Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Sermone su Giobbe 14, 1-6

Giobbe lo conosciamo tutte e tutti. E’ l’incarnazione dell’essere umano che soffre, colpito da colpi bassi del destino. Quanto radicale è la sofferenza di quell’uomo. Niente fa immaginare un destino così crudele all’inizio del racconto quando leggiamo: C’era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest’uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male. Giobbe era ricco, pio e ringraziava Dio per tutto ciò che aveva. E poi le catastrofi. Prima sono i buoi e gli asini, poi le pecore, le capre e i cammelli. E alla fine, il colpo più duro: i figli. I suoi 10 figli diventano vittime di una catastrofe naturale.

E’ possibile sopravvivere un tale colpo senza morire di dolore? Giobbe incassa, incassa un colpo dopo l’altro con una forza interiore inimmaginabile: Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore.

Arriva un altro attacca a Giobbe. Viene colpito da un’ulcera maligna dalla pianta dei piedi alla sommità del capo. E anche adesso non perde la sua fede: Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male?

Tre amici gli fanno visita. Vedono il suo dolore e si siedono con Giobbe per terra. Non dicono niente. Tacciono per 7 lunghi giorni. Alla fine tutti e quattro sono esausti. Giobbe si sfoga, da spazio alla sua disperazione, alla sua rabbia, alla sua solitudine, al suo dolore. E da spazio alla sua ira contro Dio che gli ha procurato tutti questi guai.

Adesso non abbassa più il suo capo, ora protesta, lancia delle accuse pesanti contro Dio che tratta così male gli esseri umani. Il pio Giobbe non si fa tappare più la bocca.

Quando, da giovane, ho letto questo brano per la prima volta non potevo crederci di trovare parole così dure contro Dio nella Bibbia. Non potevo immaginare come e perché queste parole sono state scritte e tramandate. Non capivo nemmeno gli amici nel loro tentativo di difendere Dio che poi rendeva ancora più difficile la situazione di Giobbe.

Oggi, quasi 50 anni dopo la prima lettura di questo libro e con un po’ di esperienza di vita e 33 anni di ministerio pastorale, sono invece grato per queste parole. In esse trovo un permesso, anzi un invito a tutte le persone sofferenti di non accettare umilmente il dolore, l’ira e le tante domande, ma di urlare, di lanciare grida verso e contro Dio.

Perché dovremmo essere più pii del pio Giobbe?

E’ questo il senso profondo del nostro brano: esso è un invito di portare a Dio tutto ciò che ci rende difficile la vita. La brevità e la fragilità umana per esempio: L’uomo, nato di donna, vive pochi giorni ed è sazio d’affanni. Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura. Così lo dice Giobbe. E noi sappiamo di che cosa parla. Forse ancora di più quando ci troviamo in ospedale.

Ma non sono sempre le grandi crisi della vita. L’attacco può venire in mezzo alla nostra vita quotidiana e pungere il nostro cuore: quanto corre il tempo, siamo già a novembre. Manca poco per l’inverno. Quanto velocemente è passata l’estate. Dov’è la mia vita? Mi scorre fra le dita. E ci sarà il giorno in cui tutto è finito.

L’inno 345 del nostro innario lo dice così: I nostri dì terreni d'affanno e duol son pieni, qui tutto è vanità; fuggevole passaggio è il breve nostro viaggio che s'apre sull'eternità.

Forse sceglieremmo oggi delle parole diverse, ma il lamento per la vita che ci scorre fra le dita è attuale come quello di Giobbe.

Forse siete sorpresi che Giobbe nella sua sofferenza si lamenta proprio della brevità della vita. Perché per molti sofferenti è un sollievo sapere che il tempo passa e che quindi anche i giorni della sofferenza sono contati.

Ma così non è per Giobbe. Forse perché la sua delusione è più grande della sua stanchezza. Forse perché ha troppe domande aperte e perciò grida per avere delle risposte. Forse perché si aspetta altro da Dio e perciò se la prende apertamente con Dio:

_E sopra un essere così, tu tieni gli occhi aperti e mi fai comparire con te in giudizio! Chi può trarre una cosa pura da una impura? Nessuno. Se i suoi giorni sono fissati, e il numero dei suoi mesi dipende da te, e tu gli hai posto un termine che egli non può varcare, distogli da lui lo sguardo, perché abbia un po’ di tranquillità e possa godere come un operaio la fine della sua giornata. _

Il fatto che Dio abbia creato la nostra esistenza con limiti fragili può già essere causa di tristezza e malinconia. Ma fa anche parte della nostra vita che il limite di 70/80 anni non è nemmeno sicuro. Può andare molto peggio, vedi Giobbe: perso tutto, perso i figli, colpito da una brutta malattia. E gli amici non sono solidali con Giobbe: “E’ colpa tua, Dio avrà le sue ragioni ...” Ma Dio le ha, le sue ragioni?

E’ proprio qui il centro dei dubbi di Giobbe: “Dio, ma che cosa hai veramente in mano contro di me? Il fatto che sono un essere umano e come tale pienamente peccatore? Non puoi pensarlo sul serio! Tutti gli umani sono e fanno così! Fa parte del nostro modo di vivere. E’ normale che talvolta le nostre azioni sono di dubbio valore. E’ normale che non sempre riusciamo a risolvere i nostri conflitti in modo degno. E’ normale che non sempre riconosciamo il male e di conseguenza non lo evitiamo. E’ normale che la nostra cerca di senso talvolta ci può portare a drogarci. Tu, Dio, tu dovresti sapere meglio di noi quanto siamo imperfetti e peccatori. Perché non accetti che siamo così? Perché sorvegli ogni nostro passo? Perché ci valuti con una misura impossibile? Perché ci colpisci con sofferenza? Non mi dire per insegnare rispetto verso di te!”

Cosa potrebbe dare una mano a Giobbe nella sua crisi con Dio? Gli vorrei tanto dare una mano. Una mano diversa da quella martellante degli amici. Lo vorrei fare quando oggi incontro i tanti Giobbe del nostro tempo. Una mia amica pastora da circa 8 anni cappellana di un ospedale scrive: Giobbe, lo trovo oggi nella madre nell’oncologia infantile che dice: ‘non torturare mio figlio’ pensando a Dio. ‘non so dove ho sbagliata, ho cercato di essere una buona madre. Ma tu ci dai un colpo dopo l’altro. Fai soffrire nostro figlio. Non gli hai nemmeno dato la possibilità di andare a scuola. Alle fine ce lo togli. Non è giusto.’ E mia amica continua: Vorrei dare una mano a questa madre. Ma cosa dirle? Non posso mica dire: ‘Dio non è come pensi, non è un tiranna. Queste sono le tue immagina che nascono dalla tua paura, dal profondo della tua anima, ma Dio non è così.’ No, sempre mia amica, queste cose non le posso dire ad una persona sofferente. Teologicamente potrebbero pure reggere le parole, ma la realtà non cambia.

Ma dove è Dio in tutto ciò? Giobbe ha trovato una via non facendosi tappare la bocca e non facendosi correggere dagli amici. Giobbe ha dato voce alla sua disperazione, alla sua rabbia ma anche alla sua sete di senso.

Infatti, ci volevano tante letture di Giobbe per capire il suo desiderio ardente, il desiderio che Dio lo incontrasse in modo diverso. Ci sono tanti tu in questo libro e nel lamento di Giobbe. Tu, Dio, da te aspetto tanto. Tu, Dio, spiegami. Tu Dio, fammi vedere il tuo volto.

Forse Dio ascolta meglio le parole della nostra disperazione di quanto noi pensiamo. Alla fine Dio si avvicina a Giobbe e crea una fede in Dio che fa dire a Giobbe: Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla polvere.

