Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Registrazione per la Radio RAI FVG

Mi chiamo Giuseppe, figlio di Giacobbe, il falegname. Sono proprio quel Giuseppe che trovate all’inizio delle Scritture Cristiane: lo sposo di Maria, “dalla quale è stato generato Gesù, chiamato Cristo”.
Voi lo leggete in un attimo. Ma in quelle poche parole c’è tutto il mio tormento: è figlio di Davide come me, dunque è anche mio figlio… eppure non viene da me.
Lasciate che vi racconti tutto dall’inizio.

Quel giorno ero in bottega. Stavo segando un tronco duro, la sega mi scivola e mi apro il pollice. Sangue dappertutto. Mi strappo la tunica e mi fascio come posso. Nessuno mi sente: i miei genitori sono morti, i miei fratelli hanno la loro famiglia, io, alla mia età, sono solo fidanzato.
Già i vicini ridono di me: “Giuseppe ha paura delle donne”. I parenti sospirano: “Quando si sistema?”. Ma il vero colpo è arrivato ieri.

Maria mi ha guardato e ha detto piano: “Aspetto un bambino”.
Un bambino. Da mesi viviamo il fidanzamento nella castità. Io non l’ho toccata. Dentro di me è esplosa la rabbia: dev’esserci un altro uomo. Chi è? Se lo trovo lo ammazzo.
Intanto il sangue mi scendeva dalla mano, ma faceva meno male del cuore.

Maria ha provato a spiegare: nessun altro, nessuno l’ha toccata, “sono stata visitata… dallo Spirito Santo”.
Ho pensato: prima gli angeli, i profeti, i giudici del nostro popolo… e adesso lo Spirito di Dio proprio su Maria, la promessa sposa di un falegname di Nazaret? Come potevo crederle?

E poi la gente. Sentivo già le risate del mio vicino Beniamino: “Appena fidanzata e già cerca un altro!”. Zia Marta che sentenziava: “Giuseppe, devi denunciarla”. Denunciarla voleva dire vederla lapidata. Questo no.
Così ho deciso: la lascio in silenzio. È un mio diritto. Forse in un altro villaggio ricomincerò da capo, anche se sono vecchio per certe cose.

Sono andato da Simone, lo scriba, a farmi preparare la lettera di ripudio. Lui ha scritto, poi mi ha guardato: “Tienila, ma prima dormici sopra un’altra notte”.
Sono tornato a casa con quella lettera in mano. Era pesante come una pietra.

Quella notte è successo.
All’inizio ho creduto di sognare per la stanchezza. Poi una voce, chiara, mi ha chiamato per nome: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa: ciò che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Darà alla luce un figlio e tu gli metterai nome Gesù: salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

Ho tremato. Era di me che parlava, della mia Maria, del suo bambino.
Allora ho capito: Maria non aveva mentito. Non so come Dio farà, ma so che mi chiede di essere padre per questo figlio, di stare accanto a lei.

Al mattino mi sono alzato, ho preso la lettera di separazione, l’ho guardata un’ultima volta… e l’ho gettata nel fuoco.
“Benedetto sia il Signore” ho sussurrato.
Da quel momento ho saputo: la mia strada è con Maria. E con Gesù.

Jens Hansen Mastodon

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Un appello

La rivista e Centro Studi Confronti promuove l’appello di docenti universitari e ricercatori per una  politica bipartisan a tutela della libertà religiosa

APPELLO:

Pochi giorni fa, dopo un lungo contenzioso politico e giudiziario, anche il terzo e unico centro islamico di Monfalcone ancora  aperto è stato chiuso. Coloro che lo frequentano sono essenzialmente immigrati di seconda generazione, tra di loro alcuni italiani e vari cittadini europei.

Questo caso si aggiunge ai precedenti, tutti fondati su  presunte violazioni di norme urbanistiche a fronte delle quali, tuttavia, non è stata proposta alcuna risoluzione pratica e sostenibile. 

Non entriamo nel merito della vicenda ma esprimiamo la viva preoccupazione relativa al punto che provvedimenti di chiusura del luoghi di culto ledono la libertà fondamentale della libera professione della “propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata”, garantita  dall’art. 19 della Costituzione italiana.

In questi anni, con le nostre ricerche e le nostre pubblicazioni abbiamo documentato l’importanza dei luoghi di culto comunitari che, oltre che spazi di raccoglimento e spiritualità, costituiscono, nell’assoluta maggioranza dei casi analizzati,  anche preziosi spazi di aggregazione, formazione e integrazione nel territorio circostante.

Chiudere un luogo di culto, senza cercare alternative anche temporanee e mediazioni utili a renderne l’apertura compatibile con ragionevoli norme urbanistiche e di sicurezza, è un atto discriminatorio nei confronti delle minoranze religiose che, da anni, chiedono regole chiare e criteri sostenibili per aprire o adattare i propri luoghi di culto.

Di fronte al pluralismo religioso che si è affermato anche in Italia, si avverte sempre di più  la mancanza di una norma generale in materia di libertà di culto, aggiornata ai tempi e ai principi costituzionali.  La lentezza con cui il Ministero dell’Interno gestisce i percorsi di riconoscimento giuridico degli Enti di culto aggrava questa situazione e, di fatto, preclude a molte confessioni religiosi la possibilità di un’Intesa ai sensi dell’art. 8 della Costituzione.

Segnaliamo quindi l’urgenza di provvedimenti legislativi idonei a riconoscere pienamente il pluralismo religioso e valorizzarlo nella prospettiva del dialogo interculturale, della coesione sociale, della difesa dell’ordine pubblico e della legalità, del contrasto a ogni forma di radicalismo e fondamentalismo.

Gli  studi, le ricerche e le buone pratiche realizzate in questi anni, anche in collaborazione con enti pubblici ed organi dello Stato, costituisce una risorsa pubblica da valorizzare anche nella sede del dibattito politico.

Nello spirito dei principi costituzionali che vincolano tutte le forze politiche, auspichiamo  che amministratori locali e decisori politici nazionali, superando la logica degli schieramenti contrapposti,  considerino la piena libertà religiosa come materia non divisiva ma come tema centrale che attesta la forza e la vitalità di una democrazia.

