Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Sermone su Matteo 3,13-17

oggi siamo invitat* a riflettere sul battesimo di Gesù così come ce lo narra l'evangelista Matteo. Per gli evangelisti era fondamentale chiarire il rapporto tra Giovanni Battista e Gesù, poiché tra i primi cristiani e i discepoli di Giovanni esisteva una certa rivalità.

Il movimento del Battista è sopravvissuto a lungo. Ne abbiamo una testimonianza negli Atti degli Apostoli: quando Paolo predica a Efeso, incontra un certo Apollo che però è solo stato battezzato con il battesimo di Giovanni.

Nella preparazione di questo sermone ho approfondito ulteriormente il movimento del Battista, perché ancora oggi in Iraq esiste una comunità religiosa, i Mandei, che risale alla comunità dei discepoli di Giovanni Battista.

Gli studi odierni ritengono che Gesù fosse originariamente un discepolo e un seguace di Giovanni, e che abbia ricevuto il battesimo da lui. Solo successivamente si è distaccato dal maestro e ha intrapreso la propria via. Non è dunque sorprendente che un evangelista cristiano abbia sentito la necessità di chiarire la relazione tra Giovanni e Gesù.

Questo chiarimento del rapporto lo troviamo anche nel Vangelo di Luca. L'intero primo capitolo, con Elisabetta, Maria e i loro figli Giovanni e Gesù, cerca di mostrare, a suo modo, quale sia il rapporto tra i due.

In Matteo, già la vicenda della nascita e della fuga in Egitto stabilisce con chiarezza che Gesù è qualcuno di straordinario, anzi, il Figlio eletto di Dio. Ci si può dunque chiedere: perché mai dovrebbe farsi battezzare?

Se osserviamo più da vicino il testo, notiamo che l'iniziativa del battesimo non viene da Giovanni, ma da Gesù. Egli viene apposta dalla Galilea al Giordano con l'intenzione di farsi battezzare.

Il luogo sulla riva orientale del fiume dove battezza Giovanni ha un significato simbolico particolare: è il luogo in cui gli Israeliti sotto Giosuè si prepararono, dopo 40 anni di peregrinazione nel deserto, a varcare il Giordano ed entrare finalmente nella terra che Dio aveva promesso al popolo. Ciò che allora fu luogo di passaggio verso un futuro di salvezza nella terra promessa, diventa ora nuovamente scenario di una transizione di grande portata: il cielo si aprirà e il regno di Dio avrà inizio.

Ma Giovanni non accoglie Gesù con gioia ed entusiasmo. No, cerca di dissuaderlo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Giovanni riconosce in Gesù Colui che è più forte. È interessante osservare che Giovanni non inizia una predica di penitenza né chiede a Gesù di confessare i suoi peccati, come fa con i farisei, gli scribi e tutta la gente.

A Giovanni è subito chiaro che questi è l'uomo di cui aveva detto: «Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma viene dopo di me uno che è più forte di me... Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco» (Mt 3,11). Gli esegeti posteriori hanno tratto da questo comportamento la conclusione che Gesù fosse senza peccato, ma per Matteo questo aspetto non è nemmeno dibattuto.

Ciò che segue è duplice e centrale: la risposta di Giovanni all'obiezione di Gesù. Nel Vangelo di Matteo è la prima volta che Gesù parla. Il peso di questa risposta è ulteriormente aumentato dal fatto che nei racconti di Marco e Luca Gesù rimane in silenzio. Ciò che Gesù dice qui a Matteo deve dunque essere importante: «Lascia fare così ora, perché conviene adempiere ogni giustizia». Gesù vuole far trionfare la giustizia, anche se in questo momento non è chiaro cosa significhi esattamente. Con questa osservazione si riferisce in anticipo alla sua morte come servo sofferente di Dio? Vuole dare ai cristiani un esempio di come comportarsi? Oppure si tratta dell'adempimento di una profezia?

Per risolvere la questione, dobbiamo consultare il testo originale greco. Che cosa significa esattamente “giustizia” e “adempiere”? Il termine usato per “giustizia” è molto importante per Matteo, che lo usa ripetutamente nel suo Vangelo.

Nel contesto biblico ci sono due possibilità di significato: da un lato, potrebbe trattarsi di una norma di comportamento che Dio richiede all'uomo. Dio, ad esempio, ci chiede di non uccidere il prossimo. Anche Gesù sembra sottostare a un comando divino: la situazione descritta al Giordano suggerisce che sia necessario procedere con il battesimo, tanto che Gesù insiste nonostante la resistenza di Giovanni.

Dall'altro lato, il termine “giustizia” può essere inteso in modo più ampio. Nella Bibbia ebraica è spesso usato per indicare l'intero ordinamento giuridico e salvifico instaurato da Dio.

La questione è: quale di questi significati è quello che Gesù intende quando dice di voler adempiere ogni giustizia con il suo battesimo?

Dobbiamo ricordare che il battesimo di Giovanni non appartiene al sistema tradizionale di leggi e promesse di salvezza. Il suo rituale battesimale era, per così dire, un'innovazione. Non era un bagno purificatorio come quelli comuni all'epoca, che ogni persona poteva fare da sé. La particolarità del battesimo di Giovanni era che richiedeva due persone: il battezzando e il battezzatore. Questo era una novità.

È dunque improbabile che Gesù con le sue parole intenda dire che vuole semplicemente adempiere la legge di Mosè. L'espressione “adempiere ogni giustizia” indica piuttosto che Gesù vuole compiere l'intera volontà di Dio. Questa volontà va al di là dei comandamenti della Bibbia ebraica ed è molto più ampia. Tutto nella risposta di Gesù a Giovanni indica che non si tratta di compiere un rituale speciale per il Messia. Dalla bocca di Giovanni stesso abbiamo appreso che questo rituale non gli è necessario. Si tratta piuttosto di indicare ai cristiani la via verso questa nuova, più ampia interpretazione del concetto di giustizia.

Poiché Gesù si fa battezzare, anche i cristiani devono farsi battezzare. Questa giustizia allargata è per Gesù un obiettivo molto importante e vuole che i cristiani lo seguano su questa strada. Così sentiamo nella Sermone sulla Montagna: «Poiché io vi dico che, se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli.» (Mt 5,20) e alla fine del Vangelo: «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. » (Mt 28,19-20).

Vediamo quale ampio respiro ha questo primo discorso di Gesù nel Vangelo di Matteo. Esso diventa una sorta di dichiarazione di principi della sua missione. Il battesimo ricevuto da Giovanni non è in sé questa nuova “migliore” giustizia, ma ne fa parte. Sottoponendosi al battesimo di Giovanni, Gesù mostra la sua obbedienza all'intera volontà di Dio e diventa così modello per tutti i cristiani.

Avevamo anche preso l'impegno di esaminare più da vicino il termine “adempiere” in greco. Il verbo che troviamo nel testo greco originale è usato nel contesto biblico specialmente per l'adempimento di profezie e può essere reso anche come “realizzare”.

