Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Predicazione per la vigilia di Natale

Il popolo che camminava nelle tenebre vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte la luce risplende. 2 Tu moltiplichi il popolo, tu gli elargisci una gran gioia; esso si rallegra in tua presenza come uno si rallegra al tempo della mietitura, come uno esulta quando spartisce il bottino. 3 Infatti il giogo che gravava su di lui, il bastone che gli percuoteva il dorso, la verga di chi l’opprimeva tu li spezzi, come nel giorno di Madian. 4 Difatti ogni calzatura portata dal guerriero nella mischia, ogni mantello sporco di sangue saranno dati alle fiamme, saranno divorati dal fuoco. 5 Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace, 6 per dare incremento all’impero e una pace senza fine al trono di Davide e al suo regno, per stabilirlo fermamente e sostenerlo mediante il diritto e la giustizia, da ora e per sempre: questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Siamo qui per prepararci al Natale, per attingere alla pace che solo il Natale, o meglio, colui che nasce nella stalla di Betlemme, può darci. Siamo qui, forse dopo aver ancora preparato tutto ciò che mancava per rendere bella la festa, siamo qui, ora, e possiamo dirci: ciò che non siamo riusciti a fare, non dobbiamo per forza fare.

Fino ad oggi c’era il tempo per comprare regali, per scrivere lettere o cartoline di Natale. Adesso c’è il tempo di stare qui davanti al Signore per farci avvolgere nella sua pace. Questo è Natale.

Fare sì che il suo Shalom possa trovarci, avvolgerci e trovare un terreno fertile in noi, affinché anche noi lo possiamo vivere, il suo shalom.

Per poter vivere in pace, nelle nostre famiglie, con i nostri genitori anziani, con i nostri figli. E forse anche in pace con noi stessi. Questo è Natale. E noi ora siamo qui per adorare come i Re Magi, per celebrare la pace venuta nel bambino nato nella stalla di Betlemme. Possiamo fare la stessa esperienza dei pastori che arrivano dai campi e, vedendo il bambino, si accorgono che davanti al bambino non contano le aspettative altrui che pensiamo di dover accontentare, davanti al bambino sentono di non essere misurati, giudicati e messi alla prova.

Così anche noi, davanti al bambino nella mangiatoia non dobbiamo più entrare nelle norme, possiamo arrivare davanti a lui come i pastori: senza doni, solo noi, come siamo, perché questo bambino è colui che con la sua vita ci dice: ti amo, non per ciò che fai ma perché ci sei.

Non dobbiamo nemmeno avvicinarci con la fede, anche se molti la fede, la vedono come condizione per farlo. La giusta fede. Ma anche la fede non è un nostro possesso, la fede è un dono non un merito.

Perciò davanti a Dio e davanti al bambino nella mangiatoia nel quale Dio viene da noi, possiamo essere come siamo. Ai suoi occhi valiamo. Questo è il messaggio del Natale.

Qui incontriamo il messaggio dell’amore che predichiamo ogni domenica: Non temete. Come dice l’angelo: Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo, il Signore.

Questo messaggio ci dice: tutte le persone valgono. Anche coloro che non riescono a fare grandi regali, anche coloro che non avranno tanto da mangiare stasera o domani, anche coloro che forse non se lo sentono proprio di addobbare la casa per il Natale.

Gli angeli cantarono per poveri pastori. I pastori non valevano niente, non dovevano nemmeno presentarsi al censimento dell’imperatore Augusto. E qui si nasconde un messaggio profondo di ciò che ebbe inizio con la nascita di Gesù.

Il bambino nella mangiatoia annuncia un nuovo mondo, un modo nuovo di capirsi come persona, un nuovo modo di vivere nel mondo, un nuovo modo di vivere nel mondo, di vivere con la morte, di vivere con gli altri e con Dio, Dio diventato uomo, Dio diventato uno di noi, Dio in mezzo a noi con il suo amore.

Talvolta penso che dobbiamo rileggere con attenzione il messaggio per non correre il rischio di perdere di vista quanto di redenzione e cambiamenti epocali si nasconde nel racconto di Luca.

Tutte le persone valgono. Lo sappiamo. Lo diciamo. Lo dice la dichiarazione universale degli diritti dell’uomo che quest’anno ha compiuto 77 anni. Articolo 1 cita:

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.»

Ma è veramente così?

Questa domanda ha la sua radice nel racconto del Natale, nella fede che nasce dall’amore di Dio e che ci rende uguali tutte e tutti.

Noi qui forse ce ne accorgiamo, noi che siamo in questa chiesa in quest’ora, perché siamo tutte e tutti persone che desiderano ardentemente l’amore e la pace, che desiderano accettarsi come sono, sapendo che Dio in Cristo fa così.

Non si può però costringere all’uguaglianza. Ci sono tanti esempi di tentativi andati male. Tentativi di arrivare all’uguaglianza con la violenza creando così solo paura ed esclusione.

Il fatto che valiamo non arriva con la forza, è la fede nel Dio d’amore che ci insegna che tutte le persone valgono davanti a Lui. E se lo concretizziamo, allora credo che Dio è all’opera anche per mezzo nostro.

Nel tempo di Avvento e durante i giorni di Natale ci accorgiamo come l’amore può cambiarci. Si aprono gli occhi per vedere che cosa possiamo fare l’uno per gli altri. C’è il desiderio di fare qualcosa per gli altri. Di avere tempo e di fare ciò che nel tram tram durante l’anno non riusciamo a fare. Così ci accorgiamo quanto fa bene stare insieme. Vediamo che qualcuno o qualcuna pensa a noi, sperimentiamo che per qualcuno io conto e che qualcuno conta per noi.

Per questo la solitudine a Natale pesa molto di più. E fortunatamente ci sono delle persone che preparano una cena anche per chi è solo. Sapete che il culto della vigilia a Messina è nato così? Quando sono arrivato ho visto che nella chiesa c’erano delle persone sole, persone che non avevano nessuno. Allora abbiamo organizzato una cena in chiesa … e dopo questa cena ci siamo trasferiti, alle 23 … e abbiamo fatto la liturgia che stiamo facendo noi adesso.

Quest’atmosfera particolare del Natale la vorremmo tanto far durare anche oltre il 6 gennaio quando tutte le feste finiscono.

Basterebbe già riflettere un attimo per vedere quante storie, quante esperienze con Dio anche la vita quotidiana ha in serbo per noi. Spesso vediamo la vita quotidiana come grigia, monotona; il suo ritmo sempre simile ci chiude gli occhi e l’orizzonte.

Perciò la quotidianità diventa un qualcosa da superare, da affrontare. Invece anche la vita quotidiana fa parte del tempo che Dio ci dona, e, visto sul serio, è la fetta più grande della nostra vita.

Quanto amore possiamo sperimentare anche per le cose piccole: quando mangiamo insieme, quando giochiamo con i figli, diamo una mano ai nipoti per lavare i denti, quando usciamo per fare la spesa, e prepariamo la cena. Certo, sono cose che si ripetono giorno dopo giorno e come tutte le cose rischiano l’effetto assuefazione.

Ma talvolta fa bene vedere quanta serenità si nasconde nelle cose quotidiane viste con gli occhi dell’amore, del Dio d’amore che vuole aprirci anche alle cose piccole.

E’ il suo amore che ci plasma e ci rende aperte e aperte alla vita. E’ il suo amore grazie a cui siamo qui anche in quest’ora del pomeriggio della vigilia, è il suo amore che crea la comunione fra di noi.

Il suo amore che va oltre al sentimento e fa si che ci accogliamo gli uni gli altri e guardiamo oltre noi stesse o stessi. E noi ci accogliamo e a livello nazionale la nostra chiesa è una chiesa che accoglie, lo facciamo perché l’amore di Dio ci insegna che tutte e tutti valgono ai suoi occhi.