Tra i primi firmatari (in ordine alfabetico):  Luigi Alfieri, filosofo della politica, Università di Urbino; Francesco Alicino, giurista, LUM, Bari; Stefano Allievi, sociologo, Università di Padova, Maurizio Ambrosini, sociologo, Università di Milano; Antonio Autiero, teologo, Università di Münster (Germania); Enrico Biale, filosofo della politica, Università del Piemonte Orientale; Marco Bontempi, sociologo, Università di Firenze; Luca Castagna, storico, Università di Salerno Cristiana Cianitto, giurista, Università di Milano; Roberto Cipriani, sociologo Università di Roma III, presidente International Center for the Sociology of Religion; Pierluigi Consorti, giurista, Università di Pisa; Marco Dal Corso, teologo, Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia; Massimo Di Gioacchino, storico, City University of New York; Donato Di Sanzo, storico dell’immigrazione, CNR e Università di Palermo; Valeria Fabretti, ricercatrice, Fondazione Bruno Kessler (Trento), Bernadette Fraioli, storica delle religioni, ricercatrice, Sapienza Università di Roma; Alessandro Ferrari, giurista, Università dell’Insubria; Maria Chiara Giorda, storica delle religioni, Università di Roma III; Gaetano Lettieri, storico del cristianesimo, prorettore Università Sapienza Roma; Gianfranco Macrì, giurista, direttore dip. Scienze Politiche, Università di Salerno; Luigi Manconi, sociologo dei Fenomeni politici; Enrica Martinelli, giurista, Università di Ferrara; Roberto Mazzola, giurista, Università del Piemonte Orientale; Carmine Napolitano, teologo, Facoltà pentecostale di Scienze religiose; Paolo Naso, politologo, Sapienza Università di Roma; Silvia Omenetto, geografa, Sapienza Università di Roma; Enzo Pace, sociologo, Università di Padova; Vincenzo Pacillo, giurista, Università di Modena e Reggio Emilia; Claudio Paravati, Centro Studi Confronti; Tonino Perna, sociologo, Università di Messina; Marinella Perroni, teologa, Pontificio Ateneo Sant’Anselmo; Lorenzo Raniero, fr., Preside istituto teologico San Bernardino, Venezia; Davide Romano, direttore Istituto Teologico Avventista; Mario Ricca, giurista, Università di Roma III; Alessandro Saggioro, storico delle religioni, Direttore dip. Saras, Sapienza Università di Roma; Brunetto Salvarani, teologo, Facoltà teologica dell’Emilia Romagna; Debora Spini, filosofa politica, Syracuse University of Florence; Ilaria Valenzi, giurista, dip. SARAS, Sapienza Università di Roma; Alessandra Vitullo, sociologa, sapienza Università di Roma; Lothar  Vogel, storico del cristianesimo, decano della Facoltà valdese di Teologia di Roma; Paolo Zanini, storico, Università di Milano.

Firma anche tu l’appello!

Contatti e ufficio stampa: confronti@confronti.net +39 331 1302 719

[Fonte Articolo(]https://confronti.net/2025/12/i-luoghi-di-culto-non-si-chiudono-un-appello/)

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Sermone su Tito 3, 4-7

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4 Quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, 5 egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, 6 che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, 7 affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.

E' strano avere un brano teologicamente così pieno e ricco come base del sermone di Natale. Non c'è niente di ciò che in genere siamo abituati a sentire, nessun riferimento al racconto di Natale letto poco fa. Teologia pura senza il calore ed i sentimenti e forse anche i sentimentalismo che probabilmente per molti di noi devono per forza fare parte di Natale.

Per rendere più digeribile questo brano vi racconto di un albero, di un piccolo abete. Il racconto è vero, mi è stato raccontato da un mio collega: Il racconto inizia 5 o 6 anni fa. Due uomini della forestale prendono il trattore e vanno nel bosco per fare un po' di legna. All'improvviso l'autista sterza bruscamente. In mezzo alla viuzza del bosco cresce un abete, è ancora piccolo, ha nemmeno mezzo metro di altezza.

L'autista ha cercato di evitare l'abete, non tanto per risparmiarlo, più per seguire l'istinto d'autista che cerca di non tamponare ed ha reagito come se avesse dovuto evitare un ostacolo ben più grande.

Quante volte altri autisti della forestale avranno fatto la stessa manovra, sterzando per evitare l'abete, perché l'abete si trova proprio su una viuzza dove le macchine della forestale passano spesso.

L'albero finora è sopravvissuto. I nostri due forestali continuano la loro strada, caricano la legna e tornano la stessa via. Dopo aver fatto poca strada si avvicinano di nuovo all'abete. Il collega dell'autista lo vede già da lontano e dice al suo collega: “fermati”. Il trattore si ferma giusto davanti al piccolo abete. Il forestale prende la pala e toglie l'abete dalla terra con tutte le sue radici.

“Cosa vuoi con questo abete piccolo e per giunta cresciuto male?” L'altro guarda l'abete e se ne accorge che è veramente cresciuto male: è storto e alcuni rami sono senza aghi. Ma vuoi perché ha un cuore per la natura vuoi perché l'ha già tolto dalla terra, il forestale carica l'abete sul trattore. Arrivato a casa lo pianta nel suo giardino. Lì c'è luce, aria e il nostro abete cresce, cresce bene e riceve tanta cura e attenzione. Con gli anni si raddrizza e i rami senza aghi spariscono. Si, si può dire che con gli anni il piccolo abete diventa un bell'albero.

E quest'anno tutta la chiesa di mio collega lo può ammirare, perché il forestale l'ha dato come regalo di Natale alla sua chiesa, con tutte le radici per poterlo di nuovo far tornare in terra dopo le feste.

Perché vi racconto questo? Solo perché di un abete piccolo e brutto è diventato un bell'albero di Natale? Solo per contrapporre forse al brano teologico di Tito un racconto tocca un po' le corde sentimentali che vogliamo far vibrare in questi giorni di festa?

Sarebbe troppo superficiale, vorrei vedere il senso più profondo dietro questo racconto.

Ascoltando questo racconto mi è venuto in mente il bambino nella mangiatoia. Anche qui ci troviamo di fronte ad un inizio povero. Chi di noi è nato in una mangiatoia?

E tutto ciò che c'è attorno al bambino è niente che un povero inizio, come quello dell'abete: una stalla nella città strapiena di gente, una stalla non come quelle climatizzate bene dei nostri giorni in cui si allevano centinaia di animali, una stalla invece che sembra un bugigattolo, la porta fa passare gli spifferi del vento, c'è puzza di ammoniaca nell'aria, puzza di sterco ... e i pastori che arrivano per vedere questo bambino non vengono vestiti bene come li vediamo nei tanti presepi: portano stracci, sono i più poveri della contrada di Betlemme. Ma proprio loro sono le persone giuste per questa nascita in piena povertà.

A loro l'angelo ha appena annunciato:

Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore.

Immagino che, una volta arrivati, il volto dei pastori è segnato dal dubbio: “questo bambino dev'essere il figlio di Dio? Un bambino in una mangiatoia in mezzo ad una stalla puzzolente? Un bambino con dei genitori poveri? Forse qualcuno dei pastori avrà pensato: “che cosa può venire fuori da un inizio così povero?” Vedete, la nascita di Gesù è proprio come la storia del nostro abete in mezzo al bosco.

E c'è un altra cosa che mi dice il racconto dell'abete: sento ancora le parole dell'autista: “Cosa vuoi con questo povero albero?” E lui in qualche modo ha ragione. Ci sarebbero stati migliaia di alberi in quel bosco, tutti più belli e più attraenti per l'occhio. Il suo collega però prende la pala e porta via proprio questo abete così mal ridotto come se volesse dire: “voglio questo e nessun altro.”

Strano questo comportamento, in fondo è un comportamento contro ogni esperienza. Di dove gli viene questo amore per un abete così brutto? Con questa domanda rileggo di nuovo il racconto di Natale. Dio avrebbe avuto migliaia di possibilità di incarnarsi in questo mondo, avrebbe potuto nascere come re in un castello sotto lenzuola morbide senza dover sopportare la puzza di una stalla e gli spifferi del vento freddo.

Dio però vuole proprio iniziare la sua storia con noi in mezzo ad una stalla. Dio vuole coricarsi in una mangiatoia dura, vuole come ospiti i pastori vestiti di stracci.