Certo, questa fede non cambia la vita come una bacchetta magica e la realtà di sofferenza non viene spazzata via. Ma essa mette tutto in relazione alla realtà che è più grande e ci fa capire che vediamo solo una piccola frazione della realtà, perciò Giobbe confessa: E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Dio.

Alla fine possiamo dire con Paolo: l’amore avrà l’ultima parola, tutto sarà amore, l’amore scioglierà tutti i nodi della vita. E, mentre siamo per strada talvolta dobbiamo litigare forte con Dio, ma è proprio per amore che lo possiamo fare.

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Predicazione su Luca 6, 27-38

Noi cristiani cerchiamo di vivere un equilibrio d'amore che Gesù ci ha indicato: amare Dio, amare il prossimo, amare noi stessi. Non a caso lo chiamo un triangolo: perché non è solo un doppio comandamento (Dio + prossimo), ma una relazione a tre, dove ci siamo io, Dio e gli altri.

Ora, il vertice più famoso di questo triangolo è l'amore per il prossimo. È quello che vediamo più spesso, anche fuori dalla Chiesa: pensate a tutti i volontari che si spendono per gli altri senza nemmeno credere in Dio. Certo, a prima vista sembra che l'egoismo sia più diffuso — e in parte è vero, perché l'amore per sé stessi, quando diventa narcisismo, fa più rumore. Ma l'amore per il prossimo non fa notizia: accade nel silenzio, dietro le quinte, e lo praticano in tanti, anche chi non sa nulla di questo “triangolo” perché non conosce Colui che ne è la fonte.

Il problema è che spiegare l'amore per il prossimo non è semplice. Lo sapeva anche Gesù. Non si può ridurre a una formula teorica, altrimenti rischiamo di sceglierci il prossimo comodo: quello che ci somiglia, che ci sta simpatico, che abita vicino a noi. Per questo Gesù non ci fa un discorso astratto, ma racconta una storia: la parabola del buon Samaritano.

Alla fine, chiede: «Chi dei tre è stato prossimo all'uomo derubato?» E la risposta è chiara: «Colui che ha avuto misericordia». Quindi, il prossimo non lo scegliamo noi. Il prossimo è chi fa misericordia. L'amore per il prossimo e la misericordia vanno a braccetto! Dobbiamo amare chiunque ci mostri misericordia, indipendentemente da dove viene o da quanto ci è estraneo. E allo stesso tempo, diventiamo “prossimo” per chi riceve la nostra misericordia.

Gesù conclude: «Va' e fa' altrettanto». La morale? Dai una mano a chi è nel bisogno, sii tu il prossimo per qualcuno, e scoprirai di essere amato come prossimo. Non è facile, lo so. Ma Gesù sa che dentro di noi c'è un desiderio profondo: esser amati. E ci sfida a vivere questo amore attivamente.

Perché l'amore per il prossimo, per quanto bello, non è la sfida più grande della nostra fede. E neanche tutto il “triangolo dell'amore” ci distingue dal mondo. Gesù stesso ci dice: «Se amate solo chi vi ama, che merito ne avete? Anche i peccatori fanno così!»

Il triplo comandamento (Dio, prossimo, sé stessi) è già una base solida... ma Gesù va oltre. Rompe lo schema. E inserisce una categoria di persone che nessuno vorrebbe amare: «Amate i vostri nemici. Fate del bene a chi vi odia. Benedite chi vi maledice. Pregate per chi vi fa del male.»

Che cosa?! Qui il discorso diventa scomodo. Supera ogni logica umana. Come si fa ad amare il nemico?

Pensate a chi, nella vostra vita, vi ha ferito volontariamente: non per sbaglio, non per incomprensione, ma con l'intenzione di farvi male. Persone senza scrupoli, che hanno danneggiato anche chi amate. Esistono, purtroppo. E davanti a loro, non ce la faccio ad amare come dice Gesù. Al massimo, riesco a non augurargli il male. Riesco a pregare per loro? Forse... ma solo per chiedere a Dio che capiscano il dolore che hanno causato.

Eppure, so che Dio li ama lo stesso. Li ama incondizionatamente, anche se non li perdono. Ma io? Non sono Dio.

Non sto parlando delle delusioni normali della vita: un amore finito, un'amicizia tradita. Sto parlando di violenze, torture, guerre. Ascoltate le storie dei profughi di guerra, delle vittime del genocidio, delle vittime di abusi... e poi venitemi a dire: «Fai del bene a chi ti odia».

Che vuole Gesù da noi? A che scopo ci chiede di andare oltre il triangolo, fino ad amare i nemici?

La risposta è che Lui ci è riuscito. Gesù ha amato i suoi nemici. E noi, in fondo, facevamo parte di quella schiera. Lui sa che è umanamente impossibile... ma anche che con Lui diventa possibile.

E poi, ci sono persone che ci riescono. Pensate a Martin Luther King, ucciso 57 anni fa. Nel suo discorso più famoso, diceva: «Vi sfidiamo: fateci tutto il male che volete. Metteteci in prigione, bombardate le nostre case, minacciate i nostri figli... noi continueremo ad amarvi. Perché alla fine, vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno conquisteremo la libertà, ma non solo per noi: conquisteremo anche voi.»

Come si fa? Noi non siamo Martin Luther King. Siamo persone normali, in una chiesa normale. Eppure...

Guardo il mondo: guerre, miseria, catastrofi causate dall'uomo, sofferenza inflitta ad altri... e vedo sempre la stessa reazione, come una legge fissa: «Occhio per occhio, dente per dente.» e c'è chi va pure oltre, dimenticando che la Bibbia già con l'occhio per occhio limita la vendetta. Ricordate il canto di Lamec? **

La violenza genera violenza, che genera altra violenza, in una spirale senza fine. L'amore per il prossimo, spesso, cura solo i sintomi di questo male. Ma non basta.

Eppure, in mezzo a tutto questo, la gente sogna la pace. Come scrive il profeta Michea: «Fonderanno le spade in aratri, le lance in falci. Nessuno imparerà più la guerra.»

E allora capisco cosa vuole Gesù: Qualcuno deve iniziare. Qualcuno deve rompere il circolo della violenza, non limitandosi a tamponare le ferite, ma interrompendo la catena.

E l'unico modo è amare il nemico. Solo se fai del bene a chi ti odia. Solo se preghi per chi ti perseguita. Solo se dai più di quanto ti viene chiesto. Solo così hai in mano la chiave per un regno di pace.

Non so se ne sono capace. Ma la speranza di un mondo diverso si basa su una verità: Gesù ci ha già mostrato la via. Ha vinto questa sfida. Ha portato un soffio di pace in un mondo violento.

A Lui ci affidiamo, non perché ci chieda l'impossibile, ma perché ci ha dato la forza per provarci. Non ha pronunciato queste parole a caso. Sa che possiamo farcela, anche se sembra una follia.

E questo apre una speranza: per me, per il mondo, per superare finalmente la legge del «occhio per occhio».

Perché qualcuno deve iniziare. E quel qualcuno potrei essere io. Potresti essere tu.

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Sermone su Deuteronomio 6, 4-9

Nella Bibbia ebraica lo Sh’ma Israel inizia e finisce con due lettere più grandi del normale. È come se la Parola ci gridasse: “Fate attenzione! Qui c’è il centro di tutto.” Sono le prime parole insegnate a un bambino ebreo, le parole che un credente ripete ogni giorno e che desidera sulle labbra all’ultimo respiro.

Gesù di Nazaret le chiama “il grande e il primo comandamento”. Prima di leggi, racconti, inni e profeti, viene questo: amare Lui, l’Uno e l’Unico. Non un’idea, ma uno stile di vita; non un dettaglio, ma il punto di partenza e l’ultimo respiro.

L’Uno e l’Unico

Lo Sh’ma si può tradurre in due modi, entrambi veri e complementari: – “Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, il Signore è l’unico!” – “Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, il Signore è uno solo!”

