi e impegnati per un mondo oltre la catastrofe, o meglio, un mondo che riesce ad evitarla.

Geremia sa che Dio può cambiare i cuori degli uomini e per questo invita ad un cambiamento di vita. Non per disperazione, ma per la certezza che Dio non lascia orfano il suo popolo, e noi potremmo dire: Dio non lascia orfano questo mondo.

Geremia dice che la punizione divina si abbatterà sul popolo, un po’ come Greta che dice che la catastrofe climatica è per colpa degli esseri umani. Ma Geremia fa un passo più avanti che aiuta noi tutte e tutti di affrontare la questione del cambiamento climatico. Esiste un futuro e esiste una speranza. Esiste la possibilità che noi uomini e donne cambiamo il nostro comportamento, c’è una speranza che riusciamo a cambiare vita e rendere migliore il mondo per le generazioni future. Lo possiamo credere perché Dio ci è vicino, perché possiamo chiedere a Dio di darci una mano per uscire dalla nostra comodità mortale e fermare la sciagura, la catastrofe. Guardando il mondo, vedendo quanti giovani in tutti i paesi del mondo si ispirano a Greta, sperimentando la grandezza di questo movimento, allora, ho speranza che un nuovo mondo è possibile e che la catastrofe climatica può essere fermata e le incrostazioni che impediscono a fare una conversione vera e un cambio radicale dello stile di vite possano essere rotte da Dio per aprire al futuro.

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La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026

Dal 18 al 25 gennaio le Chiese cristiane di tutto il mondo vivono la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, un appuntamento che da oltre un secolo invita credenti di diverse confessioni a pregare e camminare insieme. Non si tratta di un “evento per addetti ai lavori”, ma di un’occasione aperta a tutti per riscoprire cosa significa, concretamente, essere fratelli e sorelle in Cristo anche quando si appartiene a tradizioni diverse.

Il tema scelto per il 2026 è tratto dalla Lettera agli Efesini:

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,4).

L’immagine è semplice e di facile comprensione: i cristiani, pur divisi in varie confessioni e denominazioni, appartengono a un unico corpo, animato dallo stesso Spirito, chiamato alla stessa speranza. L’unità non è solo un ideale spirituale, ma un compito concreto che riguarda il modo in cui i cristiani si parlano, collaborano, si rispettano e si sostengono nelle loro città e nei loro quartieri.

I testi di quest’anno sono stati preparati dalla Chiesa apostolica armena, una delle più antiche tradizioni cristiane. Dal cuore di una terra segnata da prove e sofferenze, arriva un forte invito a lasciarsi illuminare da Cristo, “Luce da Luce”, e a diventare a nostra volta luce di riconciliazione in un mondo attraversato da guerre, divisioni e paure.

Nel libretto ufficiale si insiste su alcuni punti molto concreti:

  • l’importanza di conoscersi meglio tra cristiani di diverse confessioni,
  • il ruolo delle scuole, delle università e dei percorsi formativi nel favorire il dialogo,
  • e soprattutto la testimonianza comune: quando i cristiani lavorano insieme per la pace, la dignità umana, l’accoglienza di chi è costretto a lasciare la propria terra, la loro voce diventa più credibile e più incisiva.

A Udine e Gorizia la Settimana si traduce nei due momenti ormai consueti di incontro aperti a tutti:

Domenica 18 gennaio si terrà il vespro ecumenico a Codroipo alle ore 16.30.
Martedì 21 gennaio si terrà una celebrazione ecumenica della Parola di Dio nella chiesa di San Rocco, in cui credenti delle chiese metodista e cattoliche si ritroveranno per ascoltare insieme il Vangelo e pregare per il dono dell’unità. Ore 20.30
Mercoledì 22 gennaio è prevista una conferenza sullo stato dell’ecumenismo oggi, per fare il punto sul cammino compiuto, sulle difficoltà ancora aperte e sulle opportunità di collaborazione concreta tra le comunità cristiane del nostro territorio. Ore 20.30.
Domenica 25 gennaio si terrà la celebrazione ecumenica a Udine nella chiesa San Basilio il Grande. Ore 17.00

In un tempo in cui le divisioni sembrano prevalere – sul piano internazionale, sociale, culturale e persino familiare – questa Settimana ricorda che l’unità non è uniformità, ma capacità di camminare insieme nelle differenze. È un invito a tutti, credenti e non credenti, a guardare con simpatia a ciò che unisce piuttosto che a ciò che separa. E a chiedersi, personalmente: che cosa posso fare io, nel mio piccolo, perché la pace e il rispetto crescano, a partire dalla mia comunità?

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Sermone su Matteo 3,13-17

oggi siamo invitat* a riflettere sul battesimo di Gesù così come ce lo narra l'evangelista Matteo. Per gli evangelisti era fondamentale chiarire il rapporto tra Giovanni Battista e Gesù, poiché tra i primi cristiani e i discepoli di Giovanni esisteva una certa rivalità.

Il movimento del Battista è sopravvissuto a lungo. Ne abbiamo una testimonianza negli Atti degli Apostoli: quando Paolo predica a Efeso, incontra un certo Apollo che però è solo stato battezzato con il battesimo di Giovanni.

Nella preparazione di questo sermone ho approfondito ulteriormente il movimento del Battista, perché ancora oggi in Iraq esiste una comunità religiosa, i Mandei, che risale alla comunità dei discepoli di Giovanni Battista.

Gli studi odierni ritengono che Gesù fosse originariamente un discepolo e un seguace di Giovanni, e che abbia ricevuto il battesimo da lui. Solo successivamente si è distaccato dal maestro e ha intrapreso la propria via. Non è dunque sorprendente che un evangelista cristiano abbia sentito la necessità di chiarire la relazione tra Giovanni e Gesù.