Di dove viene quest'amore di Dio per chi è povero?

Non lo so. Anche il forestale che ha portato ha casa l'abete mal ridotto non avrebbe potuto dire perché ha scelto proprio questo. Ma ora sappiamo che cosa è venuto fuori.

E penso che proprio ciò può renderci sereni e felici in questo giorno di Natale. Proprio questa preferenza divina per la povertà, per chi si sente giù, per chi è emarginato e si sente interiormente mal ridotto. Per loro Natale diventa una svolta, il messaggio del Dio che si abbassa per diventare uno di loro da loro una nuova spinta.

Chi invece è sicuro di se, chi sa esattamente come la vita deve svolgersi, chi non è abituato di fidarsi di altri, chi cerca solo le opportunità dove può ricavare più denaro, non è pronto per il messaggio di Natale. Loro diranno: “Questo povero bambino è il salvatore del mondo? No grazie!” Sono proprio gli altri, i poveri, gli impotenti che spesso si sentono solo un peso, a capire o a intuire ciò che succede nella povera stalla di Betlemme. Dio diventa uomo, ma non solo, nasce in povertà per essere vicino a coloro che sono poveri come il bambino nella mangiatoia.

Già, la nascita di Gesù di Nazaret è il programma della sua vita, 30 anni dopo lo stesso Gesù accoglie attorno a se gli emarginati, i peccatori, i pubblicani e le prostitute. Li protegge, li difende.

Gesù ama le cose storte, ama chi è senza opportunità in questo mondo. I dirigenti del popolo lo criticano per questo: “Perché vivi con gente perduta ai margini della società?” Gesù rimane fermo nel suo amore per loro. E loro nella vicinanza di Gesù non rimangono gli stessi: il pubblicano che per tutta la sua vita ha cercato il profitto distribuisce tutti i suoi beni fra i poveri. La prostituta diventa una discepola fervente, anzi di Maria Maddalena sappiamo che ha avuto un ruolo importante nella chiesa degli inizi.

Dio si abbassa fino in fondo, diventa essere umano in tutta la povertà. E tutto ciò per dirci: sono con voi, niente e nessuno vi può separare da me. Non voglio essere un Dio al di là delle vostre esperienze umane ma in mezzo ad esse voglio essere solidale con voi. Solo così può cambiare il mondo.

Forse la lettura del brano di Tito che parla della nostra salvezza e che all'inizio ci sembrava strano per essere un testo natalizio ora ci parla e forse rileggendolo si riempie con tutto il messaggio straordinario di Natale.

4 Quando la bontà di Dio, nostro Salvatore, e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, 5 egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, 6 che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, 7 affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.

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Predicazione per la vigilia di Natale

Il popolo che camminava nelle tenebre vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte la luce risplende. 2 Tu moltiplichi il popolo, tu gli elargisci una gran gioia; esso si rallegra in tua presenza come uno si rallegra al tempo della mietitura, come uno esulta quando spartisce il bottino. 3 Infatti il giogo che gravava su di lui, il bastone che gli percuoteva il dorso, la verga di chi l’opprimeva tu li spezzi, come nel giorno di Madian. 4 Difatti ogni calzatura portata dal guerriero nella mischia, ogni mantello sporco di sangue saranno dati alle fiamme, saranno divorati dal fuoco. 5 Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace, 6 per dare incremento all’impero e una pace senza fine al trono di Davide e al suo regno, per stabilirlo fermamente e sostenerlo mediante il diritto e la giustizia, da ora e per sempre: questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Siamo qui per prepararci al Natale, per attingere alla pace che solo il Natale, o meglio, colui che nasce nella stalla di Betlemme, può darci. Siamo qui, forse dopo aver ancora preparato tutto ciò che mancava per rendere bella la festa, siamo qui, ora, e possiamo dirci: ciò che non siamo riusciti a fare, non dobbiamo per forza fare.

Fino ad oggi c’era il tempo per comprare regali, per scrivere lettere o cartoline di Natale. Adesso c’è il tempo di stare qui davanti al Signore per farci avvolgere nella sua pace. Questo è Natale.

Fare sì che il suo Shalom possa trovarci, avvolgerci e trovare un terreno fertile in noi, affinché anche noi lo possiamo vivere, il suo shalom.

Per poter vivere in pace, nelle nostre famiglie, con i nostri genitori anziani, con i nostri figli. E forse anche in pace con noi stessi. Questo è Natale. E noi ora siamo qui per adorare come i Re Magi, per celebrare la pace venuta nel bambino nato nella stalla di Betlemme. Possiamo fare la stessa esperienza dei pastori che arrivano dai campi e, vedendo il bambino, si accorgono che davanti al bambino non contano le aspettative altrui che pensiamo di dover accontentare, davanti al bambino sentono di non essere misurati, giudicati e messi alla prova.

Così anche noi, davanti al bambino nella mangiatoia non dobbiamo più entrare nelle norme, possiamo arrivare davanti a lui come i pastori: senza doni, solo noi, come siamo, perché questo bambino è colui che con la sua vita ci dice: ti amo, non per ciò che fai ma perché ci sei.

Non dobbiamo nemmeno avvicinarci con la fede, anche se molti la fede, la vedono come condizione per farlo. La giusta fede. Ma anche la fede non è un nostro possesso, la fede è un dono non un merito.

Perciò davanti a Dio e davanti al bambino nella mangiatoia nel quale Dio viene da noi, possiamo essere come siamo. Ai suoi occhi valiamo. Questo è il messaggio del Natale.

Qui incontriamo il messaggio dell’amore che predichiamo ogni domenica: Non temete. Come dice l’angelo: Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore.

Questo messaggio ci dice: tutte le persone valgono. Anche coloro che non riescono a fare grandi regali, anche coloro che non avranno tanto da mangiare stasera o domani, anche coloro che forse non se lo sentono proprio di addobbare la casa per il Natale.

Gli angeli cantarono per poveri pastori. I pastori non valevano niente, non dovevano nemmeno presentarsi al censimento dell’imperatore Augusto. E qui si nasconde un messaggio profondo di ciò che ebbe inizio con la nascita di Gesù.

Il bambino nella mangiatoia annuncia un nuovo mondo, un modo nuovo di capirsi come persona, un nuovo modo di vivere nel mondo, un nuovo modo di vivere nel mondo, di vivere con la morte, di vivere con gli altri e con Dio, Dio diventato uomo, Dio diventato uno di noi, Dio in mezzo a noi con il suo amore.

Talvolta penso che dobbiamo rileggere con attenzione il messaggio per non correre il rischio di perdere di vista quanto di redenzione e cambiamenti epocali si nasconde nel racconto di Luca.

Tutte le persone valgono. Lo sappiamo. Lo diciamo. Lo dice la dichiarazione universale degli diritti dell’uomo che quest’anno ha compiuto 77 anni. Articolo 1 cita:

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.»

Ma è veramente così?

Questa domanda ha la sua radice nel racconto del Natale, nella fede che nasce dall’amore di Dio e che ci rende uguali tutte e tutti.

Noi qui forse ce ne accorgiamo, noi che siamo in questa chiesa in quest’ora, perché siamo tutte e tutti persone che desiderano ardentemente l’amore e la pace, che desiderano accettarsi come sono, sapendo che Dio in Cristo fa così.