Unicità e unità. Due accenti, un’unica melodia. Come dirà Paolo: “Da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose” (Romani 11,36). Dio è l’Uno e l’Unico: troppo grande per stare in un cassetto, troppo ricco per un solo nome. La Scrittura gli dà molti nomi proprio perché nessuno basta da solo.

Chiesa: molte differenze, un solo desiderio

Se Dio è uno, la Chiesa… non sempre lo sembra. La storia ce lo ricorda: la Riforma del XVI secolo ha moltiplicato le tradizioni e, col tempo, si sono aggiunte nuove sfumature. Del resto, anche l’ebraismo ha conosciuto pluralità fin dall’inizio.

Questa varietà può essere una grazia, a una condizione: che resti vivo in noi il desiderio dell’unità. Quando questo desiderio si spegne, cresce l’autosufficienza. E l’autosufficienza chiude. Allora nascono criteri esclusivi, “noi sì, gli altri no”, ri-battezzarsi per “entrare” altrove, frasi come “solo da noi c’è salvezza”. È una china pericolosa: il passo verso il settarismo è breve, e l’Ecumene si spegne.

Oltre il semplice rispetto: l’incontro che scalda il cuore

Nella società abbiamo bisogno di più rispetto, è vero. Ma per noi cristiani il rispetto è solo l’antipasto. Il Vangelo ci chiama a qualcosa di più: l’incontro. L’incontro è quando apriamo la porta e lasciamo entrare il calore dell’altro. È quando permettiamo che il nostro cuore sia toccato da un modo diverso di pensare, da un colore diverso, da una voce che non è la nostra, da un ritmo a cui non siamo abituati.

Eppure anche noi cristiani, per paura o incertezza, ci chiudiamo in gruppi “sicuri”, con etichette rassicuranti e maschere di “ortodossia perfetta”. Ma la verità del Vangelo ci libera: un vero incontro chiede che molliamo gli ormeggi, come una nave che lascia il molo. Che ci fidiamo dell’amore e della fedeltà dell’Uno che vuole essere anche il nostro Dio. Allora nasce il desiderio di restare con Lui: cantare, volare, danzare; vivere senza paura dell’altro, senza avversione per le sue domande.

L’altro è necessario alla mia fede

Credere nell’Unico Signore non è sopportare le differenze: è amarle, perché attraverso l’altro Dio allarga il nostro sguardo. E qui, con semplicità, riconosciamo il cammino che abbiamo fatto:

  • Comunicazione che non comunica: all’inizio ci siamo parlati addosso. Pensiamo a Lutero e a Roma: non si sono capiti davvero, linguaggi e presupposti diversi, e la conversazione è diventata muro.
  • Il dibattito: poi abbiamo imboccato la via del “convincere”. Il dibattito prova a tirare l’altro verso di sé, a vincere invece che comprendere. Ha prodotto chiarezze, sì, ma anche ferite. E non ha funzionato come via di comunione.
  • Il dialogo: oggi il Vangelo ci spinge oltre. Serve il dialogo che mette insieme orizzonti. Gadamer parlava di “fusione di orizzonti”: non annullare le differenze, ma lasciarle incontrare finché nasce un vedere più ampio di ciò che ciascuno vedeva da solo. È il coraggio di ascoltare per comprendere, di interpretare insieme, di lasciarsi convertire dalla verità che ci precede e ci supera.

Per questo l’altro non è un ostacolo alla mia fede: è la strada su cui la mia fede matura. L’Uno, con i suoi molti nomi, è così bello e vasto che, per rendergli un po’ di giustizia, ho bisogno dell’altro—non di un altro uguale a me, ma di un altro davvero altro. Così la Chiesa diventa un’anticipazione credibile di ciò che sarà: uno spazio dove il Nome dell’Unico trova casa. Nella sua casa ci sono molte dimore. Non siamo qui per noi stessi. Dio ha tanto amato il mondo — questo mondo variegato, colorato, multiforme. Lui, il Signore, l’Unico e l’Uno.

Invito finale

Allora, oggi, ripartiamo dallo Sh’ma: – Ascoltiamo davvero, senza parlare addosso. – Lasciamo il dibattito sterile e scegliamo il dialogo che unisce orizzonti. – Amiamo con i fatti, incontriamo senza paura, camminiamo insieme.

E mentre ascoltiamo, che la nostra vita dica con semplicità e forza: “Il Signore è uno solo. Il Signore è l’unico.”

Pubblico qui anche il saluto dell'Arcivescovo Mons. Riccardo Lamba

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La Resistenza come testimonianza: memoria, fede e impegno in tempi di nuove ombre

oggi mi ritrovo per la prima volta sul passo Rest sia in chiave “turistica” sia come l'uogo di memoria e di dolore, ma anche di coraggio e di speranza. Ottantun'anni fa, su queste montagne, giovani come Giuseppe Zambon e Armando Facchin, come Luciano Pradolin e Gio Batta Da Pozzo, scelsero di opporsi al nazifascismo non per odio, ma per amore della libertà.

Non furono eroi per caso: furono uomini e donne che, di fronte all'inumanità, seppero dire no, pagando con la vita la fedeltà a un ideale di giustizia. Tra loro, c'erano dei credenti che vissero la fede non come fuga dal mondo, ma come chiamata a trasformarlo.

1. La Chiesa Confessante di Barmen: quando la fede diventa resistenza

Nel maggio 1934, mentre il nazismo consolidava il suo potere, un gruppo di teologi e pastori protestanti tedeschi si riunì a Barmen per dire basta alla sottomissione delle Chiese al regime. La Dichiarazione teologica di Barmen — redatta da Karl Barth e altri — fu un grido di verità in un'epoca di menzogna. Affermava che:

«Gesù Cristo, come è attestato nelle Scritture, è l'unica Parola di Dio che dobbiamo ascoltare, cui dobbiamo obbedire in vita e in morte». E aggiungeva: «Noi respingiamo la falsa dottrina secondo cui la Chiesa potrebbe o dovrebbe riconoscere, al di là e accanto a questa unica Parola di Dio, altre fonti di rivelazione».

Era una sfida diretta al culto del Führer e all'idolatria della razza e della nazione. La Chiesa Confessante — a cui aderì anche Dietrich Bonhoeffer, poi impiccato dai nazisti — scelse di non tacere. Denunciò che il cristianesimo non può essere ridotto a una religione di Stato, né piegato a giustificare l'oppressione. Per questo, molti suoi membri finirono nei lager o al patibolo.

Luciano Pradolin, valdese e partigiano, incarna questa stessa coerenza. Nella lettera alla sorella scrisse: «L'unica cosa che mi sostiene è la fede in Dio e la sicurezza che la mia coscienza è pura e il mio ideale è sacro». Come i teologi di Barmen, seppe che la fede senza giustizia è vuota, e che la libertà è un dono da difendere con gli altri, per gli altri.

2. Il vento freddo del presente: perché la Resistenza ci interroga ancora

Oggi, mentre ci inchiniamo davanti a questi cippi, il mondo sembra scivolare indietro. La guerra è tornata in Europa, i nazionalismi esaltano muri e paure, il razzismo si traveste da “difesa identitaria”, e persino il saluto fascista riaffiora come provocazione o nostalgia. Intanto, le parole paceaccoglienzafratellanza vengono derise come ingenuità.

Eppure, la storia ci insegna che l'indifferenza è la prima alleata della barbarie. I partigiani lo sapevano: quando i nazisti e i fascisti deportavano, torturavano, bruciavano paesi, non si poteva “stare alla finestra”. Oggi, di fronte alle guerre in Ucraina, in Palestina, in Sudan, di fronte ai naufragi nel Mediterraneo e alle leggi che criminalizzano la solidarietà, non possiamo permetterci di voltare lo sguardo.