Le persone innamorate si chiedono sempre, ma quanto durerà? Perché abbiamo paura di perdere l’amore e con esso anche la persona che amiamo e dalla quale veniamo amati.

Noi possiamo perdere la fede nel Dio d’amore? Possiamo perdere l’accoglienza? Certo che possiamo. Può accadere da un giorno all’altro. Tutto ciò che è cresciuto lentamente fra noi e Dio, può perdersi, perché non è una cosa che viene da se.

La fede nel Dio d’amore non viene da se. Dipende da ciò che ascoltiamo, dai racconti che ci formano e creano il nostro orizzonte di vita, le narrazioni che ci ispirano e fanno si che ci troviamo in esse.

La fede nasce dall’ascolto. Se diamo ascolto a chi ci racconta che conta il profitto, che deve valere la pena fare una cosa, che devi avere sempre dei traguardi e obiettivi alti, che la vita è una prova continua … allora diventiamo egoisti e viviamo uno contro l’altro. E’ chiaro che queste narrazioni non danno spazio all’accoglienza.

La fede nel Dio d’amore deve essere curata, edificata, fortificata. E Natale è una festa per farlo. Per questo siamo qui e ascoltiamo i profeti e l’Evangelo di Natale.

Dio faccia in modo che continuiamo ad ascoltare i racconti, i canti e le poesie che troviamo nella sua Parola per tenere vivo il fuoco del suo amore in noi.

Jens Hansen Mastodon

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2 Corinzi 1, 18-22

Se una persona, sulla quale hai sempre contato, ti delude, cosa fai? Cominci a riflettere? Ti sale la rabbia? O pensi alle buone esperienze che finora hai avuto con questa persona e continui a fidarti di lei, anche se ora sei rimasto deluso? E se invece tu stesso o tu stessa fossi accusato da un’altra persona di aver deluso le sue aspettative?

E' facile che simili delusioni si verifichino dove si nutrono grandi aspettative. Il rischio è molto alto proprio a Natale. Vogliamo tutti una festa riuscita. Per arrivarci, ci stiamo impegnando molto. Esploriamo i bisogni degli altri membri della famiglia, cerchiamo di capire con sensibilità e attenzione chi festeggia con chi e dove e quando. Ma anche in quel caso, qualcuno potrebbe sentirsi dimenticato.

L'accusa di essere stato deluso spesso non viene espressa in termini concreti, nel senso che uno dica: senti, facendo così, mi hai profondamente deluso. Raramente siamo capaci di reagire a una delusione affrontandola nel concreto. Spesso arriviamo al livello generale: mettiamo in dubbio la relazione con la persona che ci ha deluso, forse mettiamo anche in dubbio l’integrità della persona stessa.

Vivere delle delusioni e le sue conseguenze può farti vacillare e far cadere. Proprio perché la fiducia può essere facilmente delusa, non desideriamo altro che poter vivere con fiducia in noi stessi, nelle altre persone e in questo mondo. La fiducia in Dio ha qui un ruolo fondamentale. E ogni volta che una di queste dimensioni di fiducia viene delusa, noi desideriamo di nuovo la lealtà e l'affidabilità.

Il testo proposto per il sermone di oggi fa parte di un conflitto di questo tipo tra Paolo e i Corinzi. Paolo si è comportato in modo strano, di conseguenza, i Corinzi sono delusi. Prima Paolo voleva venire a trovarli, poi ha cambiato i suoi piani di viaggio. Loro si chiedono: Paolo si interessa veramente di noi? Fa ancora sul serio con noi? E' ancora affidabile? Possiamo ancora credergli? La reputazione di Paolo a Corinto è già messa a dura prova. Dei predicatori itineranti in concorrenza a Paolo hanno tirato molti membri della comunità dalla loro parte. Essi hanno criticato il comportamento di Paolo: non è coinvolgente quando parla, non è persuasivo come oratore, in fondo una persona debole. Certo, Paolo ha scritto delle lettere, ma per loro è troppo poco. E ora lo accusano di essere inaffidabile.

Egli stesso, nella lettera, si interroga un po’ offeso: ho forse agito con leggerezza? Oppure le cose che decido, le decido secondo la carne? Di modo che in me ci siano contemporaneamente il “sì sì” e il “no no”.

Sembra che Paolo percepisca il conflitto come un profondo turbamento della sua credibilità di apostolo.

Ora potrebbe giustificarsi con i Corinzi, argomentare sulla sua persona, o addirittura opporsi a simili critiche. Sarebbero delle reazioni comuni, ma poco utili. Paolo non lo fa, non lo fa, perché nella sua rabbia qualcosa gli appare davanti ai suoi occhi interiori. Chiaro, confortante e incoraggiante.

Ecco, siamo arrivato al testo proposto per oggi. Vi leggo dalla seconda lettera Paolo ai Corinzi i versetti 18 a 22 del primo capitolo. 2 Corinzi 1,18-22:

18 Or come è vero che Dio è fedele, la parola che vi abbiamo rivolta non è «sì» e «no». 19 Perché il Figlio di Dio, Cristo Gesù, che è stato da noi predicato fra voi, cioè da me, da Silvano e da Timoteo, non è stato «sì» e «no»; ma è sempre stato «sì» in lui. 20 Infatti tutte le promesse di Dio hanno il loro «sì» in lui; perciò pure per mezzo di lui noi pronunciamo l'Amen alla gloria di Dio. 21 Or colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; 22 egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori.

Paolo non accusa i Corinzi, non rinfaccia loro la delusione. Paolo parla invece del rapporto che Dio ha con il mondo. Così impariamo che riflettere è sempre un’ottima idea in un momento di grande tensione, soprattutto quando entrambe le parti sono insicure e si scontrano.

Paulo ricorda chi lo collega ai suoi collaboratori e ai Corinzi. Dio è il fondamento su cui stanno tutti ed è un rifugio nella crisi.

Dio è fedele e di Dio ci possiamo fidare. Dio è fedele alle sue promesse. Dio è fedele alla sua creazione oggi così in pericolo e vicina alla catastrofe. Dio ci ha creati liberi. Dandoci la libertà, Egli corre il rischio che ci allontaniamo da lui, che siamo indifferenti verso lui e verso la creazione, il rischio che così ci facciamo del male l'un l'altro. Dio è e rimane fedele a noi.

Il suo Sì senza se e senza ma, Dio ce lo mostra nel Suo Figlio Gesù Cristo. Egli, Cristo, incarna la fedeltà di Dio, sta per il Suo Sì alle promesse. Gesù Cristo parla e agisce per conto di Dio. In Gesù lo vedono tutte e tutti: Dio si prende cura dei deboli e degli umili. La sua misericordia è rivolta a tutti coloro che sono oppressi e privati della loro vita. E' così che Maria canta nel suo canto di lode che abbiamo sentito all’inizio del culto:

Ha fatto cadere i potenti dai loro troni e ha innalzato gli umili. Ha colmato di beni chi aveva fame e i ricchi li ha mandati via a mani vuote. Ha soccorso Israele suo servitore, ricordandosi della misericordia, proprio come aveva detto ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

La misericordia di Dio, il suo amore e la sua bontà, li possiamo vivere e sperimentare in Gesù, dal presepe fino alla croce. Gesù accetta le persone come sono, le consola, vede le loro difficoltà. Gesù è un esempio come si possa vivere bene nelle condizioni di una creazione fragile e effimera. Gesù mostra quanto siamo vicini al nuovo mondo di Dio. Al suo tavolo, la gente vede la bontà di Dio. Le apparenze del male e della violenza di cui soffriamo e in cui siamo coinvolti, vengono fermate da Gesù. Egli fa valere la potenza di Dio: essa consiste nell'amore contro l'odio, nella verità contro la menzogna e nella difesa della giustizia e della misericordia contro l'ingiustizia e la violenza. Questo è il sì di Dio sulla sua creazione. Gesù è questo sì in persona.