Non si può però costringere all’uguaglianza. Ci sono tanti esempi di tentativi andati male. Tentativi di arrivare all’uguaglianza con la violenza creando così solo paura ed esclusione.

Il fatto che valiamo non arriva con la forza, è la fede nel Dio d’amore che ci insegna che tutte le persone valgono davanti a Lui. E se lo concretizziamo, allora credo che Dio è all’opera anche per mezzo nostro.

Nel tempo di Avvento e durante i giorni di Natale ci accorgiamo come l’amore può cambiarci. Si aprono gli occhi per vedere che cosa possiamo fare l’uno per gli altri. C’è il desiderio di fare qualcosa per gli altri. Di avere tempo e di fare ciò che nel tram tram durante l’anno non riusciamo a fare. Così ci accorgiamo quanto fa bene stare insieme. Vediamo che qualcuno o qualcuna pensa a noi, sperimentiamo che per qualcuno io conto e che qualcuno conta per noi.

Per questo la solitudine a Natale pesa molto di più. E fortunatamente ci sono delle persone che preparano una cena anche per chi è solo. Sapete che il culto della vigilia a Messina è nato così? Quando sono arrivato ho visto che nella chiesa c’erano delle persone sole, persone che non avevano nessuno. Allora abbiamo organizzato una cena in chiesa … e dopo questa cena ci siamo trasferiti, alle 23 … e abbiamo fatto la liturgia che stiamo facendo noi adesso.

Quest’atmosfera particolare del Natale la vorremmo tanto far durare anche oltre il 6 gennaio quando tutte le feste finiscono.

Basterebbe già riflettere un attimo per vedere quante storie, quante esperienze con Dio anche la vita quotidiana ha in serbo per noi. Spesso vediamo la vita quotidiana come grigia, monotona; il suo ritmo sempre simile ci chiude gli occhi e l’orizzonte.

Perciò la quotidianità diventa un qualcosa da superare, da affrontare. Invece anche la vita quotidiana fa parte del tempo che Dio ci dona, e, visto sul serio, è la fetta più grande della nostra vita.

Quanto amore possiamo sperimentare anche per le cose piccole: quando mangiamo insieme, quando giochiamo con i figli, diamo una mano ai nipoti per lavare i denti, quando usciamo per fare la spesa, e prepariamo la cena. Certo, sono cose che si ripetono giorno dopo giorno e come tutte le cose rischiano l’effetto assuefazione.

Ma talvolta fa bene vedere quanta serenità si nasconde nelle cose quotidiane viste con gli occhi dell’amore, del Dio d’amore che vuole aprirci anche alle cose piccole.

E’ il suo amore che ci plasma e ci rende aperte e aperte alla vita. E’ il suo amore grazie a cui siamo qui anche in quest’ora del pomeriggio della vigilia, è il suo amore che crea la comunione fra di noi.

Il suo amore che va oltre al sentimento e fa si che ci accogliamo gli uni gli altri e guardiamo oltre noi stesse o stessi. E noi ci accogliamo e a livello nazionale la nostra chiesa è una chiesa che accoglie, lo facciamo perché l’amore di Dio ci insegna che tutte e tutti valgono ai suoi occhi.

Le persone innamorate si chiedono sempre, ma quanto durerà? Perché abbiamo paura di perdere l’amore e con esso anche la persona che amiamo e dalla quale veniamo amati.

Noi possiamo perdere la fede nel Dio d’amore? Possiamo perdere l’accoglienza? Certo che possiamo. Può accadere da un giorno all’altro. Tutto ciò che è cresciuto lentamente fra noi e Dio, può perdersi, perché non è una cosa che viene da se.

La fede nel Dio d’amore non viene da se. Dipende da ciò che ascoltiamo, dai racconti che ci formano e creano il nostro orizzonte di vita, le narrazioni che ci ispirano e fanno si che ci troviamo in esse.

La fede nasce dall’ascolto. Se diamo ascolto a chi ci racconta che conta il profitto, che deve valere la pena fare una cosa, che devi avere sempre dei traguardi e obiettivi alti, che la vita è una prova continua … allora diventiamo egoisti e viviamo uno contro l’altro. E’ chiaro che queste narrazioni non danno spazio all’accoglienza.

La fede nel Dio d’amore deve essere curata, edificata, fortificata. E Natale è una festa per farlo. Per questo siamo qui e ascoltiamo i profeti e l’Evangelo di Natale.

Dio faccia in modo che continuiamo ad ascoltare i racconti, i canti e le poesie che troviamo nella sua Parola per tenere vivo il fuoco del suo amore in noi.

Jens Hansen Mastodon

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2 Corinzi 1, 18-22

Se una persona, sulla quale hai sempre contato, ti delude, cosa fai? Cominci a riflettere? Ti sale la rabbia? O pensi alle buone esperienze che finora hai avuto con questa persona e continui a fidarti di lei, anche se ora sei rimasto deluso? E se invece tu stesso o tu stessa fossi accusato da un’altra persona di aver deluso le sue aspettative?

E' facile che simili delusioni si verifichino dove si nutrono grandi aspettative. Il rischio è molto alto proprio a Natale. Vogliamo tutti una festa riuscita. Per arrivarci, ci stiamo impegnando molto. Esploriamo i bisogni degli altri membri della famiglia, cerchiamo di capire con sensibilità e attenzione chi festeggia con chi e dove e quando. Ma anche in quel caso, qualcuno potrebbe sentirsi dimenticato.

L'accusa di essere stato deluso spesso non viene espressa in termini concreti, nel senso che uno dica: senti, facendo così, mi hai profondamente deluso. Raramente siamo capaci di reagire a una delusione affrontandola nel concreto. Spesso arriviamo al livello generale: mettiamo in dubbio la relazione con la persona che ci ha deluso, forse mettiamo anche in dubbio l’integrità della persona stessa.

Vivere delle delusioni e le sue conseguenze può farti vacillare e far cadere. Proprio perché la fiducia può essere facilmente delusa, non desideriamo altro che poter vivere con fiducia in noi stessi, nelle altre persone e in questo mondo. La fiducia in Dio ha qui un ruolo fondamentale. E ogni volta che una di queste dimensioni di fiducia viene delusa, noi desideriamo di nuovo la lealtà e l'affidabilità.

Il testo proposto per il sermone di oggi fa parte di un conflitto di questo tipo tra Paolo e i Corinzi. Paolo si è comportato in modo strano, di conseguenza, i Corinzi sono delusi. Prima Paolo voleva venire a trovarli, poi ha cambiato i suoi piani di viaggio. Loro si chiedono: Paolo si interessa veramente di noi? Fa ancora sul serio con noi? E' ancora affidabile? Possiamo ancora credergli? La reputazione di Paolo a Corinto è già messa a dura prova. Dei predicatori itineranti in concorrenza a Paolo hanno tirato molti membri della comunità dalla loro parte. Essi hanno criticato il comportamento di Paolo: non è coinvolgente quando parla, non è persuasivo come oratore, in fondo una persona debole. Certo, Paolo ha scritto delle lettere, ma per loro è troppo poco. E ora lo accusano di essere inaffidabile.