La Resistenza non fu solo una lotta armata: fu una scelta etica. Fu la convinzione che nessuno è libero finché qualcuno è oppresso, che la dignità umana non ha confini di razza o di fede. Luciano Pradolin e i suoi compagni ci hanno lasciato un testamento: la libertà si custodisce agendo, non solo ricordando.

3. Trasformare l'energia della guerra in energia d'amore

Il teologo Jürgen Moltmann, che da giovane soldato tedesco fu prigioniero in Inghilterra e poi divenne una voce profetica della pace, scrisse:

«Dobbiamo trasformare l'energia criminale in energia dell'amore, la guerra in pace, riscattare l'inimicizia in amicizia e le violenze mortali in forza di vita».

Questo è il compito che ci consegna la memoria del Passo Rest:

  • Rifiutare ogni complicità con chi semina odio, chi strumentalizza il dolore altrui, chi costruisce nemici per nascondere le proprie responsabilità.
  • Essere “Chiesa confessante” oggi: non solo nelle parole, ma nei gesti. Come le comunità valdesi che durante la guerra nascose ebrei e perseguiti, o come i cattolici che, nonostante il silenzio di molti vescovi, salvarono vite (pensiamo a don Milani o a Giorgio La Pira).
  • Costruire ponti, non muri. La Resistenza fu unita nella diversità: cattolici e comunisti, operai e contadini, intellettuali e analfabeti. Oggi, di fronte alle divisioni, dobbiamo ritrovare quella capacità di fare alleanza per il bene comune.

Conclusione: la libertà è un cantiere sempre aperto

Luciano Pradolin, prima di morire, scrisse alla madre:

 «In realtà mi dispiace lasciare la vita, particolarmente ora che avevo capito il grande significato».

Aveva capito che la vita vale solo se spesa per qualcosa più grande di noi: la giustizia, la pace, la libertà dell'altro.

Oggi, in questo luogo sacro alla memoria, non siamo chiamati solo a piangere i morti, ma a onorarli vivendo da liberi. Liberi dalla paura del diverso, liberi dall'indifferenza, liberi dal cinismo che dice “tanto non cambia nulla”.

La Resistenza ci ricorda che il futuro si costruisce con scelte quotidiane:

  • Quando accogliamo un migrante, stiamo dicendo no al razzismo.
  • Quando denunciamo una ingiustizia, stiamo dicendo no all'oppressione.
  • Quando educhiamo i giovani alla pace, stiamo dicendo no alla cultura della guerra.

Non è retorica: è resistenza.

Grazie a Giuseppe, Armando, Luciano, Gio Batta e a tutti coloro che qui combatterono e morirono. Il loro sacrificio non sarà vano se sapremo essere, oggi, costruttori di pace come loro furono combattenti per la libertà.

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predicazione su Giacomo 2,14-26

Oggi la Parola ci provoca con franchezza: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? … La fede senza le opere è morta” (Giac 2,14.26). Non è un rimprovero amaro: è un invito a verificare il polso della nostra vita spirituale. Come il respiro si vede nel petto che si alza e si abbassa, così la fede si vede nei gesti che compiamo. Se non si vede, forse non sta respirando.

1) Non fede contro opere, ma fede che genera opere C’è chi oppone Giacomo a Paolo, come se uno dicesse “contano solo le opere” e l’altro “conta solo la fede”. La Scrittura, però, ci racconta un’unica buona notizia: tutto nasce dalla grazia di Dio, che ci ama per primo, ci perdona e ci mette in piedi. La salvezza non si compra. Ma proprio perché è dono, la grazia non resta ferma: mette in moto la vita. La fede viva produce frutti; la fede morta resta parola. Non sono le opere a comprare Dio; è Dio a rendere possibili opere buone che profumano di Vangelo. Pensiamo a un albero: non fa frutti per diventare albero; fa frutti perché è vivo. Così è la fede: non facciamo il bene per meritarci qualcosa, ma perché abbiamo ricevuto vita nuova.

2) Abramo e Raab: custodire la vita e aprire la casa Giacomo propone due figure per spiegare meglio quanto ha in mente e vuole condividere con i suoi: • Abramo è messo alla prova in un racconto duro. La mano non si abbassa su Isacco: Dio non chiede sacrifici disumani; Dio custodisce la vita. La fede vera non uccide l’umano; si fida del Dio della vita, anche quando non capisce tutto.

• Raab, donna straniera, apre casa sua a dei forestieri e rischia per salvarli. Non appartiene al popolo d’Israele, eppure compie ciò che la fede chiede: accoglienza, coraggio, protezione dei vulnerabili. Qui impariamo un’umiltà necessaria: a volte il bene arriva da dove non ce lo aspettiamo. Il Signore guarda al cuore e ai gesti. La lezione è semplice: non basta dire “credo”; anche i demoni “sanno” che Dio esiste, ma tremano. La domanda è: che cosa fa la nostra fede alle mani, al tempo, al portafoglio, alle parole? Dove si vede?

3) Grazia che perdona e trasforma Dio non ci chiede di fare i forti. Ci offre la sua grazia: ci rialza, ci perdona, ci cambia. La fede non è un esercizio di volontà solitaria. È relazione con il Vivente, che entra nelle fatiche quotidiane, nelle case, nei conti che non tornano, nei nostri limiti. Per questo ciò che oggi ascoltiamo non è un “devi” schiacciante, ma un “puoi”: puoi vivere da persona libera, resa capace di bene. E quando cadi, puoi rialzarti.

4) Santità del cuore e della città La fede tocca il cuore, ma non si ferma lì. Scende nelle strade: nel lavoro, nella scuola, nella spesa, nelle scelte economiche, nella cura del creato, nella convivenza civile. La santità non è fuga dal mondo; è il modo nuovo di abitarlo. Non basta essere “brave persone” in privato; il Vangelo domanda anche gesti pubblici, miti e fermi, che costruiscono giustizia e pace. Allora proviamo a essere concreti. Oggi chiedo alla comunità di accogliere tre passi semplici e seri, alla portata di tutti. Non tutto, ma qualcosa. Non perfetto, ma fedele.

5) Tre passi concreti 1) Azioni concrete nel nostro vissuto • turni al banco alimentare locale o di rete; • raccolta e distribuzione di generi di prima necessità e “spesa sospesa”; • un piccolo emporio solidale con orari stabili e una squadra di volontari; • accompagnamento a visite mediche o a uffici per chi è solo; • doposcuola gratuito per ragazze e ragazzi; • laboratorio di riparazione e riuso per allungare la vita degli oggetti e aiutare chi è in difficoltà; • uno sportello di ascolto discreto per famiglie in affanno. 2) Conversione dello stile: comunità e singoli La fede diventa visibile in uno stile di vita più sobrio e sostenibile. Due livelli, inseparabili. • Come comunità: ◦ controlliamo consumi e spese della chiesa; ◦ passiamo, dove possibile, a energia da fonti rinnovabili; ◦ riduciamo rifiuti e plastica monouso (stoviglie riutilizzabili, acqua alla spina); ◦ adottiamo criteri di acquisto responsabile; ◦ creiamo o sosteniamo un gruppo d’acquisto solidale; ◦ organizziamo mobilità condivisa per gli incontri comunitari; ◦ rendicontiamo ogni anno i passi compiuti e quelli ancora da fare. • Come persone: ◦ scegliamo, quando possiamo, piedi, bici, trasporto pubblico; ◦ riduciamo lo spreco alimentare e impariamo una cucina del riuso; ◦ limitiamo il consumo di carne e privilegiamo filiere locali e solidali; ◦ chiediamo al nostro fornitore energia 100% rinnovabile; ◦ usiamo strumenti finanziari il più possibile etici e trasparenti; ◦ curiamo il quartiere con piccoli gesti: pulizia, attenzione agli anziani soli, custodia degli spazi comuni. Queste non sono fissazioni: sono modi concreti per dire che crediamo in un Dio che affida la terra all’umana responsabilità e ci chiama alla giustizia verso i poveri e verso le generazioni future. 3) Voce pubblica mite e ferma La fede non urla, ma non tace davanti al male. Sosteniamo iniziative nonviolente e umanitarie; chiediamo protezione dei civili, corridoi sicuri, rispetto del diritto; preghiamo per chi è sotto le bombe, per gli ostaggi e i prigionieri, per chi salva vite in mare e a terra. Mettiamo a disposizione tempo, competenze, reti. Facciamo spazio a testimonianze e collaborazioni con realtà affidabili del territorio. Senza partigianerie, ma con coraggio evangelico.

