Jens

Pastore delle chiese metodiste di Udine e di Gorizia

Sermone su 1 Pietro 5,5-11

il nostro brano è un insieme di molti pensieri: umiltà, preoccupazione, sobrietà, veglia e diavolo. Tutto sembra un po' sconnesso, ci sono messi insieme dei pensieri senza che a prima vista si possa intravedere un filo rosso. Mi sono quindi chiesto se oggi non abbiamo forse a che fare con un brano scritto proprio per la gente di allora e non per noi, credenti del 2025. L'umiltà, la sobrietà e la libertà dalle preoccupazioni sembrano parole antiche. E cosa facciamo con le parole: il vostro avversario, il diavolo, gira come un leone ruggente cercando chi possa divorare? Questo brano è forse solo un relitto di tempi remoti?

E' così che mi sono avvicinato al testo. Nella mia testa ronzavano le sue parole, la strana frase sul diavolo che gira come un leone ruggente. Meditando così mi è venuta in mente la mia recente visita dal medico per chiedere l'impegnativa dermatologica: c'era un po' di gente, dovevo quindi aspettare. Ho preso una delle riviste tipiche ed ho cominciato a sfogliarla. Dopo un po' ho letto l'indice ed ho visto indicato un articolo sul tema “la felicità” introdotto all'incirca così: “avere tanto denaro impedisce o favorisce la felicità? 20 passi concrete che voi potete fare per essere felici.” Pagina 22 Ho pensato che probabilmente sapevo già tutto ciò che poteva leggere in questo articolo, perché ci sono tante riviste che vogliono dare delle ricette per la felicità. Visto però che c'erano ancora delle persone prima di me, ho deciso di vedere se l'articolo potesse essere interessante. Ho sfogliato la rivista, ma qualcosa non andava: la numerazione finiva con la pagina 20 e riprendeva a pagina 29. Qualcuno aveva strappato le pagine della rivista sulla felicità. Ci sono quindi persone talmente interessate alla loro felicità che strappano le riviste altrui. Ci sono persone alla ricerca pronte a portarsi a casa un articolo per leggerlo con calma.

Forse questa persona sente un vuoto nella sua vita e vuole riempirlo di felicità. Altrimenti non avrebbe strappato 8 pagine da una rivista esposta in un ambulatorio.

Io quindi non ho potuto leggere l'articolo. Ma torniamo al nostro brano. Mettendo insieme il brano con questa persona ignota che ha strappato dalla rivista 8 pagine sulla felicità per trovare la sua felicità, mi è venuta in mente una idea su ciò che il brano può dire a noi. Sia l'articolo della rivista che il nostro brano hanno in comune il tema della preoccupazione per una vita felice.

Per sviluppare il tema comincio con il versetto che sembra lontano anni luce dalla nostra esperienza:

8 Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, gira come un leone ruggente cercando chi possa divorare.

E vi domando: chi sono i vostri avversari che mettono a rischio la vostra pace interiore? Che nomi hanno i vostri diavoli? Vi nomino alcuni dei miei: “devo essere presente”, “senza di me le cose non funzionano”, “non va”, “devo esserci”, “non ce la faccio”, “Come andrò avanti?”, “devo ... devo ... devo”, “non sono all'altezza delle aspettative”

Vi è mai capitato di essere ammalato, ma invece di stare al letto siete andati al lavoro perché non potete mancare? Quante volte non fate ciò che vorreste fare? Conoscete delle parole che vi scoraggiano e fanno sì che non riuscite a lavorare bene? Ricordate delle notti passate nell'insonnia a causa di tanti, troppi pensieri? Questi sono i nostri avversari che ci rubano la forza. Più mi perdo in tali pensieri, più scoraggiato mi sento e il paragone con il leone ruggente non è più così estraneo: ci sono pensieri che ci divorano, ci incastrano, ci rubano la nostra libertà e soprattutto la nostra felicità, e perciò dice il nostro testo:

Siate sobri, vegliate;

E così vogliamo essere: sobri e attenti per trovare nel nostro brano una chiave per una vita riuscita. In fondo le chiavi sono tre:

1. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio

Questa frase la intendo così che non devo avere un concetto troppo alto di me.

Certo, ci sono cose che dipendono da me, ma ci sono tante altre cose che non posso influenzare minimamente. Il contadino può seminare ma non è nelle sue mani la quantità del raccolto. Operai e impiegati possono dare tutto al loro posto di lavoro, ma non è nelle loro mani se l'azienda esisterà ancora fra 5 anni. Possiamo vivere coscientemente in modo sano con la dieta giusta e con un po' di attività fisica, ma la nostra salute non è nelle nostre mani. I genitori possono educare nel modo migliore i loro figli, ma non è nelle loro mani il loro destino. Possiamo dare un consiglio ad un amico, ma non è nelle nostre mani se lui lo segue.

Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio vuole quindi dire: date il vostro meglio ma non cadete in tentazione di pensare di essere divini, di farcela senza Dio, di essere autosufficienti.

2. Gettate su di lui ogni vostra preoccupazione

Qui l'autore parla della preghiera. Se riusciamo a capire di non dover farcela da soli, se riusciamo a rapportarci invece con Dio, le nostre preoccupazioni diminuiranno. La preghiera libera, la preghiera rende meno pesante la vita perché la preghiera è l'espressione migliore di una relazione riuscita con Dio. E tutto ciò non solo quando ci sentiamo impotenti, la preghiera vuole essere continua come è continua la comunicazione in una relazione d'amore riuscita. Crescerà la fiducia e la certezza di non essere soli.

3. Siate sobri, vegliate;

Dio, quando entriamo in relazione con lui, quando smettiamo di voler essere o di pensare di essere il centro, l'ombelico del mondo, ci apre gli occhi, le orecchie, la mente, affinché vediamo il mondo come lo vede lui per diventare portatori di un amore che libera.

Guardiamo le persone, i luoghi, le possibilità, il nostro presente, i nostri impegni, la natura e vediamo in tutto ciò che percepiamo un segno dell'amore di Dio.