Egli stesso, nella lettera, si interroga un po’ offeso: ho forse agito con leggerezza? Oppure le cose che decido, le decido secondo la carne? Di modo che in me ci siano contemporaneamente il “sì sì” e il “no no”.

Sembra che Paolo percepisca il conflitto come un profondo turbamento della sua credibilità di apostolo.

Ora potrebbe giustificarsi con i Corinzi, argomentare sulla sua persona, o addirittura opporsi a simili critiche. Sarebbero delle reazioni comuni, ma poco utili. Paolo non lo fa, non lo fa, perché nella sua rabbia qualcosa gli appare davanti ai suoi occhi interiori. Chiaro, confortante e incoraggiante.

Ecco, siamo arrivato al testo proposto per oggi. Vi leggo dalla seconda lettera Paolo ai Corinzi i versetti 18 a 22 del primo capitolo. 2 Corinzi 1,18-22:

18 Or come è vero che Dio è fedele, la parola che vi abbiamo rivolta non è «sì» e «no». 19 Perché il Figlio di Dio, Cristo Gesù, che è stato da noi predicato fra voi, cioè da me, da Silvano e da Timoteo, non è stato «sì» e «no»; ma è sempre stato «sì» in lui. 20 Infatti tutte le promesse di Dio hanno il loro «sì» in lui; perciò pure per mezzo di lui noi pronunciamo l'Amen alla gloria di Dio. 21 Or colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; 22 egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori.

Paolo non accusa i Corinzi, non rinfaccia loro la delusione. Paolo parla invece del rapporto che Dio ha con il mondo. Così impariamo che riflettere è sempre un’ottima idea in un momento di grande tensione, soprattutto quando entrambe le parti sono insicure e si scontrano.

Paulo ricorda chi lo collega ai suoi collaboratori e ai Corinzi. Dio è il fondamento su cui stanno tutti ed è un rifugio nella crisi.

Dio è fedele e di Dio ci possiamo fidare. Dio è fedele alle sue promesse. Dio è fedele alla sua creazione oggi così in pericolo e vicina alla catastrofe. Dio ci ha creati liberi. Dandoci la libertà, Egli corre il rischio che ci allontaniamo da lui, che siamo indifferenti verso lui e verso la creazione, il rischio che così ci facciamo del male l'un l'altro. Dio è e rimane fedele a noi.

Il suo Sì senza se e senza ma, Dio ce lo mostra nel Suo Figlio Gesù Cristo. Egli, Cristo, incarna la fedeltà di Dio, sta per il Suo Sì alle promesse. Gesù Cristo parla e agisce per conto di Dio. In Gesù lo vedono tutte e tutti: Dio si prende cura dei deboli e degli umili. La sua misericordia è rivolta a tutti coloro che sono oppressi e privati della loro vita. E' così che Maria canta nel suo canto di lode che abbiamo sentito all’inizio del culto:

Ha fatto cadere i potenti dai loro troni e ha innalzato gli umili. Ha colmato di beni chi aveva fame e i ricchi li ha mandati via a mani vuote. Ha soccorso Israele suo servitore, ricordandosi della misericordia, proprio come aveva detto ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

La misericordia di Dio, il suo amore e la sua bontà, li possiamo vivere e sperimentare in Gesù, dal presepe fino alla croce. Gesù accetta le persone come sono, le consola, vede le loro difficoltà. Gesù è un esempio come si possa vivere bene nelle condizioni di una creazione fragile e effimera. Gesù mostra quanto siamo vicini al nuovo mondo di Dio. Al suo tavolo, la gente vede la bontà di Dio. Le apparenze del male e della violenza di cui soffriamo e in cui siamo coinvolti, vengono fermate da Gesù. Egli fa valere la potenza di Dio: essa consiste nell'amore contro l'odio, nella verità contro la menzogna e nella difesa della giustizia e della misericordia contro l'ingiustizia e la violenza. Questo è il sì di Dio sulla sua creazione. Gesù è questo sì in persona.

Molti sono attratti da lui, alcuni seguono la sua chiamata. Altri sono terrorizzati. Infatti, la reazione a Gesù va dall'osanna! Al crocifiggilo! Alla fine, Egli stesso diventa una vittima, indifesa, impotente. E' tutto finito? Dio l'ha abbandonato? Si lo chiedono le sue amiche e i suoi amici più intimi. Solo quando il Risorto li incontrerà, sapranno che è vivo. Dio è fedele. E' così che Paolo lo ha scoperto. Dio è fedele. Dio è il mio rifugio. Mi fa sentire il suo sì. Ancora e ancora. Anche ora nel conflitto con i Corinzi. E' per questo che Paolo è convinto che, come ha trovato in Cristo il coraggio e la certezza della sua vita, così sarà anche per i Corinzi: colui che ci fortifica con voi per Cristo e che ci ha unti è Dio.

Qui Paolo è molto insistente: vedete, Dio ci unisce, non noi stessi. Lui ci unge e ci sigilla, noi apparteniamo a Lui. E' con noi. Dio ce lo fa vedere per mezzo del suo Spirito. Il Suo Spirito prende la sua dimora nei nostri cuori. Agisce in noi. Ci rende certe e certi della sua lealtà. Ci rialza quando siamo tristi e disperati. Ci aiuta di agire nel suo senso: con amore, sinceri, giusti e misericordiosi.

Concludo:

Paolo apre un nuovo orizzonte. Il futuro di Dio. In esso si trova anche Paolo con i Corinzi. Paolo, con le sue parole, non solo tende la mano verso i Corinzi. Egli ci mostra: vi potete rivolgere a Dio, quando siete insicuri e delusi. E saprete: Dio ci dice “sì!”. E fa dire a noi: sì e amen.

Jens Hansen Mastodon

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Preaching for the Christmas Convention

Dear brothers and sisters,

Today we hear again the beautiful message of Christmas:
God gives us his peace. We all want peace.
Every person, every family, every country desires peace.
But when we look at our world, we see war, violence, fear, division.
Sometimes, even in our own hearts and in our own homes, we do not feel peace. So we can ask:
What is this peace that God promises us?
What kind of peace is born in Bethlehem?

1. What peace is not

First, let us say clearly what peace is not.

  • Peace is not only the absence of war.
    We can live in a country without war, and still have a heart full of anger, jealousy, fear.
  • Peace is not just a feeling of calm.
    Feelings go up and down. True peace is deeper than emotions.
  • Peace is not escape.
    It is not closing our eyes to problems, or ignoring injustice, or staying in our comfort.
  • Peace is not control.
    Sometimes we think: “I will have peace when everything goes exactly as I want.”
    But this is not peace, this is control – and it never really works. The peace of God is something different. It is stronger, deeper, more real.

2. The great shalom: God’s peace

In the Bible, the word for peace is “shalom”.
Shalom means much more than “no war”.

Shalom means: – wholeness,
– harmony,
– right relationship with God, with other people, with creation, and also with ourselves.

Shalom is when everything is in the right place, in the right order, under God’s blessing.

a) Isaiah 9: Light and the Prince of Peace

Isaiah speaks to a people who “walked in darkness”.
They know war, injustice, fear.
And into this darkness, a light shines.

He announces a child who will be called: – Wonderful Counsellor,
– Mighty God,
– Everlasting Father,
Prince of Peace.