Questo chiarimento del rapporto lo troviamo anche nel Vangelo di Luca. L'intero primo capitolo, con Elisabetta, Maria e i loro figli Giovanni e Gesù, cerca di mostrare, a suo modo, quale sia il rapporto tra i due.

In Matteo, già la vicenda della nascita e della fuga in Egitto stabilisce con chiarezza che Gesù è qualcuno di straordinario, anzi, il Figlio eletto di Dio. Ci si può dunque chiedere: perché mai dovrebbe farsi battezzare?

Se osserviamo più da vicino il testo, notiamo che l'iniziativa del battesimo non viene da Giovanni, ma da Gesù. Egli viene apposta dalla Galilea al Giordano con l'intenzione di farsi battezzare.

Il luogo sulla riva orientale del fiume dove battezza Giovanni ha un significato simbolico particolare: è il luogo in cui gli Israeliti sotto Giosuè si prepararono, dopo 40 anni di peregrinazione nel deserto, a varcare il Giordano ed entrare finalmente nella terra che Dio aveva promesso al popolo. Ciò che allora fu luogo di passaggio verso un futuro di salvezza nella terra promessa, diventa ora nuovamente scenario di una transizione di grande portata: il cielo si aprirà e il regno di Dio avrà inizio.

Ma Giovanni non accoglie Gesù con gioia ed entusiasmo. No, cerca di dissuaderlo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Giovanni riconosce in Gesù Colui che è più forte. È interessante osservare che Giovanni non inizia una predica di penitenza né chiede a Gesù di confessare i suoi peccati, come fa con i farisei, gli scribi e tutta la gente.

A Giovanni è subito chiaro che questi è l'uomo di cui aveva detto: «Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma viene dopo di me uno che è più forte di me... Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco» (Mt 3,11). Gli esegeti posteriori hanno tratto da questo comportamento la conclusione che Gesù fosse senza peccato, ma per Matteo questo aspetto non è nemmeno dibattuto.

Ciò che segue è duplice e centrale: la risposta di Giovanni all'obiezione di Gesù. Nel Vangelo di Matteo è la prima volta che Gesù parla. Il peso di questa risposta è ulteriormente aumentato dal fatto che nei racconti di Marco e Luca Gesù rimane in silenzio. Ciò che Gesù dice qui a Matteo deve dunque essere importante: «Lascia fare così ora, perché conviene adempiere ogni giustizia». Gesù vuole far trionfare la giustizia, anche se in questo momento non è chiaro cosa significhi esattamente. Con questa osservazione si riferisce in anticipo alla sua morte come servo sofferente di Dio? Vuole dare ai cristiani un esempio di come comportarsi? Oppure si tratta dell'adempimento di una profezia?

Per risolvere la questione, dobbiamo consultare il testo originale greco. Che cosa significa esattamente “giustizia” e “adempiere”? Il termine usato per “giustizia” è molto importante per Matteo, che lo usa ripetutamente nel suo Vangelo.

Nel contesto biblico ci sono due possibilità di significato: da un lato, potrebbe trattarsi di una norma di comportamento che Dio richiede all'uomo. Dio, ad esempio, ci chiede di non uccidere il prossimo. Anche Gesù sembra sottostare a un comando divino: la situazione descritta al Giordano suggerisce che sia necessario procedere con il battesimo, tanto che Gesù insiste nonostante la resistenza di Giovanni.

Dall'altro lato, il termine “giustizia” può essere inteso in modo più ampio. Nella Bibbia ebraica è spesso usato per indicare l'intero ordinamento giuridico e salvifico instaurato da Dio.

La questione è: quale di questi significati è quello che Gesù intende quando dice di voler adempiere ogni giustizia con il suo battesimo?

Dobbiamo ricordare che il battesimo di Giovanni non appartiene al sistema tradizionale di leggi e promesse di salvezza. Il suo rituale battesimale era, per così dire, un'innovazione. Non era un bagno purificatorio come quelli comuni all'epoca, che ogni persona poteva fare da sé. La particolarità del battesimo di Giovanni era che richiedeva due persone: il battezzando e il battezzatore. Questo era una novità.

È dunque improbabile che Gesù con le sue parole intenda dire che vuole semplicemente adempiere la legge di Mosè. L'espressione “adempiere ogni giustizia” indica piuttosto che Gesù vuole compiere l'intera volontà di Dio. Questa volontà va al di là dei comandamenti della Bibbia ebraica ed è molto più ampia. Tutto nella risposta di Gesù a Giovanni indica che non si tratta di compiere un rituale speciale per il Messia. Dalla bocca di Giovanni stesso abbiamo appreso che questo rituale non gli è necessario. Si tratta piuttosto di indicare ai cristiani la via verso questa nuova, più ampia interpretazione del concetto di giustizia.

Poiché Gesù si fa battezzare, anche i cristiani devono farsi battezzare. Questa giustizia allargata è per Gesù un obiettivo molto importante e vuole che i cristiani lo seguano su questa strada. Così sentiamo nella Sermone sulla Montagna: «Poiché io vi dico che, se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli.» (Mt 5,20) e alla fine del Vangelo: «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. » (Mt 28,19-20).

Vediamo quale ampio respiro ha questo primo discorso di Gesù nel Vangelo di Matteo. Esso diventa una sorta di dichiarazione di principi della sua missione. Il battesimo ricevuto da Giovanni non è in sé questa nuova “migliore” giustizia, ma ne fa parte. Sottoponendosi al battesimo di Giovanni, Gesù mostra la sua obbedienza all'intera volontà di Dio e diventa così modello per tutti i cristiani.