Facendo così la nostra esistenza diventa vitale per noi e per altri.

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predicazione su 1 Pietro 5,5-11

A volte mi sembra che tutto, attorno a me, diventi più rumoroso e più accecante.
Mi mancano i toni sommessi, le immagini delicate, le sfumature tra il bianco e il nero, tra il sì e il no, tra il mio e il tuo.
La retorica del potere, con le sue parole di potere, mi schiaccia.
E mi chiedo: questo contamina anche me? Mi unisco anch’io a quel coro, senza volerlo, senza accorgermene? Quando scrivo, non voglio ferire con le parole. Quando parlo, non voglio coprire la voce degli altri. E non voglio che gli altri lo facciano con me. Cerco il fine nel grossolano che mi circonda: il sensibile e il sottile, il sovversivo e il sobrio. Sento che il tono si è fatto più duro: in politica, nei media, nella vita di ogni giorno.
Troppe cose suonano come slogan da bar, intrisi di birra; io invece anelo all’aria meditata di uno studio.
Intorno a me vedo un continuo riarmo, verbale e mediatico.
Immagini potenti e simboliche mi saltano agli occhi: Trump cavalca il leone; Putin l’orso, e pure la tigre.
Questa messa in scena di maschilità tossica mi irrigidisce, mi respinge.
Io ho bisogno anche del tenero, del fragile, del lacerato.
Non solo «Basta», ma a volte anche «forse».
Non sempre rifiutare e zittire, ma anche valutare.
Non voglio mettere tre punti esclamativi dopo ogni frase.
A volte voglio lasciare un punto interrogativo.