Molti sono attratti da lui, alcuni seguono la sua chiamata. Altri sono terrorizzati. Infatti, la reazione a Gesù va dall'osanna! Al crocifiggilo! Alla fine, Egli stesso diventa una vittima, indifesa, impotente. E' tutto finito? Dio l'ha abbandonato? Si lo chiedono le sue amiche e i suoi amici più intimi. Solo quando il Risorto li incontrerà, sapranno che è vivo. Dio è fedele. E' così che Paolo lo ha scoperto. Dio è fedele. Dio è il mio rifugio. Mi fa sentire il suo sì. Ancora e ancora. Anche ora nel conflitto con i Corinzi. E' per questo che Paolo è convinto che, come ha trovato in Cristo il coraggio e la certezza della sua vita, così sarà anche per i Corinzi: colui che ci fortifica con voi per Cristo e che ci ha unti è Dio.

Qui Paolo è molto insistente: vedete, Dio ci unisce, non noi stessi. Lui ci unge e ci sigilla, noi apparteniamo a Lui. E' con noi. Dio ce lo fa vedere per mezzo del suo Spirito. Il Suo Spirito prende la sua dimora nei nostri cuori. Agisce in noi. Ci rende certe e certi della sua lealtà. Ci rialza quando siamo tristi e disperati. Ci aiuta di agire nel suo senso: con amore, sinceri, giusti e misericordiosi.

Concludo:

Paolo apre un nuovo orizzonte. Il futuro di Dio. In esso si trova anche Paolo con i Corinzi. Paolo, con le sue parole, non solo tende la mano verso i Corinzi. Egli ci mostra: vi potete rivolgere a Dio, quando siete insicuri e delusi. E saprete: Dio ci dice “sì!”. E fa dire a noi: sì e amen.

Jens Hansen Mastodon

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Preaching for the Christmas Convention

Dear brothers and sisters,

Today we hear again the beautiful message of Christmas:
God gives us his peace. We all want peace.
Every person, every family, every country desires peace.
But when we look at our world, we see war, violence, fear, division.
Sometimes, even in our own hearts and in our own homes, we do not feel peace. So we can ask:
What is this peace that God promises us?
What kind of peace is born in Bethlehem?

1. What peace is not

First, let us say clearly what peace is not.

  • Peace is not only the absence of war.
    We can live in a country without war, and still have a heart full of anger, jealousy, fear.
  • Peace is not just a feeling of calm.
    Feelings go up and down. True peace is deeper than emotions.
  • Peace is not escape.
    It is not closing our eyes to problems, or ignoring injustice, or staying in our comfort.
  • Peace is not control.
    Sometimes we think: “I will have peace when everything goes exactly as I want.”
    But this is not peace, this is control – and it never really works. The peace of God is something different. It is stronger, deeper, more real.

2. The great shalom: God’s peace

In the Bible, the word for peace is “shalom”.
Shalom means much more than “no war”.

Shalom means: – wholeness,
– harmony,
– right relationship with God, with other people, with creation, and also with ourselves.

Shalom is when everything is in the right place, in the right order, under God’s blessing.

a) Isaiah 9: Light and the Prince of Peace

Isaiah speaks to a people who “walked in darkness”.
They know war, injustice, fear.
And into this darkness, a light shines.

He announces a child who will be called: – Wonderful Counsellor,
– Mighty God,
– Everlasting Father,
Prince of Peace.

His peace is linked with justice and the end of oppression.
Isaiah says that the boots of warriors and the garments rolled in blood will be burned.
This means: God wants to finish the cycle of violence and revenge.

Peace, for God, is not a weak thing.
It is strong. It breaks the power of injustice and fear.

b) Titus 2: Grace that changes us

In the letter to Titus, we hear that “the grace of God has appeared”, bringing salvation to all.
This grace “trains us” to live in a new way:
– to say “no” to sin,
– to live self-controlled, upright, and holy lives.

So peace is not only a gift we receive.
It is also a new way of life that God teaches us.

If I want God’s peace, I must let his grace change my heart: – forgive where I want to hate,
– speak truth where I want to lie,
– be gentle where I want to be hard,
– be generous where I want to keep everything for myself.

There is no true peace without conversion.

c) Luke 2: Peace in a manger, peace in a heart

In the Gospel, the angels sing:
“Glory to God in the highest, and on earth peace to those on whom his favor rests.”

Notice something important: – First: glory to God.
– Then: peace on earth.

When God is in his right place – at the center – peace can begin to come.
When we give glory to God, when we adore him, our life begins to find its right order.
This is the beginning of peace.

The shepherds go in haste to Bethlehem and find a child in a manger.
The peace of God is not an idea, it is a person: Jesus.
He is small, poor, vulnerable.
God’s peace arrives in humility and weakness, not in power and noise.

And then we hear about Mary.
She “kept all these things, pondering them in her heart.”

Mary shows us another secret of peace: – She listens,
– She receives,
– She keeps the Word of God in her heart,
– She meditates, she prays.

Peace grows in a heart that listens to God and keeps his Word.


3. How can we receive this peace?

So, how can we receive this peace of Christ, this great shalom?

  1. By looking at Jesus, not only at the problems

The shepherds went to see the child.
They did not stay in the fields talking only about fear and darkness.
They moved. They went to Jesus.

We also can choose:
– Will I look all day at the news, social media, my fears?
– Or will I also look at Christ, listen to his Word, adore him?

  1. By trusting that God is with us

The name of Jesus means “God saves”.
He is Emmanuel, “God with us”.

I can say in my heart:
“Lord, I do not understand everything. I am sometimes afraid.
But I believe you are with me. You are my peace.”

  1. By allowing God to heal our wounds

Many times, the war outside begins with a war inside:
– old hurts,
– anger we carry for years,
– wounds in our family,
– shame, self-hatred.

We can bring these things to Jesus, like the shepherds brought themselves to the manger.
Maybe with the help of a priest, a spiritual guide, or a friend.
His peace is not magic. But if we are honest with him, he begins to heal us.

  1. By letting grace train us

As Titus says, grace trains us.
This training is daily and concrete: – choosing not to answer with an insult,
– asking for forgiveness when we are wrong,
– making time for prayer even when we are tired,
– doing small acts of love in secret.

Every small choice opens our heart more to the peace of Christ.


4. How can we be bearers of this peace?

God does not give us peace only for ourselves.
He wants us to become instruments of his peace.

  1. In our families and community

    • With our words: speak gently, not with shouting and sarcasm.
    • With our listening: really listen, not only wait to answer.
    • With our time: be present, put down the phone, look at the person in front of you.
  2. By forgiving and seeking reconciliation

Maybe there is someone in your family, in your parish, at your work,
with whom you do not speak, or about whom you always speak badly.

Tonight/today you can ask Jesus:
“Show me one step of peace I can make. One call. One message. One ‘I am sorry’.”

Peace begins with small, humble steps.

  1. By being people of hope, not fear

The shepherds returned “glorifying and praising God” for all they had seen.
They became witnesses of peace.

In a world full of bad news and complaints,
we can be people who: – do not spread gossip and fear,
– share signs of hope,
– speak about the good that God is doing.

  1. By carrying Christ inside us, like Mary

Mary carried Jesus in her body and in her heart.
We carry him in our heart, in our faith, and in the Eucharist.

When we leave this church, we do not leave Jesus here.
We take him with us: into our homes, offices, schools, streets.
Where you go, Christ goes.
Where Christ goes, his peace can enter.


5. Conclusion

Brothers and sisters,
in a world of darkness, Jesus is our Prince of Peace.
His peace is not cheap, not superficial.
It is the great shalom of God:
– reconciliation,
– justice,
– mercy,
– a new way of living.

Let us ask for three graces today: 1. To receive the peace of Christ in our own hearts.
2. To be changed by this peace in our way of living.
3. To become bearers of this peace in our families, our parish, our city.

Let us pray:

Lord Jesus, Prince of Peace,
come into our darkness with your light.
Heal our hearts, heal our families, heal our world.
Make us instruments of your peace.
Amen.