Avevamo anche preso l'impegno di esaminare più da vicino il termine “adempiere” in greco. Il verbo che troviamo nel testo greco originale è usato nel contesto biblico specialmente per l'adempimento di profezie e può essere reso anche come “realizzare”.

È interessante notare che questo termine nel Vangelo di Matteo viene usato solo per le azioni di Gesù stesso; per le azioni dei discepoli si usano altre parole. Questo può essere interpretato come un'indicazione che si tratta dell'azione del Messia che compie la volontà di Dio nella sua pienezza. Matteo descrive molto brevemente l'atto del battesimo. Non gli interessa spiegare il rito e la sua corretta esecuzione, ma solo che il battesimo sia avvenuto. Molto più importante è ciò che Matteo riferisce immediatamente dopo: «Ed ecco, si aprì il cielo ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui».

Per tutti coloro che possono o vogliono vedere, è evidente che si tratta di una persona speciale, perché lo Spirito di Dio scende su di lui. L'apice della narrazione del battesimo di Gesù è tuttavia l'ultimo verso del nostro testo omiletico: «Ed ecco, una voce dal cielo disse: Questi è il Figlio mio amato, nel quale mi sono compiaciuto». Qui risuona il brano di Isaia 42: «Ecco il mio servo... di lui mi compiaccio» (Is 42,1).

Isaia grida al capitolo 64: Oh, squarciassi tu i cieli e scendessi! E ora, nel momento del battesimo, accade: il cielo si è aperto. Il portale verso un altro mondo si è spalancato. Al cinema e in televisione si vedono spesso film di fantascienza in cui tali portali hanno un ruolo importante. Lì la presenza di tali portali è spesso associata a grossi guai per l'umanità e alla fine tutti sono felici quando si richiudono. Ma in Matteo il portale verso il regno di Dio è aperto e tutta la giustizia di Dio ha l'opportunità di entrare nel nostro mondo.

Com'è fatta questa giustizia, lo impariamo in molti modi, specialmente nel Sermone sul Monte. Lì si dice, per esempio, che non si dovrebbe uccidere nessuno per motivi bassi, anzi, addirittura chi dice “sciocco” a qualcuno, agli occhi di Dio ha già commesso un omicidio e sarà punito duramente (Mt 5,21).

Questa è parte della giustizia comprensiva di Dio! Un altro esempio di giustizia che ci coglie regolarmente nella vita quotidiana è quello di non giudicare. Quanto spesso giudichiamo le persone nella nostra vita: per come si vestono, forse per un profumo o un dopobarba, per il colore della pelle, per l'auto che guidano o la lingua che parlano.

La sfida della giustizia comprensiva di Dio sta qui: accettarci gli uni gli altri con amore, così come siamo.

Concludo

Nel Vangelo di Matteo vediamo che Gesù ci mostra la via pratica di questa migliore giustizia di Dio, di cui ci parla nel Sermone sulla Montagna. Egli non predica solo questa via di giustizia, ma la percorre prima dei suoi discepoli – e quindi anche davanti a noi. Nella consapevolezza che il cielo è ora aperto, possiamo seguirlo senza esitazioni. Gesù ci promette: «Beati i perseguitati per la giustizia, di loro è il regno dei cieli» (Mt 5,10).

Jens Hansen Mastodon

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Registrazione per Radio RAI FVG

Mi chiamo Amos, sono pastore. Oggi ho quasi cinquant’anni, ma quella notte nei campi di Betlemme la porto ancora negli occhi. Avevo otto anni, ero l’ultimo degli apprendisti, quello che nessuno prendeva sul serio.

Faceva freddo. Eravamo seduti intorno al fuoco, sotto un cielo pieno di stelle. Mormoravo il salmo che mia madre amava: “Quand’io considero i tuoi cieli… che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?”.

All’improvviso, davanti a noi, comparve un uomo. Sembrava uno come tanti, ma intorno a lui c’era una luce che non avevo mai visto. Noi pastori siamo gente emarginata, considerata impura: pensammo a un castigo.

L’uomo parlò:
“Non temete: vi porto una buona notizia di grande gioia. Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. Questo il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.”

Subito dopo il cielo si riempì di una moltitudine luminosa che cantava:
“Gloria a Dio nei luoghi altissimi,
e pace in terra agli uomini che egli ama.”

Poi di colpo tornò il buio. I pastori anziani si alzarono: “Andiamo fino a Betlemme!”. Io volevo seguirli, ma dissero che qualcuno doveva restare con le pecore. All’inizio obbedii, poi corsi dietro a loro gridando: “Fermi, voglio venire anch’io a Betlemme!”.

La stalla l’abbiamo trovata presto. Dentro c’erano un uomo stanco, una giovane donna e un neonato in una mangiatoia. Raccontammo degli angeli; Maria ascoltava e custodiva ogni parola. Davanti a quel bambino povero, i nostri cuori si riempirono di una gioia che ancora oggi non so spiegare: Dio non nasce nei palazzi, ma tra gente come noi.

A un tratto arrivarono tre uomini vestiti in modo ricco, profumati d’oriente. Si inginocchiarono, deposero oro, incenso e mirra. Molti anni dopo, uno di loro venne a Gerusalemme; era ormai anziano. Mi disse:

«Anch’io ho seguito un segno in cielo. Non sono pastore, ma sapiente: studio le stelle. Ne ho vista una nuova e ho capito che annunciava un re. Ho attraversato deserti, palazzi, ho parlato con Erode, che tremava all’idea di un “re dei Giudei”. Ma la stella ci ha guidati oltre la paura dei potenti, fino a quel bambino povero. Quando l’ho visto, tutta la mia sapienza è caduta: ho capito che il vero re è chi ama, non chi domina. Per questo ho deposto il mio oro ai piedi di chi non aveva neppure una culla».