«Non è il momento» — mi dice un amico.
«Lo vedi: l’aria è tesa e arroventata. Ora bisogna esporsi con coraggio, mostrare forza, prendere posizione chiara. “Qui sto, non posso fare altrimenti.” Se no finisci al tappeto. Ci vuole il cuore del leone, il coraggio del leone. Devi ruggire più forte degli altri. Altrimenti non ti ascoltano, non ti vedono, ti passano sopra».
Io non voglio ruggire.
Voglio cantare.
Voglio consolare.
E, a volte, tacere. «Il vostro avversario va attorno come un leone ruggente» È un’immagine forte.
Una situazione bruciante. Fa paura.
Se un leone ruggisce, non voglio essergli vicino; e se si avvicina da dietro in silenzio, ancora meno. Ma il leone, in sé, non è cattivo.
Rappresenta coraggio, forza, potenza.
È un animale araldico amato. Un animale di potere.
Nella mitologia egizia, la Sfinge ha corpo di leone.
Nelle visioni bibliche del carro celeste, il leone esprime la forza straordinaria del divino.
Serve a illustrare il vigore degli eroi, dei giusti, di Gesù e di Dio stesso.
Eppure ciò che rende grande il leone può essere piegato al male.
Mi sono avvicinato al leone con cautela e curiosità.
La Bibbia lo dipinge anche come animale possente, spesso violento.
Strappa capi dalle greggi.
Il suo ruggito è come un tuono.
Esce dal folto e sta in agguato nei nascondigli; la sua violenza è devastante.
Gli oppressori sono paragonati a leoni: ricchi che sfruttano i poveri, popoli nemici che minacciano Israele, potenti che perseguitano i giusti.
Il leone è ovunque.
È un avversario forte. Sconfiggerlo rientra tra le dodici fatiche di Ercole.
Il leone è re degli animali. Predatore. Combattente.
Come l’orso e la tigre.
Chi punta su queste immagini — o ci “sale sopra” — è pronto allo scontro: «Il vostro avversario va attorno come un leone ruggente».
Come si doma il leone?
Come si vive sotto minaccia?
Mi sono accostato all’arte di domare il leone con curiosità e desiderio di capire. Quando fu scritto 1 Pietro, i cristiani erano perseguitati.
Esposti alla violenza.
Alla potenza ostile.
E alla propria debolezza.
Il leone rappresenta il male pericoloso, ma anche l’aggressione e la repressione dello Stato.
Nerone, persecutore dei cristiani, fu visto come un leone. Tiberio anche.
Paolo fu «strappato dalla gola del leone».
In Apocalisse, un mostro con fauci di leone si alza contro la Chiesa. Come si vive questa minaccia?
In 1 Pietro trovo risposte che oggi danno forza.
Possono spezzare la spirale dell’esibizione di dominio e delle minacce.
Possono fermare la gara senza fine dove vince il più forte, ha ragione il più rumoroso, conta chi “ha sempre ragione”.
C’è un’altra via.
Non è necessario scendere nell’arena contro il leone, occhio per occhio, dente per dente.
Non dobbiamo ruggire nella sua bocca, diventando come lui.
«Non sono sempre i rumorosi a essere forti, solo perché fanno rumore. Molti vivono, in silenzio, una vita più vera (…) Non scrivono canzoni: sono melodia. Camminare così diritto, non imparerò mai». «Sapendo che le stesse sofferenze toccano ai fratelli e alle sorelle nel mondo» Empatia e solidarietà sono chiavi decisive per vivere “nell’occhio del leone”.
La minaccia non colpisce solo me.
Altri passano ciò che passo io.
Questo può essere un’opportunità, ma anche un pericolo.
Restare uniti di fronte al pericolo non è scontato.
La paura avvelena le relazioni.
Semina diffidenza.
Raccoglie odio.
Se accade, il leone ha vinto.
Non deve più ruggire né tendere agguati.
La paura ha fatto il lavoro del leone.
Gli basta aspettare. Poi colpisce. Ma non è inevitabile.
Si può restare uniti.
Sostenere insieme la prova.
Sostenersi a vicenda.
Tenere piccola la paura.
Insieme si affronta meglio il dolore.
Insieme si può mettere il leone al guinzaglio.
Domarlo.
Togliere i denti.
Un proverbio etiope dice: «Se molte ragnatele si intrecciano, possono legare il leone».
Non siamo costretti a vincere il leone con la violenza.
Possiamo domarlo.
Chissà: forse il leone non è immune al bene.
Forse la bontà lo contagia.
Forse il superbo diventa mansueto, il nemico amico.
«La bontà può strappare un pelo dai baffi del leone» (proverbio africano).
Non sempre funziona.
A volte sì.
Alla fine, funzionerà sempre.
Quando la bontà di Dio dilagherà e farà bene a tutti e a tutto.
Alla fine dei tempi sarà così:
«Il lupo dimorerà con l’agnello… il vitello e il leone pascoleranno assieme, e un piccolo fanciullo li guiderà… e il leone mangerà paglia come il bue». «Resistetegli stando fermi nella fede» Fiducia, non paura.
Anche questo salva e fa vivere.
La paura ingrandisce il leone.
Rende passivi o aggressivi.
Paralizza.
O ci fa correre verso il coltello.
Così la paura ci divora prima ancora del leone. C’è un’alternativa.
1 Pietro ci incoraggia a confidare in Colui che è più forte di tutti i leoni.
«Gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi» (1 Pietro 5:7, NR).
«A lui sia la potenza nei secoli dei secoli» (5:11, NR).
Il ruggito non è l’ultima parola.
Su questo confido.
Per questo oso vivere.
L’ultima parola ce l’ha Dio.
Non la sento come un decreto urlato dal cielo.
Piuttosto come una melodia lieve, che arriva da lontano, come l’eco di un amore.
Colui che ha la prima parola, ha anche l’ultima.
Questo cambia tutto.
Non devo irrigidirmi per la paura.
Né correre, per paura, nella tana del leone.
Posso camminare.
Andare incontro al futuro di Dio.
Mi affido a Colui che mi muove.
E che mi sostiene quando cado.
«Cadiamo tutti. Questa mano cade.
Guarda gli altri: è in tutti.
Eppure c’è Uno che tiene questa caduta, infinitamente dolce, nelle sue mani» (R. M. Rilke).
«Il SIGNORE sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti gli oppressi». «Nel giorno che avrò paura, io confiderò in te». «Siate sobri e vigilate» Vigilanza e attenzione salvano in terra selvaggia.
Si può affrontare il leone con l’astuzia della volpe.
Non c’è bisogno di cadere nella sua trappola. La favola antica lo sa.
Un leone, invecchiato, non riusciva più a cacciare.
Invitò gli animali nella sua tana e li divorò uno dopo l’altro.
Anche la volpe arrivò, ma rimase fuori, in guardia.
Il leone la chiamò con voce suadente: «Entra anche tu».
La volpe rispose: «No, non mi fido. Ho visto molte orme entrare, nessuna uscire».
Non cadde nell’inganno.
Perché era prudente.
Perché seppe attendere.
«Siate sobri, vegliate…».
Che il leone ruggisca o che adeschi con parole melliflue, state desti.
Non cascate nel ruggito.
Non tutto ciò che è gridato è vero.
Non lasciatevi intimorire.
Non serve chinare il capo a ogni ruggito.
Con intelligenza si smascherano frasi vuote e rumorose.
E non ci si lascia incollare alla loro colla.
«L’intelligenza non paralizza, non indebolisce, non frena. Vi stupirete!
Non sono sempre i rumorosi a essere forti.
Molti saggi, nonostante tutto, riescono a sopravvivere. E a far vivere. Come si vive, come si sopravvive, come si vive insieme “nell’occhio del leone”?
Forse serve tutto insieme: la prudenza del serpente e la semplicità della colomba.
La fiducia degli uccelli del cielo e la bellezza dei gigli dei campi.
«Gettando su di lui ogni vostra preoccupazione».
Le domande dei primi cristiani sono ancora attuali.
Così le loro risposte.
La minaccia ci sfiora da molte parti: crisi, guerre, lotte culturali.
È diventato tutto rumoroso.
La società è polarizzata.
Eppure credo che la pragmatica risolva meglio dei populismi.
Che le idee ci facciano avanzare, non le ideologie.
Che il pensiero e il dialogo ci facciano bene.
E l’umiltà.
«Rivestitevi tutti di umiltà…». Non ho bisogno di ruggire.
C’è un’altra via.
Mi affido alla tenuta delle ragnatele sottili.
Punto sulla scaltrezza delle volpi e sul coraggio dei terrier.
Vado avanti, fermo nella fede.
«Nel giorno che avrò paura, io confiderò in te».
Così vivo. E non voglio vivere altrimenti.

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Film documentario sui Magredi

I millenari cicli glaciali, l’azione di fiumi e torrenti, il lento costituirsi di un sottile strato fertile sugli immensi depositi di ghiaie e pietrame grossolano, hanno plasmato nella pianura friulana un ambiente naturale unico e di inestimabile valore: i Magredi.

Prodotto dalla Regione Friuli Venezia Giulia il documentario realizzato da Ivo Pecile e Marco Virgilio racconta un anno trascorso nei Magredi, seguendo il ciclo della vita dei prati stabili, le spettacolari fioriture e il prezioso lavoro degli insetti impollinatori, incontrando custodi della memoria e protagonisti dello sviluppo presente e futuro di queste terre.

La storia evolutiva delle terre magre friulane, la loro straordinaria biodiversità e il rapporto con le attività dell’uomo costituiscono la trama di questo viaggio intenso negli sconfinati paesaggi dove, camminando immersi nei suoni della natura, possono risuonare i nostri più intimi viaggi dell’anima.

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Sermone su Marco 3,31-35

Quando l’uomo viveva ancora in comunità di cacciatori e raccoglitori, la vita familiare – almeno come la intendiamo oggi – praticamente non esisteva. Erano le tribù, i gruppi, a prendersi cura dei bambini. C’era una sorta di sistema di assistenza condivisa: tutta la comunità era un punto di riferimento per il bambino.