His peace is linked with justice and the end of oppression.
Isaiah says that the boots of warriors and the garments rolled in blood will be burned.
This means: God wants to finish the cycle of violence and revenge.

Peace, for God, is not a weak thing.
It is strong. It breaks the power of injustice and fear.

b) Titus 2: Grace that changes us

In the letter to Titus, we hear that “the grace of God has appeared”, bringing salvation to all.
This grace “trains us” to live in a new way:
– to say “no” to sin,
– to live self-controlled, upright, and holy lives.

So peace is not only a gift we receive.
It is also a new way of life that God teaches us.

If I want God’s peace, I must let his grace change my heart: – forgive where I want to hate,
– speak truth where I want to lie,
– be gentle where I want to be hard,
– be generous where I want to keep everything for myself.

There is no true peace without conversion.

c) Luke 2: Peace in a manger, peace in a heart

In the Gospel, the angels sing:
“Glory to God in the highest, and on earth peace to those on whom his favor rests.”

Notice something important: – First: glory to God.
– Then: peace on earth.

When God is in his right place – at the center – peace can begin to come.
When we give glory to God, when we adore him, our life begins to find its right order.
This is the beginning of peace.

The shepherds go in haste to Bethlehem and find a child in a manger.
The peace of God is not an idea, it is a person: Jesus.
He is small, poor, vulnerable.
God’s peace arrives in humility and weakness, not in power and noise.

And then we hear about Mary.
She “kept all these things, pondering them in her heart.”

Mary shows us another secret of peace: – She listens,
– She receives,
– She keeps the Word of God in her heart,
– She meditates, she prays.

Peace grows in a heart that listens to God and keeps his Word.


3. How can we receive this peace?

So, how can we receive this peace of Christ, this great shalom?

  1. By looking at Jesus, not only at the problems

The shepherds went to see the child.
They did not stay in the fields talking only about fear and darkness.
They moved. They went to Jesus.

We also can choose:
– Will I look all day at the news, social media, my fears?
– Or will I also look at Christ, listen to his Word, adore him?

  1. By trusting that God is with us

The name of Jesus means “God saves”.
He is Emmanuel, “God with us”.

I can say in my heart:
“Lord, I do not understand everything. I am sometimes afraid.
But I believe you are with me. You are my peace.”

  1. By allowing God to heal our wounds

Many times, the war outside begins with a war inside:
– old hurts,
– anger we carry for years,
– wounds in our family,
– shame, self-hatred.

We can bring these things to Jesus, like the shepherds brought themselves to the manger.
Maybe with the help of a priest, a spiritual guide, or a friend.
His peace is not magic. But if we are honest with him, he begins to heal us.

  1. By letting grace train us

As Titus says, grace trains us.
This training is daily and concrete: – choosing not to answer with an insult,
– asking for forgiveness when we are wrong,
– making time for prayer even when we are tired,
– doing small acts of love in secret.

Every small choice opens our heart more to the peace of Christ.


4. How can we be bearers of this peace?

God does not give us peace only for ourselves.
He wants us to become instruments of his peace.

  1. In our families and community

    • With our words: speak gently, not with shouting and sarcasm.
    • With our listening: really listen, not only wait to answer.
    • With our time: be present, put down the phone, look at the person in front of you.
  2. By forgiving and seeking reconciliation

Maybe there is someone in your family, in your parish, at your work,
with whom you do not speak, or about whom you always speak badly.

Tonight/today you can ask Jesus:
“Show me one step of peace I can make. One call. One message. One ‘I am sorry’.”

Peace begins with small, humble steps.

  1. By being people of hope, not fear

The shepherds returned “glorifying and praising God” for all they had seen.
They became witnesses of peace.

In a world full of bad news and complaints,
we can be people who: – do not spread gossip and fear,
– share signs of hope,
– speak about the good that God is doing.

  1. By carrying Christ inside us, like Mary

Mary carried Jesus in her body and in her heart.
We carry him in our heart, in our faith, and in the Eucharist.

When we leave this church, we do not leave Jesus here.
We take him with us: into our homes, offices, schools, streets.
Where you go, Christ goes.
Where Christ goes, his peace can enter.


5. Conclusion

Brothers and sisters,
in a world of darkness, Jesus is our Prince of Peace.
His peace is not cheap, not superficial.
It is the great shalom of God:
– reconciliation,
– justice,
– mercy,
– a new way of living.

Let us ask for three graces today: 1. To receive the peace of Christ in our own hearts.
2. To be changed by this peace in our way of living.
3. To become bearers of this peace in our families, our parish, our city.

Let us pray:

Lord Jesus, Prince of Peace,
come into our darkness with your light.
Heal our hearts, heal our families, heal our world.
Make us instruments of your peace.
Amen.

Jens Hansen Mastodon

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Registrazione per Radio RAI FVG

Anno 2 avanti Cristo.
Nel silenzio del cielo si apre un sinodo straordinario. Sono presenti tutti i grandi: Adamo ed Eva, Abramo, Isacco e Giacobbe, Mosè e Aronne, i rappresentanti delle dodici tribù, i profeti, le schiere degli angeli.

Il Presidente si alza:
«Vi ho convocati perché stanno per avvenire cambiamenti epocali. Finora mi sono legato in modo particolare a Israele, il mio popolo eletto e amato. Ma è giunto il tempo dell’universalità: da ora in poi il nostro agire sarà globale.»

Mormorio in sala. Abramo è turbato:
«Che ne è delle promesse? Sono stato fedele alla tua parola… I patti non valgono più?»

I rappresentanti delle tribù si agitano. Dan prende la parola:
«Tu ci hai guidati fuori dall’Egitto, ci hai scelti tra tutti i popoli. Come puoi rinunciare alla nostra elezione esclusiva?»

Il Presidente risponde con calma:
«Non rinnego la mia scelta: voi restate il mio popolo eletto. Tutto ciò che ho fatto finora l’ho fatto per voi. Ma io sono il creatore del cielo e della terra: prima ancora di chiamarvi, avevo nel cuore l’intera umanità. Ora voglio compiere fino in fondo questo disegno.»

Poi guarda il suo Assistente: «Spirito, illustra il progetto.»

Lo Spirito avanza:
«Ciò che i profeti hanno annunciato ora deve compiersi. Il progetto si chiama “Messia”. Non basta più parlare dall’alto: dobbiamo andare dagli umani. Vogliamo che vedano una luce nelle loro tenebre, che trovino una sorgente di giustizia, pace, amore. Per questo il Presidente ha deciso di mandare suo Figlio nel mondo.»

Un sussulto attraversa l’assemblea. Isacco sussurra: «Mandare suo Figlio? È troppo…»
Ma tutti percepiscono la grandezza di quel gesto.

«Come accadrà?» domanda qualcuno. «Con un’apparizione di angeli? In quale città?»

Lo Spirito risponde:
«Per raggiungere davvero gli uomini dobbiamo diventare uno di loro, carne e ossa. Fra due anni, a Nazaret, una giovane donna, Maria, fidanzata con Giuseppe della stirpe di Davide, concepirà e partorirà un bambino. Sarà il Figlio del nostro Presidente. Si chiamerà Gesù.»

Resta da decidere il luogo della nascita. Qualcuno propone Gerusalemme, centro della fede. Altri Roma, capitale dell’impero, per una nascita trionfale che tutti vedano.