Dopo quella notte, per anni la vita è tornata dura e uguale. Finché un giorno, portando pecore al tempio, ho sentito un uomo predicare: era Pietro. Parlava di Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto. Quando ha detto “Gesù”, ho rivisto il bambino della mangiatoia.

Gli ho raccontato la nostra notte; lui mi ha raccontato gli anni con Gesù adulto. Da allora, quando posso, mi unisco alla comunità di Gerusalemme: pastori e mercanti, schiavi e liberi, ebrei, samaritani e greci, uomini e donne. Nessuno è emarginato.

Ogni volta che preghiamo, io alzo la voce e insegno a tutti le parole di quella notte:
“Gloria a Dio nei luoghi altissimi,
e pace in terra agli uomini che egli ama.”

Jens Hansen Mastodon

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boicottare USA per salvarci la pelle

Ora è più che mai necessario boicottare prodotti USA e di dire no ai 'servizi' informatici di oltreoceano. Ci sono tante opzioni e possibilità.

Dire addio a Microsoft per approdare a

Linux (addio a Windows) Libre office (addio a MS Office) Mirotalk o Jitsimeet (addio a teams)

Tutti i servizi google possono essere sostituiti da Nextcloud (calendario, rubrica, drive, whatsapp ...)

C'è un mondo libero per tutti i device dal cellulare al PC

Il mio pc è con Linux, le videoconferenze, le faccio con mirotalk, il mio cellulare è con e/OS, un android libero da Google La mia mail privata è su infomaniak, che è un servizio svizzero molto avanzato, perchè il calore prodotto dai suoi server, lo usa per il teleriscaldamento

Liberati anche tu, ci sono tante persone che possono darti una mano, me incluso.

Se non ci moviamo oggi, domani un blocco internet che spegne i 'servizi' USA creerà morti e caos perché ospedali, banche, scuole e governo si sono 'affidati' a loro

Jens Hansen Mastodon

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Micaela Frulli, prof.ssa Ordinaria Diritto Internazionale. Università di Firenze:

“Non è una crisi dell’ordine globale. È il suo smantellamento deliberato a colpi di presunti valori occidentali. Questo non è disordine. È una deriva inarrestabile. È una scelta criminale, terrorista. Terrorizzare il mondo per ridurlo alla sudditanza.

A Gaza, lo diciamo da tempo, siamo davanti a un genocidio conclamato. Relatori e commissioni di inchiesta dell’ONU hanno denunciato il genocidio. La Corte internazionale di giustizia ha constatato il rischio plausibile di genocidio. Questo avrebbe dovuto fermare tutto, soprattutto l’Europa e l’Italia, e invece non ha fermato nulla. Quando un genocidio non solo non scuote la coscienza pubblica, ma non produce alcuna conseguenza politica, significa che il diritto è già stato messo da parte. Significa dare il via libera ad altre violazioni, ad altri abusi.

Eccoli, dunque, gli altri abusi

I dazi sono usati come armi, come se l’interdipendenza fosse una colpa da punire.

Groenlandia e Panama sono evocate come territorio di conquista, come se l’autodeterminazione fosse un dettaglio e non un principio. La Palestina ci aveva avvertito.

L’Ucraina diviene solo un giacimento di terre rare da sfruttare, senza un cenno alle centinaia di migliaia di civili morti nel conflitto.

L’Iran è trattato come il nemico perfetto per dimostrare come la minaccia preventiva permanente prende il posto della diplomazia.

E infine, in Venezuela, passa senza sostanziale condanna il sequestro e la deportazione di un Presidente straniero, mentre il suo paese viene colpito militarmente, come se niente fosse. Legittimo o no, dittatore o meno, quella intrapresa dagli Stati Uniti di Trump non è la strada.

Siamo alla normalizzazione dell’arbitrio: la forza che precede la legge, l’azione che sostituisce il giudizio, il potere che si autoassolve. E l’arbitrio è solo violenza che prepara altra violenza.

Quando il diritto viene sistematicamente violato senza conseguenze, la risposta non è simbolica, è pratica: invocare e pretendere il rispetto del diritto internazionale. Chiedere ai governi responsabili, se ancora ce ne sono, di farlo. Chiedere giustizia. Non servono nuove regole, basta applicare quelle esistenti. Il diritto internazionale non è facoltativo. E se smettiamo di difenderlo adesso, non lo ricostruiremo domani.”

3 gennaio 2025

Jens Hansen Mastodon

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Sermone su Apocalisse 21, 5

Versione italiana del sermone

Versione in twi del sermone

«Dio dice: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Questo versetto è stato scelto come motto dell’anno. A differenza dei Losungen, cioè dei versetti che troviamo giorno dopo giorno nel libro “Un giorno, una Parola”, l’idea di definire anche un versetto che ci vuole accompagnare per tutto l’anno, è abbastanza nuova.

“L'inventore” è un pastore del Württemberg, Otto Riedmüller, che negli anni Trenta del secolo scorso ha lavorato molto per la gioventù evangelica in Germania, con l'obiettivo di unire i giovani. Egli ha voluto contrapporre consapevolmente agli slogan e alle parole d'ordine dei nazisti le parole della Bibbia e nel 1930 ha pubblicato il primo motto dell'anno.

Oggi è il gruppo di lavoro ecumenico a stabilire i motti dell’anno. Io trovo che l'aspetto ribelle, il carattere graffiante del motto annuale sia importante anche per la mia vita. Ci sono molte voci dentro di me e fuori di me che vogliono raccontarmi sciocchezze e assurdità, e a volte è importante semplicemente opporvi con coraggio una parola come il versetto per il 2026. È infatti una parola molto forte e piena di speranza. > Dio dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», così recita il motto dell'anno.