Con il tempo però, le cose sono cambiate. A un certo punto è diventata la famiglia più ristretta – e in particolare la madre – ad avere il ruolo centrale nello sviluppo dei figli. Questo modello, in linea di massima, è rimasto fino ai giorni nostri.

Certo, anche la nostra società si è evoluta. Oggi, ad esempio, esiste in alcuni paesi il congedo parentale sia per le madri che per i padri – anche se questi ultimi lo sfruttano ancora poco. Inoltre, i bambini possono andare al nido già sotto i 3 o addirittura sotto i 2 anni. L’educazione al di fuori della famiglia diventa così un tema sempre più importante. E c’è chi – non solo tra i sociologi – si chiede: fino a che punto un bambino può avere molteplici figure di riferimento senza che questo lo confonda o lo danneggi?

Di Gesù, purtroppo, sappiamo poco sulla sua infanzia. I Vangeli non ci dicono molto. Se seguiamo Matteo, Gesù avrebbe passato i primi anni in Egitto. Dopo la morte di Erode, torna con i genitori in patria. Ma la sua infanzia rimane avvolta nel mistero. Luca racconta solo un episodio, quello del dodicenne nel tempio – e poi, silenzio.

Eppure, già lì si intuisce qualcosa che poi diventerà evidente nel passo evangelico di questa domenica: Gesù aveva una figura di riferimento ulteriore, oltre ai suoi genitori e fratelli. Una figura che allarga il concetto stesso di famiglia. Questa figura è Dio – che lui chiama suo Padre. Certo, oggi non ci sorprende: siamo abituati a pensare a Gesù come Figlio di Dio. Ma come dev’essere stato per la sua famiglia accorgersi che il proprio figlio prendeva sempre più le distanze? Che si faceva delle idee sue? Che stava seguendo un cammino che nessuno riusciva veramente a capire? Come si sente un padre che si ritrova all’improvviso a fare la figura del terzo incomodo? O una madre, vedendo che suo figlio si espone pubblicamente al rischio di essere preso per pazzo religioso? O i fratelli e le sorelle, che vedono Gesù preferire la compagnia di pubblicani e pescatori invece di condurre una vita “normale” con loro?

Il Vangelo di Marco, ad esempio, ci mostra chiaramente il disagio e le incomprensioni che la famiglia di Gesù ha dovuto affrontare, quando si è resa conto che quel ragazzo aveva ricevuto una chiamata particolare. E forse noi possiamo capirlo meglio se pensiamo ai nostri figli, quando crescono. Quando iniziano a prendere le distanze, a fare scelte che non capiamo, magari che ci preoccupano. Quando pensiamo: “Ma dove sta andando?”, “Ma che sta facendo?” E cerchiamo, con tutte le buone intenzioni, di riportarli alla “ragione”, anche se hanno 10, 20 o – come Gesù in quel momento – 30 anni. Chi può biasimare Maria e i suoi figli per aver tentato di farlo?

Ma Gesù approfitta proprio di quel momento – dell’arrivo della sua famiglia – per dire chiaramente come la pensa lui su cosa sia la famiglia. E dice: «Chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, quello è per me fratello, sorella, madre». Una frase che all’epoca doveva suonare fortissima! Non è il sangue a determinare chi fa parte della mia comunità. Non la discendenza, non la nazionalità, non il ceto sociale, neanche la religione! E nemmeno l’osservanza di regole o tradizioni religiose! Conta solo una cosa: seguire la volontà del Padre.

E qui, naturalmente, sorge la domanda: qual è questa volontà? Beh, su questa domanda si sono divise tante persone. Si sono formate correnti, dottrine, si sono costruiti sistemi teologici complicati, e perfino guerre si sono combattute. Forse, anche in questo caso, dobbiamo avere uno sguardo ampio, aperto. La volontà di Dio, lo vediamo in Gesù, ha a che fare con l’amore. Quell’amore di cui lui parlava sempre e che lui stesso ha vissuto in prima persona.

Un amore che non imprigiona, ma libera. Che non distrugge, ma costruisce. Che non giudica, ma accoglie. Che non mette paletti, ma apre strade. Può sembrare poco, ma in realtà… è tutto.

Esporsi a questo amore, fidarsi, lasciarlo agire nella propria vita – questo è ciò che ci rende ancora oggi una famiglia. Indipendentemente da dove veniamo, da chi siamo, da quello che abbiamo fatto o non fatto. L’unico “criterio” è: vivere secondo l’amore di Dio, così come ci è stato mostrato da Gesù.

E tutto questo va contro quelle idee nazionaliste o “etniche” che oggi, purtroppo, stanno tornando in tanti Paesi d’Europa. Non c’entrano niente con un’idea cristiana di “Occidente”. Perché chi fa parte della famiglia di Dio non si decide col DNA.

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Predicazione su Atti 3,1-10

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Salve fratelli e sorelle,

oggi voglio raccontarvi la mia storia. Sì, la mia. Sono quello che tutti chiamano “lo zoppo davanti alla porta Bella del tempio”.

Sono zoppo dalla nascita. Non so cosa voglia dire correre libero, saltare, camminare senza dolore. Ogni giorno qualcuno mi porta qui, davanti alla porta del tempio. Qui sto seduto, con la mano tesa. Aspetto… Aspetto qualche moneta, qualche attenzione. Aspetto che qualcuno si accorga di me.

Ogni giorno, il sole batte sul mio volto, e sento la polvere della strada tra le dita dei piedi. I bambini corrono davanti a me ridendo, e io… io posso solo guardarli. Le loro voci mi raggiungono, ma non posso giocare con loro. Le preghiere dentro il tempio salgono verso il cielo insieme al fumo dei sacrifici e io resto qui… invisibile, in silenzio. La mia vita è fatta di attese. Guardare la gente entrare nel tempio e non poter andare con loro fa male. Sento che non appartengo. Sono invisibile. Solo.

Un giorno vedo due uomini salire verso il tempio. Li conosco: sono Pietro e Giovanni, in altri tempi sono saliti insieme ad altri e a Gesù.