È interessante notare che questo termine nel Vangelo di Matteo viene usato solo per le azioni di Gesù stesso; per le azioni dei discepoli si usano altre parole. Questo può essere interpretato come un'indicazione che si tratta dell'azione del Messia che compie la volontà di Dio nella sua pienezza. Matteo descrive molto brevemente l'atto del battesimo. Non gli interessa spiegare il rito e la sua corretta esecuzione, ma solo che il battesimo sia avvenuto. Molto più importante è ciò che Matteo riferisce immediatamente dopo: «Ed ecco, si aprì il cielo ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui».

Per tutti coloro che possono o vogliono vedere, è evidente che si tratta di una persona speciale, perché lo Spirito di Dio scende su di lui. L'apice della narrazione del battesimo di Gesù è tuttavia l'ultimo verso del nostro testo omiletico: «Ed ecco, una voce dal cielo disse: Questi è il Figlio mio amato, nel quale mi sono compiaciuto». Qui risuona il brano di Isaia 42: «Ecco il mio servo... di lui mi compiaccio» (Is 42,1).

Isaia grida al capitolo 64: Oh, squarciassi tu i cieli e scendessi! E ora, nel momento del battesimo, accade: il cielo si è aperto. Il portale verso un altro mondo si è spalancato. Al cinema e in televisione si vedono spesso film di fantascienza in cui tali portali hanno un ruolo importante. Lì la presenza di tali portali è spesso associata a grossi guai per l'umanità e alla fine tutti sono felici quando si richiudono. Ma in Matteo il portale verso il regno di Dio è aperto e tutta la giustizia di Dio ha l'opportunità di entrare nel nostro mondo.

Com'è fatta questa giustizia, lo impariamo in molti modi, specialmente nel Sermone sul Monte. Lì si dice, per esempio, che non si dovrebbe uccidere nessuno per motivi bassi, anzi, addirittura chi dice “sciocco” a qualcuno, agli occhi di Dio ha già commesso un omicidio e sarà punito duramente (Mt 5,21).

Questa è parte della giustizia comprensiva di Dio! Un altro esempio di giustizia che ci coglie regolarmente nella vita quotidiana è quello di non giudicare. Quanto spesso giudichiamo le persone nella nostra vita: per come si vestono, forse per un profumo o un dopobarba, per il colore della pelle, per l'auto che guidano o la lingua che parlano.

La sfida della giustizia comprensiva di Dio sta qui: accettarci gli uni gli altri con amore, così come siamo.

Concludo

Nel Vangelo di Matteo vediamo che Gesù ci mostra la via pratica di questa migliore giustizia di Dio, di cui ci parla nel Sermone sulla Montagna. Egli non predica solo questa via di giustizia, ma la percorre prima dei suoi discepoli – e quindi anche davanti a noi. Nella consapevolezza che il cielo è ora aperto, possiamo seguirlo senza esitazioni. Gesù ci promette: «Beati i perseguitati per la giustizia, di loro è il regno dei cieli» (Mt 5,10).

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Registrazione per Radio RAI FVG

Mi chiamo Amos, sono pastore. Oggi ho quasi cinquant’anni, ma quella notte nei campi di Betlemme la porto ancora negli occhi. Avevo otto anni, ero l’ultimo degli apprendisti, quello che nessuno prendeva sul serio.

Faceva freddo. Eravamo seduti intorno al fuoco, sotto un cielo pieno di stelle. Mormoravo il salmo che mia madre amava: “Quand’io considero i tuoi cieli… che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?”.

All’improvviso, davanti a noi, comparve un uomo. Sembrava uno come tanti, ma intorno a lui c’era una luce che non avevo mai visto. Noi pastori siamo gente emarginata, considerata impura: pensammo a un castigo.

L’uomo parlò:
“Non temete: vi porto una buona notizia di grande gioia. Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. Questo il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia.”

Subito dopo il cielo si riempì di una moltitudine luminosa che cantava:
“Gloria a Dio nei luoghi altissimi,
e pace in terra agli uomini che egli ama.”

Poi di colpo tornò il buio. I pastori anziani si alzarono: “Andiamo fino a Betlemme!”. Io volevo seguirli, ma dissero che qualcuno doveva restare con le pecore. All’inizio obbedii, poi corsi dietro a loro gridando: “Fermi, voglio venire anch’io a Betlemme!”.

La stalla l’abbiamo trovata presto. Dentro c’erano un uomo stanco, una giovane donna e un neonato in una mangiatoia. Raccontammo degli angeli; Maria ascoltava e custodiva ogni parola. Davanti a quel bambino povero, i nostri cuori si riempirono di una gioia che ancora oggi non so spiegare: Dio non nasce nei palazzi, ma tra gente come noi.

A un tratto arrivarono tre uomini vestiti in modo ricco, profumati d’oriente. Si inginocchiarono, deposero oro, incenso e mirra. Molti anni dopo, uno di loro venne a Gerusalemme; era ormai anziano. Mi disse:

«Anch’io ho seguito un segno in cielo. Non sono pastore, ma sapiente: studio le stelle. Ne ho vista una nuova e ho capito che annunciava un re. Ho attraversato deserti, palazzi, ho parlato con Erode, che tremava all’idea di un “re dei Giudei”. Ma la stella ci ha guidati oltre la paura dei potenti, fino a quel bambino povero. Quando l’ho visto, tutta la mia sapienza è caduta: ho capito che il vero re è chi ama, non chi domina. Per questo ho deposto il mio oro ai piedi di chi non aveva neppure una culla».

Dopo quella notte, per anni la vita è tornata dura e uguale. Finché un giorno, portando pecore al tempio, ho sentito un uomo predicare: era Pietro. Parlava di Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto. Quando ha detto “Gesù”, ho rivisto il bambino della mangiatoia.

Gli ho raccontato la nostra notte; lui mi ha raccontato gli anni con Gesù adulto. Da allora, quando posso, mi unisco alla comunità di Gerusalemme: pastori e mercanti, schiavi e liberi, ebrei, samaritani e greci, uomini e donne. Nessuno è emarginato.

Ogni volta che preghiamo, io alzo la voce e insegno a tutti le parole di quella notte:
“Gloria a Dio nei luoghi altissimi,
e pace in terra agli uomini che egli ama.”

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boicottare USA per salvarci la pelle

Ora è più che mai necessario boicottare prodotti USA e di dire no ai 'servizi' informatici di oltreoceano. Ci sono tante opzioni e possibilità.

Dire addio a Microsoft per approdare a

Linux (addio a Windows) Libre office (addio a MS Office) Mirotalk o Jitsimeet (addio a teams)

Tutti i servizi google possono essere sostituiti da Nextcloud (calendario, rubrica, drive, whatsapp ...)

C'è un mondo libero per tutti i device dal cellulare al PC

Il mio pc è con Linux, le videoconferenze, le faccio con mirotalk, il mio cellulare è con e/OS, un android libero da Google La mia mail privata è su infomaniak, che è un servizio svizzero molto avanzato, perchè il calore prodotto dai suoi server, lo usa per il teleriscaldamento

Liberati anche tu, ci sono tante persone che possono darti una mano, me incluso.

Se non ci moviamo oggi, domani un blocco internet che spegne i 'servizi' USA creerà morti e caos perché ospedali, banche, scuole e governo si sono 'affidati' a loro

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Micaela Frulli, prof.ssa Ordinaria Diritto Internazionale. Università di Firenze:

“Non è una crisi dell’ordine globale. È il suo smantellamento deliberato a colpi di presunti valori occidentali. Questo non è disordine. È una deriva inarrestabile. È una scelta criminale, terrorista. Terrorizzare il mondo per ridurlo alla sudditanza.