Come ogni anno scelgo un immagine da un’artista che con la sua arte vuole dare un’interpretazione al versetto. Per iniziare diamo quindi uno sguardo all’immagine.

Speranza

Più guardo l’immagine della artista Dorothee Kraemer, più ho l’impressione che si sta aprendo una tenda e al centro dell’immagine entra la luce che brilla. Ma non c’è solo luce, ci sono tanti colori dallo scuro al chiaro e in fono vediamo due lettere maiuscole dell’alfabeto greco, l’alfa e l’omega. È come se l’artista volesse invitarci a guardare meglio, a prendere sul serio l’ecco all’inizio. E oggi vogliamo farlo, guardare meglio il nostro versetto. La mia prima esperienza con il brano, e forse anche il più intenso ormai risale a oltre 30 anni fa:

come vicario e poi come pastore, ho celebrato molti funerali. Ma ce n’è uno in particolare che forse non dimenticherò mai: la prima volta che è morto un bambino, pochissimo tempo dopo la nascita.

Avevo già fatto più di dieci funerali. Sapevo, più o meno, come ci si muove in quel territorio fragile che è il colloquio con i familiari in lutto. Ma quella volta era diverso. Ricordo il piccolo feretro bianco. Ero in un’età in cui diventare padre non era più un’ipotesi astratta, anzi avevo già un figlio e la figlia stava per nascere. Quella vista mi ha prosciugato tutte le energie.

La madre aveva preso farmaci per riuscire semplicemente a reggere la giornata. La nonna, quando ha visto quella piccola bara, è crollata a terra, urlando e piangendo.

In quel momento, dentro di me, ho pensato:

“Come faremo a sopravvivere a questo? Cosa si può dire? Come si fa semplicemente a restare in piedi?”

Subito dopo il saluto iniziale, la madre mi indica una Bibbia aperta sul tavolo, la prendo e vedo dei versetti evidenziati:

«Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né dolore… E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.» (Ap 21,4–5)

Lo leggevo e rileggevo nella mia mente prima che la madre prendesse in mano la Bibbia.

In quel momento ho capito che non dovevo far capire o spiegare questo testo. Non era il momento di farne un’analisi teologica brillante.

Ho percepito che queste parole sono state lette, per quasi duemila anni, sui bordi di abissi come questo.

Sono come una ciambella di salvataggio lanciato dall’eternità. Non una spiegazione, ma una ciambella a cui aggrapparsi, un supplemento di forza, una presenza.

Solo mentre venivano lette, io stesso ho ritrovato un po’ di voce, un minimo di appoggio interiore. E ho capito che il mio compito, come pastore, non era “spiegare il perché”, ma stare lì e rendere visibile un appoggio che non viene da noi: questa Parola che, proprio davanti all’indicibile, non crolla.

Con questa esperienza negli occhi e nel cuore oggi ascoltiamo di nuovo: > «Dio dice: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Queste parole non ci toccano tutti allo stesso modo.

A volte sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno: una ciambella di salvataggio a cui tenerci quando non sappiamo più come andare avanti. Altre volte ci lasciano perplessi: il mondo continua a essere duro, le lacrime non sono asciugate, la morte non è “sparita”.

E allora ci chiediamo:

“Davvero, Signore? Dove si vede che Tu fai nuove tutte le cose?” Questa tensione tra promessa e realtà è esattamente il luogo in cui nasce il libro dell’Apocalisse.

Giovanni si trova in esilio sull’isola di Patmos, allontanato per la sua fede in Gesù.

Scrive a comunità piccole, fragili, sotto pressione: la potenza di Roma pretende una sorta di adorazione religiosa, il culto dell’imperatore. Dire “Gesù è il Signore” vuol dire contestare la pretesa del potere politico che si dichiara “divino”.

L’Apocalisse è, allo stesso tempo: • un atto di resistenza: solo Dio è l’Alfa e l’Omega; • e una lettera pastorale: un testo per comunità spaventate, stanche, confuse.

Per questo, dopo tutte le immagini forti, dopo le crisi, le bestie, le piaghe, nel capitolo 21 Giovanni vede finalmente: «un cielo nuovo e una terra nuova» e la città santa che scende da Dio.

È come se, alla fine di un incubo, si aprisse una finestra e entrasse aria fresca.

E proprio lì risuona:

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Questa frase non nasce in un mondo facile. Nasce sul bordo dell’abisso. Per questo può parlare anche ai nostri abissi.

La citazione «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» è una promessa straordinaria. Un motivo di speranza. Perché Dio è l'alfa e l'omega, l'inizio e la fine, luce che arriva nell'oscurità. La luce amplia lo sguardo oltre i tempi bui. I colori allegri rappresentano la speranza di cui abbiamo così tanto bisogno. Nel capitolo 21 succede qualcosa di quasi unico.

Finora Giovanni vede visioni: “Vidi un cielo nuovo e una terra nuova… vidi la città santa…”.

Ma improvvisamente non solo vede: sente. In mezzo alla visione c’è una voce. Non è più un angelo, non è un essere intermedio: è la voce di Colui che siede sul trono, è Dio stesso che parla.

Nel libro dell’Apocalisse la parola diretta di Dio compare solo in un altro punto (1,8). È rarissima. Qui Dio prende la parola in prima persona: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Ed è interessante quel tempo verbale.

Giovanni ha appena detto: > «Vidi un cielo nuovo e una terra nuova, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non c’era più…» Saremmo quasi tentati di aspettarci che Dio dica: “Ecco, ho fatto nuove tutte le cose.”

Come se fosse il commento finale, dopo che tutto è stato già creato di nuovo. Ma Dio non dice “ho fatto”. Dice: “io faccio”, adesso.