Jens Hansen Mastodon

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Registrazione per Radio RAI FVG

Anno 2 avanti Cristo.
Nel silenzio del cielo si apre un sinodo straordinario. Sono presenti tutti i grandi: Adamo ed Eva, Abramo, Isacco e Giacobbe, Mosè e Aronne, i rappresentanti delle dodici tribù, i profeti, le schiere degli angeli.

Il Presidente si alza:
«Vi ho convocati perché stanno per avvenire cambiamenti epocali. Finora mi sono legato in modo particolare a Israele, il mio popolo eletto e amato. Ma è giunto il tempo dell’universalità: da ora in poi il nostro agire sarà globale.»

Mormorio in sala. Abramo è turbato:
«Che ne è delle promesse? Sono stato fedele alla tua parola… I patti non valgono più?»

I rappresentanti delle tribù si agitano. Dan prende la parola:
«Tu ci hai guidati fuori dall’Egitto, ci hai scelti tra tutti i popoli. Come puoi rinunciare alla nostra elezione esclusiva?»

Il Presidente risponde con calma:
«Non rinnego la mia scelta: voi restate il mio popolo eletto. Tutto ciò che ho fatto finora l’ho fatto per voi. Ma io sono il creatore del cielo e della terra: prima ancora di chiamarvi, avevo nel cuore l’intera umanità. Ora voglio compiere fino in fondo questo disegno.»

Poi guarda il suo Assistente: «Spirito, illustra il progetto.»

Lo Spirito avanza:
«Ciò che i profeti hanno annunciato ora deve compiersi. Il progetto si chiama “Messia”. Non basta più parlare dall’alto: dobbiamo andare dagli umani. Vogliamo che vedano una luce nelle loro tenebre, che trovino una sorgente di giustizia, pace, amore. Per questo il Presidente ha deciso di mandare suo Figlio nel mondo.»

Un sussulto attraversa l’assemblea. Isacco sussurra: «Mandare suo Figlio? È troppo…»
Ma tutti percepiscono la grandezza di quel gesto.

«Come accadrà?» domanda qualcuno. «Con un’apparizione di angeli? In quale città?»

Lo Spirito risponde:
«Per raggiungere davvero gli uomini dobbiamo diventare uno di loro, carne e ossa. Fra due anni, a Nazaret, una giovane donna, Maria, fidanzata con Giuseppe della stirpe di Davide, concepirà e partorirà un bambino. Sarà il Figlio del nostro Presidente. Si chiamerà Gesù.»

Resta da decidere il luogo della nascita. Qualcuno propone Gerusalemme, centro della fede. Altri Roma, capitale dell’impero, per una nascita trionfale che tutti vedano.

Il Presidente scuote il capo:
«Mio Figlio non entrerà nella storia secondo le logiche del potere. Il mondo è segnato da violenze, guerre, ingiustizie, solitudini. Io voglio portare un’altra luce: la luce dell’amore. Tu, Michea, un giorno hai detto: “Da te, Betlemme, Efrata…” È deciso: mio Figlio nascerà a Betlemme, un villaggio ai margini.

Voglio scendere nell’angolo più remoto del mondo, nella povertà, per farmi vicino a chi si sente lontano, indegno, perduto. Per chi cammina nelle tenebre.»

L’assemblea comprende il mistero racchiuso in questa scelta.
E dalle schiere celesti si leva un inno che riempie il cielo e la terra:

«Gloria a Dio nei luoghi altissimi
e pace in terra agli uomini che egli ama.»

Jens Hansen Mastodon

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Predicazione su Luca 3 versetti scelti


Giovanni Battista apre la bocca. Parla a voce alta delle ingiustizie. Dà voce alla giustizia. In un paese controllato dall’esercito romano, dove la famiglia regnante si arricchisce a spese dei poveri ed emarginati, Giovanni rompe il silenzio. I soldati costringono le persone ai servizi militari, i pubblicani approfittano del loro ruolo, e tanti — troppi — si arrangiano con questo sistema oppressivo pur di sopravvivere.

Ma Giovanni non si lascia intimidire. In pubblico critica apertamente Erode. Denuncia l’arricchimento ingiusto, la violenza dello Stato, l’estorsione quotidiana. Chiede ai doganieri di pretendere solo ciò che è dovuto e ai soldati di rinunciare alla violenza, alle minacce, all’abuso di potere. Invita la gente a smettere di lasciarsi trascinare dalla corrente e ad avere il coraggio della solidarietà: chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; chi ha cibo condivida con chi manca del necessario.

Alla propaganda dello Stato Giovanni oppone un’analisi lucidissima della situazione: “l’ascia è già posta alla radice degli alberi.” Il paese è sull’orlo del collasso. E la Bibbia non nasconde i responsabili: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea…” e via dicendo (Lc 3,1-2). È una denuncia precisa, non generica. Giovanni dice ciò che molti pensano ma non osano pronunciare. Il suo coraggio risveglia coraggio. Le persone escono dalle loro nicchie, si mettono in cammino e arrivano fino al deserto, dove lui vive. Le sue parole risuonano in tutte le classi sociali, persino tra soldati e pubblicani. Anche loro gli chiedono: “E noi, che cosa dobbiamo fare?” La necessità di un cambiamento è evidente perfino dentro le strutture del potere.

Il simbolo di questo movimento è il battesimo nel Giordano: un segno di novità, di svolta, che più tardi diventerà centrale nel cristianesimo. Come molti profeti prima di lui — pensiamo solo a Geremia, con la sua storia spesso tragica — Giovanni paga un prezzo alto. E come accade tuttora per coloro che lottano per i diritti e la dignità, rischia minacce, prigione, la vita stessa. Anche quando viene incarcerato, il suo movimento non scompare: confluisce naturalmente in quello di Gesù. Gli Atti degli Apostoli ci mostrano quanto fosse estesa l’influenza del Battista: a Efeso, anni dopo, Paolo incontra persone che erano ancora state battezzate “con il battesimo di Giovanni”.

Giovanni, con la sua predicazione diretta e senza compromessi, non certo “politically correct”, crea un movimento che diventerà parte viva della storia della chiesa.

Egli parla in piena tradizione profetica. I profeti hanno sempre preso la parola quando c’era bisogno di parole chiare e scomode. Giovanni è uno di loro. Fa domande dirette, che potremmo parafrasare così: “La tua coscienza è in ordine?” Non cerca mediazioni o attenuazioni: va dritto al cuore. Ma ora, dopo aver guardato ciò che accadde allora, dobbiamo chiederci qualcosa di importante: noi, oggi, abbiamo fatto progressi? Le parole di Isaia rimangono attuali: “Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati.”

Anche oggi conosciamo valli e montagne, nella società e nella nostra vita personale: valli di malattia, sofferenza, guerra, povertà, esclusione, chiusura. Di queste valli, soprattutto le personali, parliamo poco. Non vogliamo raccontare come ci si sente quando arriva un licenziamento, o quando i medici sospettano un tumore. Chi ha vissuto la guerra evita di rievocare gli orrori visti.

Dei monti invece parliamo volentieri: un nuovo lavoro, un successo raggiunto.

Eppure monti e valli fanno parte della vita di tutti. E spesso ci chiediamo se ciò che affrontiamo sia giusto, e quale responsabilità abbiamo in tutto questo.

Le cose non andavano allora e non vanno neppure oggi. Viviamo tempi segnati da ingiustizia sociale: chi è debole, malato, fragile, spesso viene messo da parte. Vengono spesi miliardi in armamenti mentre si rinviano gli investimenti contro la crisi climatica e nella formazione delle nuove generazioni. La forbice tra ricchi e poveri si allarga, e lo sguardo con cui guardiamo chi arriva da lontano, spinto dalla disperazione, raramente è uno sguardo giusto.