A Gaza, lo diciamo da tempo, siamo davanti a un genocidio conclamato. Relatori e commissioni di inchiesta dell’ONU hanno denunciato il genocidio. La Corte internazionale di giustizia ha constatato il rischio plausibile di genocidio. Questo avrebbe dovuto fermare tutto, soprattutto l’Europa e l’Italia, e invece non ha fermato nulla. Quando un genocidio non solo non scuote la coscienza pubblica, ma non produce alcuna conseguenza politica, significa che il diritto è già stato messo da parte. Significa dare il via libera ad altre violazioni, ad altri abusi.

Eccoli, dunque, gli altri abusi

I dazi sono usati come armi, come se l’interdipendenza fosse una colpa da punire.

Groenlandia e Panama sono evocate come territorio di conquista, come se l’autodeterminazione fosse un dettaglio e non un principio. La Palestina ci aveva avvertito.

L’Ucraina diviene solo un giacimento di terre rare da sfruttare, senza un cenno alle centinaia di migliaia di civili morti nel conflitto.

L’Iran è trattato come il nemico perfetto per dimostrare come la minaccia preventiva permanente prende il posto della diplomazia.

E infine, in Venezuela, passa senza sostanziale condanna il sequestro e la deportazione di un Presidente straniero, mentre il suo paese viene colpito militarmente, come se niente fosse. Legittimo o no, dittatore o meno, quella intrapresa dagli Stati Uniti di Trump non è la strada.

Siamo alla normalizzazione dell’arbitrio: la forza che precede la legge, l’azione che sostituisce il giudizio, il potere che si autoassolve. E l’arbitrio è solo violenza che prepara altra violenza.

Quando il diritto viene sistematicamente violato senza conseguenze, la risposta non è simbolica, è pratica: invocare e pretendere il rispetto del diritto internazionale. Chiedere ai governi responsabili, se ancora ce ne sono, di farlo. Chiedere giustizia. Non servono nuove regole, basta applicare quelle esistenti. Il diritto internazionale non è facoltativo. E se smettiamo di difenderlo adesso, non lo ricostruiremo domani.”

3 gennaio 2025

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Sermone su Apocalisse 21, 5

Versione italiana del sermone

Versione in twi del sermone

«Dio dice: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Questo versetto è stato scelto come motto dell’anno. A differenza dei Losungen, cioè dei versetti che troviamo giorno dopo giorno nel libro “Un giorno, una Parola”, l’idea di definire anche un versetto che ci vuole accompagnare per tutto l’anno, è abbastanza nuova.

“L'inventore” è un pastore del Württemberg, Otto Riedmüller, che negli anni Trenta del secolo scorso ha lavorato molto per la gioventù evangelica in Germania, con l'obiettivo di unire i giovani. Egli ha voluto contrapporre consapevolmente agli slogan e alle parole d'ordine dei nazisti le parole della Bibbia e nel 1930 ha pubblicato il primo motto dell'anno.

Oggi è il gruppo di lavoro ecumenico a stabilire i motti dell’anno. Io trovo che l'aspetto ribelle, il carattere graffiante del motto annuale sia importante anche per la mia vita. Ci sono molte voci dentro di me e fuori di me che vogliono raccontarmi sciocchezze e assurdità, e a volte è importante semplicemente opporvi con coraggio una parola come il versetto per il 2026. È infatti una parola molto forte e piena di speranza. > Dio dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», così recita il motto dell'anno.

Come ogni anno scelgo un immagine da un’artista che con la sua arte vuole dare un’interpretazione al versetto. Per iniziare diamo quindi uno sguardo all’immagine.

Speranza

Più guardo l’immagine della artista Dorothee Kraemer, più ho l’impressione che si sta aprendo una tenda e al centro dell’immagine entra la luce che brilla. Ma non c’è solo luce, ci sono tanti colori dallo scuro al chiaro e in fono vediamo due lettere maiuscole dell’alfabeto greco, l’alfa e l’omega. È come se l’artista volesse invitarci a guardare meglio, a prendere sul serio l’ecco all’inizio. E oggi vogliamo farlo, guardare meglio il nostro versetto. La mia prima esperienza con il brano, e forse anche il più intenso ormai risale a oltre 30 anni fa:

come vicario e poi come pastore, ho celebrato molti funerali. Ma ce n’è uno in particolare che forse non dimenticherò mai: la prima volta che è morto un bambino, pochissimo tempo dopo la nascita.

Avevo già fatto più di dieci funerali. Sapevo, più o meno, come ci si muove in quel territorio fragile che è il colloquio con i familiari in lutto. Ma quella volta era diverso. Ricordo il piccolo feretro bianco. Ero in un’età in cui diventare padre non era più un’ipotesi astratta, anzi avevo già un figlio e la figlia stava per nascere. Quella vista mi ha prosciugato tutte le energie.

La madre aveva preso farmaci per riuscire semplicemente a reggere la giornata. La nonna, quando ha visto quella piccola bara, è crollata a terra, urlando e piangendo.

In quel momento, dentro di me, ho pensato:

“Come faremo a sopravvivere a questo? Cosa si può dire? Come si fa semplicemente a restare in piedi?”

Subito dopo il saluto iniziale, la madre mi indica una Bibbia aperta sul tavolo, la prendo e vedo dei versetti evidenziati:

«Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né dolore… E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.» (Ap 21,4–5)

Lo leggevo e rileggevo nella mia mente prima che la madre prendesse in mano la Bibbia.

In quel momento ho capito che non dovevo far capire o spiegare questo testo. Non era il momento di farne un’analisi teologica brillante.

Ho percepito che queste parole sono state lette, per quasi duemila anni, sui bordi di abissi come questo.

Sono come una ciambella di salvataggio lanciato dall’eternità. Non una spiegazione, ma una ciambella a cui aggrapparsi, un supplemento di forza, una presenza.

Solo mentre venivano lette, io stesso ho ritrovato un po’ di voce, un minimo di appoggio interiore. E ho capito che il mio compito, come pastore, non era “spiegare il perché”, ma stare lì e rendere visibile un appoggio che non viene da noi: questa Parola che, proprio davanti all’indicibile, non crolla.

Con questa esperienza negli occhi e nel cuore oggi ascoltiamo di nuovo: > «Dio dice: Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Queste parole non ci toccano tutti allo stesso modo.

A volte sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno: una ciambella di salvataggio a cui tenerci quando non sappiamo più come andare avanti. Altre volte ci lasciano perplessi: il mondo continua a essere duro, le lacrime non sono asciugate, la morte non è “sparita”.

E allora ci chiediamo:

“Davvero, Signore? Dove si vede che Tu fai nuove tutte le cose?” Questa tensione tra promessa e realtà è esattamente il luogo in cui nasce il libro dell’Apocalisse.

Giovanni si trova in esilio sull’isola di Patmos, allontanato per la sua fede in Gesù.

Scrive a comunità piccole, fragili, sotto pressione: la potenza di Roma pretende una sorta di adorazione religiosa, il culto dell’imperatore. Dire “Gesù è il Signore” vuol dire contestare la pretesa del potere politico che si dichiara “divino”.