Questo ci impedisce di immaginare la scena come un film del futuro proiettato sullo schermo.

Queste parole non sono solo la didascalia di un evento che accadrà “alla fine del mondo”. Sono un verbo al presente, una parola che entra nel nostro adesso:

“Io faccio nuove tutte le cose” – oggi. Nel mezzo della storia, non solo dopo la storia.

Lo stesso vale per la frase: “il mare non c’è più”. Se cielo e terra sono nuovi, non servirebbe elencare: “e neanche il mare, e neanche la steppa, e neanche le montagne…”. Il “mare” è un’immagine biblica: simbolo del caos, delle forze oscure, distruttive, incontrollabili.

Dire che “il mare non c’è più” significa:

“Le forze del caos, del male distruttivo,non avranno più spazio.”

E poi Giovanni vede la città santa, la nuova Gerusalemme, che scende dal cielo.

È Dio che viene verso di noi. Non siamo noi a scappare via da questa terra per “andare in cielo”. Non è un racconto di fuga dalla realtà, ma una promessa per questa realtà:

Il Regno di Dio viene, la presenza di Dio abita in mezzo al mondo, la creazione non è buttata via, è trasformata, guarita, portata a compimento.

Quando Dio dice: «Io faccio nuove tutte le cose», non sta annunciando la cancellazione della terra, ma la sua liberazione.

Per questo questa frase è, allo stesso tempo: • parola per il futuro ultimo – la nuova creazione, • e parola per il presente – un Dio che, già ora, entra nelle nostre storie, contrasta le forze di morte, apre possibilità nuove.

Concludo

Torniamo a quel piccolo feretro bianco. Lì non avevo bisogno di una lezione sul futuro del mondo. Avevo bisogno – avevamo tutti bisogno – di una parola che reggesse il peso di quel momento.

«Dio asciugherà ogni lacrima…Ecco, io faccio nuove tutte le cose.» Queste frasi sono state lette accanto a troppi letti di ospedale, in troppe stanze di lutto, in troppi luoghi di guerra e di disperazione, per poterle ridurre a teoria.

Sono state e sono una ciambella di salvataggio, parole che tengono insieme chi non ce la fa più a tenersi da solo.

Non spiegano tutto. Non tolgono il dolore come per magia. Ma aprono uno spazio dove, insieme al pianto, può ancora esserci speranza.

All’inizio di questo anno questa voce di Dio risuona anche per noi: > «Ecco, io faccio nuove tutte le cose.» Forse non vediamo ancora come. Forse ci chiediamo se sia davvero vero. Ma possiamo stare, per un momento, come quella famiglia davanti al piccolo feretro: senza risposte, eppure aggrappati a una parola che non è nostra, ma di Colui che era, che è e che viene.

Lasciamo che questa parola ci raggiunga, ci sostenga, ci faccia alzare ancora una volta in piedi.

E possiamo pregare: Signore, Tu conosci i nostri abissi, quelli personali e quelli del mondo. In molti luoghi il mare del caos sembra più forte di Te. Eppure Tu dici: “Io faccio nuove tutte le cose”. Fa’ che questa promessa diventi per noi non teoria, ma sostegno. Entra nelle nostre storie, asciuga le lacrime che non sappiamo asciugare, rialza ciò che pensiamo perduto, libera questo mondo dalle forze di morte. E quando non capiamo, resta Tu il nostro appoggio. Oggi e fino al giorno in cui vedremo con i nostri occhi ciò che ora possiamo solo credere. Amen.

Jens Hansen Mastodon

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Registrazione per la Radio RAI FVG

Mi chiamo Erode. Sono re dei Giudei.
Dormo poco, e male. Il potere non lascia riposare: troppi nemici, troppi complotti. Il trono me lo sono dovuto conquistare con guerre, sangue e denaro. Il Senato di Roma mi ha dato il titolo, ma la terra me la sono presa io, a caro prezzo.
Per questo non ho scrupoli: i mercenari morti costano meno, i sospetti li elimino. Se fosse necessario ucciderei perfino un mio figlio, pur di rimanere re.

Da giorni, però, c’è qualcosa che mi turba più di qualunque congiura: un sogno, sempre lo stesso.
Sono sulla terrazza del palazzo, guardo verso oriente. All’orizzonte compaiono tre figure. Camminano lente, maestose, finché arrivano davanti al palazzo. In mano portano doni da re: oro, incenso, mirra. Poi, appena mi preparo a riceverli, spariscono ridendo.
Mi sveglio sudato, col cuore che batte.

Tre notti fa il sogno è cambiato.
Stessa scena, ma questa volta riesco a scendere e a parlare con loro.
“Chi cercate?” chiedo.
“Siamo venuti ad adorare il Re dei Giudei” rispondono.
“Sono io” dico, quasi offeso. “Chi vi manda?”
“No, noi cerchiamo il neonato Re dei Giudei.”
Neonato. Re.
Ho sentito il sangue ghiacciarsi. Loro sono scomparsi ridendo, come le altre volte.

Non ce l’ho fatta più. Quel sogno non era solo un sogno: era un avvertimento. Un concorrente. Un altro re.
Sono andato dai sacerdoti. Loro sanno leggere i segni, e sanno anche che, se mentono, li faccio uccidere.

Racconto il sogno. Il più anziano mi dice:
“Se il sogno si ripete, l’evento è già avvenuto o è vicino.”
“Che evento?” ringhio.
“I profeti hanno parlato di un Messia, un re come Davide, della sua discendenza. Uno che ristabilirà il Regno d’Israele.”
“E dove dovrebbe nascere?”
Minimizzano, cercano di calmarmi: “Sono parole per tener viva la speranza, ma… Michea parla di Betlemme. Un villaggio insignificante.”