Potremmo fare un elenco infinito. E di solito, quando se ne parla, si sente dire: “Devono fare qualcosa quelli che ci governano.” Segue il lamento, continuo e sterile.

Ma Giovanni non vuole questo.

Giovanni vuole aprire occhi e orecchie. Vuole che ciascuno veda la propria responsabilità. Vuole che ognuno capisca che può fare qualcosa. “Convertitevi!” — questo è il suo appello. Non solo alle strutture, ma ai cuori. Conta ciò che facciamo e ciò che lasciamo fare dentro di noi. Conta la nostra scelta quotidiana: restare sul divano a lamentarsi, o decidere di alzarsi e di agire.

E la domanda che Giovanni ci rivolge oggi è molto semplice e molto diretta: “Sono pronto a guardare dentro di me? Sono pronto a dare qualcosa di mio? Sono disposto a impegnarmi?”

Giovanni predica il cambiamento con toni forti. Ma anche lui, a un certo punto, dovrà cambiare. Perché il Signore che lui attendeva non è venuto con rabbia e minaccia, come forse immaginava. Gesù viene con amore, comprensione, attenzione e perdono. Viene perché sa che nessuno vive sempre sul monte o sempre nella valle: la vita è più complessa. E così Gesù si rivolge ai poveri e ai malati, ma anche ai ricchi e ai peccatori.

Dietro questo amore c’è un principio fondamentale: l’attesa dell’altro comincia dall’attesa su noi stessi, dalla nostra posizione interiore. “Ama il tuo prossimo come te stesso.”

Allora tocca a me alzarmi dal divano comodo e muovermi. I doni che abbiamo sono diversi e preziosi. Invece di lamentarci, possiamo chiederci: qual è il mio posto? Qual è il mio piccolo compito? Dove e come posso preparare la strada al Signore che viene?

Che la pace di Dio accompagni questa riflessione e ci aiuti a camminare su sentieri di pace.

Jens Hansen Mastodon

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Messaggio di allarme

Pubblichiamo qui il link al messaggio di allarme di cui è il primo firmatario Adolfo Perez Esquivel, Premio Nobel per la pace 1980

Messaggio di allarme

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Testo: Luca 21:25-33

Versione italiana

Versione in Twi

Che cosa hanno in comune l’Avvento e il nostro testo di predicazione? Entrambi parlano di Cristo che viene. Cristo è in cammino. Cristo è sulla strada verso di noi.

Questo consola chi si aspetta che possano arrivare cose peggiori. Dà forza a chi si è scoraggiato per tutte le cattive notizie del nostro tempo. Ridona nuova fiducia a chi ha quasi disimparato a vivere con speranza. Lo sguardo rivolto a Colui che viene è uno sguardo verso l’alto. Uno sguardo verso il cielo.

Uno sguardo che va oltre ciò che è terreno, opprimente, spaventoso. Uno sguardo su una realtà nuova, che non possiamo dedurre dalla nostra esperienza.

Ma è proprio questo che l’Avvento vuole dirci: noi aspettiamo Colui che supera ogni nostra esperienza. Colui che ci dà forza per vincere le nostre paure.

Colui che imprime in noi l’immagine di un buon futuro, con la quale possiamo già da ora plasmare e trasformare il nostro presente.

L’immagine del Regno di Dio, nel quale abitano pace e giustizia, può incoraggiarci a trattarci gli uni gli altri con amore e attenzione.

In mezzo a un mondo che cambia continuamente ed è sempre esposto al pericolo.

Dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008, la crisi del Covid e poi la crisi causata dalle sanzioni contro la Russia, da ogni parte si agita ora lo spettro della recessione, di una nuova crisi economica. I segni dei tempi, in campo economico, annunciano tempesta. E i nostri governanti ci portano direttamente in una guerra che nessuno vuole. Poiché ovunque si parla di “tempi difficili”, i consumatori sono insicuri. Bisogna forse risparmiare per i “tempi difficili”, per avere qualcosa da parte quando il proprio posto di lavoro sarà in pericolo? Oppure proprio ora, contro tutti i profeti di sventura, si dovrebbe comprare per sostenere l’economia? Nei circoli politici si discute di programmi di rilancio dell’economia. E qui si pone la stessa domanda: lo Stato deve ora stringere la cinghia, oppure deve fare spese supplementari per sostenere l’economia “malata”? Eppure si sarebbe dovuto imparare dal passato che questi programmi spesso si esauriscono senza grandi effetti, più che portare un reale vantaggio. Possono difficilmente influenzare in modo duraturo la dinamica interna di un’economia mondiale debole e profondamente intrecciata. Appaiono tutt’al più come misure cosmetiche, che servono a calmare il popolo. Come vediamo, il prossimo futuro viene attualmente dipinto con colori molto cupi. Questo alimenta paure nella popolazione. Genera incertezza e crea un clima di malinconia e pessimismo. Da chi ci si può aspettare aiuto? Chi sa che cosa può far migliorare di nuovo la situazione? Chi conosce la ricetta giusta per rimettere in moto l’economia? Un ulteriore fattore di insicurezza è il continuo riscaldamento del clima, che porterà a cambiamenti su scala mondiale. In molti luoghi i ghiacciai si sciolgono. Di conseguenza il livello del mare salirà. Saranno necessari trasferimenti di popolazione quando le regioni costiere finiranno sott’acqua. Conosciamo i terremoti e le eruzioni vulcaniche, che si verificano sempre di nuovo e hanno conseguenze terribili. E pensiamo alle sempre più forti piogge con conseguenze devastanti e spesso mortali. Per i prossimi anni e decenni si prevede anche una diminuzione delle riserve di petrolio e dell’acqua dolce. Quali conflitti e quali guerre ne deriveranno, non è ancora possibile prevedere. Ma tutto questo non è nulla di nuovo sotto il sole.

Già al tempo in cui Luca scriveva il suo Vangelo, c’erano paura e smarrimento tra le persone, di fronte ai conflitti armati e alle catastrofi che avvenivano nei dintorni dei suoi lettori. Ci saranno state sicuramente voci che dicevano: “Dove andremo a finire?” oppure “Così non si può andare avanti!” o “Questo è l’inizio della fine!”. Anche allora i pessimisti saranno riusciti a diffondere le loro paure e a contagiare gli altri. Quando Luca mette sulle labbra di Gesù: “Questa generazione non passerà prima che tutto questo avvenga”, questo, preso alla lettera, è un’esagerazione enorme. Forse Luca voleva semplicemente rendere chiaro che tutte le paure che nascono dalle esperienze non devono necessariamente distruggere nessuno. Che tutte queste paure perdono la loro forza e il loro potere là dove si impara a guardare oltre di esse. Dove si alza lo sguardo e si vede Colui che, durante la sua vita terrena, ha imposto un limite al vento e alle onde. Colui le cui parole allora sprigionano la loro forza. Quando Luca fa parlare Gesù del “fragore del mare e dei flutti”, è una forte immagine della paura che coglie le persone davanti ad avvenimenti opprimenti. La paura può sommergere l’anima come le onde del mare e togliere il respiro. La paura paralizza e rende incapaci di agire davanti alle sfide che i problemi del nostro tempo rappresentano. A questo Gesù contrappone l’immagine del fico: “E disse loro una parabola: guardate il fico e tutti gli alberi; quando già germogliano e voi lo vedete, da voi stessi capite che ormai l’estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il Regno di Dio è vicino.” Gesù distoglie il nostro sguardo dagli avvenimenti che percepiamo come opprimenti e gravosi. Ma anche dalle conseguenze che giudichiamo terribili. “No, non è la fine. Non abbiate paura: in tutto questo si manifesta l’inizio di qualcosa di nuovo. Oltre l’orizzonte la strada continua – meglio di quanto possiate immaginare in qualunque modo.” Nella crisi si manifesta ciò che vince la paura. Nella crisi germoglia il nuovo. Quanto più i segni dei tempi sono inquietanti, tanto più il Regno di Dio è vicino. Quanto più grandi sono le paure, tanto più forte diventa la speranza. Quanto più regna la mancanza di riguardo, tanto più pieni saranno pace e giustizia. Ciò che viene non è la fine, ma qualcosa di completamente nuovo e straordinario. Per questo vale la pena impegnarsi già qui e ora. Guardiamo, in pieno inverno, all’estate che verrà. Guardiamo agli alberi che mettono le gemme, alla speranza in fiore, alla fiducia profumata di buono e ai frutti maturi che l’estate porta con sé.