Il Presidente scuote il capo:
«Mio Figlio non entrerà nella storia secondo le logiche del potere. Il mondo è segnato da violenze, guerre, ingiustizie, solitudini. Io voglio portare un’altra luce: la luce dell’amore. Tu, Michea, un giorno hai detto: “Da te, Betlemme, Efrata…” È deciso: mio Figlio nascerà a Betlemme, un villaggio ai margini.

Voglio scendere nell’angolo più remoto del mondo, nella povertà, per farmi vicino a chi si sente lontano, indegno, perduto. Per chi cammina nelle tenebre.»

L’assemblea comprende il mistero racchiuso in questa scelta.
E dalle schiere celesti si leva un inno che riempie il cielo e la terra:

«Gloria a Dio nei luoghi altissimi
e pace in terra agli uomini che egli ama.»

Jens Hansen Mastodon

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Predicazione su Luca 3 versetti scelti


Giovanni Battista apre la bocca. Parla a voce alta delle ingiustizie. Dà voce alla giustizia. In un paese controllato dall’esercito romano, dove la famiglia regnante si arricchisce a spese dei poveri ed emarginati, Giovanni rompe il silenzio. I soldati costringono le persone ai servizi militari, i pubblicani approfittano del loro ruolo, e tanti — troppi — si arrangiano con questo sistema oppressivo pur di sopravvivere.

Ma Giovanni non si lascia intimidire. In pubblico critica apertamente Erode. Denuncia l’arricchimento ingiusto, la violenza dello Stato, l’estorsione quotidiana. Chiede ai doganieri di pretendere solo ciò che è dovuto e ai soldati di rinunciare alla violenza, alle minacce, all’abuso di potere. Invita la gente a smettere di lasciarsi trascinare dalla corrente e ad avere il coraggio della solidarietà: chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; chi ha cibo condivida con chi manca del necessario.

Alla propaganda dello Stato Giovanni oppone un’analisi lucidissima della situazione: “l’ascia è già posta alla radice degli alberi.” Il paese è sull’orlo del collasso. E la Bibbia non nasconde i responsabili: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea…” e via dicendo (Lc 3,1-2). È una denuncia precisa, non generica. Giovanni dice ciò che molti pensano ma non osano pronunciare. Il suo coraggio risveglia coraggio. Le persone escono dalle loro nicchie, si mettono in cammino e arrivano fino al deserto, dove lui vive. Le sue parole risuonano in tutte le classi sociali, persino tra soldati e pubblicani. Anche loro gli chiedono: “E noi, che cosa dobbiamo fare?” La necessità di un cambiamento è evidente perfino dentro le strutture del potere.

Il simbolo di questo movimento è il battesimo nel Giordano: un segno di novità, di svolta, che più tardi diventerà centrale nel cristianesimo. Come molti profeti prima di lui — pensiamo solo a Geremia, con la sua storia spesso tragica — Giovanni paga un prezzo alto. E come accade tuttora per coloro che lottano per i diritti e la dignità, rischia minacce, prigione, la vita stessa. Anche quando viene incarcerato, il suo movimento non scompare: confluisce naturalmente in quello di Gesù. Gli Atti degli Apostoli ci mostrano quanto fosse estesa l’influenza del Battista: a Efeso, anni dopo, Paolo incontra persone che erano ancora state battezzate “con il battesimo di Giovanni”.

Giovanni, con la sua predicazione diretta e senza compromessi, non certo “politically correct”, crea un movimento che diventerà parte viva della storia della chiesa.

Egli parla in piena tradizione profetica. I profeti hanno sempre preso la parola quando c’era bisogno di parole chiare e scomode. Giovanni è uno di loro. Fa domande dirette, che potremmo parafrasare così: “La tua coscienza è in ordine?” Non cerca mediazioni o attenuazioni: va dritto al cuore. Ma ora, dopo aver guardato ciò che accadde allora, dobbiamo chiederci qualcosa di importante: noi, oggi, abbiamo fatto progressi? Le parole di Isaia rimangono attuali: “Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati.”

Anche oggi conosciamo valli e montagne, nella società e nella nostra vita personale: valli di malattia, sofferenza, guerra, povertà, esclusione, chiusura. Di queste valli, soprattutto le personali, parliamo poco. Non vogliamo raccontare come ci si sente quando arriva un licenziamento, o quando i medici sospettano un tumore. Chi ha vissuto la guerra evita di rievocare gli orrori visti.

Dei monti invece parliamo volentieri: un nuovo lavoro, un successo raggiunto.

Eppure monti e valli fanno parte della vita di tutti. E spesso ci chiediamo se ciò che affrontiamo sia giusto, e quale responsabilità abbiamo in tutto questo.

Le cose non andavano allora e non vanno neppure oggi. Viviamo tempi segnati da ingiustizia sociale: chi è debole, malato, fragile, spesso viene messo da parte. Vengono spesi miliardi in armamenti mentre si rinviano gli investimenti contro la crisi climatica e nella formazione delle nuove generazioni. La forbice tra ricchi e poveri si allarga, e lo sguardo con cui guardiamo chi arriva da lontano, spinto dalla disperazione, raramente è uno sguardo giusto.

Potremmo fare un elenco infinito. E di solito, quando se ne parla, si sente dire: “Devono fare qualcosa quelli che ci governano.” Segue il lamento, continuo e sterile.

Ma Giovanni non vuole questo.

Giovanni vuole aprire occhi e orecchie. Vuole che ciascuno veda la propria responsabilità. Vuole che ognuno capisca che può fare qualcosa. “Convertitevi!” — questo è il suo appello. Non solo alle strutture, ma ai cuori. Conta ciò che facciamo e ciò che lasciamo fare dentro di noi. Conta la nostra scelta quotidiana: restare sul divano a lamentarsi, o decidere di alzarsi e di agire.

E la domanda che Giovanni ci rivolge oggi è molto semplice e molto diretta: “Sono pronto a guardare dentro di me? Sono pronto a dare qualcosa di mio? Sono disposto a impegnarmi?”

Giovanni predica il cambiamento con toni forti. Ma anche lui, a un certo punto, dovrà cambiare. Perché il Signore che lui attendeva non è venuto con rabbia e minaccia, come forse immaginava. Gesù viene con amore, comprensione, attenzione e perdono. Viene perché sa che nessuno vive sempre sul monte o sempre nella valle: la vita è più complessa. E così Gesù si rivolge ai poveri e ai malati, ma anche ai ricchi e ai peccatori.

Dietro questo amore c’è un principio fondamentale: l’attesa dell’altro comincia dall’attesa su noi stessi, dalla nostra posizione interiore. “Ama il tuo prossimo come te stesso.”

Allora tocca a me alzarmi dal divano comodo e muovermi. I doni che abbiamo sono diversi e preziosi. Invece di lamentarci, possiamo chiederci: qual è il mio posto? Qual è il mio piccolo compito? Dove e come posso preparare la strada al Signore che viene?

Che la pace di Dio accompagni questa riflessione e ci aiuti a camminare su sentieri di pace.