Betlemme. Un buco di paese.
Li congedo e do ordine alle guardie: di notte i due sacerdoti devono sparire. Nessun testimone.
Poi chiamo il centurione della guardia. Gli do l’ordine:
“Andrai a Betlemme e nei dintorni. Casa per casa. Ucciderai tutti i maschi fino a due anni. Tutti.”

Lui non fa domande. Prende i suoi uomini più duri e parte.
Io, per la prima volta da giorni, mi stendo e dormo. È bello sapere che le cose si possono “aggiustare”.

Dopo due giorni torna: “Missione compiuta.”
Salgo sulla terrazza, guardo l’orizzonte. Nessuna figura da oriente. Respiro. Ho agito in tempo.

Ma un pensiero non mi lascia in pace.
Mi viene in mente il profeta Isaia. Parla di un altro re, di un Regno di pace, di giustizia, di uno che governa non con la spada ma con… l’amore.
Amore. Per me è debolezza pura. Con tutti i morti che ho causato, non saprei come difendermi da un re così. Uno che non gioca al gioco del potere, che non risponde alla violenza con violenza.

Se quel re d’amore arrivasse davvero… sarebbe la mia fine.
E, da quella notte, ho ancora più paura di dormire.

Jens Hansen Mastodon

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Predicazione su Giobbe 42, 1-6

il Natale è passato e forse già ci stiamo preparando per il Capodanno.

Eppure, oggi siamo invitati a tornare ancora una volta alla nascita di Gesù, ma da un punto di vista molto insolito.

Questa prospettiva particolare ci è offerta da un testo dell’Antico Testamento.

Si rivolge soprattutto a quelle persone che a Natale non erano affatto “dell’umore giusto” per festeggiare: a chi fa fatica a credere e a chi vive momenti di sofferenza. Nel nostro versetto biblico ascoltiamo la voce di una persona che ha difficoltà con la fede, ma che incontra Dio e, grazie a questo incontro, vede se stessa sotto una luce nuova.

Ascoltiamo ora il nostro testo biblico.

Parla Giobbe (Giobbe 42,1-6):

1 Allora Giobbe rispose al SIGNORE e disse: 2 «Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. 3 Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato, ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. 4 Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami! 5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto. 6 Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere».

Giobbe, un uomo in crisi di fede

Giobbe è un uomo che fa fatica a credere.

Ma non è sempre stato così. All’inizio del libro scopriamo che viveva con la sua numerosa famiglia in un paese lontano, nella terra di Uz, ed era molto ricco.

Poi, in rapida successione, si abbattono su di lui terribili catastrofi.

Un messaggero dopo l’altro porta brutte notizie.

Il mondo di Giobbe crolla: i suoi figli muoiono, i suoi grandi possedimenti vanno perduti, e alla fine anche lui si ammala gravemente.

Nelle situazioni di sofferenza è molto importante il modo in cui chi ci circonda reagisce al nostro dolore: se ci aiuta ad affrontare ciò che stiamo vivendo, oppure se si allontana, imbarazzato e insicuro.

Purtroppo, Giobbe trova ben poco aiuto nella sua sofferenza. La prima a prendere le distanze dal suo attaccamento alla fede è sua moglie. Piena di amarezza, dice al marito affranto: «Rinnega Dio e muori» (Giobbe 2,9).

Poi anche Giobbe stesso comincia a dubitare, fino al punto di maledire il giorno della sua nascita. Tre amici vanno a fargli visita, a questo uomo ormai povero fuori e dentro.

All’inizio, questa visita è un vero dono.

Spesso infatti chi soffre viene evitato da chi sta bene. Se chiediamo: «Perché non vai a trovare il tuo vicino malato?», spesso ci sentiamo rispondere: «E cosa dovrei dirgli?». Ma non è necessario avere sempre le parole giuste. Molte volte basta non evitare chi soffre, ma stargli vicino e ascoltarlo.

Gli amici di Giobbe siedono accanto a lui in silenzio per sette giorni. La sua sofferenza li tocca profondamente. Ma poi decidono di parlare. E qui cominciano i guai.

Le parole che feriscono

Tutti e tre gli amici usano una “medicina” molto pericolosa. Conoscono solo uno schema: la devozione porta benedizione, l’empietà porta sventura. Chi soffre, secondo loro, ha sicuramente peccato.

Perciò dicono a Giobbe: cerca il peccato nella tua vita, torna a Dio, e allora starai di nuovo bene. Non si rendono conto di quanto queste parole siano devastanti per Giobbe, che ha sempre vissuto in modo pio e timorato di Dio.

E non vedono neppure quanto siano presuntuose: a loro le cose vanno bene, quindi si sentono “a posto” con Dio.

Nel libro di Giobbe, però, c’è un retroscena che nessuno dei personaggi conosce. Solo il lettore ne è messo al corrente. Siamo trasportati in cielo: Satana si presenta davanti a Dio e afferma: «Nessuno ti onora per quello che sei. Gli uomini vengono da te solo per interesse. Se togli loro i tuoi doni, ti volteranno le spalle». Dio rifiuta questa visione cinica dell’essere umano.

Per quanto riguarda Giobbe, agli occhi di Dio non è affatto così: Giobbe è un uomo che crede sinceramente.

Leggendo il Libro di Giobbe, capiamo quindi che, quando incontriamo qualcuno che soffre, dobbiamo essere molto umili. Ci sono tanti retroscena, tante dimensioni nascoste di una sofferenza, che noi non conosciamo.