L’Apocalisse è, allo stesso tempo: • un atto di resistenza: solo Dio è l’Alfa e l’Omega; • e una lettera pastorale: un testo per comunità spaventate, stanche, confuse.

Per questo, dopo tutte le immagini forti, dopo le crisi, le bestie, le piaghe, nel capitolo 21 Giovanni vede finalmente: «un cielo nuovo e una terra nuova» e la città santa che scende da Dio.

È come se, alla fine di un incubo, si aprisse una finestra e entrasse aria fresca.

E proprio lì risuona:

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Questa frase non nasce in un mondo facile. Nasce sul bordo dell’abisso. Per questo può parlare anche ai nostri abissi.

La citazione «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» è una promessa straordinaria. Un motivo di speranza. Perché Dio è l'alfa e l'omega, l'inizio e la fine, luce che arriva nell'oscurità. La luce amplia lo sguardo oltre i tempi bui. I colori allegri rappresentano la speranza di cui abbiamo così tanto bisogno. Nel capitolo 21 succede qualcosa di quasi unico.

Finora Giovanni vede visioni: “Vidi un cielo nuovo e una terra nuova… vidi la città santa…”.

Ma improvvisamente non solo vede: sente. In mezzo alla visione c’è una voce. Non è più un angelo, non è un essere intermedio: è la voce di Colui che siede sul trono, è Dio stesso che parla.

Nel libro dell’Apocalisse la parola diretta di Dio compare solo in un altro punto (1,8). È rarissima. Qui Dio prende la parola in prima persona: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose.»

Ed è interessante quel tempo verbale.

Giovanni ha appena detto: > «Vidi un cielo nuovo e una terra nuova, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non c’era più…» Saremmo quasi tentati di aspettarci che Dio dica: “Ecco, ho fatto nuove tutte le cose.”

Come se fosse il commento finale, dopo che tutto è stato già creato di nuovo. Ma Dio non dice “ho fatto”. Dice: “io faccio”, adesso.

Questo ci impedisce di immaginare la scena come un film del futuro proiettato sullo schermo.

Queste parole non sono solo la didascalia di un evento che accadrà “alla fine del mondo”. Sono un verbo al presente, una parola che entra nel nostro adesso:

“Io faccio nuove tutte le cose” – oggi. Nel mezzo della storia, non solo dopo la storia.

Lo stesso vale per la frase: “il mare non c’è più”. Se cielo e terra sono nuovi, non servirebbe elencare: “e neanche il mare, e neanche la steppa, e neanche le montagne…”. Il “mare” è un’immagine biblica: simbolo del caos, delle forze oscure, distruttive, incontrollabili.

Dire che “il mare non c’è più” significa:

“Le forze del caos, del male distruttivo,non avranno più spazio.”

E poi Giovanni vede la città santa, la nuova Gerusalemme, che scende dal cielo.

È Dio che viene verso di noi. Non siamo noi a scappare via da questa terra per “andare in cielo”. Non è un racconto di fuga dalla realtà, ma una promessa per questa realtà:

Il Regno di Dio viene, la presenza di Dio abita in mezzo al mondo, la creazione non è buttata via, è trasformata, guarita, portata a compimento.

Quando Dio dice: «Io faccio nuove tutte le cose», non sta annunciando la cancellazione della terra, ma la sua liberazione.

Per questo questa frase è, allo stesso tempo: • parola per il futuro ultimo – la nuova creazione, • e parola per il presente – un Dio che, già ora, entra nelle nostre storie, contrasta le forze di morte, apre possibilità nuove.

Concludo

Torniamo a quel piccolo feretro bianco. Lì non avevo bisogno di una lezione sul futuro del mondo. Avevo bisogno – avevamo tutti bisogno – di una parola che reggesse il peso di quel momento.

«Dio asciugherà ogni lacrima…Ecco, io faccio nuove tutte le cose.» Queste frasi sono state lette accanto a troppi letti di ospedale, in troppe stanze di lutto, in troppi luoghi di guerra e di disperazione, per poterle ridurre a teoria.

Sono state e sono una ciambella di salvataggio, parole che tengono insieme chi non ce la fa più a tenersi da solo.

Non spiegano tutto. Non tolgono il dolore come per magia. Ma aprono uno spazio dove, insieme al pianto, può ancora esserci speranza.

All’inizio di questo anno questa voce di Dio risuona anche per noi: > «Ecco, io faccio nuove tutte le cose.» Forse non vediamo ancora come. Forse ci chiediamo se sia davvero vero. Ma possiamo stare, per un momento, come quella famiglia davanti al piccolo feretro: senza risposte, eppure aggrappati a una parola che non è nostra, ma di Colui che era, che è e che viene.

Lasciamo che questa parola ci raggiunga, ci sostenga, ci faccia alzare ancora una volta in piedi.

E possiamo pregare: Signore, Tu conosci i nostri abissi, quelli personali e quelli del mondo. In molti luoghi il mare del caos sembra più forte di Te. Eppure Tu dici: “Io faccio nuove tutte le cose”. Fa’ che questa promessa diventi per noi non teoria, ma sostegno. Entra nelle nostre storie, asciuga le lacrime che non sappiamo asciugare, rialza ciò che pensiamo perduto, libera questo mondo dalle forze di morte. E quando non capiamo, resta Tu il nostro appoggio. Oggi e fino al giorno in cui vedremo con i nostri occhi ciò che ora possiamo solo credere. Amen.

Jens Hansen Mastodon

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Registrazione per la Radio RAI FVG

Mi chiamo Erode. Sono re dei Giudei.
Dormo poco, e male. Il potere non lascia riposare: troppi nemici, troppi complotti. Il trono me lo sono dovuto conquistare con guerre, sangue e denaro. Il Senato di Roma mi ha dato il titolo, ma la terra me la sono presa io, a caro prezzo.
Per questo non ho scrupoli: i mercenari morti costano meno, i sospetti li elimino. Se fosse necessario ucciderei perfino un mio figlio, pur di rimanere re.

Da giorni, però, c’è qualcosa che mi turba più di qualunque congiura: un sogno, sempre lo stesso.
Sono sulla terrazza del palazzo, guardo verso oriente. All’orizzonte compaiono tre figure. Camminano lente, maestose, finché arrivano davanti al palazzo. In mano portano doni da re: oro, incenso, mirra. Poi, appena mi preparo a riceverli, spariscono ridendo.
Mi sveglio sudato, col cuore che batte.

Tre notti fa il sogno è cambiato.
Stessa scena, ma questa volta riesco a scendere e a parlare con loro.
“Chi cercate?” chiedo.
“Siamo venuti ad adorare il Re dei Giudei” rispondono.
“Sono io” dico, quasi offeso. “Chi vi manda?”
“No, noi cerchiamo il neonato Re dei Giudei.”
Neonato. Re.
Ho sentito il sangue ghiacciarsi. Loro sono scomparsi ridendo, come le altre volte.

Non ce l’ho fatta più. Quel sogno non era solo un sogno: era un avvertimento. Un concorrente. Un altro re.
Sono andato dai sacerdoti. Loro sanno leggere i segni, e sanno anche che, se mentono, li faccio uccidere.