Difficilmente vedremo Gesù arrivare su una nuvola. Ma nelle sue parole – che non passeranno – egli viene verso di noi. Parole che ci consolano nei tempi difficili. Parole che ci rialzano e ci danno forza in mezzo alle tempeste che ci circondano. Parole che ci donano speranza e futuro, nonostante tutte le incertezze e i pericoli di questi giorni. Poiché sappiamo che l’estate verrà, sentiamo già dentro di noi il suo calore. Il cielo si apre in noi. Fioriamo. Questo si vede là dove viviamo in pace gli uni con gli altri. Dove ci mostriamo rispetto e considerazione. Dove amiamo e perdoniamo. In verità: qui Cristo è in cammino verso di noi. Così discreto e umile come nella notte santa – come un bambino appena nato, davanti al quale le nostre paure svaniscono e la nostra capacità di amare fiorisce. Amen

Jens Hansen Mastodon

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Romans 13,8-12


Do we have Advent traditions?

I do not know how the time of Advent is for you.
Do you have traditions to celebrate Advent?

When I was a child, we had many traditions.
On Sunday our family came together in the living room. On the table there was an Advent wreath. We lit a candle, we sang, we read, and we sat together in the candlelight. Advent was a time of waiting, but also a time of activity. I can still remember the smell of Christmas cookies that my mother baked together with us.

Advent … it comes again every year.
It is part of the rhythm of our life, the rhythm of the church year.

Also outside, in the streets, we can see something like a “new Advent”, but in a very different way. There, people do not really wait. The shops are decorated for Christmas, the streets are full of lights for Christmas. And this happens every year earlier than the year before.

This year I even saw one shop full of Christmas lights and decorations already at the end of September or the beginning of October. And it was not one of those special shops that sell Christmas decorations all year long, like we sometimes see in the north of Europe. It was a normal shop. For me this was a kind of record.

So yes, Advent comes every year.
But: what kind of Advent is it?


Advent: learning to wait

Advent means: to wait.
To wait for the future.
To wait for the One who is coming.

But today it seems that many people are not really waiting for Christ. It looks like they are waiting for something else: for Black Friday.

Black Friday – the Friday to buy many things at a good price.
The black Friday of consumerism.

This “black Friday” stands in strong contrast with another kind of Friday that many young people talk about: the FFF, “Fridays for Future”. These are the Fridays when students go on strike to think about the future of our planet.

But the “black Friday” of consumerism does not open the future. It closes it.
It is not helping the planet. It is not protecting creation.

We also know other “Black Fridays” in our history: the Black Fridays of the stock markets. We know that for the stock markets it is sometimes enough that a small rumour starts to spread, and suddenly shares lose their value, or they become much more expensive. Sometimes the quick fall of the markets has very serious consequences for many people.

The first “Black Friday” of this kind was in England in 1866, when a bank went bankrupt. In 1869 there was a Black Friday in the USA. In 1873 in Vienna. And in 1929 the whole world entered a time of crisis.

Paul, in his letters, speaks about a very different future.
Not a future that leads us into crisis and climate catastrophe – the “black Friday” of consumption.
Not a future that leads us to the edge of world crises – the “black Friday” of the stock markets.

For Paul, the “Black Friday” that really matters is in the past. The word “Black Friday” first comes from Good Friday, the day when Jesus of Nazareth died on the cross.


The “First Black Friday”: Good Friday

Compared to the other “Black Fridays” of human history, this “Black Friday” – Good Friday – opens a new future. It brings blessing, not curse.

Why?

Because some people, including Paul, see in that terrible death on the cross an act of love. They see it like this because the message of this man, who died on the cross, was a message that went against the stream, against the religious leaders of his time. It was a message made real in actions and in words.

The central theme: the unconditional love of God for all his creatures.

This message questioned the powers of that time. And so Jesus “had to” die. But death did not win. From the “Black Friday” of Jesus a new life began.

The empty tomb is a sign of a great change in the story of the world: God is not pushed away, God is not eliminated on the cross. The travelling teacher continues to change the destiny of the world and to open for us the horizon of divine love. As sisters and brothers we are all sons and daughters of our Father in heaven, and we walk in the “magnetic field” of his love.

This is what stands behind Paul and his letters.
Even if Paul never met Jesus of Nazareth in person, he draws from the love that Jesus preached and lived. Jesus opens new horizons in the life of Paul. Paul changes from a persecutor of the young church into a witness of a love that nobody and nothing can take away from us.

The love of God, also in Paul, changed an enemy into a brother.


What are we waiting for? Or: Who are we waiting for?

Every year we remember this story. And we remember that this story is not finished yet.

But we must change the question.
The question “What are we waiting for?” is not enough.
The better question is: “Who are we waiting for?”

Advent is not only about waiting for a feast, or for some free days, or for good food and presents. Advent is waiting for a person: for Christ.

Paul writes that we should not hold back the love that God showed us in Christ, who will come again. For Paul, love is the only thing we still owe – the only “debt” that remains.

He says: “Do not owe anything to anyone, except to love one another.”
All other debts have been paid. Once and for all.

This is why love is the fulfilment of the law.
When we love, we live what God desires.

This sounds very beautiful, but it is also very concrete.

To love means:

  • to see the other person as a child of God,
  • to respect their dignity,
  • to care for their needs,
  • to protect their life and their future,
  • to forgive when they hurt us,
  • and to ask forgiveness when we have hurt them.

The world is suffering.
Paul says: the whole creation “groans”, like a woman giving birth.
The world is waiting.

Advent wants to remind us that the future of God has already begun in Jesus Christ.
The light has already come into the darkness.
The new life has already started.
We are not at the end of the story. We are somewhere in the middle.


A different witness in a “Black Friday” world

So what does this mean for us today, in our world of Black Fridays and full shops?

Maybe this:
Let us live in such a way that the world can expect something from us.
Let us live so that people can really wait for something good when they meet Christians.

Let us not be only witnesses of the “Black Friday of consumption”, which closes the future.
Let us be witnesses of the only “Black Friday” that has opened the future: the Good Friday of Jesus Christ.

When we love each other, when we help, when we share, when we protect creation, when we stand with the weak, when we forgive – then we show that the love of God is real. Then we show that the future of God has already started.

Every small act of love is like lighting a candle in the darkness.
And Advent is exactly this: lighting candles, not only on the wreath, but in our daily life. In a dark world, even a small light is visible from far away.


Conclusion

So, in this time of Advent, I invite you:

  • to remember your own stories and traditions of Advent,
  • to look at the many “Black Fridays” of our time with clear eyes,
  • and to fix your eyes on the first and true “Black Friday”, on Good Friday, where the love of God opened a new future.

Let us ask ourselves, not only “What am I waiting for?” but “Who am I waiting for?”
And let us not keep for ourselves the love that has been shown to us in Christ, who will come again.

Because, as Paul says, love is the only thing that we still owe to God and to the world.

May God help us to live this love,
so that the world can see a light,
and so that our Advent becomes a real time of hope.

Amen.


Intercessory Prayer for Advent

Holy God,
we thank you for this time of worship.
We thank you for the season of Advent,
for this time of waiting and hope.

You are the God who comes to us.
You are the God who opened a new future for us
on the cross of Jesus,
on that first “Black Friday” we call Good Friday.
Thank you for your love that never ends.

Lord, in your mercy,
hear our prayer.