6) Il carburante: Parola, preghiera, mensa, comunità Qualcuno potrebbe dire: “Bello, ma poi ci si stanca.” È vero: senza radici ci si secca. Per questo servono i “mezzi ordinari” con cui Dio ci nutre. • La Parola: ascoltata nel culto, ma anche a casa. Bastano pochi minuti al giorno, una lettura breve e una domanda: “Che gesto mi suggerisce oggi?” • La preghiera: semplice e fedele, personale e comunitaria. Intercedere per altri ci libera dall’io e ci educa alla compassione. • La mensa del Signore: là riceviamo grazia e comunione, e ne usciamo inviati. • La vita fraterna: piccoli gruppi di condivisione e responsabilità reciproca, dove raccontiamo passi compiuti e passi mancati, e preghiamo gli uni per gli altri. La domenica non basta: la settimana è il luogo della fede che si vede.

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Predicazione su Giacomo 2, 14-26

Solo per grazia – solo per fede. Così crediamo come protestanti di essere salvati. Così lo ha proclamato al mondo, tanti anni fa, lo stesso Martin Lutero. Dio non si lascia manipolare dalle buone opere né corrompere dall’acquisto di indulgenze. Il suo amore e la sua grazia non possono essere meritati da nessuno: sono un dono. Eppure, nel brano della Lettera di Giacomo che abbiamo appena ascoltato, troviamo parole che sembrano contraddire radicalmente questo principio, oggi considerato un pilastro della dottrina evangelica.

Potremmo riassumere così il passaggio di Giacomo: Solo chi fa il bene è riconosciuto come persona giusta. A prima vista, le posizioni di Giacomo e Lutero – e, prima ancora, di Giacomo e Paolo – appaiono inconciliabili.

Per Giacomo, infatti, la fede senza le opere è morta: una fede priva di azioni concrete non può salvare, contraddicendo così la famosa affermazione di Paolo ai Romani: «Riteniamo che l’uomo è giustificato per fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (Rm 3,28). Paolo, nel suo scritto, spiega che nessuno può diventare giusto davanti a Dio osservando scrupolosamente la Legge di Mosè. La giustizia e la grazia di Dio sono state donate a tutti attraverso la morte di Gesù sulla croce: un dono che gli esseri umani possono solo accogliere, per pura fede in ciò che è accaduto in Galilea.

Le false dottrine che circolavano a Roma in quel tempo contrastavano violentemente con questo messaggio, seminando confusione tra i primi cristiani. Paolo scrive loro che le leggi divine – quelle che il popolo conosceva dai cinque libri di Mosè – non sono state abolite, ma il loro mero rispetto non basta per ottenere la salvezza. E, proprio come Giacomo, anche Paolo cita Abramo come prova della propria tesi. Come è possibile, allora, che due autori usino la stessa storia per dimostrare affermazioni apparentemente opposte?

La risposta sta nel contesto. Né Giacomo né Paolo conoscevano esattamente le parole dell’altro: vivevano in luoghi diversi, rispondevano a domande diverse poste da comunità diverse. Eppure, se li leggiamo con attenzione, i loro scritti non si contraddicono, ma si completano. Basta osservare il significato che ognuno dà alla parola “opere”. Giacomo parla delle azioni concrete di chi ha già accolto la fede e, grazie a essa, è stato salvato.

Paolo, invece, scrive ai Romani delle “opere morte” – cioè quelle compiute senza fede, per mero adempimento legale – e delle “opere della Legge”, che non possono scaturire da una vera fiducia in Gesù Cristo e nella redenzione operata dalla sua morte. Lo stesso Paolo, del resto, in altri passi della Lettera ai Romani menziona le “buone opere” (proprio quelle di cui parla Giacomo), distinguendole chiaramente dalle prime.

In altre parole: nessuna opera, per quanto nobile, può costringere Dio a concedere la sua grazia. Ma chi ha ricevuto questo dono e l’ha accolto nel cuore non può fare a meno di tradurlo in azioni.

È come un bambino che desidera con tutto se stesso un regalo: per quanto si impegni, non potrà mai meritarselo veramente. Quando il dono arriva, però, la sua gioia più grande sarà condividerlo con gli amici. Se il bambino si limitasse a parlarne senza mostrarlo, nessuno gli crederebbe; ma se lo porta con sé o ne mostra una foto, la sua storia acquista credibilità. Così accade con la fede: le parole da sole non bastano, servono segni tangibili.

Torniamo a Giacomo: «Tu hai la fede, io ho le opere. Mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2,18). E ancora: «Come il corpo senza lo spirito è morto, così la fede senza le opere è morta» (Gc 2,26). Chi si limita a parlare di carità ma si chiude in casa, indossando paraocchi e vivendo secondo il principio «prima io, poi il diluvio», non potrà mai sperare che la sua fede da sola gli apra le porte della salvezza eterna. Una fede fatta solo di parole vuote è, nel vero senso della parola, «molto rumore per nulla».

Se guardiamo le cose da questa prospettiva, le opere assumono un ruolo nuovo: sono l’espressione vivente della fede. Le buone opere non possono generare la fede; e chi le compie senza credere può forse ingannare gli altri, ma non Dio. Ma chi crede autenticamente è spinto dalla sua stessa fede a operare il bene. Ciò che facciamo influenza il modo in cui gli altri ci percepiscono – un principio valido in ogni ambito, dalla sfera privata a quella pubblica. Un padre che maltratta moglie e figli può ripetere all’infinito «vi voglio bene», ma quelle parole suoneranno vuote, crudele beffa. Allo stesso modo, un religioso che copre abusi nella sua comunità, invece di indagare per tutelare le vittime, non potrà mai convincere nessuno di agire per il bene altrui o di essere degno di guidare una Chiesa moderna.

«Come il corpo senza lo spirito è morto, così la fede senza le opere è morta». Il brano si chiude con questa frase, che rimane difficile da accogliere. Ci sono infatti persone che non possono compiere grandi gesti di bontà – perché malate, o perché lottano ogni giorno per sopravvivere. A loro non si può chiedere l’impossibile. Ma chi può fare qualcosa, dia voce alla sua fede, riempia di vita il messaggio di Gesù facendo il bene.

Jens Hansen Mastodon

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Predicazione su Isaia 58, 7-12

in molte chiese al nord oggi è bello entrare in chiesa e sentire profumo di pane, frutta, fiori.

La festa del raccolto ci ricorda che tutto è dono: la terra, la pioggia, il lavoro delle mani. Oggi diciamo grazie a Dio. E mentre lo facciamo, abbiamo ascoltato insieme la voce del profeta Isaia.

Isaia ci scuote un po’, come un vento d’autunno con le sue affermazioni che Dio non guarda solo ai cesti pieni, ma alla pienezza del nostro amore concreto. Il grazie che gli piace è un grazie che si vede nella vita.