Racconto il sogno. Il più anziano mi dice:
“Se il sogno si ripete, l’evento è già avvenuto o è vicino.”
“Che evento?” ringhio.
“I profeti hanno parlato di un Messia, un re come Davide, della sua discendenza. Uno che ristabilirà il Regno d’Israele.”
“E dove dovrebbe nascere?”
Minimizzano, cercano di calmarmi: “Sono parole per tener viva la speranza, ma… Michea parla di Betlemme. Un villaggio insignificante.”

Betlemme. Un buco di paese.
Li congedo e do ordine alle guardie: di notte i due sacerdoti devono sparire. Nessun testimone.
Poi chiamo il centurione della guardia. Gli do l’ordine:
“Andrai a Betlemme e nei dintorni. Casa per casa. Ucciderai tutti i maschi fino a due anni. Tutti.”

Lui non fa domande. Prende i suoi uomini più duri e parte.
Io, per la prima volta da giorni, mi stendo e dormo. È bello sapere che le cose si possono “aggiustare”.

Dopo due giorni torna: “Missione compiuta.”
Salgo sulla terrazza, guardo l’orizzonte. Nessuna figura da oriente. Respiro. Ho agito in tempo.

Ma un pensiero non mi lascia in pace.
Mi viene in mente il profeta Isaia. Parla di un altro re, di un Regno di pace, di giustizia, di uno che governa non con la spada ma con… l’amore.
Amore. Per me è debolezza pura. Con tutti i morti che ho causato, non saprei come difendermi da un re così. Uno che non gioca al gioco del potere, che non risponde alla violenza con violenza.

Se quel re d’amore arrivasse davvero… sarebbe la mia fine.
E, da quella notte, ho ancora più paura di dormire.

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Predicazione su Giobbe 42, 1-6

il Natale è passato e forse già ci stiamo preparando per il Capodanno.

Eppure, oggi siamo invitati a tornare ancora una volta alla nascita di Gesù, ma da un punto di vista molto insolito.

Questa prospettiva particolare ci è offerta da un testo dell’Antico Testamento.

Si rivolge soprattutto a quelle persone che a Natale non erano affatto “dell’umore giusto” per festeggiare: a chi fa fatica a credere e a chi vive momenti di sofferenza. Nel nostro versetto biblico ascoltiamo la voce di una persona che ha difficoltà con la fede, ma che incontra Dio e, grazie a questo incontro, vede se stessa sotto una luce nuova.

Ascoltiamo ora il nostro testo biblico.

Parla Giobbe (Giobbe 42,1-6):

1 Allora Giobbe rispose al SIGNORE e disse: 2 «Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. 3 Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato, ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. 4 Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami! 5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto. 6 Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere».

Giobbe, un uomo in crisi di fede

Giobbe è un uomo che fa fatica a credere.

Ma non è sempre stato così. All’inizio del libro scopriamo che viveva con la sua numerosa famiglia in un paese lontano, nella terra di Uz, ed era molto ricco.

Poi, in rapida successione, si abbattono su di lui terribili catastrofi.

Un messaggero dopo l’altro porta brutte notizie.

Il mondo di Giobbe crolla: i suoi figli muoiono, i suoi grandi possedimenti vanno perduti, e alla fine anche lui si ammala gravemente.

Nelle situazioni di sofferenza è molto importante il modo in cui chi ci circonda reagisce al nostro dolore: se ci aiuta ad affrontare ciò che stiamo vivendo, oppure se si allontana, imbarazzato e insicuro.

Purtroppo, Giobbe trova ben poco aiuto nella sua sofferenza. La prima a prendere le distanze dal suo attaccamento alla fede è sua moglie. Piena di amarezza, dice al marito affranto: «Rinnega Dio e muori» (Giobbe 2,9).

Poi anche Giobbe stesso comincia a dubitare, fino al punto di maledire il giorno della sua nascita. Tre amici vanno a fargli visita, a questo uomo ormai povero fuori e dentro.

All’inizio, questa visita è un vero dono.

Spesso infatti chi soffre viene evitato da chi sta bene. Se chiediamo: «Perché non vai a trovare il tuo vicino malato?», spesso ci sentiamo rispondere: «E cosa dovrei dirgli?». Ma non è necessario avere sempre le parole giuste. Molte volte basta non evitare chi soffre, ma stargli vicino e ascoltarlo.

Gli amici di Giobbe siedono accanto a lui in silenzio per sette giorni. La sua sofferenza li tocca profondamente. Ma poi decidono di parlare. E qui cominciano i guai.

Le parole che feriscono

Tutti e tre gli amici usano una “medicina” molto pericolosa. Conoscono solo uno schema: la devozione porta benedizione, l’empietà porta sventura. Chi soffre, secondo loro, ha sicuramente peccato.

Perciò dicono a Giobbe: cerca il peccato nella tua vita, torna a Dio, e allora starai di nuovo bene. Non si rendono conto di quanto queste parole siano devastanti per Giobbe, che ha sempre vissuto in modo pio e timorato di Dio.

E non vedono neppure quanto siano presuntuose: a loro le cose vanno bene, quindi si sentono “a posto” con Dio.

Nel libro di Giobbe, però, c’è un retroscena che nessuno dei personaggi conosce. Solo il lettore ne è messo al corrente. Siamo trasportati in cielo: Satana si presenta davanti a Dio e afferma: «Nessuno ti onora per quello che sei. Gli uomini vengono da te solo per interesse. Se togli loro i tuoi doni, ti volteranno le spalle». Dio rifiuta questa visione cinica dell’essere umano.

Per quanto riguarda Giobbe, agli occhi di Dio non è affatto così: Giobbe è un uomo che crede sinceramente.

Leggendo il Libro di Giobbe, capiamo quindi che, quando incontriamo qualcuno che soffre, dobbiamo essere molto umili. Ci sono tanti retroscena, tante dimensioni nascoste di una sofferenza, che noi non conosciamo.

Uno dei pesi più grandi di Giobbe è proprio questo: non ha nessuno davvero al suo fianco. Sua moglie ha messo in discussione la sua fede. I suoi amici lo accusano e cercano di convincerlo che è lui il colpevole. L’unico sostegno In mezzo a questa solitudine, Giobbe ci sorprende. In sostanza dice: «Tutti mi hanno lasciato. Ho solo uno che mi resta accanto: Dio. Certo, non lo capisco più».

Nonostante tutto ciò che deve sopportare e nonostante tutte le domande senza risposta, Giobbe resta attaccato a Dio.

Questa lunga lotta con Dio è nota a molte persone che hanno dovuto percorrere strade difficili. Questa lotta può durare anni, passare attraverso una lunga notte, attraversare tunnel in cui non si vede ancora la luce. Giobbe è convinto che nella sua vita tornerà la luce solo quando potrà incontrare Dio. E proprio questo avviene: nel libro di Giobbe, alla fine, c’è un incontro con Dio.

Ed è il secondo punto importante del nostro testo di oggi.

Dio prende l’iniziativa

L’incontro nasce da un’iniziativa di Dio.

È Dio che comincia il dialogo con Giobbe, ponendogli delle domande. Attraverso queste domande, Giobbe riconosce la grandezza, la maestà, la potenza creatrice di Dio. Capisce che i pensieri di Dio superano i suoi pensieri, che la sapienza di Dio supera la sua comprensione.