Istintivamente allungo la mano. Sto per chiedere elemosina, come faccio sempre. Ma loro non si limitano a guardarmi di sfuggita. No. Pietro mi fissa negli occhi. “Guardaci!”, mi dice.

È la prima volta che qualcuno mi guarda davvero. Non come uno zoppo, non come un mendicante, ma come persona. Sento il cuore battere forte. Poi mi dice: “Dell'argento e dell'oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!”

All’inizio non capisco. Cosa vuole dire? Non ha soldi da darmi… ma qualcosa mi raggiunge dentro.

Sento la sua mano che mi prende e mi solleva.

E qualcosa di incredibile accade: i miei piedi e le mie caviglie diventano forti. Posso stare in piedi. Posso muovermi. Posso camminare. All’inizio cammino lentamente, quasi incredulo. Un passo… due passi… poi il cuore batte più forte… un balzo!

Posso correre, saltare, sento una gioia che non avevo mai conosciuto. Posso entrare nel tempio. Posso partecipare alla vita. Non più seduto davanti alla porta, non più escluso, non più solo.

Sento il vento sul viso, il sangue che scorre nelle gambe, l’energia che invade tutto il corpo. Ogni passo è un inno di lode.

Vedo le persone intorno a me: la loro sorpresa, lo stupore, il sorriso negli occhi. La mia gioia diventa contagiosa, segno che qualcosa di grande è avvenuto.

Questa esperienza mi ha insegnato tre cose:

1. Guardare qualcuno davvero cambia la vita Prima ero invisibile. Ora qualcuno mi vede, mi riconosce. Uno sguardo può aprire la strada alla speranza.

2. Il vero dono non è ciò che si dà con le mani, ma con il cuore e con Dio Pietro non aveva monete, ma aveva Cristo. E quel dono ha trasformato tutta la mia vita.

3. La gioia è contagiosa: Saltando e lodando Dio, vedo la meraviglia negli occhi della gente. La mia gioia diventa testimonianza, segno per gli altri.

Questa storia non è solo un mio ricordo che per voi ormai è duemila anni fa. È un messaggio per voi oggi.

Quante volte vi sentite “fuori”, bloccati, invisibili. Quante volte aspettate solo qualche “elemosina”, qualche piccola consolazione. Ma Dio vi offre di più: una vita nuova, una speranza che non si ferma alle ferite e alle mancanze.

Chi tra voi oggi si sente invisibile? Chi ha bisogno di una mano tesa? Chi attende che qualcuno lo guardi davvero?

Anche voi potete tendere la mano, anche voi potete essere Pietro o Giovanni. Non serve avere oro o argento. Basta guardare, ascoltare, accompagnare, condividere Cristo.

Oggi sono qui davanti a voi, non più zoppo, non più escluso, pieno di vita. E vi dico: aprite gli occhi sugli altri, tendete la mano, date quello che avete. E soprattutto, portate Cristo.

Perché chi incontra Cristo, anche nei giorni più difficili, può rialzarsi, camminare e saltare di gioia.

Jens Hansen Mastodon

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Pensieri sul versetto del mese di settembre

C’è una parola che oggi ci accompagna più spesso di quanto vorremmo ammettere: paura. È una presenza silenziosa ma insistente.

A volte si fa sentire in modo diretto – davanti a una diagnosi, a una notizia preoccupante, a un imprevisto economico – altre volte serpeggia sotto la superficie, come un’ombra che ci segue. Paura del futuro, dell’instabilità, della solitudine, del fallimento. Viviamo in un mondo che, senza volerlo, alimenta continuamente la paura. E chi ci governa fa leva su questa paura per giustificare l’ingiustificabile, armarsi, spendere cifre astronomiche per fare guerra lasciando sul lastrico milioni di persone che di nuovo crea paura. Un circolo vizioso usato ad arte.

Quando abbiamo paura, cerchiamo rifugi. È naturale. Ma non tutti i rifugi sono sicuri. Alcuni sono solo illusioni: cose che promettono pace e sicurezza ma che, al momento del bisogno, crollano. Il salmista ci invita a rivolgerci a Dio stesso come rifugio. Non a ciò che possiamo costruire, comprare o controllare, ma a Lui. E aggiunge che Dio non è solo rifugio, ma anche forza. Non solo ci accoglie, ma ci sostiene. Non solo ci protegge, ma ci dà energia per andare avanti. Nel Nuovo Testamento vediamo questa verità incarnata in Gesù.

Quante volte dice: «Non temere», «Non abbiate paura», «Pace a voi». I discepoli, come noi, avevano mille motivi per avere paura: del mare in tempesta, dei nemici, del futuro, della croce, della persecuzione. Ma ogni volta che incontrano davvero Gesù, la paura si trasforma. Non perché le circostanze cambiano sempre, ma perché la presenza del Signore cambia loro.

Pensiamo a quando i discepoli sono chiusi nel cenacolo, per paura dei Giudei (Giovanni 20). Hanno visto il loro Maestro morire. Tutto sembra finito. Ma Gesù entra – proprio lì, nel mezzo della loro paura – e dice: «Pace a voi». E la paura comincia a perdere potere. O pensiamo a Paolo, che scrive dalla prigione, eppure parla di gioia, di forza, di speranza. La sua sicurezza non viene dalle mura esterne, ma dalla presenza interiore di Cristo.

La paura, quando guida le nostre decisioni, è sempre una cattiva consigliera. Spinge a chiuderci, a difenderci, a sospettare. Ci fa vedere gli altri come minacce, il futuro come un nemico, Dio come lontano. Ma la Parola ci mostra un’altra strada: quella della fiducia. Non cieca, non ingenua, ma radicata in un Dio che è rifugio reale e forza viva.

Questo non significa che non proveremo più paura. Anche i più forti nella fede l’hanno provata. Ma possiamo imparare a non lasciarci guidare da essa. Possiamo scegliere di fermarci, respirare, e ricordare: Dio è per noi. Non contro, non indifferente, ma per noi. E se Dio è per noi – come dirà anche Paolo ai Romani – chi sarà contro di noi?