Uno dei pesi più grandi di Giobbe è proprio questo: non ha nessuno davvero al suo fianco. Sua moglie ha messo in discussione la sua fede. I suoi amici lo accusano e cercano di convincerlo che è lui il colpevole. L’unico sostegno In mezzo a questa solitudine, Giobbe ci sorprende. In sostanza dice: «Tutti mi hanno lasciato. Ho solo uno che mi resta accanto: Dio. Certo, non lo capisco più».

Nonostante tutto ciò che deve sopportare e nonostante tutte le domande senza risposta, Giobbe resta attaccato a Dio.

Questa lunga lotta con Dio è nota a molte persone che hanno dovuto percorrere strade difficili. Questa lotta può durare anni, passare attraverso una lunga notte, attraversare tunnel in cui non si vede ancora la luce. Giobbe è convinto che nella sua vita tornerà la luce solo quando potrà incontrare Dio. E proprio questo avviene: nel libro di Giobbe, alla fine, c’è un incontro con Dio.

Ed è il secondo punto importante del nostro testo di oggi.

Dio prende l’iniziativa

L’incontro nasce da un’iniziativa di Dio.

È Dio che comincia il dialogo con Giobbe, ponendogli delle domande. Attraverso queste domande, Giobbe riconosce la grandezza, la maestà, la potenza creatrice di Dio. Capisce che i pensieri di Dio superano i suoi pensieri, che la sapienza di Dio supera la sua comprensione.

Ed è proprio questo dialogo tra Dio e Giobbe che rende così attuale questo testo nei giorni di Natale.

Perché da allora, Dio ha cercato il dialogo con noi esseri umani in modo ancora più diretto e chiaro di quanto abbia fatto con Giobbe. Con Giobbe Dio parla ponendo molte domande.

Con noi, Dio si rivela in Gesù. Dopo il suo dialogo con Dio, Giobbe dice: «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto».

Quanto più possiamo far nostre queste parole noi, dopo il Natale! Perché in Gesù Dio si è mostrato a noi come mai prima, come in nessun altro luogo. Gesù può dire: «Chi ha visto me ha visto il Padre… Io e il Padre siamo uno» (cfr. Giovanni 14). Per questo la venuta di Dio in Gesù ha un significato unico per tutta l’umanità.

Dal “sentito dire” al “vedere”

Noi esseri umani, con le nostre forze, non troviamo Dio in nessun angolo dell’universo. Non riusciamo a comprenderlo da soli.

Ma dal Natale in poi possiamo riconoscere con gratitudine che il Dio eterno e nascosto è venuto a noi in Gesù e si è unito a noi, per la nostra salvezza.

Qui, davanti al presepe di Gesù, lo incontriamo. Quando ci fermiamo davanti a Gesù – davanti alla sua mangiatoia, alla sua vita, alla sua croce e infine alla sua tomba vuota – allora abbiamo la certezza che, nonostante tutti gli enigmi del mondo, ci troviamo nel luogo in cui Dio ci parla più chiaramente. E ci parla con amore, per la nostra salvezza. Qui vediamo il volto di Dio. Qui possiamo veramente ripetere le parole di Giobbe: finora abbiamo conosciuto Dio solo per sentito dire.

Ora i nostri occhi lo hanno visto. Se invece togliamo Gesù, se cancelliamo le sue parole e il suo destino dal nostro orizzonte, allora l’oscurità ci avvolge e ci assale il non-senso. Perché senza di lui incontriamo solo esseri umani mortali e pensieri segnati dalla morte.

Le parole di Giobbe trovano a Natale un compimento che nessun uomo avrebbe potuto immaginare. Davanti al presepe di Betlemme passiamo dal “sentito dire” al “vedere con i propri occhi”. Qui possiamo davvero dire, con gratitudine: «Ora i miei occhi ti hanno visto».

Vedere Dio, vedere noi stessi Perché questo versetto biblico sia per noi fonte di benedizione, dobbiamo ricordare anche un terzo aspetto: dopo l’incontro con Dio, anche Giobbe vede se stesso sotto una luce nuova: alla luce di Dio. Chi legge tutto il libro di Giobbe rimane colpito dall’insistenza con cui i suoi amici tentano di convincerlo di una colpa nascosta. Per loro il ragionamento è semplice: se a uno le cose vanno male, è perché ha peccato. E, rovesciando il discorso, siccome a loro va tutto bene, deducono che il loro rapporto con Dio è in ordine. Certo, ci sono situazioni in cui una persona può dire, come il figliol prodigo: «Se sono finito nella miseria, è perché ho lasciato la casa del Padre. Per questo voglio tornare indietro». Ma questa è una consapevolezza che solo la persona stessa può raggiungere davanti a Dio. Sorprendentemente, però, anche Giobbe, alla fine, parla della sua colpa. Dice: «Ora i miei occhi ti hanno visto. Perciò mi dichiaro colpevole e mi pento sulla polvere e sulla cenere».

Questa consapevolezza non gli viene dagli amici. Nasce dall’incontro con Dio. Esiste una conoscenza di sé che nasce solo davanti al Dio santo: alla sua luce improvvisamente ci vediamo in modo diverso, più vero, più profondo.

Proprio nella luce di Dio ci vediamo in un modo totalmente diverso rispetto al giudizio degli uomini. In questa luce comprendiamo che abbiamo bisogno di qualcuno che elimini ciò che è storto e sbagliato nella nostra vita. Anzi, ancora di più: in questa luce possiamo riconoscere che Dio stesso vuole togliere tutte le nostre mancanze e tutti i frammenti incompiuti del lavoro della nostra vita.

Peccatori benedetti

Che dono: nella luce di Gesù possiamo riconoscerci come peccatori benedetti! Gesù non ci umilia, non ci annienta. Da lui riceviamo perfino la dignità di essere figli e figlie di Dio. Perché lui stesso ci chiama suoi fratelli e sorelle.

Jens Hansen Mastodon

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