Ed è proprio questo dialogo tra Dio e Giobbe che rende così attuale questo testo nei giorni di Natale.

Perché da allora, Dio ha cercato il dialogo con noi esseri umani in modo ancora più diretto e chiaro di quanto abbia fatto con Giobbe. Con Giobbe Dio parla ponendo molte domande.

Con noi, Dio si rivela in Gesù. Dopo il suo dialogo con Dio, Giobbe dice: «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l’occhio mio ti ha visto».

Quanto più possiamo far nostre queste parole noi, dopo il Natale! Perché in Gesù Dio si è mostrato a noi come mai prima, come in nessun altro luogo. Gesù può dire: «Chi ha visto me ha visto il Padre… Io e il Padre siamo uno» (cfr. Giovanni 14). Per questo la venuta di Dio in Gesù ha un significato unico per tutta l’umanità.

Dal “sentito dire” al “vedere”

Noi esseri umani, con le nostre forze, non troviamo Dio in nessun angolo dell’universo. Non riusciamo a comprenderlo da soli.

Ma dal Natale in poi possiamo riconoscere con gratitudine che il Dio eterno e nascosto è venuto a noi in Gesù e si è unito a noi, per la nostra salvezza.

Qui, davanti al presepe di Gesù, lo incontriamo. Quando ci fermiamo davanti a Gesù – davanti alla sua mangiatoia, alla sua vita, alla sua croce e infine alla sua tomba vuota – allora abbiamo la certezza che, nonostante tutti gli enigmi del mondo, ci troviamo nel luogo in cui Dio ci parla più chiaramente. E ci parla con amore, per la nostra salvezza. Qui vediamo il volto di Dio. Qui possiamo veramente ripetere le parole di Giobbe: finora abbiamo conosciuto Dio solo per sentito dire.

Ora i nostri occhi lo hanno visto. Se invece togliamo Gesù, se cancelliamo le sue parole e il suo destino dal nostro orizzonte, allora l’oscurità ci avvolge e ci assale il non-senso. Perché senza di lui incontriamo solo esseri umani mortali e pensieri segnati dalla morte.

Le parole di Giobbe trovano a Natale un compimento che nessun uomo avrebbe potuto immaginare. Davanti al presepe di Betlemme passiamo dal “sentito dire” al “vedere con i propri occhi”. Qui possiamo davvero dire, con gratitudine: «Ora i miei occhi ti hanno visto».

Vedere Dio, vedere noi stessi Perché questo versetto biblico sia per noi fonte di benedizione, dobbiamo ricordare anche un terzo aspetto: dopo l’incontro con Dio, anche Giobbe vede se stesso sotto una luce nuova: alla luce di Dio. Chi legge tutto il libro di Giobbe rimane colpito dall’insistenza con cui i suoi amici tentano di convincerlo di una colpa nascosta. Per loro il ragionamento è semplice: se a uno le cose vanno male, è perché ha peccato. E, rovesciando il discorso, siccome a loro va tutto bene, deducono che il loro rapporto con Dio è in ordine. Certo, ci sono situazioni in cui una persona può dire, come il figliol prodigo: «Se sono finito nella miseria, è perché ho lasciato la casa del Padre. Per questo voglio tornare indietro». Ma questa è una consapevolezza che solo la persona stessa può raggiungere davanti a Dio. Sorprendentemente, però, anche Giobbe, alla fine, parla della sua colpa. Dice: «Ora i miei occhi ti hanno visto. Perciò mi dichiaro colpevole e mi pento sulla polvere e sulla cenere».

Questa consapevolezza non gli viene dagli amici. Nasce dall’incontro con Dio. Esiste una conoscenza di sé che nasce solo davanti al Dio santo: alla sua luce improvvisamente ci vediamo in modo diverso, più vero, più profondo.

Proprio nella luce di Dio ci vediamo in un modo totalmente diverso rispetto al giudizio degli uomini. In questa luce comprendiamo che abbiamo bisogno di qualcuno che elimini ciò che è storto e sbagliato nella nostra vita. Anzi, ancora di più: in questa luce possiamo riconoscere che Dio stesso vuole togliere tutte le nostre mancanze e tutti i frammenti incompiuti del lavoro della nostra vita.

Peccatori benedetti

Che dono: nella luce di Gesù possiamo riconoscerci come peccatori benedetti! Gesù non ci umilia, non ci annienta. Da lui riceviamo perfino la dignità di essere figli e figlie di Dio. Perché lui stesso ci chiama suoi fratelli e sorelle.

Jens Hansen Mastodon

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Registrazione per la Radio RAI FVG

Mi chiamo Giuseppe, figlio di Giacobbe, il falegname. Sono proprio quel Giuseppe che trovate all’inizio delle Scritture Cristiane: lo sposo di Maria, “dalla quale è stato generato Gesù, chiamato Cristo”.
Voi lo leggete in un attimo. Ma in quelle poche parole c’è tutto il mio tormento: è figlio di Davide come me, dunque è anche mio figlio… eppure non viene da me.
Lasciate che vi racconti tutto dall’inizio.

Quel giorno ero in bottega. Stavo segando un tronco duro, la sega mi scivola e mi apro il pollice. Sangue dappertutto. Mi strappo la tunica e mi fascio come posso. Nessuno mi sente: i miei genitori sono morti, i miei fratelli hanno la loro famiglia, io, alla mia età, sono solo fidanzato.
Già i vicini ridono di me: “Giuseppe ha paura delle donne”. I parenti sospirano: “Quando si sistema?”. Ma il vero colpo è arrivato ieri.

Maria mi ha guardato e ha detto piano: “Aspetto un bambino”.
Un bambino. Da mesi viviamo il fidanzamento nella castità. Io non l’ho toccata. Dentro di me è esplosa la rabbia: dev’esserci un altro uomo. Chi è? Se lo trovo lo ammazzo.
Intanto il sangue mi scendeva dalla mano, ma faceva meno male del cuore.

Maria ha provato a spiegare: nessun altro, nessuno l’ha toccata, “sono stata visitata… dallo Spirito Santo”.
Ho pensato: prima gli angeli, i profeti, i giudici del nostro popolo… e adesso lo Spirito di Dio proprio su Maria, la promessa sposa di un falegname di Nazaret? Come potevo crederle?

E poi la gente. Sentivo già le risate del mio vicino Beniamino: “Appena fidanzata e già cerca un altro!”. Zia Marta che sentenziava: “Giuseppe, devi denunciarla”. Denunciarla voleva dire vederla lapidata. Questo no.
Così ho deciso: la lascio in silenzio. È un mio diritto. Forse in un altro villaggio ricomincerò da capo, anche se sono vecchio per certe cose.

Sono andato da Simone, lo scriba, a farmi preparare la lettera di ripudio. Lui ha scritto, poi mi ha guardato: “Tienila, ma prima dormici sopra un’altra notte”.
Sono tornato a casa con quella lettera in mano. Era pesante come una pietra.

Quella notte è successo.
All’inizio ho creduto di sognare per la stanchezza. Poi una voce, chiara, mi ha chiamato per nome: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa: ciò che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Darà alla luce un figlio e tu gli metterai nome Gesù: salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

Ho tremato. Era di me che parlava, della mia Maria, del suo bambino.
Allora ho capito: Maria non aveva mentito. Non so come Dio farà, ma so che mi chiede di essere padre per questo figlio, di stare accanto a lei.