C’è un grande sollievo nel sapere che, qualunque cosa accada, abbiamo un rifugio sicuro e una forza che non dipende da noi. In un mondo che cambia, Lui resta lo stesso. In un tempo segnato dalla paura, la Sua presenza può riportare la pace, una pace che caccia via la paura e toglie alla guerra e alle ingiustizie la ragion d’essere.

Jens Hansen Mastodon

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Sermon August 31, Pordenone, on Job 23,1-17

Brothers and sisters,

today we hear the voice of Job. It is not a joyful voice. It is a broken voice… full of pain… and full of questions. Job feels that God is far away. He looks in every direction. He goes forward… backward… left and right. But God is hidden.

And Job cries: “If only I knew where to find Him. If only I could bring my case before Him.” This chapter is a prayer of lament. It is a cry for justice. And it speaks to us today. Because we too know moments… when God seems silent… when life feels unfair… when we do not understand.

Job does not pretend. He does not hide his feelings. He speaks honestly with God. “My complaint is bitter,” he says. “My hand is heavy because of my groaning.” Sometimes in church we think we must always be strong… always smile… always say, “Praise the Lord.”

But Job teaches us something different. Faith is not pretending. Faith is bringing everything to God— joy, but also anger; peace, but also tears. This honesty is holy. Because when we cry to God, we are still turning toward Him. When we bring our pain to God, we confess that He is still our God.

Job looks for God everywhere. But he cannot find Him. It is like shouting in the dark. We know this experience too. There are days when prayers seem empty. When heaven feels closed. When God is silent. This silence is hard to carry. But it is also part of faith. Faith is not always about answers. Faith is sometimes about waiting. About trusting in the silence. Believing that God is still present… even if hidden. Job never stops searching. That is already faith. To keep praying when God is silent… that is deep trust.

Then comes a surprising word. In verse 10 Job says: “He knows the way that I take. When He has tested me, I will come forth as gold.” What a strong statement! Job cannot see God, but he believes that God sees him. Job does not understand, but he trusts that God understands. The fire of suffering may be hard, but it can purify like gold. Gold becomes pure in the fire. The fire does not destroy the gold— it makes it shine. Job believes: “My life is in God’s hands. My steps are known to Him. And even if I walk through pain, He will bring me through.”

Job’s cry is not only his own. Today many voices cry out. Poor people cry out for justice. Families cry out for food and work. Refugees cry out for safety. And the earth itself cries out. The forests are burning. The seas are rising. The air is polluted. Animals lose their homes. Creation is suffering.

The Bible says in Romans 8 that creation groans… waiting for redemption.

The earth groans like Job. The earth says: “Where is God when humans destroy me? Where is justice for creation?” This year, the “Earth Overshoot Day” came already in July.

That means: in only seven months we humans used all the resources that the earth can renew in a whole year. From August to December we live on credit. We take from the future. We steal from our children. Can we imagine the earth standing like Job, crying before God, saying: “I am wounded. I am exhausted. Where is justice for me?”

Brothers and sisters, as people of faith we must not close our ears. Job teaches us to give space to lament. And if the earth laments, we must listen, we must repent, we must act.

Job ends with trembling words. He feels fear in God’s presence. He feels overwhelmed. But he does not give up. He keeps speaking. He keeps searching. That is our task too. To live with hope… even in silence. To listen to the cries of the world. To answer with justice and love. Our faith is not only about heaven. It is also about this earth. It is about standing with the poor. It is about protecting the weak. It is about caring for creation. When Job says, “I will come forth as gold,” he shows us the way. God will not abandon us. And if we hold on to His word, our lives can shine… not only for ourselves, but also for others, and for the earth that God created.

Dear brothers and sisters, let us walk in the steps of Job. Let us cry when we need to cry. Let us listen when creation cries. Let us live with hope when God is silent. And let us trust: when the fire is over, God will bring us out as gold.

Jens Hansen Mastodon

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Riflessione biblica su Marco 12,28-34 registrata per la RAI FVG

Il dialogo fra Gesù e un teologo del suo tempo spicca per la sua sincerità. È un incontro diverso dal solito. In genere chi interroga Gesù vuole metterlo in difficoltà, vuole metterlo all’angolo. Oggi invece niente trappole, niente polemiche, solo uno scriba — un esperto della Legge — che si avvicina a Gesù e gli fa una domanda vera: «Qual è il comandamento più importante?»

Gesù risponde, citando le radici profonde della fede ebraica: «Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è l’unico Signore. Ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore, l’anima, la mente e la forza. E ama il tuo prossimo come te stesso».

Ama, ama Dio e il tuo prossimo come te stesso. Tutto qui. Ma è un “tutto qui” che ci impegna radicalmente.

Ama. Certo, se ci pensiamo bene, questa parola — “amare, amore” — oggi rischia di sembrare debole, quasi fuori moda, in un tempo in cui vanno di moda la durezza, il sarcasmo, il giudizio facile. Basta guardarsi intorno: nei commenti sui social, nelle chiacchiere da bar, nei dibattiti politici, spesso la voce che si alza di più… è quella dell’odio. E sui social media esiste il termine tecnico “hate speech” discorso di odio, di love speech, discorso d’amore, non ha mai parlato nessuno.

Siamo veloci nel condannare, lenti nell’ascoltare. Più pronti a trovare colpevoli che a cercare ponti. E invece Gesù comincia proprio da lì: Ascolta.

L’amore vero nasce sempre dall’ascolto. Se non ascolto Dio, come posso sapere che Egli mi ama e come posso amarlo? Se non ascolto il mio prossimo, come posso dire di volergli bene?

Poi amare Dio con tutto se stessi — cuore, mente, forza — e amare il prossimo come noi stessi: non sono due comandamenti separati. Sono un’unica via. Perché non possiamo amare Dio che non vediamo, se ignoriamo o disprezziamo le persone che ci vivono accanto.