For the Church

God of love,
we pray for your Church all over the world.
Help your people to wait for you,
not only to wait for Christmas as a feast,
but to wait for Christ as a person.

Make your Church a light in the darkness.
Where we are afraid, give us courage.
Where we are divided, give us unity.
Where we are tired, give us new strength.

Teach us to love one another,
because love is the only debt that remains.

Lord, in your mercy,
hear our prayer.


For the World and Its “Black Fridays”

God of all nations,
we bring before you our world
with all its fears and troubles.

We think of the “Black Friday” of consumerism.
So many people feel pushed to buy more and more.
So many feel empty and alone,
even if they have many things.

Help us to live in a simple way.
Help us not to close the future with our consumption.
Help us to remember people who cannot buy,
who struggle to pay their rent,
who do not know how to feed their families.

We think also of the “Black Fridays” of the financial markets.
We remember all those who have lost work,
house, savings and security
because of economic crises.

Be close to all who suffer in this way.
Give wisdom to those who have power in politics and in the economy.
Turn their hearts from greed to justice,
from profit to service.

Lord, in your mercy,
hear our prayer.


For Creation and the Future of the Planet

Creator God,
you saw that your creation was good.
And yet today the earth is crying.

The climate is changing,
the oceans are warming,
animals and plants are disappearing.
We hear the “groaning” of creation.

Forgive us
for the ways we have hurt your world
by our way of life.

We pray for all who work for the protection of creation:
for scientists, activists, politicians,
for young people who go out on “Fridays for Future”,
and for all who try to change their daily habits.

Give us also the courage to change.
Help us to use less, to waste less,
to live as guests on this earth,
and not as owners.

Lord, in your mercy,
hear our prayer.


For the Suffering, the Lonely, the Afraid

Merciful God,
you know every person by name.
You see every tear that falls.

We pray for all who are suffering today:
for the sick,
for those who wait for a diagnosis,
for those who are in hospital or at home in pain.

We pray for people who feel alone,
for the elderly who see fewer friends every year,
for migrants far from their home,
for those who do not speak the local language well
and feel isolated.

We pray for those who are afraid of the future,
who do not know if they will have work,
if they can stay in this country,
if their children will be safe.

Be close to each one of them.
Send people who can help and listen.
Use us also as your hands and feet,
so that our love is not only words,
but also concrete actions.

Lord, in your mercy,
hear our prayer.


For Ourselves

God of grace,
you changed Paul from an enemy into a brother.
You can also change our hearts.

Where there is bitterness in us,
give us the desire to forgive.
Where there is hate in us,
plant your love.
Where there is indifference in us,
open our eyes for the pain of others.

In this Advent time,
teach us to ask not only,
“What am I waiting for?”
but “Who am I waiting for?”

Help us to open the door of our hearts to Christ,
and to see his face in the people around us:
in the poor,
in the stranger,
in the one who is difficult to love.

Lord, in your mercy,
hear our prayer.


Into your hands, good Father,
we place all the prayers we have spoken,
and also the silent prayers in our hearts.

We trust in your love
shown to us in Jesus Christ,
the One who has opened the future for us.

We pray in his holy name,
Jesus Christ our Lord.

Amen.

Blessing

24 The Lord bless you and keep you; 25 the Lord make his face to shine upon you and be gracious to you; 26 the Lord lift up his countenance upon you and give you peace.

Jens Hansen Mastodon

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Predicazione su Romani 13, 8-12

8 Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. 9 Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». 10 L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento della legge. 11 E questo dobbiamo fare, consci del momento cruciale: è ora ormai che vi svegliate dal sonno, perché adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. 12 La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

Avvento … ogni anno si ripete. Fa parte del ritmo della nostra vita, il ritmo dell’anno liturgico. Anche fuori, per le strade lo vediamo, con la differenza che lì non si aspetta, i negozi si addobbano per Natale, le strade vengono illuminate per il Natale. E ciò ogni anno prima dell’anno precedente. Infatti, è un record che quest’anno ho visto un negozio illuminato e addobbato a Natale a fine settembre/inizio ottobre, e non è uno di questi tipici negozi che si trovano nel nord dell’Europa che per tutto l’anno vendono addobbi natalizi.

Avvento è saper aspettare, aspettare il futuro, aspettare colui che viene.

Oggi sembra invece che la gente non aspetti altro che il black friday. Il venerdì nero dove fare degli acquisti a buon prezzo, il venerdì nero del consumismo, il venerdì nero in forte contrasto con i FFF, fridays for future, perché il venerdì nero del consumismo non apre al futuro ma lo chiude.

Conosciamo anche altri black fridays. Quelli delle borse. Sappiamo che per le borse basta una piccola voce che gira, ed ecco le azioni perdono valore o lo aumentano. Talvolta la dinamicità del crollo delle borse ha delle conseguenze fatali per moltissimi. Il primo black friday accade in Inghilterra 1866 quando una banca è andata in fallimento. 1869 il primo black friday negli USA, 1873 a Vienna e 1929 tutto il mondo va in crisi.

Paolo parla invece di un futuro diverso, non uno che ci porta alla crisi e alla catastrofe climatica – il black friday del consumo – non uno che ci porta all’orlo di crisi mondiali – il black friday delle borse. Per Paolo il black friday appartiene al passato, infatti, la parola black friday nasce dal venerdì santo, quindi dal giorno in cui Gesù di Nazaret è morto sulla croce.

A differenza degli altri black friday della storia umana, questo black friday, quindi il primo black friday per Paolo apre una nuova prospettiva e un nuovo futuro che sarà benedizione e non maledizione. Perché?

Perché alcuni, Paolo incluso, vedono in quella morte atroce sulla croce un atto di amore, lo fanno, perché il messaggio di quell’uomo morto sulla croce è un messaggio contro corrente, contro il clero del tempo, un messaggio concretizzato in azioni e in parole. Il tema principale: l’amore incondizionato di Dio per tutte le sue creatore.

Questo messaggio mette in dubbio il potere costituito per questo Gesù deve morire. Ma la morte non lo vince, dal black friday di Gesù nasce la nuova vita. La tomba vuota è il simbolo di una svolta epocale per il mondo: di non si fa scartare, non si fa eliminare sulla croce. Il maestro itinerante continua a cambiare la sorte del mondo e a aprirci l’orizzonte dell’amore divino. Come sorelle e fratelli siamo tutte e tutti figli e figlie del nostro padre celeste e camminiamo nel campo magnetico del suo amore.

Questo è quanto sta alle spalle di Paolo. Nonostante Paolo non abbia mai conosciuto di persona Gesù Nazaret, Paolo attinge all’amore predicato da Gesù per la sua vita. Gesù porta nuovi orizzonti nella vita di Paolo che da persecutore della giovane chiesa diventa testimone di un amore che niente e nessuno ci può togliere. L’amore di Dio, anche in Paolo, ha cambiato il nemico Paolo in fratello.

Ogni anno ricordiamo questa storia. E con lei, la certezza che essa non sia ancora finita. Dobbiamo però riformulare la domanda: “cosa stiamo aspettando?” Dovrebbe essere: “chi stai aspettando?”

Non tratteniamo più l'amore che ci è stato rivelato in Cristo che tornerà! Perché, come dice Paolo, è l'unica cosa che dobbiamo a Dio e al mondo: non abbiate debiti con nessuno, se non di amarvi reciprocamente.

Tutti gli altri debiti sono stati estinti! Una volta per tutte. Ecco perché l'amore è il rispetto della legge. Il mondo geme e aspetta. L’avvento cerca di ricordarci che il futuro di Dio è già iniziato. Lasciamo che il mondo si possa aspettare qualcosa e che non siamo testimoni dell’amore che nasce dall’unico black friday che ha aperto e non chiuso il futuro

Jens Hansen Mastodon

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Predicazione su Matteo 25, 1-10

Il capitolo 25 dell’Evangelo di Matteo fa parte del discorso profetico di Gesù, io lo chiamerei apocalittico. Il nostro capitolo contiene 3 discorsi, quello nostro, quello dei talenti affidati e il giudizio universale. Il giudizio delle persone inadatte viene espresso con le parole: Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli … a punizione eterna.