Al mattino mi sono alzato, ho preso la lettera di separazione, l’ho guardata un’ultima volta… e l’ho gettata nel fuoco.
“Benedetto sia il Signore” ho sussurrato.
Da quel momento ho saputo: la mia strada è con Maria. E con Gesù.

Jens Hansen Mastodon

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Un appello

La rivista e Centro Studi Confronti promuove l’appello di docenti universitari e ricercatori per una  politica bipartisan a tutela della libertà religiosa

APPELLO:

Pochi giorni fa, dopo un lungo contenzioso politico e giudiziario, anche il terzo e unico centro islamico di Monfalcone ancora  aperto è stato chiuso. Coloro che lo frequentano sono essenzialmente immigrati di seconda generazione, tra di loro alcuni italiani e vari cittadini europei.

Questo caso si aggiunge ai precedenti, tutti fondati su  presunte violazioni di norme urbanistiche a fronte delle quali, tuttavia, non è stata proposta alcuna risoluzione pratica e sostenibile. 

Non entriamo nel merito della vicenda ma esprimiamo la viva preoccupazione relativa al punto che provvedimenti di chiusura del luoghi di culto ledono la libertà fondamentale della libera professione della “propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata”, garantita  dall’art. 19 della Costituzione italiana.

In questi anni, con le nostre ricerche e le nostre pubblicazioni abbiamo documentato l’importanza dei luoghi di culto comunitari che, oltre che spazi di raccoglimento e spiritualità, costituiscono, nell’assoluta maggioranza dei casi analizzati,  anche preziosi spazi di aggregazione, formazione e integrazione nel territorio circostante.

Chiudere un luogo di culto, senza cercare alternative anche temporanee e mediazioni utili a renderne l’apertura compatibile con ragionevoli norme urbanistiche e di sicurezza, è un atto discriminatorio nei confronti delle minoranze religiose che, da anni, chiedono regole chiare e criteri sostenibili per aprire o adattare i propri luoghi di culto.

Di fronte al pluralismo religioso che si è affermato anche in Italia, si avverte sempre di più  la mancanza di una norma generale in materia di libertà di culto, aggiornata ai tempi e ai principi costituzionali.  La lentezza con cui il Ministero dell’Interno gestisce i percorsi di riconoscimento giuridico degli Enti di culto aggrava questa situazione e, di fatto, preclude a molte confessioni religiosi la possibilità di un’Intesa ai sensi dell’art. 8 della Costituzione.

Segnaliamo quindi l’urgenza di provvedimenti legislativi idonei a riconoscere pienamente il pluralismo religioso e valorizzarlo nella prospettiva del dialogo interculturale, della coesione sociale, della difesa dell’ordine pubblico e della legalità, del contrasto a ogni forma di radicalismo e fondamentalismo.

Gli  studi, le ricerche e le buone pratiche realizzate in questi anni, anche in collaborazione con enti pubblici ed organi dello Stato, costituisce una risorsa pubblica da valorizzare anche nella sede del dibattito politico.

Nello spirito dei principi costituzionali che vincolano tutte le forze politiche, auspichiamo  che amministratori locali e decisori politici nazionali, superando la logica degli schieramenti contrapposti,  considerino la piena libertà religiosa come materia non divisiva ma come tema centrale che attesta la forza e la vitalità di una democrazia.

Tra i primi firmatari (in ordine alfabetico):  Luigi Alfieri, filosofo della politica, Università di Urbino; Francesco Alicino, giurista, LUM, Bari; Stefano Allievi, sociologo, Università di Padova, Maurizio Ambrosini, sociologo, Università di Milano; Antonio Autiero, teologo, Università di Münster (Germania); Enrico Biale, filosofo della politica, Università del Piemonte Orientale; Marco Bontempi, sociologo, Università di Firenze; Luca Castagna, storico, Università di Salerno Cristiana Cianitto, giurista, Università di Milano; Roberto Cipriani, sociologo Università di Roma III, presidente International Center for the Sociology of Religion; Pierluigi Consorti, giurista, Università di Pisa; Marco Dal Corso, teologo, Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia; Massimo Di Gioacchino, storico, City University of New York; Donato Di Sanzo, storico dell’immigrazione, CNR e Università di Palermo; Valeria Fabretti, ricercatrice, Fondazione Bruno Kessler (Trento), Bernadette Fraioli, storica delle religioni, ricercatrice, Sapienza Università di Roma; Alessandro Ferrari, giurista, Università dell’Insubria; Maria Chiara Giorda, storica delle religioni, Università di Roma III; Gaetano Lettieri, storico del cristianesimo, prorettore Università Sapienza Roma; Gianfranco Macrì, giurista, direttore dip. Scienze Politiche, Università di Salerno; Luigi Manconi, sociologo dei Fenomeni politici; Enrica Martinelli, giurista, Università di Ferrara; Roberto Mazzola, giurista, Università del Piemonte Orientale; Carmine Napolitano, teologo, Facoltà pentecostale di Scienze religiose; Paolo Naso, politologo, Sapienza Università di Roma; Silvia Omenetto, geografa, Sapienza Università di Roma; Enzo Pace, sociologo, Università di Padova; Vincenzo Pacillo, giurista, Università di Modena e Reggio Emilia; Claudio Paravati, Centro Studi Confronti; Tonino Perna, sociologo, Università di Messina; Marinella Perroni, teologa, Pontificio Ateneo Sant’Anselmo; Lorenzo Raniero, fr., Preside istituto teologico San Bernardino, Venezia; Davide Romano, direttore Istituto Teologico Avventista; Mario Ricca, giurista, Università di Roma III; Alessandro Saggioro, storico delle religioni, Direttore dip. Saras, Sapienza Università di Roma; Brunetto Salvarani, teologo, Facoltà teologica dell’Emilia Romagna; Debora Spini, filosofa politica, Syracuse University of Florence; Ilaria Valenzi, giurista, dip. SARAS, Sapienza Università di Roma; Alessandra Vitullo, sociologa, sapienza Università di Roma; Lothar  Vogel, storico del cristianesimo, decano della Facoltà valdese di Teologia di Roma; Paolo Zanini, storico, Università di Milano.

Firma anche tu l’appello!

Contatti e ufficio stampa: confronti@confronti.net +39 331 1302 719

[Fonte Articolo(]https://confronti.net/2025/12/i-luoghi-di-culto-non-si-chiudono-un-appello/)

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Sermone su Tito 3, 4-7

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4 Quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, 5 egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, 6 che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, 7 affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.

E' strano avere un brano teologicamente così pieno e ricco come base del sermone di Natale. Non c'è niente di ciò che in genere siamo abituati a sentire, nessun riferimento al racconto di Natale letto poco fa. Teologia pura senza il calore ed i sentimenti e forse anche i sentimentalismo che probabilmente per molti di noi devono per forza fare parte di Natale.