Lo scriba del nostro racconto lo capisce. E risponde con grande lucidità: «Hai detto bene, Maestro. Amare Dio e il prossimo vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». In pratica: l’amore vale più di ogni rito, più di ogni religiosità formale.

E Gesù gli dice una frase che ci fa riflettere: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». Non lontano. Ma non ancora dentro.

Ecco il punto. Quello scriba ha capito, sì. Ma deve ancora fare quel passo decisivo: passare dalla testa al cuore, dalla teoria alla vita. Perché il Vangelo non è solo da comprendere. È da vivere. È una strada da percorrere.

Non nei riti, non nei discorsi, ma nell’amore concreto.

Jens Hansen Mastodon

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Predicazione su Filippesi 3,7-14

Prima di lavorare solo con il computer, la mia scrivania era un campo di battaglia. Fogli dappertutto: appunti, promemoria, cose da fare. Alcuni li scrivevo io, altri comparivano senza sapere bene come. Se quei fogli avessero potuto parlare, credo che avrebbero fatto un gran chiasso. Uno avrebbe detto: “Sbrigati con me!”. Un altro: “Mi avevi promesso di sistemarmi ieri!” Un coro di richieste continue.

Forse anche a voi capita qualcosa di simile. Magari non con i fogli, ma con l’agenda sul telefono, con i post-it sul frigo, o con il pensiero fisso di non dimenticare nulla. La sostanza non cambia: siete sempre pieni di cose da fare, di aspettative da rispettare, di impegni da incastrare. Al lavoro, in famiglia, ma anche dentro di voi: sogni, ambizioni, sensi di colpa, il desiderio di non deludere nessuno. Il desiderio di essere “abbastanza”. E allora correte. Cercate di farcela. E quando ci riuscite — almeno per un po’ — vi sentite bene. Magari pensate: “Ecco, adesso sì che valiamo qualcosa.” Il problema? È che questa sensazione dura pochissimo. Perché appena spuntate una voce, ne arrivano due nuove. Sempre di corsa, sempre sotto pressione.

Il “prima” di Paolo

C’è stato un uomo nella storia che viveva esattamente così. Si chiamava Paolo, è lui l’autore del testo di oggi, una specie di autobiografia. Paolo, lo conosciamo bene. Era un tipo tosto, determinato, uno che faceva carriera. Un religioso rispettato, convinto di fare la cosa giusta, anche quando perseguitava chi la pensava diversamente. Si impegnava al massimo per essere irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini. Ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni sua scelta erano pensati per dimostrare che era all’altezza.

Potremmo dire che, prima di incontrare Gesù, Paolo viveva in una continua “gara” per costruirsi una reputazione. E ci riusciva bene. Era fiero del suo curriculum spirituale e morale: ebreo di stirpe pura, circonciso l’ottavo giorno, fariseo zelante, osservante della legge, senza colpa visibile. Era sicuro di sé.

Ma questo “prima” era anche pesante. Perché quando vivete per tenere alta la vostra immagine, siete sempre sotto pressione. Dovete sempre mantenere lo standard. E ogni piccolo errore rischia di rovinare tutto.

La svolta – Trovare casa in Cristo

Poi, all’improvviso, tutto cambia. Paolo è sulla strada di Damasco, pronto a fare ancora quello che pensa sia giusto, quando una luce lo abbaglia. Cade a terra. Non vede più nulla. È un momento di crisi totale: perde i riferimenti, l’equilibrio, il controllo. E proprio lì, nel buio, comincia qualcosa di nuovo. Incontra Gesù, vivo, reale. E questo incontro gli cambia la vita.

Un commentario cerca di riassumere quanto Paolo scrive in un’unica frase, e lo trovo molto azzeccato: “Se io solo potessi guadagnare Cristo e trovare in lui la mia casa”. Significa: Paolo scopre che la sua vera casa non è nella reputazione, nei successi, nel rispetto degli altri, ma in una relazione viva con Gesù. La casa è il posto dove possiamo finalmente smettere di recitare, dove possiamo essere noi stessi, dove siamo accolt*. E Paolo capisce: in Cristo posso fermarmi, respirare, dire grazie, e sapere di essere amato così come sono.

Dal guadagno alla perdita

Per questo scrive ai Filippesi: “Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno a causa di Cristo” (v. 7). Tutto ciò che prima gli dava sicurezza — la sua origine, la sua religiosità, il suo zelo — ora lo considera “spazzatura” rispetto al valore di conoscere Cristo. Non che quelle cose fossero cattive in sé, ma non potevano dargli ciò che solo Cristo poteva dare: una giustizia non costruita con le sue opere, ma ricevuta come dono da Dio.

Paolo non dice: “Ho trovato Cristo e ora mi siedo comodo”. Anzi, dice: “Voglio conoscerlo sempre di più”. Vuole sperimentare la potenza della sua risurrezione, condividere le sue sofferenze, conformarsi a lui. È come se dicesse: “Non mi basta sapere chi è Gesù, voglio vivere con lui e per lui”.

Il “dopo” di Paolo – Una corsa diversa

Nei vv. 12-14 Paolo è molto chiaro: “Non che io abbia già ottenuto tutto… ma corro verso la mèta”. Guarda qui, c'è una bella immagine. Paolo non è più quel tipo che vuole arrivare primo per vantarsene. Ora è libero, sa di essere già amato e accettato, ma corre per rispondere a quell'amore. Non lo fa per costruirsi un'identità, perché la sua identità è già sicura in Cristo.

E qui c’è una differenza enorme. Quando correte per dimostrare chi siete, vivete nell’ansia di non farcela. Quando correte perché amate e siete amati, correte con gioia e perseveranza, anche se la strada è dura.

Anche noi possiamo trovare casa

E allora la domanda è: dove stiamo cercando casa noi?

Molti di noi cercano casa in un lavoro stabile, in una famiglia unita, in una reputazione senza macchia, nella stima degli altri. Tutte cose belle, ma fragili. Basta un imprevisto, un fallimento, un cambiamento, e ci sentiamo persi.