Il profeta parla a persone credenti, gente che prega e digiuna. Eppure Dio dice: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio? Dividi il tuo pane con chi ha fame, accogli in casa i poveri senza tetto, vesti chi è nudo” (vv. 6-7). È semplice: condividere il pane, aprire la porta, ridare dignità. Non si tratta di fare grandi cose per un giorno solo, ma di lasciare che la fede scaldi il cuore e apra le mani. Condividere il pane significa non dare gli avanzi, ma il pane buono, quello che mangeresti tu. È dire: “Quello che ho, è anche tuo”. Aprire la casa non vuol dire soltanto avere una stanza libera; è soprattutto aprire un po’ del nostro tempo, ascoltare, far sentire qualcuno accolto. Rivestire chi è nudo non è soltanto consegnare vestiti: è restituire sguardi che dicono “tu vali”, parole che ridanno speranza.

John Wesley lo diceva così: la fede cristiana non vive chiusa in sacrestia, è una fede che tocca la vita sociale. Se il Vangelo scende nel cuore, qualcosa nelle nostre abitudini cambia.

Isaia poi ci mette davanti ad altre “catene” da rompere. Dice: togliete di mezzo il giogo, smettete il dito puntato e il parlare cattivo (v. 9).

Quante volte facciamo male con le parole: mormorazioni, giudizi frettolosi, etichette che inchiodano le persone. A volte una frase fa più male di una pietra. Il “digiuno” che Dio gradisce può essere anche questo: oggi scelgo di non parlare male di nessuno, oggi scelgo una parola gentile.

E poi c’è lo sfruttamento nascosto: quando compriamo qualcosa a un prezzo troppo basso, spesso c’è qualcuno che paga quel prezzo con la sua fatica e con la sua vita. Non possiamo aggiustare tutto, ma possiamo essere un po’ più attenti: scegliere quando possibile prodotti giusti, valorizzare il lavoro onesto, sostenere chi è in difficoltà qui vicino, nel nostro quartiere. Non capita solo “lontano”: anche qui ci sono persone sole, famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, ragazzi che cercano una mano.

La fede non è fuga dal mondo. È una luce messa proprio dove c’è buio. I primi metodisti portavano il Vangelo là dove c’era polvere, miniere, fatica. Perché la santità non è isolamento, è vita che profuma di bene nella vita di tutti i giorni: al mercato, a scuola, in fabbrica, in ufficio, in famiglia. La nostra festa di oggi ci invita a questo: ringraziare Dio e, subito dopo, guardare intorno con occhi nuovi.

E qui arriva la parte più bella del testo: le promesse. “Allora la tua luce spunterà come l’aurora” (v. 8). Quando scegliamo la via della giustizia e della misericordia, Dio apre sentieri dove non li vedevamo. “Il Signore ti guiderà sempre, sazierà l’anima tua nei luoghi aridi e darà vigore alle tue ossa” (v. 11). Quante volte ci sentiamo stanchi, svuotati: Lui promette di rifarci forza dentro. “Sarai come un giardino irrigato, come una sorgente d’acqua che non si prosciuga” (v. 11). Dove c’era aridità, ricompare freschezza. E ancora: “Ricostruirai le antiche rovine… ti chiameranno riparatore di brecce” (v. 12). Che titolo meraviglioso! Sembra un nome del futuro, e invece Dio ce lo affida già adesso, come a dire: “Io vedo ciò che puoi diventare con me”. Pensiamo a cosa significa essere “riparatori di brecce” oggi. Non parliamo di muri, ma di relazioni: strappi dentro le famiglie, amicizie incrinate, generazioni che non si capiscono, vicini che non si salutano, ferite con la terra che ci nutre.

Riparare una breccia vuol dire fare un passo di riconciliazione, domandare scusa, tendere la mano per primi, scegliere un po’ di sobrietà per il bene comune. A volte basta poco: una telefonata, un invito a tavola, un “come stai?” detto con sincerità. In una comunità cristiana, questi piccoli gesti diventano una rete che sostiene. E quando questa rete si allarga, si vede davvero la “matematica di Dio”: più condividiamo, più sembra che tutto si moltiplichi. Non diminuisce la gioia, aumenta. Non perdiamo tempo, guadagniamo pace. Non ci impoveriamo, scopriamo che la benedizione gira.

Vorrei che oggi il nostro “grazie” non fosse solo per i frutti. Ma il Signore ci chiede di portare anche il nostro cuore, con le sue paure e i suoi desideri, e di dire: “Eccomi, voglio che il mio grazie si veda nella vita”.

Come? Cominciando da dove siamo: a casa, al lavoro, a scuola, in parrocchia, nelle associazioni del territorio. Non serve aspettare condizioni ideali. Dio non ci chiede perfezione, ci chiede disponibilità. Lui fa il resto. Quando ci sembra di non avere forze, ricordiamo la promessa: “Il Signore ti guiderà sempre”. Non siamo soli. Lui cammina davanti e apre la strada.

Mi piace immaginare così la festa del raccolto: non un museo dove ammirare i doni di Dio, ma un cantiere aperto dove tutti portano qualcosa. Ognuno con ciò che ha: tempo, ascolto, competenze, sorriso, pazienza. C’è chi può dare di più, chi di meno: davanti a Dio vale l’amore, non la quantità. E in questo cantiere non lavoriamo per dovere, ma per gratitudine. Perché abbiamo sperimentato, almeno una volta, che Dio ci ha amati per primo, che ci ha cercati quando eravamo smarriti, che ci ha rimesso in piedi quando eravamo stanchi. Da quella gratitudine nasce tutto. Allora, portiamo al Signore la nostra decisione di essere, con la sua grazia, “riparatori di brecce”. Facciamo spazio a chi è solo. Scegliamo parole che curano. Teniamo gli occhi aperti sulle ingiustizie, vicine e lontane, e proviamo a fare la nostra parte. Se lo faremo, vedremo l’aurora. Non perché siamo bravi, ma perché Dio è fedele. Lui trasforma il poco in molto, le nostre piccole gocce in una sorgente che non si esaurisce.

Vorrei chiudere con una preghiera semplice.

Signore, Padre buono, grazie per la terra, per il pane, per le mani che lavorano. Accendi in noi una gratitudine che si vede, che condivide, che accoglie, che risolleva. Guariscici dalle parole che feriscono e dalle abitudini che fanno male agli altri. Rendici giardini irrigati nel nostro quartiere, riparatori di brecce nelle nostre famiglie e nella nostra comunità. Guidaci tu: quando non sappiamo cosa fare, metti tu una luce davanti ai nostri passi. Nel nome di Gesù, nostra salvezza. Amen.

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Sermone su 1 Pietro 5,5-11

il nostro brano è un insieme di molti pensieri: umiltà, preoccupazione, sobrietà, veglia e diavolo. Tutto sembra un po' sconnesso, ci sono messi insieme dei pensieri senza che a prima vista si possa intravedere un filo rosso. Mi sono quindi chiesto se oggi non abbiamo forse a che fare con un brano scritto proprio per la gente di allora e non per noi, credenti del 2025. L'umiltà, la sobrietà e la libertà dalle preoccupazioni sembrano parole antiche. E cosa facciamo con le parole: il vostro avversario, il diavolo, gira come un leone ruggente cercando chi possa divorare? Questo brano è forse solo un relitto di tempi remoti?

E' così che mi sono avvicinato al testo. Nella mia testa ronzavano le sue parole, la strana frase sul diavolo che gira come un leone ruggente. Meditando così mi è venuta in mente la mia recente visita dal medico per chiedere l'impegnativa dermatologica: c'era un po' di gente, dovevo quindi aspettare. Ho preso una delle riviste tipiche ed ho cominciato a sfogliarla. Dopo un po' ho letto l'indice ed ho visto indicato un articolo sul tema “la felicità” introdotto all'incirca così: “avere tanto denaro impedisce o favorisce la felicità? 20 passi concrete che voi potete fare per essere felici.” Pagina 22 Ho pensato che probabilmente sapevo già tutto ciò che poteva leggere in questo articolo, perché ci sono tante riviste che vogliono dare delle ricette per la felicità. Visto però che c'erano ancora delle persone prima di me, ho deciso di vedere se l'articolo potesse essere interessante. Ho sfogliato la rivista, ma qualcosa non andava: la numerazione finiva con la pagina 20 e riprendeva a pagina 29. Qualcuno aveva strappato le pagine della rivista sulla felicità. Ci sono quindi persone talmente interessate alla loro felicità che strappano le riviste altrui. Ci sono persone alla ricerca pronte a portarsi a casa un articolo per leggerlo con calma.