Per rendere più digeribile questo brano vi racconto di un albero, di un piccolo abete. Il racconto è vero, mi è stato raccontato da un mio collega: Il racconto inizia 5 o 6 anni fa. Due uomini della forestale prendono il trattore e vanno nel bosco per fare un po' di legna. All'improvviso l'autista sterza bruscamente. In mezzo alla viuzza del bosco cresce un abete, è ancora piccolo, ha nemmeno mezzo metro di altezza.

L'autista ha cercato di evitare l'abete, non tanto per risparmiarlo, più per seguire l'istinto d'autista che cerca di non tamponare ed ha reagito come se avesse dovuto evitare un ostacolo ben più grande.

Quante volte altri autisti della forestale avranno fatto la stessa manovra, sterzando per evitare l'abete, perché l'abete si trova proprio su una viuzza dove le macchine della forestale passano spesso.

L'albero finora è sopravvissuto. I nostri due forestali continuano la loro strada, caricano la legna e tornano la stessa via. Dopo aver fatto poca strada si avvicinano di nuovo all'abete. Il collega dell'autista lo vede già da lontano e dice al suo collega: “fermati”. Il trattore si ferma giusto davanti al piccolo abete. Il forestale prende la pala e toglie l'abete dalla terra con tutte le sue radici.

“Cosa vuoi con questo abete piccolo e per giunta cresciuto male?” L'altro guarda l'abete e se ne accorge che è veramente cresciuto male: è storto e alcuni rami sono senza aghi. Ma vuoi perché ha un cuore per la natura vuoi perché l'ha già tolto dalla terra, il forestale carica l'abete sul trattore. Arrivato a casa lo pianta nel suo giardino. Lì c'è luce, aria e il nostro abete cresce, cresce bene e riceve tanta cura e attenzione. Con gli anni si raddrizza e i rami senza aghi spariscono. Si, si può dire che con gli anni il piccolo abete diventa un bell'albero.

E quest'anno tutta la chiesa di mio collega lo può ammirare, perché il forestale l'ha dato come regalo di Natale alla sua chiesa, con tutte le radici per poterlo di nuovo far tornare in terra dopo le feste.

Perché vi racconto questo? Solo perché di un abete piccolo e brutto è diventato un bell'albero di Natale? Solo per contrapporre forse al brano teologico di Tito un racconto tocca un po' le corde sentimentali che vogliamo far vibrare in questi giorni di festa?

Sarebbe troppo superficiale, vorrei vedere il senso più profondo dietro questo racconto.

Ascoltando questo racconto mi è venuto in mente il bambino nella mangiatoia. Anche qui ci troviamo di fronte ad un inizio povero. Chi di noi è nato in una mangiatoia?

E tutto ciò che c'è attorno al bambino è niente che un povero inizio, come quello dell'abete: una stalla nella città strapiena di gente, una stalla non come quelle climatizzate bene dei nostri giorni in cui si allevano centinaia di animali, una stalla invece che sembra un bugigattolo, la porta fa passare gli spifferi del vento, c'è puzza di ammoniaca nell'aria, puzza di sterco ... e i pastori che arrivano per vedere questo bambino non vengono vestiti bene come li vediamo nei tanti presepi: portano stracci, sono i più poveri della contrada di Betlemme. Ma proprio loro sono le persone giuste per questa nascita in piena povertà.

A loro l'angelo ha appena annunciato:

Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore.

Immagino che, una volta arrivati, il volto dei pastori è segnato dal dubbio: “questo bambino dev'essere il figlio di Dio? Un bambino in una mangiatoia in mezzo ad una stalla puzzolente? Un bambino con dei genitori poveri? Forse qualcuno dei pastori avrà pensato: “che cosa può venire fuori da un inizio così povero?” Vedete, la nascita di Gesù è proprio come la storia del nostro abete in mezzo al bosco.

E c'è un altra cosa che mi dice il racconto dell'abete: sento ancora le parole dell'autista: “Cosa vuoi con questo povero albero?” E lui in qualche modo ha ragione. Ci sarebbero stati migliaia di alberi in quel bosco, tutti più belli e più attraenti per l'occhio. Il suo collega però prende la pala e porta via proprio questo abete così mal ridotto come se volesse dire: “voglio questo e nessun altro.”

Strano questo comportamento, in fondo è un comportamento contro ogni esperienza. Di dove gli viene questo amore per un abete così brutto? Con questa domanda rileggo di nuovo il racconto di Natale. Dio avrebbe avuto migliaia di possibilità di incarnarsi in questo mondo, avrebbe potuto nascere come re in un castello sotto lenzuola morbide senza dover sopportare la puzza di una stalla e gli spifferi del vento freddo.

Dio però vuole proprio iniziare la sua storia con noi in mezzo ad una stalla. Dio vuole coricarsi in una mangiatoia dura, vuole come ospiti i pastori vestiti di stracci.

Di dove viene quest'amore di Dio per chi è povero?

Non lo so. Anche il forestale che ha portato ha casa l'abete mal ridotto non avrebbe potuto dire perché ha scelto proprio questo. Ma ora sappiamo che cosa è venuto fuori.

E penso che proprio ciò può renderci sereni e felici in questo giorno di Natale. Proprio questa preferenza divina per la povertà, per chi si sente giù, per chi è emarginato e si sente interiormente mal ridotto. Per loro Natale diventa una svolta, il messaggio del Dio che si abbassa per diventare uno di loro da loro una nuova spinta.

Chi invece è sicuro di se, chi sa esattamente come la vita deve svolgersi, chi non è abituato di fidarsi di altri, chi cerca solo le opportunità dove può ricavare più denaro, non è pronto per il messaggio di Natale. Loro diranno: “Questo povero bambino è il salvatore del mondo? No grazie!” Sono proprio gli altri, i poveri, gli impotenti che spesso si sentono solo un peso, a capire o a intuire ciò che succede nella povera stalla di Betlemme. Dio diventa uomo, ma non solo, nasce in povertà per essere vicino a coloro che sono poveri come il bambino nella mangiatoia.

Già, la nascita di Gesù di Nazaret è il programma della sua vita, 30 anni dopo lo stesso Gesù accoglie attorno a se gli emarginati, i peccatori, i pubblicani e le prostitute. Li protegge, li difende.

Gesù ama le cose storte, ama chi è senza opportunità in questo mondo. I dirigenti del popolo lo criticano per questo: “Perché vivi con gente perduta ai margini della società?” Gesù rimane fermo nel suo amore per loro. E loro nella vicinanza di Gesù non rimangono gli stessi: il pubblicano che per tutta la sua vita ha cercato il profitto distribuisce tutti i suoi beni fra i poveri. La prostituta diventa una discepola fervente, anzi di Maria Maddalena sappiamo che ha avuto un ruolo importante nella chiesa degli inizi.

Dio si abbassa fino in fondo, diventa essere umano in tutta la povertà. E tutto ciò per dirci: sono con voi, niente e nessuno vi può separare da me. Non voglio essere un Dio al di là delle vostre esperienze umane ma in mezzo ad esse voglio essere solidale con voi. Solo così può cambiare il mondo.

Forse la lettura del brano di Tito che parla della nostra salvezza e che all'inizio ci sembrava strano per essere un testo natalizio ora ci parla e forse rileggendolo si riempie con tutto il messaggio straordinario di Natale.

4 Quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, 5 egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, 6 che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, 7 affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.

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