Jens Hansen Mastodon

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Messaggio di allarme

Pubblichiamo qui il link al messaggio di allarme di cui è il primo firmatario Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la pace 1980

Messaggio di allarme

Jens Hansen Mastodon

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Testo: Luca 21:25-33

Versione italiana

Versione in Twi

Che cosa hanno in comune l’Avvento e il nostro testo di predicazione? Entrambi parlano di Cristo che viene. Cristo è in cammino. Cristo è sulla strada verso di noi.

Questo consola chi si aspetta che possano arrivare cose peggiori. Dà forza a chi si è scoraggiato per tutte le cattive notizie del nostro tempo. Ridona nuova fiducia a chi ha quasi disimparato a vivere con speranza. Lo sguardo rivolto a Colui che viene è uno sguardo verso l’alto. Uno sguardo verso il cielo.

Uno sguardo che va oltre ciò che è terreno, opprimente, spaventoso. Uno sguardo su una realtà nuova, che non possiamo dedurre dalla nostra esperienza.

Ma è proprio questo che l’Avvento vuole dirci: noi aspettiamo Colui che supera ogni nostra esperienza. Colui che ci dà forza per vincere le nostre paure.

Colui che imprime in noi l’immagine di un buon futuro, con la quale possiamo già da ora plasmare e trasformare il nostro presente.

L’immagine del Regno di Dio, nel quale abitano pace e giustizia, può incoraggiarci a trattarci gli uni gli altri con amore e attenzione.

In mezzo a un mondo che cambia continuamente ed è sempre esposto al pericolo.

Dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008, la crisi del Covid e poi la crisi causata dalle sanzioni contro la Russia, da ogni parte si agita ora lo spettro della recessione, di una nuova crisi economica. I segni dei tempi, in campo economico, annunciano tempesta. E i nostri governanti ci portano direttamente in una guerra che nessuno vuole. Poiché ovunque si parla di “tempi difficili”, i consumatori sono insicuri. Bisogna forse risparmiare per i “tempi difficili”, per avere qualcosa da parte quando il proprio posto di lavoro sarà in pericolo? Oppure proprio ora, contro tutti i profeti di sventura, si dovrebbe comprare per sostenere l’economia? Nei circoli politici si discute di programmi di rilancio dell’economia. E qui si pone la stessa domanda: lo Stato deve ora stringere la cinghia, oppure deve fare spese supplementari per sostenere l’economia “malata”? Eppure si sarebbe dovuto imparare dal passato che questi programmi spesso si esauriscono senza grandi effetti, più che portare un reale vantaggio. Possono difficilmente influenzare in modo duraturo la dinamica interna di un’economia mondiale debole e profondamente intrecciata. Appaiono tutt’al più come misure cosmetiche, che servono a calmare il popolo. Come vediamo, il prossimo futuro viene attualmente dipinto con colori molto cupi. Questo alimenta paure nella popolazione. Genera incertezza e crea un clima di malinconia e pessimismo. Da chi ci si può aspettare aiuto? Chi sa che cosa può far migliorare di nuovo la situazione? Chi conosce la ricetta giusta per rimettere in moto l’economia? Un ulteriore fattore di insicurezza è il continuo riscaldamento del clima, che porterà a cambiamenti su scala mondiale. In molti luoghi i ghiacciai si sciolgono. Di conseguenza il livello del mare salirà. Saranno necessari trasferimenti di popolazione quando le regioni costiere finiranno sott’acqua. Conosciamo i terremoti e le eruzioni vulcaniche, che si verificano sempre di nuovo e hanno conseguenze terribili. E pensiamo alle sempre più forti piogge con conseguenze devastanti e spesso mortali. Per i prossimi anni e decenni si prevede anche una diminuzione delle riserve di petrolio e dell’acqua dolce. Quali conflitti e quali guerre ne deriveranno, non è ancora possibile prevedere. Ma tutto questo non è nulla di nuovo sotto il sole.

Già al tempo in cui Luca scriveva il suo Vangelo, c’erano paura e smarrimento tra le persone, di fronte ai conflitti armati e alle catastrofi che avvenivano nei dintorni dei suoi lettori. Ci saranno state sicuramente voci che dicevano: “Dove andremo a finire?” oppure “Così non si può andare avanti!” o “Questo è l’inizio della fine!”. Anche allora i pessimisti saranno riusciti a diffondere le loro paure e a contagiare gli altri. Quando Luca mette sulle labbra di Gesù: “Questa generazione non passerà prima che tutto questo avvenga”, questo, preso alla lettera, è un’esagerazione enorme. Forse Luca voleva semplicemente rendere chiaro che tutte le paure che nascono dalle esperienze non devono necessariamente distruggere nessuno. Che tutte queste paure perdono la loro forza e il loro potere là dove si impara a guardare oltre di esse. Dove si alza lo sguardo e si vede Colui che, durante la sua vita terrena, ha imposto un limite al vento e alle onde. Colui le cui parole allora sprigionano la loro forza. Quando Luca fa parlare Gesù del “fragore del mare e dei flutti”, è una forte immagine della paura che coglie le persone davanti ad avvenimenti opprimenti. La paura può sommergere l’anima come le onde del mare e togliere il respiro. La paura paralizza e rende incapaci di agire davanti alle sfide che i problemi del nostro tempo rappresentano. A questo Gesù contrappone l’immagine del fico: “E disse loro una parabola: guardate il fico e tutti gli alberi; quando già germogliano e voi lo vedete, da voi stessi capite che ormai l’estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il Regno di Dio è vicino.” Gesù distoglie il nostro sguardo dagli avvenimenti che percepiamo come opprimenti e gravosi. Ma anche dalle conseguenze che giudichiamo terribili. “No, non è la fine. Non abbiate paura: in tutto questo si manifesta l’inizio di qualcosa di nuovo. Oltre l’orizzonte la strada continua – meglio di quanto possiate immaginare in qualunque modo.” Nella crisi si manifesta ciò che vince la paura. Nella crisi germoglia il nuovo. Quanto più i segni dei tempi sono inquietanti, tanto più il Regno di Dio è vicino. Quanto più grandi sono le paure, tanto più forte diventa la speranza. Quanto più regna la mancanza di riguardo, tanto più pieni saranno pace e giustizia. Ciò che viene non è la fine, ma qualcosa di completamente nuovo e straordinario. Per questo vale la pena impegnarsi già qui e ora. Guardiamo, in pieno inverno, all’estate che verrà. Guardiamo agli alberi che mettono le gemme, alla speranza in fiore, alla fiducia profumata di buono e ai frutti maturi che l’estate porta con sé.

Difficilmente vedremo Gesù arrivare su una nuvola. Ma nelle sue parole – che non passeranno – egli viene verso di noi. Parole che ci consolano nei tempi difficili. Parole che ci rialzano e ci danno forza in mezzo alle tempeste che ci circondano. Parole che ci donano speranza e futuro, nonostante tutte le incertezze e i pericoli di questi giorni. Poiché sappiamo che l’estate verrà, sentiamo già dentro di noi il suo calore. Il cielo si apre in noi. Fioriamo. Questo si vede là dove viviamo in pace gli uni con gli altri. Dove ci mostriamo rispetto e considerazione. Dove amiamo e perdoniamo. In verità: qui Cristo è in cammino verso di noi. Così discreto e umile come nella notte santa – come un bambino appena nato, davanti al quale le nostre paure svaniscono e la nostra capacità di amare fiorisce. Amen

Jens Hansen Mastodon

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