Forse questa persona sente un vuoto nella sua vita e vuole riempirlo di felicità. Altrimenti non avrebbe strappato 8 pagine da una rivista esposta in un ambulatorio.

Io quindi non ho potuto leggere l'articolo. Ma torniamo al nostro brano. Mettendo insieme il brano con questa persona ignota che ha strappato dalla rivista 8 pagine sulla felicità per trovare la sua felicità, mi è venuta in mente una idea su ciò che il brano può dire a noi. Sia l'articolo della rivista che il nostro brano hanno in comune il tema della preoccupazione per una vita felice.

Per sviluppare il tema comincio con il versetto che sembra lontano anni luce dalla nostra esperienza:

8 Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, gira come un leone ruggente cercando chi possa divorare.

E vi domando: chi sono i vostri avversari che mettono a rischio la vostra pace interiore? Che nomi hanno i vostri diavoli? Vi nomino alcuni dei miei: “devo essere presente”, “senza di me le cose non funzionano”, “non va”, “devo esserci”, “non ce la faccio”, “Come andrò avanti?”, “devo ... devo ... devo”, “non sono all'altezza delle aspettative”

Vi è mai capitato di essere ammalato, ma invece di stare al letto siete andati al lavoro perché non potete mancare? Quante volte non fate ciò che vorreste fare? Conoscete delle parole che vi scoraggiano e fanno sì che non riuscite a lavorare bene? Ricordate delle notti passate nell'insonnia a causa di tanti, troppi pensieri? Questi sono i nostri avversari che ci rubano la forza. Più mi perdo in tali pensieri, più scoraggiato mi sento e il paragone con il leone ruggente non è più così estraneo: ci sono pensieri che ci divorano, ci incastrano, ci rubano la nostra libertà e soprattutto la nostra felicità, e perciò dice il nostro testo:

Siate sobri, vegliate;

E così vogliamo essere: sobri e attenti per trovare nel nostro brano una chiave per una vita riuscita. In fondo le chiavi sono tre:

1. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio

Questa frase la intendo così che non devo avere un concetto troppo alto di me.

Certo, ci sono cose che dipendono da me, ma ci sono tante altre cose che non posso influenzare minimamente. Il contadino può seminare ma non è nelle sue mani la quantità del raccolto. Operai e impiegati possono dare tutto al loro posto di lavoro, ma non è nelle loro mani se l'azienda esisterà ancora fra 5 anni. Possiamo vivere coscientemente in modo sano con la dieta giusta e con un po' di attività fisica, ma la nostra salute non è nelle nostre mani. I genitori possono educare nel modo migliore i loro figli, ma non è nelle loro mani il loro destino. Possiamo dare un consiglio ad un amico, ma non è nelle nostre mani se lui lo segue.

Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio vuole quindi dire: date il vostro meglio ma non cadete in tentazione di pensare di essere divini, di farcela senza Dio, di essere autosufficienti.

2. Gettate su di lui ogni vostra preoccupazione

Qui l'autore parla della preghiera. Se riusciamo a capire di non dover farcela da soli, se riusciamo a rapportarci invece con Dio, le nostre preoccupazioni diminuiranno. La preghiera libera, la preghiera rende meno pesante la vita perché la preghiera è l'espressione migliore di una relazione riuscita con Dio. E tutto ciò non solo quando ci sentiamo impotenti, la preghiera vuole essere continua come è continua la comunicazione in una relazione d'amore riuscita. Crescerà la fiducia e la certezza di non essere soli.

3. Siate sobri, vegliate;

Dio, quando entriamo in relazione con lui, quando smettiamo di voler essere o di pensare di essere il centro, l'ombelico del mondo, ci apre gli occhi, le orecchie, la mente, affinché vediamo il mondo come lo vede lui per diventare portatori di un amore che libera.

Guardiamo le persone, i luoghi, le possibilità, il nostro presente, i nostri impegni, la natura e vediamo in tutto ciò che percepiamo un segno dell'amore di Dio.

Facendo così la nostra esistenza diventa vitale per noi e per altri.

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predicazione su 1 Pietro 5,5-11

A volte mi sembra che tutto, attorno a me, diventi più rumoroso e più accecante.
Mi mancano i toni sommessi, le immagini delicate, le sfumature tra il bianco e il nero, tra il sì e il no, tra il mio e il tuo.
La retorica del potere, con le sue parole di potere, mi schiaccia.
E mi chiedo: questo contamina anche me? Mi unisco anch’io a quel coro, senza volerlo, senza accorgermene? Quando scrivo, non voglio ferire con le parole. Quando parlo, non voglio coprire la voce degli altri. E non voglio che gli altri lo facciano con me. Cerco il fine nel grossolano che mi circonda: il sensibile e il sottile, il sovversivo e il sobrio. Sento che il tono si è fatto più duro: in politica, nei media, nella vita di ogni giorno.
Troppe cose suonano come slogan da bar, intrisi di birra; io invece anelo all’aria meditata di uno studio.
Intorno a me vedo un continuo riarmo, verbale e mediatico.
Immagini potenti e simboliche mi saltano agli occhi: Trump cavalca il leone; Putin l’orso, e pure la tigre.
Questa messa in scena di maschilità tossica mi irrigidisce, mi respinge.
Io ho bisogno anche del tenero, del fragile, del lacerato.
Non solo «Basta», ma a volte anche «forse».
Non sempre rifiutare e zittire, ma anche valutare.
Non voglio mettere tre punti esclamativi dopo ogni frase.
A volte voglio lasciare un punto interrogativo.