Inoltre, e questo ci insegna la Gestalt, scuola di terapia, che più faccio le cose per essere accettato dagli altri, più perdo me, perché non sono più riconoscibile, non sono più il Jens che sono davvero ma quello che vuole apparire e le persone vedono solo un’immagine costruita, ma non me stesso.

Trovare casa in Cristo significa dire: “Il nostro valore non dipende da quello che facciamo o da come gli altri ci vedono. Dipende da un amore che non cambia.” È sapere che, anche se il lavoro finisce, anche se la salute vacilla, anche se commettiamo errori, restiamo accolti. In Cristo possiamo essere noi stessi, con i nostri sogni e i nostri fallimenti, e sapere che lui non ci respinge.

Vivere con libertà e scopo

Il bello è che questa libertà non ci rende passivi. Non è un “allora non facciamo più niente”. Anzi! Proprio perché Paolo ha trovato casa in Cristo, il suo impegno diventa ancora più focalizzato. Non deve più spendere energie per proteggere la propria immagine; può spendere la vita per ciò che conta davvero: servire, amare, portare il Vangelo, combattere per la giustizia, la pace, la verità.

Anche noi, se siamo liberi dal bisogno di dimostrare qualcosa, possiamo dedicarci di più a ciò che fa bene agli altri e onora Dio. Possiamo correre per la mèta che vale: vivere per Cristo e con Cristo.

Sfide grandi, ma possibili

Paolo corre verso obiettivi che sembrano impossibili: la piena conoscenza di Cristo, la comunione con lui fino alla morte, la risurrezione. Anche noi oggi abbiamo davanti obiettivi grandi: pace, giustizia, custodia del creato, amore per i più fragili. Da soli non ce la faremo mai. Ma se la nostra casa è in Cristo, non ci scoraggiamo. Corriamo con lui e per lui.

Conclusione – L’invito personale

Forse oggi vi sentite stanchi. Forse state correndo da troppo tempo per dimostrare di valere. Forse avete paura di fermarvi, perché non sapete cosa succederebbe se lo faceste. Vi invito a fermarvi davanti a Cristo. A dirgli semplicemente: “Eccomi. Prendimi così come sono.” Non dobbiamo convincerlo a volerci bene: ci ama già. Non dobbiamo essere perfetti: vuole cominciare da dove siamo ora.

Come Paolo, possiamo dire: “Siamo stati afferrati da Cristo Gesù”. E quando lasciamo che lui ci afferri, troviamo finalmente casa. Una casa che non crolla, una corsa che non stanca, una mèta che vale la vita.

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Prima di lavorare esclusivamente con il computer, sulla mia scrivania c’erano sempre un sacco di fogli sparsi. Appunti, promemoria, cose da fare. Alcuni li scrivevo io, altri me li ritrovavo lì senza sapere bene da dove fossero usciti. A volte pensavo: se quei fogli potessero parlare, farebbero un gran chiasso. Uno avrebbe detto “Sbrigati con me”, l’altro “Mi avevi promesso di sistemarmi ieri”… insomma, un coro di richieste continue che non si è mai spento.

Forse capita anche a te, o forse capita, come a me oggi, con un’agenda sul cellulare o forse appartenete al tipo con i post-it sul frigo. Ma alla fine la sostanza non cambia: siamo sempre pieni di cose da fare, di aspettative da rispettare, di impegni da incastrare. Al lavoro, in famiglia, ma anche dentro di noi: sogni, ambizioni, sensi di colpa, il desiderio di non deludere nessuno. Di essere “abbastanza”.

E allora corriamo. Cerchiamo di farcela. E quando ci riusciamo — almeno per un po’ — ci sentiamo bene. Magari pensiamo: “Ecco, adesso sì che valgo qualcosa.” Il problema? È che questa sensazione dura pochissimo. Perché appena spunti una voce, ne arrivano due nuove. Sempre di corsa, sempre sotto pressione.

C’è un uomo, nella storia, che viveva più o meno così. Si chiamava Paolo. Era un tipo tosto, uno che faceva carriera. Un religioso molto rispettato, convinto di fare la cosa giusta... anche quando perseguitava chi la pensava diversamente. Era sicuro di sé. E sembrava che tutto andasse secondo i suoi piani.

Poi, a un certo punto, qualcosa si spezza. Una luce lo abbaglia. Cade a terra. Non vede più niente. È un momento di crisi totale. Perde i riferimenti, l’equilibrio, il controllo. E proprio lì, nel buio, comincia qualcosa di nuovo. Incontra qualcuno che lo accoglie, lo ascolta, gli parla di Gesù. E qualcosa dentro di lui cambia.

Da quel momento Paolo non è più lo stesso. Non vive più per dimostrare qualcosa. Non cerca più di guadagnarsi il rispetto o di farsi approvare. Comincia a vivere da persona libera. Perché ha capito che il suo valore non dipendeva da quello che faceva, ma da un amore più grande. Un amore che lo aveva raggiunto anche con tutto il suo passato addosso.

E allora mi chiedo — e ti chiedo: quante volte ci sentiamo così? Stanchi, sotto pressione, con la sensazione di non essere mai “abbastanza”? E se ci fosse davvero un altro modo di vivere?

Paolo lo ha scoperto: non dobbiamo per forza bastare a noi stessi. Possiamo lasciarci amare. Possiamo lasciarci cambiare. Possiamo — anche solo con un pensiero, una preghiera semplice — dire: “Dio, eccomi. Prendimi così come sono.”

Non con paura. Ma con libertà. Non come chi deve convincere qualcuno a volergli bene, ma come chi si affida. Con tutto ciò che è. Con le sue ferite, i suoi sogni, i suoi fallimenti.

Perché forse, alla fine, è proprio questo il messaggio più grande: non sei il tuo curriculum. Non sei i tuoi errori. Sei qualcuno che può iniziare, oggi, a vivere davvero. A partire da un amore che non si conquista, ma si riceve.

Jens Hansen Mastodon

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