Alla persona che non sa mettere a frutto i suoi talenti viene detto: quel servo inutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì ci sarà pianto e stridor di denti.

E oggi, pochi versetti prima, troviamo lo stesso Gesù apparentemente esclusivo, duro, un Gesù che divide, che esclude, che erige mura o meglio, chiude delle porte, quando dice: Io vi dico in verità: Non vi conosco.

Sbagliamo quindi noi, sbaglio io, che da qualche anno, escludo categoricamente il fatto che il Dio che in Cristo per noi è il Dio d'amore e che viene predicato come tale nelle nostre chiese, poi, quando moriamo per molti diverrebbe un moloc crudele che si compiace di vedere bruciare la gente nell'inferno?

Dovremmo quindi chiederci come mai delle frasi così severe e crudeli siano uscite dalla bocca di Gesù, come mai l'Evangelista Matteo ci presenta un Gesù al di là dell'amore, un Gesù che divide, un Gesù severo?

Per fare ciò conviene capire l’evangelista Matteo e vedere che le sue sono parole ancorate nella propria esperienza che tramanda delle parole di Gesù per la sua chiesa, non come scriba che copia una per una le parole che egli trova nella tradizione, ma come uomo responsabile, uomo di chiesa, della sua chiesa, che ai suoi tempi, quando scrive l'Evangelo, si trova in diverse difficoltà.

Matteo, e solo Matteo, tramanda i discorsi profetici di Gesù, scrivendo a dei credenti della seconda metà del primo secolo. Matteo scrive a una chiesa che letteralmente non sa dove collocarsi. Infatti, il tempo dopo il 70, distruzione di Gerusalemme, è segnato da grandi cambiamenti per le giovani chiese: le sinagoghe ebree non vogliono più i cristiani in mezzo a loro. I discepoli di quel Gesù di Nazaret se ne devono andare, il loro legame con la religione dei padri, con il popolo d'Israele, viene interrotto. Con questa interruzione la chiesa perde la protezione di essere parte di una religio licita, protetta.

Adesso i cristiani devono partecipare a tutte le festività e i sacrifici statali fatti in onore del divino imperatore. I credenti però non vogliono adorare un essere umano, anche se è l'imperatore. Loro vogliono adorare solo ed esclusivamente Dio, il Dio predicato e testimoniato da Gesù.

Questa tensione crea conflitti, conflitti con il potere imperiale ma anche all'interno delle chiese. Sappiamo che non in tutte le province dell'impero applicano con severità la legge. Ci sono province e anche tempi di relativa calma, ma anche periodi di carcerazioni, interrogazioni e pene capitali per i cristiani. Tutto sommato la situazione nella seconda metà del primo secolo è segnato da arbitrarietà degli uffici statali, da un'insicurezza legale, dalla paura nelle chiese.

Quindi, persecuzioni, martirio. In questa situazione molti vedono delusa la loro speranza che il Regno di Dio sarebbe venuto ben presto. Per questo, la parabola, inizialmente scritta come invito alla grande festa del Regno di Dio, diventa un racconto che invita alla pazienza, al fiato lungo, a non disperare in una situazione in cui niente è come sperato. Per dirlo con le parole della parabola: ci vuole l'olio per tenere viva la fiamma della fede.

Dimenticavo: avete sentito? Ascoltato bene? Ho detto: la parabola, è inizialmente scritta come invito alla grande festa del Regno di Dio.

Lo si vede, perché l'inizio, com'è?

Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo.

All'arrivo dello sposo grande gioia. Le nozze sono un'immagine per il nuovo mondo di Dio, per la comunione con Dio aperta a tutte le donne e tutti gli uomini. La parabola una volta era proprio un grande invito alle nozze, alla comunione con Dio, alla grande festa: dieci vergini che piene di gioia vanno incontro al loro Signore.

Ora, la chiesa di Matteo vede: questa festa ancora non c'è, invece … vedi sopra.. Allora, Matteo dice con questa parabola di avere pazienza, di non disperare, ci vuole fede, coraggio, fiducia che Dio sta per arrivare, anzi è già presente e vuole profondamente cambiare la realtà di questo mondo. La festa c'è, questa certezza, i guastafeste non la possono proprio togliere.

Certo, il Risorto non torna da oggi a domani. La morte non viene superata da oggi a domani. Dio non toglierà le nostre lacrime da oggi a domani. Non vedremo subito il volto amorevole di Dio.

E' difficile scorgere il Regno di Dio in mezzo ad un mondo che viene governato dalla paura, lo era allora e lo è anche oggi.

La parabola di Matteo non vuole escludere ma dare fiducia.

Così parla anche a noi che spesso ci sentiamo impotenti nel nostro agire contro i poteri della morte, contro la fame nel mondo, contro la distruzione dell'ambiente, contro una politica e economia che esclude davvero e utilizza la guerra come mezzo per fare profitti, contro pregiudizi, contro l'odio.

Matteo vuole dirci: guardate la porta non è chiusa, la festa delle nozze, la comunione con Dio è possibile e noi dobbiamo essere coloro che annunciano la festa in mezzo ad un mondo con la voglia di annientarsi.

Oggi potremmo perdere la speranza di fronte alla volontà di tutti di avviare lo scontro armato.

Chi oggi ha il cuore dalla parte della pace, viene fatto tacere e non preso sul serio. Il macchinario della guerra va avanti perché porta soldi nelle tasche di chi già negli anni della crisi ha guadagnato alle nostre spalle. Il regime della paura vuole farci credere che non c'è alternativa. Noi, di fronte alla porta aperta della festa del Regno possiamo invece dire: la guerra è la scelta per le ricchezze: 'facciamo armi, così l'economia si bilancia un po', andiamo avanti con il nostro interesse .

La guerra fa guadagnare sempre alle stesse persone spargendo morte e distruzione.

Noi che vogliamo sperimentare la festa del Regno di Dio, dobbiamo opporci a chi non vuole che la vita sia una festa per tutte e per tutti, dobbiamo opporci con la nostra fede e il nostro coraggio a chi vuole il conflitto e vivere da fautori della pace.

Dobbiamo denunciare chi vende armi e soffia così sul fuoco. Dobbiamo dire al nostro governo e a tutti i governi non solo in Europa, smettetela di vendere armi, di vendere distruzione e miseria e di armarvi.

A proposito miseria. Quando la Grecia era in ginocchio nessun centesimo è andato alla popolazione sofferente. Hanno imposto di smontare il welfare, il sistema sociale, le pensioni nel nome della austerità e dell'equilibrio di bilancio, ora che vogliono fare la guerra, la violenza non conta nel bilancio, è gratuita, anzi la pagheremo noi con ancora meno assistenza, meno welfare, meno pensioni.

La prossima domenica abbiamo la prima dell'avvento, andiamo verso il Natale. Ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, candele, ma in fondo è tutto truccato: il mondo continua a fare la guerra. Il mondo non ha compreso la strada della pace».

Gesù nella Parabola dice: Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo.

Qui ognuno vuole fare la festa guastando quella degli altri, e alla fine festa non c'è.

Non rimane altro che noi, discepoli di Gesù, annunciamo come ha detto Isaia: Gioite, sì, esultate in eterno per quanto io sto per creare; costruiranno case e le abiteranno; pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Non costruiranno più perché un altro abiti, non pianteranno più perché un altro mangi; Il lupo e l'agnello pascoleranno assieme, il leone mangerà il foraggio come il bue, e il serpente si nutrirà di polvere. Non si farà né male né danno su tutto il mio monte santo», dice il SIGNORE.

E Giovanni scrive nell'Apocalisse: non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore.

Jens Hansen Mastodon

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