«Non è il momento» — mi dice un amico.
«Lo vedi: l’aria è tesa e arroventata. Ora bisogna esporsi con coraggio, mostrare forza, prendere posizione chiara. “Qui sto, non posso fare altrimenti.” Se no finisci al tappeto. Ci vuole il cuore del leone, il coraggio del leone. Devi ruggire più forte degli altri. Altrimenti non ti ascoltano, non ti vedono, ti passano sopra».
Io non voglio ruggire.
Voglio cantare.
Voglio consolare.
E, a volte, tacere. «Il vostro avversario va attorno come un leone ruggente» È un’immagine forte.
Una situazione bruciante. Fa paura.
Se un leone ruggisce, non voglio essergli vicino; e se si avvicina da dietro in silenzio, ancora meno. Ma il leone, in sé, non è cattivo.
Rappresenta coraggio, forza, potenza.
È un animale araldico amato. Un animale di potere.
Nella mitologia egizia, la Sfinge ha corpo di leone.
Nelle visioni bibliche del carro celeste, il leone esprime la forza straordinaria del divino.
Serve a illustrare il vigore degli eroi, dei giusti, di Gesù e di Dio stesso.
Eppure ciò che rende grande il leone può essere piegato al male.
Mi sono avvicinato al leone con cautela e curiosità.
La Bibbia lo dipinge anche come animale possente, spesso violento.
Strappa capi dalle greggi.
Il suo ruggito è come un tuono.
Esce dal folto e sta in agguato nei nascondigli; la sua violenza è devastante.
Gli oppressori sono paragonati a leoni: ricchi che sfruttano i poveri, popoli nemici che minacciano Israele, potenti che perseguitano i giusti.
Il leone è ovunque.
È un avversario forte. Sconfiggerlo rientra tra le dodici fatiche di Ercole.
Il leone è re degli animali. Predatore. Combattente.
Come l’orso e la tigre.
Chi punta su queste immagini — o ci “sale sopra” — è pronto allo scontro: «Il vostro avversario va attorno come un leone ruggente».
Come si doma il leone?
Come si vive sotto minaccia?
Mi sono accostato all’arte di domare il leone con curiosità e desiderio di capire. Quando fu scritto 1 Pietro, i cristiani erano perseguitati.
Esposti alla violenza.
Alla potenza ostile.
E alla propria debolezza.
Il leone rappresenta il male pericoloso, ma anche l’aggressione e la repressione dello Stato.
Nerone, persecutore dei cristiani, fu visto come un leone. Tiberio anche.
Paolo fu «strappato dalla gola del leone».
In Apocalisse, un mostro con fauci di leone si alza contro la Chiesa. Come si vive questa minaccia?
In 1 Pietro trovo risposte che oggi danno forza.
Possono spezzare la spirale dell’esibizione di dominio e delle minacce.
Possono fermare la gara senza fine dove vince il più forte, ha ragione il più rumoroso, conta chi “ha sempre ragione”.
C’è un’altra via.
Non è necessario scendere nell’arena contro il leone, occhio per occhio, dente per dente.
Non dobbiamo ruggire nella sua bocca, diventando come lui.
«Non sono sempre i rumorosi a essere forti, solo perché fanno rumore. Molti vivono, in silenzio, una vita più vera (…) Non scrivono canzoni: sono melodia. Camminare così diritto, non imparerò mai». «Sapendo che le stesse sofferenze toccano ai fratelli e alle sorelle nel mondo» Empatia e solidarietà sono chiavi decisive per vivere “nell’occhio del leone”.
La minaccia non colpisce solo me.
Altri passano ciò che passo io.
Questo può essere un’opportunità, ma anche un pericolo.
Restare uniti di fronte al pericolo non è scontato.
La paura avvelena le relazioni.
Semina diffidenza.
Raccoglie odio.
Se accade, il leone ha vinto.
Non deve più ruggire né tendere agguati.
La paura ha fatto il lavoro del leone.
Gli basta aspettare. Poi colpisce. Ma non è inevitabile.
Si può restare uniti.
Sostenere insieme la prova.
Sostenersi a vicenda.
Tenere piccola la paura.
Insieme si affronta meglio il dolore.
Insieme si può mettere il leone al guinzaglio.
Domarlo.
Togliere i denti.
Un proverbio etiope dice: «Se molte ragnatele si intrecciano, possono legare il leone».
Non siamo costretti a vincere il leone con la violenza.
Possiamo domarlo.
Chissà: forse il leone non è immune al bene.
Forse la bontà lo contagia.
Forse il superbo diventa mansueto, il nemico amico.
«La bontà può strappare un pelo dai baffi del leone» (proverbio africano).
Non sempre funziona.
A volte sì.
Alla fine, funzionerà sempre.
Quando la bontà di Dio dilagherà e farà bene a tutti e a tutto.
Alla fine dei tempi sarà così:
«Il lupo dimorerà con l’agnello… il vitello e il leone pascoleranno assieme, e un piccolo fanciullo li guiderà… e il leone mangerà paglia come il bue». «Resistetegli stando fermi nella fede» Fiducia, non paura.
Anche questo salva e fa vivere.
La paura ingrandisce il leone.
Rende passivi o aggressivi.
Paralizza.
O ci fa correre verso il coltello.
Così la paura ci divora prima ancora del leone. C’è un’alternativa.
1 Pietro ci incoraggia a confidare in Colui che è più forte di tutti i leoni.
«Gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1 Pietro 5:7, NR).
«A lui sia la potenza nei secoli dei secoli» (5:11, NR).
Il ruggito non è l’ultima parola.
Su questo confido.
Per questo oso vivere.
L’ultima parola ce l’ha Dio.
Non la sento come un decreto urlato dal cielo.
Piuttosto come una melodia lieve, che arriva da lontano, come l’eco di un amore.
Colui che ha la prima parola, ha anche l’ultima.
Questo cambia tutto.
Non devo irrigidirmi per la paura.
Né correre, per paura, nella tana del leone.
Posso camminare.
Andare incontro al futuro di Dio.
Mi affido a Colui che mi muove.
E che mi sostiene quando cado.
«Cadiamo tutti. Questa mano cade.
Guarda gli altri: è in tutti.
Eppure c’è Uno che tiene questa caduta, infinitamente dolce, nelle sue mani» (R. M. Rilke).
«Il SIGNORE sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti gli oppressi». «Nel giorno che avrò paura, io confiderò in te». «Siate sobri e vigilate» Vigilanza e attenzione salvano in terra selvaggia.
Si può affrontare il leone con l’astuzia della volpe.
Non c’è bisogno di cadere nella sua trappola. La favola antica lo sa.
Un leone, invecchiato, non riusciva più a cacciare.
Invitò gli animali nella sua tana e li divorò uno dopo l’altro.
Anche la volpe arrivò, ma rimase fuori, in guardia.
Il leone la chiamò con voce suadente: «Entra anche tu».
La volpe rispose: «No, non mi fido. Ho visto molte orme entrare, nessuna uscire».
Non cadde nell’inganno.
Perché era prudente.
Perché seppe attendere.
«Siate sobri, vegliate…».
Che il leone ruggisca o che adeschi con parole melliflue, state desti.
Non cascate nel ruggito.
Non tutto ciò che è gridato è vero.
Non lasciatevi intimorire.
Non serve chinare il capo a ogni ruggito.
Con intelligenza si smascherano frasi vuote e rumorose.
E non ci si lascia incollare alla loro colla.
«L’intelligenza non paralizza, non indebolisce, non frena. Vi stupirete!
Non sono sempre i rumorosi a essere forti.
Molti saggi, nonostante tutto, riescono a sopravvivere. E a far vivere. Come si vive, come si sopravvive, come si vive insieme “nell’occhio del leone”?
Forse serve tutto insieme: la prudenza del serpente e la semplicità della colomba.
La fiducia degli uccelli del cielo e la bellezza dei gigli dei campi.
«Gettando su di lui ogni vostra preoccupazione».
Le domande dei primi cristiani sono ancora attuali.
Così le loro risposte.
La minaccia ci sfiora da molte parti: crisi, guerre, lotte culturali.
È diventato tutto rumoroso.
La società è polarizzata.
Eppure credo che la pragmatica risolva meglio dei populismi.
Che le idee ci facciano avanzare, non le ideologie.
Che il pensiero e il dialogo ci facciano bene.
E l’umiltà.
«Rivestitevi tutti di umiltà…». Non ho bisogno di ruggire.
C’è un’altra via.
Mi affido alla tenuta delle ragnatele sottili.
Punto sulla scaltrezza delle volpi e sul coraggio dei terrier.
Vado avanti, fermo nella fede.
«Nel giorno che avrò paura, io confiderò in te».
Così vivo. E non voglio vivere altrimenti.

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Film documentario sui Magredi

I millenari cicli glaciali, l’azione di fiumi e torrenti, il lento costituirsi di un sottile strato fertile sugli immensi depositi di ghiaie e pietrame grossolano, hanno plasmato nella pianura friulana un ambiente naturale unico e di inestimabile valore: i Magredi.

Prodotto dalla Regione Friuli Venezia Giulia il documentario realizzato da Ivo Pecile e Marco Virgilio racconta un anno trascorso nei Magredi, seguendo il ciclo della vita dei prati stabili, le spettacolari fioriture e il prezioso lavoro degli insetti impollinatori, incontrando custodi della memoria e protagonisti dello sviluppo presente e futuro di queste terre.

La storia evolutiva delle terre magre friulane, la loro straordinaria biodiversità e il rapporto con le attività dell’uomo costituiscono la trama di questo viaggio intenso negli sconfinati paesaggi dove, camminando immersi nei suoni della natura, possono risuonare i nostri più intimi viaggi dell’anima.

Clicca qui per la locandina

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